HMB ENDEAVOUR sailing in the Great Australian Bight during her circumnavigation voyage of Australia, January 2012.

Verdemura Lucca. Venerdì 1 aprile ore 15.00

Castello Porta Santa Maria.

Alberature urbane: tra presente e futuro. Tavola rotonda.

Interventi di

Francesco Mati – Piante Mati Pistoia

Giacomo Lorenzini – Università di Pisa

Francesco Ferrini – Universita di Firenze

Antimo Palumbo – storico degli alberi

modera Francesca Marzotto Caotorta.

Abstract

“Se vuoi costruire una nave”, scriveva Antoine de Saint-Exupery, “non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”

Antoine de Saint-Exupéry

Così come per costruire una nave non è importante solo il lavoro ma anche creare la nostalgia del mare lontano e sconfinato così penso che per migliorare la qualità e la politica delle alberate  nella nostre città sia importante oltre al lavoro tecnico promuovere e diffondere la cultura degli alberi. La cultura induce passione, azione,  partecipazione. E solo grazie alla cultura che si possono avere (in qualsiasi campo) profondi  cambiamenti che poi durano nel tempo. Solo fino a poche decine di anni fa la situazione delle alberate in città era sicuramente migliore (basta vedere un film degli anni sessanta per rendersene conto) e questo perché non solo sulle alberate si investiva economicamente (non con appalti al ribasso ma con personale e giardinieri qualificati e gratificati ) ma perché era più radicato nelle persone il contatto e la conoscenza con le cose naturali (e tra queste la terra). Gli alberi esseri viventi fatti di cellule respiranti e intelligenti (secondo le teorie di Stefano Mancuso) sono esseri che vivono nella terra (secondo alcuni ricercatori sono i veri abitanti di questo nostro pianeta, dal nome omonimo,  visto che con le loro radici e le micorizze di funghi che li mettono in contatto abbracciano  e avvolgono il nostro pianeta). L’apparato radicale di un albero infatti,  quello che vive nella parte ipogea in maniera invisibile a noi umani,  è quello che gli permette di essere sano e vivo, non solo ma poi di poter crescere sano e liberamente. Aver demonizzato la terra (è sporca, è simbolo di imperfezione,  di morte etc…) ha fatto sì che nel tempo scelte economiche e amministrative privilegiassero spazi comuni (vie, piazze, luoghi di ritrovo) pensati e progettati senza terra. Un po’ alla volta stiamo assistendo ad una trasformazione degli spazi comuni che da spazi esterni ( naturali e fatti di terra) si stanno trasformando in via e piazze (spesso lastricati con enormi mattonelle di basalto) sempre più simili a dei grandi centri commerciali (vedi l’esempio di Piazza San Silvestro a Roma ). Solo attraverso un investimento nella promozione della cultura degli alberi (e un ritorno alla terra) si potrà pensare nel futuro a una nuova gestione delle alberate in città. Alberi esseri viventi, portatori di bellezza e fondamentali per la nostra esistenza, non solo perché ci regalano quell’ossigeno senza il quale la vita su questo pianeta non sarebbe possibile ma perché dobbiamo a loro tutto quello che oggi fa parte della nostra cultura (intesa quest’ultima in senso antropologico come involucro che ci contiene) vedi i loro “accessori” preziosi: il legno, la carta, i frutti, i fiori etc… Per ciò che riguarda le alberature urbane poi, basti fare l’esempio della capitozzatura. Da qualche anno è aumentato il numero delle persone consapevoli che la capitozzatura degli alberi è una pratica negativa però nonostante questo si continua a farlo. Si parla, si condanna, ma poi gli stessi tecnici che si occupano della gestione delle potature (per problemi legati a scelte politiche ed economiche) anche se sanno che capitozzare provoca un danno al bene comune degli alberi poi continuano a capitozzare. Usando una metafora  da “umani” sembra un po’ come se tutti sanno che la pena di morte non è certo la scelta migliore per risolvere i problemi di ordine pubblico però poi quando qualcuno viene trovato a rubare e a uccidere altre persone viene preso ( e dopo un processo rapido e sommario) viene condotto davanti a un plotone e giustiziato. Senza nessuno che protesti e paghi le conseguenza di questo atto (capitozzare un albero equivale a menomarlo,  nel tempo infatti si ammalerà e diventerà instabile e quindi poi passibile di “taglio da sicurezza”) anzi spesso con un affermativo “beh  però se l’è meritato (questo esempio non è peregrino visto che molti amministratori dopo aver capitozzato un filare di alberi ancora oggi pensano che quella sia la scelta giusta e non pensano di aver danneggiato gli alberi).  Inoltre ricordo poi che sui media nel 95% dei casi si parla degli alberi sempre più spesso quando gli alberi cadono o creano dei problemi, meno  quando si tratta di promuovere la loro cultura e le storie che li riguardano. Concludendo mi ripeto. E’ solo sviluppando la cultura degli alberi che si potranno avere nel tempo trasformazioni e risultati significativi. Si tratterà di inserire la cultura degli alberi tra le priorità della gestione politica e amministrativa di ogni città italiana, insieme  al potenziamento dei regolamenti del verde urbano (da far conoscere e poi rispettare) e al recupero della cura e della manutenzione del verde storico.

Ecco dieci punti dai quali partire per ripensare una corretta gestione delle alberate in città :

  1. Ogni città (se già non ce l’ha) deve dotarsi di un Regolamento del Verde urbano costantemente aggiornato e migliorato. A Roma e Milano, per esempio, sono stati scritti se ne è parlato a lungo, ma finora non sono ancora stati approvati. Il motivo? Semplice se c’è un regolamento poi va rispettato. Quindi meglio non averlo così posso fare quello che voglio.
  2. Migliorare e pretendere la qualifica (con corsi obbligatori) degli operatori che si occupano di potare gli alberi. Nel regolamento del verde (così come è successo in diverse città, vedi Firenze e Torino) stabilire quali sono le giuste potature e vietare la capitozzatura con sanzioni nei confronti di chi (tecnici responsabili) danneggiando un bene pubblico usa questa pratica.
  3. Investire in cultura (promuovere convegni, incontri, feste, pubblicazioni, etc..) degli alberi. Ogni volta che si mettono a dimora degli alberi coinvolgere le associazioni e i cittadini. Il principio è semplice: se si conosce, poi è anche più facile rispettare.
  4. Promuovere in ogni città una casa dell’albero. Un luogo nel quale i cittadini possono avere a disposizione: una libreria o biblioteca specializzata; una sede nel quale ospitare periodicamente incontri, corsi, convegni con tecnici o specialisti degli alberi; un database o un luogo fisico per avere un accesso gratuito alle informazioni degli alberi della propria città. Che albero è? Quando e da chi è stata fatta la VTA. Perché è stato tagliato? Etc…
  5. Mantenere continuamente attraverso una trasparenza amministrativa la comunicazione con i cittadini. Ogni cittadino deve sapere quanto è costato l’albero appena piantato, da dove proviene, quali sono i termini della garanzia, etc.. Quindi totale trasparenza degli atti sui numeri e le politiche del verde. Su questo si basa il concetto di “bilancio arboreo” presente nella legge 10/2013  il bilancio tra entrate e uscite degli alberi (quelli che c’erano, quelli tagliati e quelli che sono stati piantati) che un sindaco dovrebbe scrivere alla fine di ogni mandato. Una pratica di buona amministrativa regolata da una legge ma che spesso (non essendoci sanzioni per chi non lo fa e questo passaggio va assolutamente cambiato) non viene applicata.
  6. Riduzione ed eliminazione delle ceppaie. La riduzione e le eliminazione delle ceppaie (alberi tagliati perché malati o pericolosi che rimangono lì negli anni) sono il primo passo per far comprendere a tutti la differenza che c’è tra un albero vivo (portatore di vita e di bellezza) e un albero morto: gli alberi non sono pali.
  7. Investire nella crescita e nella cura degli alberi. Spesso gli alberi dopo il breve periodo di manutenzione garantito dai vivai vengono abbandonati a loro stessi. Nessuno si occupa di rimuovere tutori, di legno o di metallo. Investendo su personale qualificato che periodicamente si occupi di verificare e manutenere gli alberi in crescita, permette di uscire dalla logica dell’usa e getta sempre più diffusa nella gestione degli appalti del verde urbano.
  8. Recupero del Verde storico. Ogni città oltre a dotarsi del regolamento del Verde Urbano (così come è stato proposto nella città di Genova ) dovrebbe dotarsi di un regolamento del proprio Verde storico.
  9. Aumentare il numero (così come succede in molte città nel mondo da anni, vedi New York e San Francisco) delle associazioni di volontariato che dopo corsi specifici  e basandosi su appositi regolamenti (che ne stabiliscano le pertinenze e i campi di intervento) si occupino di intervenire su piccole operazioni sulla cura e la manutenzione degli alberi in città ( come il “pruning” leggero, la cura delle aiuole, la leggera potatura delle siepi, segnalazione ed intervento danneggiamenti, rimozione tutori etc…).
  10. Censimento cura e promozione culturale degli alberi monumentali della propria città. Creazione di squadre di tecnici che si occupino della gestione di questi monumenti naturali : una sorta di sopraintendenza degli alberi  monumentali. In modo che (così come quando succede un danno a un monumento non viene mandato un semplice muratore ma un archeologo) nei casi di urgenza siano loro ad operare e non semplici tagliatori di turno.

Antimo Palumbo

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Febbraio 2016

Sito di  Paola Pastacaldi

Molti stati e nazioni per promuovere la cultura dei propri alberi da diversi decenni hanno iniziato ad organizzare un Concorso nazionale nel quale dei singoli cittadini (sulla base di diverse motivazioni, estetiche, passionali, ma anche pratiche come quella di difendere un albero dal taglio come è successo quest’anno con un Pero che ha vinto il Concorso “Tree of the year” inglese) possono nominare degli alberi rappresentativi della loro regione per poter poi giungere ad eleggere l’albero dell’anno. Stati e nazioni che per ciò che riguarda la cultura degli alberi sono senz’altro più evoluti rispetto all’Italia, basti pensare che da noi nessuno ha mai sentito l’esigenza di eleggere o magari fare un referendum per eleggere un albero nazionale, come è successo in molti altri stati del mondo, riporto come esempio alcuni paesi che hanno il loro Albero nazionale : l’Australia con l’Acacia pycnantha, il Venezuela la Tabebuia chrysantha, il Cile Araucaria araucana ). Diversi sono gli stati europei che da anni organizzano questi concorsi (nel blog adeaalberi.blogspot.it che curo ne ho parlato spesso) tra gli altri ricordo l’Inghilterra con “Tree of the year” la Francia con “Elisez l’arbre de l’année” e la Spagna con“Bosques y Árboles del Año”ma c’è anche la Romania con “Arborele anului in Romania . In Italia è la prima volta che si organizza un Concorso del genere, ma siamo già alla terza edizione, la prima c’è stata nel 2013. Per farlo, in maniera totalmente gratuita (e quindi senza sponsor o finanziatori, sarebbe bello però che nei prossimi lo promuovesse il Ministero dell’Ambiente) e con un lavoro quotidiano durato lunghe settimane (un lavoro impegnativo ma allo stesso tempo appassionante e appassionato. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno 2015” è iniziato il 21 Novembre 2015 e si è concluso il 25 Febbraio 2016, è quindi durato 97 giorni più di tre mesi) è stato possibile grazie a Facebook e alla sua facilità di uso e iscrizione. Il Concorso si è infatti svolto nel gruppo Amici degli alberi (che oggi ha più di diciassettemila iscritti) di Facebook che con lo strumento “mi piace” ha dato la possibilità non solo agli iscritti al gruppo ma anche agli altri iscritti a Facebook di votare (con un solo clic) e dare la proprie preferenza per ogni singolo albero in Concorso. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” è organizzato (con la mia supervisione tecnica) dall’’Associazione Culturale Adea amici degli alberi un’associazione culturale nata a Roma nel 2007 con il fine di promuovere la cultura dell’albero e di favorire attraverso diverse iniziative : la conoscenza, l’’amore, la cura e il rispetto degli alberi e recuperarne il loro potenziale storico e spirituale. Oltre ad incontri periodici che si svolgono nei Parchi pubblici di Roma, chiamati Incontri con Alberi Straordinari, l’Associazione si è occupata negli anni passati di diverse iniziative per promuovere la cultura degli alberi tra queste l’Omaggio ai botanici napoletani al Real Orto Botanico di Napoli che quest’anno si terrà Domenica 21 Maggio 2016 e verrà dedicato a Giuseppe Catalano. La terza edizione del Concorso ha visto una grande partecipazione (in totale sono stati 84 gli iscritti al gruppo che hanno proposto ben 116 alberi dislocati nelle 18 regioni italiane, due regioni quest’anno, il Molise e la Basilicata, non hanno visto nessun albero iscritto) con appassionate votazioni (29.963 sono stati i voti totali) che hanno portato a delle finali svolte in un clima infuocato quasi da stadio (ognuna delle Regione partecipanti alle finali ha lavorato per far vincere il proprio albero) che ha portato ad eleggere nella finale di Giovedì 25 Febbraio 2016 il Noce (Juglans regia L.) di Cles proposto da Sergio Di Pietro Marinelli e che ha rappresentato la Regione Trentino Alto Adige come “Albero dell’anno 2015”. Ha vinto così un Noce albero autoctono e quindi italiano (unico Noce a partecipare al Concorso) un albero saggio e portatore di frutti ricchi e nutrienti e allo stesso tempo misteriosi, un albero magico che grazie alla forma levigata delle sue foglie che ne disegnano la chioma e l’intreccio dei suoi solidi rami spogli d’inverno riesce a darci con un silenzioso omaggio ogni giorno ossigeno e bellezza. Insieme al premio popolare “ Eleggi l’Albero dell’anno” anche quest’anno è stato assegnato il premio “Albero della Critica” che è stato vinto da due alberi ex aequo il Lentisco (Pistacia lentiscus L.) di Pula (Cagliari) proposto da Gianfranco Loi e che rappresentava la regione Sardegna e la Sughera (Quercus suber L.) siciliana di San Michele di Ganzaria (Catania) proposta da Michele Iannizzotto. La giuria quest’anno è stata composta da 9 membri: Giuseppe Barbera, professore ordinario di Arboricultura dell’Università di Palermo. Scrittore. Autore di diversi libri dedicati agli alberi; Luca Bollea, giornalista, permacultore; Margherita d’Amico, giornalista e scrittrice; Nicolò Giordano, responsabile dell’U.R.P. del Corpo Forestale dello Stato e redattore della rivista “Il Forestale”; Dino Ignani, fotografo; Stefano Mancuso, una tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale. Professore associato presso la facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Autore di diversi libri dedicati agli alberi e alle piante divenuti bestseller; Mimma Pallavicini, giornalista scrittrice esperta di giardini e storia dei giardini; Gabriella Sica, poetessa e critica letteraria ; Cinzia Toto, giornalista e redattrice della rivista Gardenia. Il Concorso “Eleggi l’albero dell’anno 2015” ha reso popolari e ancora più amati dalle persone che gli abitano accanto (sono usciti diversi articoli sui maggiori quotidiani italiani all’interno dei quali numerose sono state le dichiarazioni pubbliche a favore della promozione e conoscenza dell’albero da parte di Sindaci dei Comuni di alcuni alberi che hanno partecipato al Concorso) alberi di eccezionale portamento e bellezza e ha permesso a migliaia di persone di conoscere gratuitamente centinaia di alberi, ora accessibili (senza nessun copyright, si possono consultare e condividere liberamente) in tre album di foto ancora oggi disponibili nel gruppo nel gruppo Amici degli alberi. In ogni foto sono specificati: il nome botanico del genere, quello comune il luogo dove si trova, per poter poi andarlo a trovare, la data e l’autore dello scatto. Le foto degli alberi che hanno partecipato alla prima edizione (96 alberi) si possono vedere a questo link. Quelle che hanno partecipato alla seconda edizione (148 alberi) a questo link. Quelle invece dell’edizione di quest’anno (116 alberi) a questo link . Oltre al libero accesso a questi album ogni partecipante potrà (così come succede per un atleta che partecipa una Maratona che anche se giunge 4026esimo dopo quattro ore di gare è contento non solo perché è arrivato alla fine ma perché ha partecipato a una grande festa dello sport e sa come è arrivato in classifica e quindi nel futuro potrà migliorarsi) leggere la classifica di tutti e 116 alberi partecipanti al Concorso in un apposito file PDF disponibile e accessibile a tutti nel gruppo. In questo file PDF (lungo ben 30 pagine) oltre alle classifiche sono anche specificati gli alberi che hanno partecipato per regione e le specie di albero partecipanti (quest’anno ha vinto la quercia con ben 28 tipi di quercia proposti). Ricordo infine che il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” non è un concorso fotografico (è l’albero che vince non la foto dell’albero) e non è un Concorso diviso per serie (come il calcio serie A, serie B, serie C) quindi non è riservato esclusivamente agli alberi monumentali (le misure infatti quali altezza circonferenza etc… non vengono menzionate proprio perché non fanno parte degli argomenti del Concorso) ma con il suo spirito educativo, promozionale e festoso è dedicato alla conoscenza e alla promozione di tutti gli alberi presenti nel territorio italiano.
Come considerazioni finali rispetto alle motivazioni che mi hanno spinto a organizzare e promuovere questo Concorso penso che rispetto a qualche anno fa anche se l’atteggiamento generale nei confronti dell’ambiente sembra notevolmente contenuto se non regredito (basti pensare che nonostante l’evidenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze in Italia non esiste una significativa forza politica ecologista) penso che negli italiani l’interesse, l’amore e il rispetto per gli alberi siano (e questo grazie anche al nostro lavoro) in continuo aumento. Un aumento che servirà a far sì che si faccia pressione sugli amministratori affinché si trovano fondi e risorse per gli alberi. Significherà pensare all’interesse del nostro Pianeta. Un interesse e un lavoro che passa attraverso gli alberi, esseri viventi dotati di cellule come noi (ricordiamocelo) e maestri di silenziosa saggezza che ci dispensano ogni giorno ossigeno ombra e bellezza e da sempre cultura (e che , insieme a tutte le piante, permettono la vita sul nostro Pianeta). E se il periodo storico nel quale viviamo è senza dubbio antropocentrico bisogna lavorare per riportare in primo piano l’importanza che gli alberi rivestono (e da sempre) nella nostra cultura, una cultura antropocentrica (quella che dà più valore a un mattone del quarto secolo piuttosto che a un essere vivente e intelligente che ha quattrocento anni di vita, un evento che noi non potremo mai vivere o raggiungere) che (nonostante quello che lei – la cultura- e i suoi promotori ne pensano) senza alberi non sarebbe stata possibile. Tutto sta nel ritornare a pensare agli alberi non più come a oggetto di politica amministrativa legato esclusivamente alla sicurezza e ultima risorsa dei bilanci ma come bene culturale primario non solo per la fruizione dei cittadini che ne possono vivere i loro benefici (ombra, ossigeno, riduzione dello smog, etc ma anche come risorsa per l’industria che permetterà all’Italia di andare avanti nei prossimi anni: quella del turismo. E un turismo verde di qualità che preveda la messa a dimora di tanti alberi e si prenda cura di quelli belli e monumentali già esistenti è penso un progetto che l’Italia si debba meritare e ci si aspetta che venga al più presto realizzato.
Antimo Palumbo

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Roma Ottobre 2015

Era il Giugno del 2008 quando per la prima volta ho sentito parlare degli effetti micidiali prodotti sulle palme dalle larve del punteruolo rosso il Rynchophorus ferrugineus Olivier un coleottero che ( come ci informano i sue due nomi generico e specifico) porta una livrea color ruggine e un rostro ricurvo. Le sue larve che svernano sulla parte apicale (ma anche nello stipite) della palma nutrendosi con avidità del suo materiale vegetale, attaccando e distruggendo la gemma apicale (quella che fa crescere in altezza la palma) ne provocano (visto che la palma è una monocotiledone e ha solo crescita primaria senza gemme avventizie che possano rimpiazzare la distruzione della gemma apicale) la sua morte. Il primo attacco documentato a Roma si è svolto , proprio nel 2008, a spese di una Washingtonia filifera nel quartiere residenziale dei Villini al Pigneto. Da allora diversi sono stati gli articoli che ho scritto, le battaglie portate avanti, insieme al movimento dei Palmiers , del quale sono stato il creatore. Battaglie che hanno portato alla manifestazione nazionale (l’unica mai fatta in Italia) che si è svolta a Piazza Venezia Martedì 27 Aprile del 2010. Una manifestazione nella quale, come Palmiers, chiedevamo lo stato di emergenza nazionale per un epidemia “virale” partita dalla Sicilia e salita, lasciandosi alle spalle desolanti immagini di palme morte con foglie adaggiate e secche, un po’ alla volta verso il centro e poi il nord italia e la costa ligure (coste occidentali e lungomari tirrenici e coste orientali e lungomari adriatici compresi). Oltre allo stato di emergenza nazionale chiedevamo un intervento economico da parte dello Stato, un intervento economico per creare luoghi di raccolta per la distruzione (grazie a macchine speciali che triturano le parti della palma tagliata) delle palme infette e per aiutare i proprietari di palme ad affrontare questo loro piccolo dramma. Il proprietario di una palma , infatti, oltre a subire la morte della sua amata palma (spesso avuta in eredità familiare e con un età in certi casi superiore ai cento anni) subisce la beffa di doversi occupare (senza che lui sia responsabile) della rimozione delle sue parti infette , fatta a norma da ditte specializzate, con un costo proibitivo (oggi, visto che ancora la lotta obbligatoria è attiva, ma alcuni stanno chiedendo di toglierla, costa intorno ai 2000 euro a palma). Richieste alle quali da parte della stato italiano non c’è mai stata risposta. Sarà bene quindi ricordare che i governi che si sono succeduti in questi anni in Italia (e la storia ne trarrà domani le conclusioni) sono i veri responsabili della morte delle migliaia, se non milioni, di esemplari di palme (in particolare della specie Phoenix canariensis) in tutta Italia. Una strage senza precedenti che ha cambiato per sempre l’immagine della verde bellezza di alcune tra le più importanti città italiane (Palermo, Napoli, Roma etc…). Qual è la situazione attuale? Finora ancora non è stato trovato un rimedio contro il punteruolo rosso o una antagonista naturale che lo possa combattere (come è successo invece con la vespa galligena che ha attaccato tutti i Castagni italiani e che ha trovato nel Torymus sinensis un valido ed efficace metodo di cura naturale) Attualmente per ciò che riguarda , per esempio, le palme di Roma (chiamata nel passato, ma oggi non lo è più, da Fulco Pratesi, “ una città all’ombra delle palme”) dopo aver subito in questi sette anni un continuo attacco dell’azione nefasta delle larve del punteruolo, che ha portato alla morte di migliaia di palme in tutta la città, (con un cifra stimata intorno al 70 % delle sue palme, basti pensare che nella centralissima Villa Celimontana ce n’erano quasi 20 e oggi non ce n’è neanche una) la situazione odierna ci dice che tutte quelle che vengono curate (con un trattamento periodico fatto con l’aspersione in chioma con un mix di fitofarmaci, che ha un costo di 500 euro annui a palma) hanno buone possibilità di vivere, ma non appena il trattamento si dovesse interrompere quelle palme sono condannate a morte sicura. Quindi sì sono vive, ma in realtà lo sono perché sotto trattamento chimico : “ stanno bene sì, ma perché fanno la chemio”. Alcune buone notizie mi sono giunte nei mesi scorsi a proposito di spedizioni in Vietnam effettuate da un team di entomologi italiani per trovare degli antagonisti naturali che possano attaccare il coleottero nello stadio larvale. Confido nella scienza e nel fatto che presto giungeranno risultati scientifici soddisfacenti per combattere il punteruolo, ancora oggi però e anche nel passato spesso, a una situazione di emergenza (In particolare quando non c’è lo stato che interviene, per esempio dopo un terremoto) l’uomo, o meglio alcuni uomini spinti da bassi istinti, tende a rispondere all’emergenza con delle azioni di sciacallaggio. E così come nel passato ai tempi della peste milanese c’erano i monatti ( che si dividevano con chi li chiamava la metà dei beni dei pazienti colpiti dalla peste ) oggi è sempre attiva la presenza delle ditte (di giardinaggio ma non solo), che si occupano di fare interventi chimici preventivi contro il punteruolo. E se si dovesse trovare una soluzione scientifica a questo grave problema, questa significherebbe un freno d’arresto per la “nuova economia”, che oggi in Italia fattura milioni di euro, dei trattamenti chimici contro il punteruolo, una nuova economia che ha un impatto fortemente negativo sull’ambiente incidendo sulla vita di quelle specie, uccelli, insetti, che sulle palme ci abitano (o meglio ci abitavano). Riuscirà la scienza (e l’amore per la bellezza del patrimonio storico e culturale che la presenza delle palme nelle città italiane ci danno) a vincere l’interesse speculativo (quello che mira ai soli interessi personali) degli uomini? Io penso in positivo e lo spero.
Antimo Palumbo

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Roma 4 Agosto 2015

Signor Presidente,
sono Antimo Palumbo, saggista e storico degli alberi e Presidente dell’Associazione Adea amici degli alberi di Roma. Mi permetto con questa lettera di chiederLe di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato. Il Corpo Forestale dello Stato è un’Istituzione che da 193 anni protegge l’ambiente.”Pro natura opus et vigilantia” questo è il motto che si può leggere nel suo stemma, un motto che migliaia di forestali negli anni hanno onorato giorno dopo giorno a costo di sacrifici. Molti dicono che in realtà questa legge non cambia nulla perché il Corpo Forestale dello Stato verrà assorbito dall’Arma dei Carabinieri. Ma come è possibile storicamente ( e la sua eventuale firma che avallerà la cancellazione del Corpo Forestale dello Stato senz’altro entrerà nella storia dell’Italia) che un Corpo così antico, ricco di storia, cultura e tradizione possa confluire in un’Arma altrettanto ricca di storia e tradizione ma che per statuto e genesi si origina da diversi presupposti?. Come può un forestale improvvisamente e senza che l’abbia scelto cambiare il suo senso di appartenenza a un Corpo e dal motto “Pro natura opus et vigilantia” passare a quello che caratterizza l’Arma dei Carabinieri ovvero “Nei secoli fedele”? A che cosa dovrebbe essere fedele il forestale, a un’Arma nella quale è stato fatta confluire in seguito a una legge di un governo che non conosce la Storia? Fedeltà vuol dire (secondo il dizionario italiano) credere,seguire con dedizione un’idea politica, un partito, una squadra sportiva. Quale fedeltà ci si può aspettare da un forestale che ha passato la sua vita nei boschi (o in città a difesa del verde) che all’improvviso si trova (senza che l’abbia scelto) ad essere Carabiniere? Certo potrà obbedire ai comandi, rispondere signorsì. Ma la storia ci insegna che tutte le grandi battaglie (anche quelle impossibili) sono state compiute da eserciti e schieramenti che in mente e nel cuore avevano un ideale. Chi nasce Forestale non può morire Carabiniere. Per questo che pensare a una riforma del genere significa non solo essere irrispettosi nei confronti di migliaia di uomini che negli anni hanno servito con lealtà. amore e dedizione gli alberi e le foreste in Italia, ma anche essere fuori della Storia, un essere fuori della storia che farà molto male al futuro di questo nostro Paese.
Pertanto Le chiedo di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

E’ tempo di Rugby e tra qualche giorno (esattamente il 16 Marzo) Roma ospiterà uno degli incontri più avvincenti del Torneo Sei Nazioni, quello tra l’Italia e l’Irlanda, una squadra che, sotto il simbolo di una pianta, il trifoglio (Trifolium repens L. per alcuni, Trifolium dubium Sibth. Trifoglio minore, per altri) familiarmente conosciuto come Shamrock, unisce due Stati differenti : l’Eire ( con capitale Dublino) che fa parte della Comunità Europea; e l’Ulster (con capitale Belfast) che invece fa parte del Regno Unito . Ed è all’Irlanda, e ai suoi contatti con la nostra città, che colleghiamo l’albero del quale ci occupiamo oggi : un mandorlo ( Prunus amygdalus Batsch o come sinonimo Prunus dulcis (Mill.) D.A. Webb) che vive da diversi anni nell’aiuola centrale di viale Mazzini, all’altezza del numero 115 , di fronte alla fermata dell’autobus e ad angolo con viale Angelico. Da qualche settimana è in corso la sua splendida fioritura, composta da fiori bianchi profumatissimi, pentameri, con riflessi rossi alla base dei petali (botanicamente il dente del petalo) richiami irresistibili per gli impollinatori, che rapidamente svaniranno lasciando il posto a foglie lanceolate dal colore verde pallido e dal margine serrato, come tutti i Prunus. Il mandorlo di Viale Mazzini è nel suo genere tra i più antichi di Roma, visto che l’esemplare in questione era preesistente alla nuova alberata di Cipressi, Cupressus sempervirens L. , che ora caratterizza tutta l’aiuola centrale della via. Confuso durante il resto dell’anno con la massa di foglie aghiformi e sempreverdi dei Cipressi, il mandorlo di viale Mazzini ci colpisce con un effetto a sorpresa strabiliante quando si presenta alla fine di febbraio con la massa bianca e carica dei suoi fiori bianchi dai quali si spande tutt’attorno (anche per alcuni centinai di metri) un dolce odore che sa di cose buone e materne (come il latte di mandorla o i dolcetti “al marzapane”). Attaccato da carie funginea probabilmente per errate potature compiute negli anni passati ( così come un altro piccolo esemplare di mandorlo che si trova sempre sull’aiuola più avanti proprio di fronte alla storica libreria Offidani, che merita senz’altro una visita, all’altezza del numero civico 81 ) ha subito l’anno scorso le drastiche conseguenze della nevicata (il peso della neve gli ha fatto crollare due grandi branche di rami). E’ oggi, quindi, un mandorlo spezzato in una sua gran parte, ma che, nonostante sia sofferente e malato, ha ancora la forza di reagire e deliziarci con la sua magnifica fioritura profumata. Un segno quest’ultimo della primavera imminente, ma anche del tempo sospeso dell’immortalità, che lega mitologicamente il mandorlo alla storia di Fillide principessa tracia e Acamante guerriero condottiero e figlio di Teseo, due amanti separati dalle avversità della guerra. Fedeli e vicini nonostante il tempo e le distanze, si danno appuntamento per vivere una vita d’amore comune al ritorno di lui dalla guerra. E’ sulla spiaggia però ( quando Fillide scrutando all’orizzonte il ritorno delle navi da Troia, scopre che tra tutte le navi tornate manca proprio quella del suo amato) che si consuma il dramma dell’impazienza. Disperata, con gli occhi pieni di lacrime, attenderà invano l’arrivo del suo amato morendo d’inedia. Acamante arriverà dopo qualche settimana e sulla spiaggia non troverà ad attenderlo la dolce fanciulla dei suoi sogni ma un albero dal tronco tortuoso e avvolgente nel quale il guerriero acheo riconoscerà Fillide la sua giovane amata (metamorfizzata per compassione da Era, la compagna di Giove). Sconsolato Acamante abbraccerà l’albero (uno dei primi esempi di tree hugger della Storia)e dai suo rami nudi spunteranno ( come per miracolo, nonostante l’inverno inoltrato) dei fiori bianchi macchiati di rosso. Ma a questo punto vi chiederete cosa c’entra il mandorlo di Viale Mazzini con l’Irlanda e con il Rugby? C’entra, c’entra rispondiamo noi, perché il suo messaggio di forza e speranza (fiorire sempre nonostante il freddo dell’inverno e le avversità della vita) è, infatti, giunto in Irlanda lo scorso anno grazie ai disegni dell’artista Ilaria Loquenzi che lo ha immortalato nella mostra “Patria interiore” presentata dal 1 al 24 Marzo a Belfast alla Golden Thread Gallery. Scelto, per l’occasione, tra cinque alberi storici e particolari della nostra città, il mandorlo di Viale Mazzini, un albero romano conosciuto da pochi, anzi pochissimi (almeno fino ad oggi, spero) è divenuto, quindi, in Irlanda, grazie al soffio culturale dell’arte, una celebrità. Un Prunus amygdalus Batsch , o Amygdalus communis L. come l’aveva chiamato Linneo nel 1753 nel suo Species Plantarum , dal cui nome botanico deriva quello della parte del cervello, l’amigdala appunto, (amygdala in latino vuol dire mandorla) deputata a regolare l’ emozione della paura : “ quando valuta uno stimolo come pericoloso, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga”. Eccoci allora a concludere col Rugby, uno sport nel quale la paura non si affronta di certo scappando, ma buttandosi in terra avvinghiati in un pacchetto di mischia, così come sta facendo con le sue radici immerse nella terra il nostro mandorlo “irlandese” fiorito.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Questa puntata di Alberopoli sarà al fulmicotone. E’, quest’ultima, un’ espressione che avete sentito tante volte; però proprio adesso non sapete, o vi ricordate, il suo significato? Ebbene, vi aiutiamo subito, svelandone il suo significato: il fulmicotone o nitrato di cellulosa è un esplosivo scoperto, attraverso diversi esperimenti, a partire dal 1845, dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che, come internet ci informa, “ mescolò acido nitrico con acido solforico, creando un prodotto, chiamato miscela nitrante, lo fece reagire con la carta che risultò esplosiva. Dato che la carta in quel periodo era prodotta con fibre derivanti da stracci, Schönbein decise di partire dalle singole materie prime, fece reagire la sua miscela di acidi sul cotone e scoprì che colpendolo con un martello esplodeva ed a contatto con un filo rovente poteva essere incendiato. Schönbein aveva così scoperto Il cotone fulminante o fulmicotone, un esplosivo che derivando dalla nitrazione della cellulosa oggi viene comunemente chiamato nitrocellulosa.” Un articolo esplosivo, quindi, penserete? Tutt’altro, perché oggi parleremo di carta, cellulosa (come abbiamo visto, ingrediente principale del fulmicotone) e di una splendida e antica sughera centenaria che ha la particolarità di ospitare una piccola statua, illuminata anche di notte, della Vergine della Rivelazione. Ma andiamo con ordine. Come avete letto nel testo in corsivo sopra riportato, molti non sanno (o immaginano) che l’uso di utilizzare gli alberi e le loro fibre presenti nel legno (la lignina e la cellulosa) per fare la carta (i tre principali sono i Pioppi, gli Eucalipti e i Pinus radiata) è un’invenzione che risale al 1846, grazie all’apparecchio per la sfibratura messo a punto dal tedesco Heinrich Voelter. Fino ad allora per fare la carta si utilizzavano vari materiali: in Europa erano gli stracci (di lino, canapa e cotone) procacciati dagli “stracciaroli” (un lavoro onesto e ben remunerato allora) che mandavano avanti la crescente industria manifatturiera della carta ( costretta però a subire lunghi periodi di crisi durante le numerose epidemie, in particolare di peste, nelle quali si era costretti a bruciare i panni degli infettati). Prima ancora si erano utilizzati il papiro (dagli egiziani e poi dai romani che oltre al papiro utilizzavano anche la pergamena, fatta con pelle animale opportunamente trattata) e la corteccia del Gelso da carta, la Broussonetia papyrifera (L.) Vent. (in Cina) dalle fibre lunghe e resistenti opportunamente macerate e poi trattate. Agli inizi del ‘900 in Italia avere una riserva continua di materia prima per produrre la carta, ovvero la cellulosa (un polisaccaride, quindi un carboidrato – come quelli dei quali non bisogna esagerare se no il dietologo ci bacchetta – presente nella parete cellulare delle cellule vegetali) era risorsa fondamentale per mantenere stabili i prezzi dell’industria italiana dei giornali. Ed è proprio con questo scopo che il 13 giugno 1935 nasce l’Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta, un Ente che durerà anche dopo la guerra, fino al 1994, anno della sua liquidazione. La sua sede romana istituita nel 1953, il Centro di sperimentazione Agricola e Forestale di Roma (CSAF), dedicata allo studio, la divulgazione culturale e alla sperimentazione degli alberi da coltivare si trovava in località Casalotti, sulla via Boccea. Una parte di quest’area attraverso diversi passaggi (ma anche importanti battaglie ecologiche) è diventata nel 2006 “ Monumento Naturale Parco della Cellulosa”. All’interno di questo splendido monumento naturale è presente un Eucalipteto spettacolare, con Eucalipti, di diverse specie, alcuni dal tronco completamente bianco ed alti anche trenta metri (per questo sembra di essere in Australia)uno spazio che necessita di immediata valorizzazione, cura e salvaguardia. Ed è proprio nei pressi del parco che si trova l’albero al quale, come accennato in precedenza, oggi dedichiamo la nostra attenzione: una sughera, una Quercus suber L. che non ha mai subito la demaschiatura (la decortazione della corteccia con la quale si produce il sughero) dal tronco quindi molto grande e ricco di fellogeno suberoso. Un albero dalle dimensione notevoli (non le ho però misurate) più che centenario e probabilmente relitto di un’antica foresta o boschetto di sughere presenti nella zona nel passato che ha due strane particolarità. La prima è quella di trovarsi proprio in via della Cellulosa (quale nome migliore potrebbe esserci per una via che ospita un albero importante?). La trovate poco prima dell’incrocio (con semaforo) di via Boccea, in mezzo alla strada, subito dopo una rotonda con aiuola risistemata da poco. La seconda è quella di portare sul suo tronco, su un basamento fatto in legno, la piccola statua della Vergine della Rivelazione, la Madonna che apparve miracolosamente nel 1947 a Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane (dove oggi è sorto un santuario, luogo suggestivo di spiritualità e preghiera). Una piccola statua, illuminata con una luce blu anche di notte, che è stata sistemata qualche anno fa sull’albero da Alfonso Marchi, meccanico ma anche giardiniere appassionato (è lui che ha risistemato con fiori colorati l’aiuola della rotonda di fronte all’albero). Una visita alla “ Sughera solenne” di via della Cellulosa (perché santificata da un gesto nobile di devozione e amore) può aiutare a prendersi il tempo per una preghiera miracolosa e anche per incontrare (se poi si visita anche l’Eucalipteto del Parco) degli alberi veramente straordinari.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Nel giorno di  S. Valentino, la festa degli innamorati e più in generale quella dell’amore (una festa rivolta,  oltre alle coppie che si amano, anche a quei “singles” che sono  innamorati dell’amore stesso e cosa più importante della vita) pensiamo sia cosa gradita  occuparci, in questa puntata di Alberopoli  ( una rubrica dedicata agli alberi della nostra città)   di una coppia di alberi che da diversi anni (chissà quanti, questo non lo sappiamo)  vivono insieme abbracciati in una delle ville più belle di Roma:  il giardino pensile di villa Aldobrandini che si  affaccia con una balconata balaustrata proprio nella centrale via Nazionale. Di alberi innamorati, cioè di alberi che appartengono a generi diversi, piantati (o cresciuti da seme) vicini  che si ritrovano ad abbracciarsi (sia legandosi insieme nel loro apparato radicale o come nel nostro caso con un sapiente gioco di rami) a Roma ce ne sono diversi. I due di Villa Aldobrandini,  un Cocculus laurifolius DC. e una Casuarina sp. sono però tra i più singolari (li potete trovare subito dopo la scalinata sulla destra vicino alla fontanella)  perché nella  disposizione del loro abbraccio ( uno, alto robusto e slanciato, che fermo e immobile punta tutta la sua energia verso l’alto – la Casuarina – mentre l’altro- il Cocculus – dal tronco scultoreo e sinuoso che con fare amoroso  avvolge i suoi rami intorno al “corpo legnoso” del suo compagno) sembrano simulare le due azioni del maschile e femminile in atto nell’azione dell’amore. Oggi ci occuperemo di quello che (a nostro parere) sembra il partner femminile :  il Cocculus laurifolius DC.  che porta nel nome del genere,  il tipo di effusione che tutti, si spera, vorrebbero riservarsi in questa giornata dedicata all’amore, ovvero le coccole . Coccolare equivale a prendersi qualcosa di gradito, a crogiolarsi beatamente,  e deriva, pensate un po’, proprio dagli alberi. Per coccola si intende, infatti,  la bacca più o meno grossa di alcuni alberi (in particolare gli strobili del Ginepro Juniperus sp. portano questo nome. Il Juniperus oxycedrus L. per questo motivo si chiama Ginepro coccolone) ma anche forma allungata di còcco, “uovo”, quale cosa gradita a riceversi. Le coccole che troviamo nel nome del genere del Cocculus laurifolius DC.,   le dobbiamo  invece al grande botanico francese Augustin Pyramus de Candolle, che nel  1817 a Parigi nel suo “Regni Vegetabilis Systema Naturale, sive Ordines, Genera et Species Plantarum Secundum Methodi Naturalis Normas Digestarum et Descriptarum”  lo nominò in tal modo derivandolo dal termine greco kokkos che (come abbiamo visto) significa bacca. In realtà il frutto del Cocculus laurifolius  è una drupa sferoidale allungata che da verde diventa poi marrone a maturazione, il  de Candolle infatti nel nome generico dell’albero si riferì ad altre specie dello stesso genere che portano piccole e rotonde coccole (anche queste però  drupe) di colore blu nel Cocculus orbiculatis (L.) DC. e rosso nel  Cocculus carolinus (L.) DC. . Il suo nome specifico, laurifolius,  ci informa invece delle somiglianza delle sue foglie a quelle dell’Alloro, Laurus nobilis L., solo nella forma però, perché (a differenza dell’Alloro) sono lucide, dal colore verde medio brillante con riflessi di giallo e  percorse  longitudinalmente da tre evidenti nervature, una particolarità quest’ultima che ha portato i giardinieri romani, negli anni passati, a chiamare quest’albero erroneamente  Laurus trinervia o Lauro trinervino . Molto diffuso in Italia e nelle ville romane,  il Cocculus laurifolius DC.   viene nominato per la prima volta in Italia nel 1842 in “L’Orto botanico di Padova nell’anno MDCCXLII”  di  Roberto De Visiani. Nativo dell’Himalaya e del  Giappone è un albero sempreverde con crescita rapida, dalla forma della chioma arrotondata molto resistente a qualsiasi tipo di condizione edafica e alle potature, sorprendente è il suo recupero da polloni. E’ pianta dioica e porta i suoi fiori unisessuali,  piccoli di colore  bianco crema con puntini gialli che spuntano in primavera, su due alberi differenti (non sappiamo se quello di Villa Aldobrandini sia botanicamente maschio o femmina). Come tutti i Cocculus appartiene alla famiglia delle Menispermaceae che comprende 70 generi e 420 specie diverse tra le quali le piante ( a forma di liana) con le quali gli indigeni del sud America  preparavano il curaro : un veleno da freccia utilizzato per la caccia e la guerra, mortale quando penetra direttamente nel sangue, mentre innocuo per ingestione  perché degradato facilmente dai succhi gastrici. Anche nel tronco del Cocculus laurifolius DC. è presente un  alcaloide, la coclaurina che ha azione simile al curaro (quindi bisogna fare attenzione quando si intacca il tronco o se ne asportano parti). Un’ultima curiosità riguarda il nome della famiglia botanica delle Menispermacee che prende il nome da  una pianta, il Menispermum sp.,  che Linneo derivò da “mene” luna e  sperma “seme   per la particolarità dei suoi semi, fatti a forma di luna crescente (in inglese è chiamata  Moonseed). Allora: coccole, abbracci e semi a forma di luna crescente ( come la piccola luna falcata che stanotte vedrete bassa e sdraiata all’orizzonte)  non vi sembrano degli ottimi ingredienti per passare uno splendido San Valentino?

Antimo Palumbo 

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Roma da leggere Febbraio 2013

Tie a yellow ribbon round the old oak tree ” ( metti una nastro giallo intorno alla vecchia quercia) è il titolo di una canzone scritta da Irwin Levine e L.Russell Brown e portata per la prima volta al successo dal gruppo di Tony Orlando i Dawn nel 1973. La canzone vede protagonista principale un albero e racconta la storia di un ex detenuto, che noi per meglio identificarci nella storia, chiameremo Ray. Dopo tre anni di carcere, e pronto all’imminente scarcerazione, Ray scrive una lettera alla sua fidanzata (che chiameremo Anna ) per chiederle una conferma del suo amore. Ray però non potrà attendere la risposta scritta di Anna ma affiderà l’arduo responso della sua amata alla presenza o meno di un nastro giallo. Se al suo ritorno al paese lo vedrà legato intorno alla grande quercia (dove, secondo le nostre intuizioni, s’era svolta la loro storia d’amore prima del suo arresto) vorrà dire che lei lo ama ancora. Una volta libero, il ritorno nel suo paese in pullman è carico di tensione. Ray, sapendo di non potere sopportare l’eventuale rifiuto di Anna ( a quei tempi i telefonini ancora non esistevano) chiede all’autista un grande favore : giunti a destinazione, dovrà guardare al suo posto (Ray invece chiuderà gli occhi) per controllare la presenza sulla grande quercia di un nastro giallo, nel caso positivo di fermarsi e farlo scendere, in quello negativo continuare nella corsa del pullman. Sarà un lieto fine ad attenderà Ray all’apertura degli occhi che, con il brusio di tutti gli altri passeggeri oramai coinvolti nella storia, non troverà sull’albero un solo nastro ma ben cento nastri gialli. Ecco, con lo spirito di questa canzone nel cuore, dedichiamo questa puntata di Alberopoli alla scoperta di quello che potremmo chiamare l’albero dei desideri di Villa Doria Pamphilj, una mimosa dalle dimensioni modeste e dal portamento curvo che però presenta una rara particolarità : quella di avere il tronco (ma anche gran parte dei rami) ricoperto da numerosi nastri colorati. Ci chiediamo ma chi sarà stato (per quale motivo e in quanto tempo) a compiere questa operazione unica, artistica e estremamente gradevole da vedere? Non lo sappiamo , ipotizziamo però che numerose siano state le persone, e nell’arco di diversi anni, a riporre la speranza di voler vedere realizzato un loro desiderio (presumiamo d’amore) legando dei piccoli nastrini colorati a quest’ albero dalla fioritura spettacolare. Un albero dai fiori gialli e profumati, simili a piumini (delle infiorescenze a capolino riunite in piccole pannocchie e ricche di stami polliniferi) che oggi tutti conosciamo ( anche i bambini lo sanno) col nome comune di Mimosa. Importata in Europa agli inizi dell’800 dalla Tasmania, una piccola isola dal clima mite che si trova al Sud dell’Australia, l’ Acacia dealbata Link (questo è il suo nome botanico corretto) viene citata in Italia in un catalogo per la prima volta nel 1835 ma diventa popolare dopo il 1950 grazie ai suoi fiori che diventano il simbolo dell’8 Marzo e della Festa della donna. Presto partirà in tutta Roma la sua fantastica fioritura e prima che questo succeda (se come il Ray e l’Anna della canzone) vorrete veder realizzare un vostro desiderio ( e a rigor di logica dovrebbe essere la fioritura a permetterlo) avete solo pochi giorni per andare a legare il vostro nastrino colorato. Trovare la mimosa dei desideri è facile. Si trova poco prima dei terrazzamenti di piante e fiori realizzati con mattoncini di tufo e percorsi da scale sotto al casale di Giovio, sulla sinistra del sentiero in terra battuta a qualche centinaio di metri dell’ingresso di Villa Doria Pamphilj in Via Aurelia Antica 327. Anche se sarà tardi, (non lo vorrete o non ci sarà più posto) per mettere il vostro nastrino colorato, una passeggiata nella regina delle ville romane merita sempre.
Antimo Palumbo

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Roma da leggere  Gennaio 2013

Son passati quasi otto anni dalla primavera del 2005,  quando,  nel depliant illustrativo dei primi Incontri con Alberi Straordinari che iniziavo a svolgere nelle ville del verde storico di Roma,  scrivevo queste  parole : “ Non esiste poi a Roma un Centro che si occupi di diffondere la cultura degli alberi : una libreria specializzata, un luogo fisico da contattare (via telefono o e-mail) nel caso remoto che a qualcuno venisse la curiosità di conoscere come si chiama l’albero, dai bellissimi fiori bianchi che vede ogni giorno sotto casa mentre parcheggia la macchina. Non sarebbe forse ora che anche a Roma nascesse un Ufficio Albero? Un luogo d’incontro per lo sviluppo non solo tecnico ma anche letterario, storico, conoscitivo, che si sviluppi con incontri con tecnici, scrittori, giornalisti legati alla “ cultura dell’albero “? Bisognerebbe pensare ad inserire nel contenitore di ciò che definiamo Cultura anche la parola albero…perché a Roma c’è la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, ma nessuna Casa dell’Albero? “ Da allora , e per fortuna, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura dell’albero a Roma (e questo, spero in piccola parte, grazie anche al mio lavoro) però di Casa dell’Albero non ce n’è ancora oggi nessuna  traccia. Esiste però una Casa del Parco che si trova in via della Pineta Sacchetti, in un antico edificio, sviluppato  su tre piani, già di proprietà dei Torlonia e chiamato Casale del Giannotto. La Casa del Parco è una delle Biblioteche dell’ Istituzione delle Biblioteche di Roma che, grazie al lavoro di ricerca e acquisizione durato diversi anni e curato da Ennio De Risio, si è specializzata in libri che riguardano piante, alberi, giardini e giardinaggio. Un bellissimo spazio, gratuito e facilmente accessibile, da scoprire e frequentare (se già non lo state facendo). Proprio lì di fronte,  attraversando la strada, in via della Pineta Sacchetti 53, ci sta aspettando l’albero al quale dedichiamo questa puntata della nostra rubrica: un albero raro, dalla forma snella e flessuosa, che proviene dalla lontana e esotica Australia e risponde al nome di  Eucalyptus citriodora.  L’albero, che svetta in alto per quasi venti metri (ed è per questo facile da riconoscere) si trova nel giardino ricco di piante esotiche di Danilo Bitetti, botanico e paesaggista, del quale torneremo a parlare presto su queste pagine, ed è cresciuto da una piccola piantina messa a dimora nel 1995. L ‘Eucalyptus citriodora Hook. ( o Corymbia citriodora [Hook.] K.D. Hill & L.A.S.Johnson  come dovrebbe ora  chiamarsi secondo la nuova classificazione in vigore dal 1995 ) è un albero che , come la maggior parte degli Eucalipti,  proviene dall’Australia,  in particolare dalla regione dal clima temperato e tropicale del nord-est. Può crescere fino a 35 metri di altezza e si caratterizza per la corteccia liscia, che compone il suo tronco per tutta l’altezza dell’albero, dal colore bianco pallido che, in maturità, produce leggere screziature marezzate, che aumentano anno dopo anno, e la sua  chioma composta da foglie strette intrise di un forte odore di limone, dalle quali si estrae un olio essenziale (usato nell’industria alimentare e oggi prodotto principalmente  in Brasile e in Cina) il cui componente principale (ben l’ 80%) è essenza di citronella. Il nome della specie, citriodora, che deriva, dal termine latino “ citriodorus  “dal sapore di limone” ci informa proprio di questa sua curiosa particolarità. Di Eucalipti che sanno di limone a Roma ce ne sono solo due (l’altro , piantato anch’esso da Danilo Bitetti, si trova nei pressi della Cassia in una strada di fronte al cinema Ciak) perché non andare a trovarli?

Antimo Palumbo

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