Alberopoli

Roma da leggere Maggio 2013

E’ con l’aiuto dell’immagine simbolica di due animali quadrupedi, un toro e un cavallo,  che ci apprestiamo nella decima puntata di Alberopoli a parlare di un albero che vive da diversi anni, nel quartiere Appio Tuscolano, a Piazza Ragusa, all’interno del piccolo giardino pubblico quadrato (quest’anno oggetto di un piano di riqualificazione da parte del Servizio Giardini) circondato dalla strada carrabile e da alti palazzi, costruiti intorno agli anni Trenta, confinanti con l’ingresso monumentale di un deposito ferrotranviario. L’albero,  un Platanus x acerifolia (Aiton) Willd., si trova in prossimità della recinzione rialzata rotonda (che ospita uno scivolo, delle altalene e delle panchine di marmo) proprio al centro della Piazza. Aguzzando bene la vista sotto la  chioma dell’ albero, un  Platano ibrido,  che si confonde con gli altri Platani che circondano i marciapiedi della Piazza, possiamo notare una bassa roccia di tufo marrone sulla quale si trova una targa in bronzo abbastanza consumata che porta questa  scritta : ”A Tashunka Witko, capo valoroso e guerriero degli Oglala Sioux che combatte’ per la liberta’ e la cultura del suo popolo, l’Assessore all’ambiente del comune di Roma e il Comitato di difesa ”Leonard Peltier” dedicano questo fratello albero a memoria dei milioni di indiani americani sterminati a partire del 12 ottobre 1492”. Una scritta che si riferisce proprio al Platano soprastante, quel “fratello albero” dedicato a Tashunka Witko, il capo indiano passato alla storia con il nome di Cavallo Pazzo, (in inglese Crazy Horse).

Cavallo Pazzo, ma chi era costui? Cercherò di sintetizzarne brevemente la storia. Le Black Hills sono una catena montuosa (che si trova nello stato del South Dakota) considerata sacra dagli indiani d’America  perché luogo “abitato dagli spiriti”. Disgrazia vuole però per l’antica cultura indigena americana che, in questo vasto territorio vergine popolato da alberi grandi e antichi, gli avidi coloni americani, in seguito a esplorazioni,  ben presto scoprono che vi si trovano grandi quantità di oro. Per questo che, prima con le buone (i coloni propongono agli Indiani l’acquisto di quelle terre, una richiesta insensata per il saggio Toro Seduto perché “ non si può vendere la terra sulla quale si cammina” ) e poi con le cattive (inviando una pattuglia di soldati , il Settimo Cavalleggeri comandato dal Generale George Armstrong Custer) che i coloni americani cercano di impossessarsi di quei territori. Dopo diversi scontri tra i due schieramenti (quello dell’esercito americano e quello degli indiani) Cavallo Pazzo, giovane capo tribù degli Oglala Sioux, il 25 Giugno 1876  passa alla storia poiché, nella battaglia di  Little Big Horn, insieme ad un gruppo di circa duemila indiani ribelli, accerchia e sconfigge Custer e i suoi 225 soldati uccidendoli tutti e riportando la più grande vittoria indiana contro l’esercito americano. Valoroso condottiero quindi, ma anche saggio capo, Cavallo Pazzo per il bene del suo popolo comprende infatti successivamente il valore della trattativa iniziando a collaborare con i più forti  e organizzati coloni americani e muore il 5 settembre del 1877,  mentre, trattenuto  da Big Little Man un uomo della sua gente, viene colpito al fianco da un colpo di baionetta  sferrato da un soldato americano.

Il Platano di Piazza Ragusa, già grande all’epoca quindi , (non sappiamo perché sia stato scelto quest’albero e questa piazza) viene dedicato a Cavallo Pazzo dall’Assessore capitolino alle politiche ambientali Loredana De Petris e da Edda Scozza, presidente del Comitato di difesa ”Leonard Peltier’ in una cerimonia ufficiale avvenuta il 28 Novembre del 1996, con la partecipazione di delegazioni di indiani d’America. Da allora sembra, però, che pochi (anche i frequentatori della piazza) sappiano dell’esistenza di questa dedica arborea. Scopo di questo nostro articolo è quello di riprenderne e rinvigorirne la memoria. Spendiamo ancora alcune parole sul Platanus x acerifolia o  Platano ibrido, un albero dal tronco forte e robusto, facile da riconoscere per la sua  scorza a placche che tende, staccandosi, a creare disegni circolari originali e le  foglie palmate dalle quali deriva appunto il suo nome generico (dal termine greco  Platys “ piatto”  simile al palmo di una mano aperta) e anche quello specifico acerifolia ( foglie simili a quelle dell’Acero). Portatore di fiori a capolino e frutticini achenosi che a maturazioni liberano semi per tutta la città, guidati da volatili pappi setosi, il Platano ibrido, chiamato anche London Plane (ve ne lascio indovinare il motivo) caratterizza la storia delle alberate romane poiché viene introdotto in massa alla fine dell’Ottocento a Roma dai Piemontesi subito dopo che Roma diventa capitale diventando  un po’ alla volta l’albero più diffuso (oggi il primato è stato preso da altre specie come il Ligustro). E se il Platano di Piazza Ragusa è stato dedicato a un Cavallo, anche se nel nome simbolico, concludiamo riferendoci all’altro quadrupede con il quale abbiamo iniziato l’articolo (legato simbolicamente anch’esso  al nostro Platano) quel toro nel quale non esitò a trasformarsi Zeus per sedurre la giovane e bellissima Europa, (proprio la stessa che ha dato il nome al nostro Vecchio Continente del quale oggi facciamo parte anche economicamente) e con la quale dopo essersi ulteriormente trasformato in aquila si unì in amplesso proprio sotto la chioma ombrosa di un Platano (di un’altra specie Platanus orientalis L.) a Creta e sulla spiaggia di Gortyna.

Antimo Palumbo

Alberopoli

Roma da leggere Aprile 2013

“ Quanto sei bella Roma, quanto sei bella Roma a primavera, er Tevere te serve,  er Tevere te serve da cintura, San Pietro e er Campidojo da lettiera…” L’avete riconosciuto? E’ l’incipit della canzone romana “ Quanto sei bella Roma”  di  De Torres, Bonagura, Bixio , portata al successo nel 1959 nel film omonimo dal “reuccio de Roma ” Claudio Villa. Una citazione musicale che ci aiuta a sottolineare il tanto atteso arrivo della primavera romana.

Diversi sono i segni che ci permettono di essere sicuri nella nostra affermazione ( segni  che con la loro ciclicità rendono ogni anno in questo periodo bella, come appunto dice la canzone, la nostra città). Tra questi troviamo:  l’arrivo delle prime rondini ( o più precisamente rondoni) con i loro richiami garruli; un’aria tersa e frizzantina con un cielo azzurro macchiato da nuvole bianche screziate e allungate; le macchie di color rosa-purpureo  degli alberi di Giuda in fiore. Ed è proprio a questo albero il Cercis siliquastrum L . (chiamato comunemente albero di Giuda o Siliquastro) in questi giorni  al massimo della sua spettacolare fioritura che dedichiamo questa puntata di Alberopoli. Concentriamo la nostra attenzione in particolare sullo splendido esemplare  che si trova in via San Gregorio al Celio poco prima (venendo dal Circo Massimo) del portale d’ingresso monumentale del Palatino (un portale, smontato e rimontato nel luogo odierno, che si trovava precedentemente accanto alla via sacra nel Foro Romano e dava accesso agli antichi Horti Farnesiani). Per il suo portamento tortuoso e prostrato e la bellezza della sua fioritura carica e ricca, il Cercis siliquastrum L. del Palatino è sicuramente tra gli alberi più belli di Roma. Per toccarlo e vederlo da vicino bisogna entrare nel Palatino, ma si vede e si può fotografare benissimo anche dall’esterno sostando sul marciapiede accanto alla cancellata di ferro che lo divide dalla strada. Non conosciamo la sua età e quando sia stato piantato, ipotizziamo però (vista l’enorme  mole del suo tronco) sia successo molti anni fa (anche più di cento).

Il Cercis siliquastrum L. ha crescita moderatamente lenta, ama il sole e i terreni rocciosi e calcarei ( per questo si comporta come pianta pioniera) due ingredienti quest’ultimi che probabilmente hanno influenzato il portamento dell’esemplare del Palatino che, proprio perché ha trovato al di sotto del suo apparato radicale un materiale roccioso (resti di antiche costruzioni), è cresciuto in larghezza piuttosto che in altezza. Considerato una volta originario dell’Asia minore (oggi invece si pensa invece sia  autoctono) il Cercis siliquastrum L. appartiene alla famiglia delle Caesalpiniaceae, è  presente in tutta l’area mediterranea, dai Balcani all’Asia Minore e non cresce a quote superiori ai trecento metri. La leggenda vuole che quest’albero sia quello dove Giuda l’Iscariota si sarebbe impiccato dopo aver venduto Cristo per trenta denari, in realtà deve il suo nome comune a uno scarto di vocale che riguarda il suo areale di origine : la Giudea. Uno scarto di vocale  (tolta una “e” è così diventato di Giuda) facilitato dalle caratteristiche dei fiori dell’albero che secondo le diverse interpretazioni: sono color sangue, e rappresentano le lacrime di Cristo; da bianchi sono diventati rosa porpora per la vergogna di Giuda; fioriscono all’improvviso e quindi tradiscono come il suo eponimo; sono la ricompensa data all’albero dal Signore per aver dovuto sopportare questo gesto “inevitabile. Dobbiamo il nome del suo genere, Cercis,  a Linneo che lo riprese, dal termine greco kerkis (nave) poi trasferito in latino col significato di  ago, spola, per indicare la forma del suo frutto, un baccello membranoso piatto di 10-15 centimetri,  prima violaceo e poi bruno-rossastro a maturazione  che  persiste a lungo sulla pianta dopo la caduta delle foglie. Un frutto che sembrerebbe una siliqua mentre, come invece ci informa il nome della specie, non lo è (per questo siliquastrum). Una siliqua, infatti, si differenzia rispetto a un baccello per una diversa apertura al momento della deiscenza per il setto persistente membranoso detto replo sul quale  sono inseriti i suoi  semi.

Il Cercis siliquastrum L. veniva spesso usato in passato nelle alberate stradali per la bellezza della sua fioritura primaverile e per la capacità di sopportare molto bene l’inquinamento atmosferico. Ultimamente viene usato di meno per la tendenza del suo tronco (dalla corteccia nerastra, molto rugosa e con screpolature),  ad attorcigliarsi e per il fatto che le radici, profonde e diffuse, spesso reagiscono alla carenza di ossigeno del terreno andando  in superficie ad alterare i marciapiedi. I suoi fiori , bellissimi, dal colore roseo porporino, sbocciano prima delle foglie, sono ermafroditi (portati su glomeruli di 3 o 6 elementi dotati di peduncolo riuniti in corti racemi) e talvolta sbucano  direttamente sui rami (caratteristica che in botanica viene definita caulifloria). Si possono mangiare (magari non quelli di città per l’inquinamento da piombo) aggiungendoli all’insalata o friggendoli in padella o  anche conservare in salamoia o sottoaceto come i capperi. Le foglie  a inserzione alterna, sono a contorno subcircolare con base cuoriforme,verdi e scure nella pagina superiore chiare e glabre in quella inferiore e per questo facili da riconoscere. Proprio per la loro forma  cuoriforme  delle sue foglie il Cercis siliquastrum  in Spagna, è chiamato l’albero dell’Amore “El àrbol de l’amor” e  una leggenda spagnola vuole che baciarsi sotto i suoi rami in fiore porti fortuna in amore, e non è forse Roma il contrario di amor?

Antimo Palumbo

Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Venerdì 29 Marzo 2013 gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su Roma per assistere alla sacra Via Crucis che papa Francesco celebrerà, per la sua prima volta, nella zona che va dal  Colosseo al Tempio di Venere. Una tradizione storica che risale ai tempi di papa Benedetto XIV Lambertini e alle predicazioni (con la presenza di folle oceaniche) del frate francescano Leonardo da Porto Maurizio. Fu, infatti,  grazie alle predicazioni spettacolari del frate (nella prima edizione  della Via Crucis al Colosseo scese a piedi nudi in processione con i suoi confratelli dal convento di San Bonaventura sul Palatino), poi proclamato santo da papa Pio IX, che Benedetto XIV, nell’Anno Santo del 1750, decise di erigere all’interno del Colosseo (per l’occasione consacrato alla passione di Cristo e al ricordo dei martiri) la sacra Via Crucis “capo e matrice di ogni Via crucis del mondo”, con quattordici cappelle indicanti le stazioni (disposte lungo gli spalti) e una grande croce innalzata al centro dell’arena. Cappelle e  croce che  furono rimosse nel 1874 (ma la croce venne ripristinata nel 1925), mentre la Via Crucis al Colosseo fu ripresa durante il pontificato di Paolo VI.

Partendo da questo evento di dimensioni internazionali ci piace concentrare oggi la nostra attenzione, in questo viaggio tra gli alberi della Capitale, su un arbusto ( può crescere però come piccolo albero anche fino a 7 metri di altezza) che si trova proprio di fronte al Colosseo ( a qualche centinaio di metri dal luogo dove si svolgerà la Via Crucis) e caratterizzato da rami contorti e tortuosi ricoperti di spine, verdi, grandi e pungenti lunghe anche più di cinque centimetri (come quelle utilizzate per realizzare la corona di Cristo , che però fu intrecciata, diverse sono le leggende a proposito, con i rami di altri alberi o arbusti, solitamente quelli con la dizione spina-christi) che in questi  giorni ci sta deliziando con l’apertura  dei suoi fiori bianchi e leggermente profumati: il  Poncirus trifoliata (L.) Raf. (che oggi più correttamente dovrebbe chiamarsi con il primo nome messo da Linneo, ovvero Citrus trifoliata L.)  chiamato nel linguaggio comune Pònciro ( con l’accento sulla prima o) o Arancio trifogliato. Per trovare i cinque esemplari di Arancio trifogliato in fiore dovete recarvi all’ingresso principale del Parco del Colle Oppio. Guardando il Colosseo, seguite il marciapiede della strada leggermente in salita che si chiama  via Nicola Salvi. Costeggiate la cancellata di ferro, fino ad arrivare a delle scalette in mattoncini che portano all’interno del parco, percorretele e sulla vostra destra incontrerete i Pònciri in fiore. Piantati successivamente alla sistemazione del Parco, realizzata nel 1928-32 dall’architetto Raffaele De Vico, (non sappiamo esattamente in che anno) li potrete riconoscere immediatamente dalla macchia di colore bianco fatta da candide corolle in risalto su uno sfondo verde brillante, composto invece dai rami e dalle prime foglie che iniziano a fare la loro comparsa (dopo i fiori), foglie alterne che (come ci indica il nome della specie) sono trifoliate, ovvero composte da tre foglioline. Originario delle province cinesi del nord, vicino all’Himalaya,  e dalla Corea,  il Poncirus trifoliata (L.) Raf., conosciuto in inglese come Chinese Bitter Orange o Hardy Orange, appartiene alla Famiglia delle Rutaceae , la stessa di tutti gli agrumi, e si differenzia da questi ultimi per essere l’unico agrume spogliante (anche se i suoi rami verdi e spinosi d’inverno lo fanno sembrare un sempreverde) e per suoi fiori dai petali bianchi ( e stami rosa) leggermente più grandi degli altri agrumi e dall’odore meno intenso. Per le sue doti di grande resistenza alle basse temperature (anche -20° sotto lo zero) viene utilizzato come portainnesto rustico (ma anche con fini nanizzanti) per diversi agrumi e agrumi ibridi. Incrociato con l’Arancio dolce Citrus sinensis Osbeck ha prodotto il Citrange e con il Pompelmo Citrus paradisi Macfad. il Citrumelo. Particolari  sono i suoi frutti,  piccoli e con la buccia leggermente pelosa, verdi per un lungo periodo dell’anno ma poi gialli a maturazione. Frutti che hanno poca polpa e sono pieni  di semi, per questo non sono edibili, ma vengono utilizzati per la preparazione (prevalentemente con la buccia) di marmellate e liquori e spezie. Il Poncirus trifoliata (L.) Raf. già conosciuto da Linneo (che nella seconda edizione del suo Species Plantarum del 1763 l’aveva chiamato Citrus trifoliata L.) e attraverso una modifica avvenuta nel 1829 nel nome della specie dal botanico francese René Louiche Desfontaines (che invece l’aveva chiamato Citrus triptera Desf.) deve il suo nome attuale al botanico americano Constantine Samuel Rafinesque-Schmaltz che 1838 nel suo “Sylva Telluriana. Mantis Synopt. New genera and species of trees and shrubs of North America” comprendendo che si trattava di un genere diverso ne spostò il nome da Citrus a Poncirus facendolo derivare dal termine francese poncire una contrazione di “ pomme de Syrie”  o  “ pomme de cire”.  Nonostante il suo libro fosse dedicato agli alberi e arbusti americani (e William Prince nel suo Catalogo di Piante americane del 1823 l’avesse già nominato) ci piace pensare che Rafinesque  abbia incontrato per la prima volta il Poncirus trifoliata e avuto la possibilità di studiarlo da vicino  in qualche giardino verde e assolato di Palermo, città nella quale visse, dal 1805 a 1815,  i momenti più caldi della sua gioventù, densi , come il Pònciro, di  fiori e spine.

Antimo Palumbo

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Racconto breve distribuito gratuitamente ai partecipanti  della “Festa dell’albero” organizzata a Roma al Parco del Pineto Domenica 20 Novembre 2016.

1.

Per tutti questi anni i miei occhi hanno contemplato le scene mutevoli dell’autunno. Ho parlato a sufficienza del chiaro di luna. Non mi domandate più niente. Prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“. Poche parole e sagge, tratte dal poema di Ryo Nan, parole che hanno accompagnato la veglia funebre della grande scrittrice Marguerite Yourcenar. Prestate attenzione alle voci dei pini questo è il consiglio che ci viene impartito dalla religiosa buddista del secolo scorso e noi lo facciamo. E chissà com’era la voce di disperazione e addio del pino che ieri è caduto a Roma in Piazza Trento spazzato via dal vento impetuoso di un temporale. Un Pino, un albero fascista, fascista perché preferito nella retorica di propaganda mussoliniana agli altri alberi per le sue origini romane, lui stesso Benito Mussolini  piantò all’E.U.R. il primo pino, pino propiziatore. Pini che nel 1932 furono messi a dimora  nella via dei fasti romani, quella che una volta chiamata via dell’Impero fu poi ribattezzata Via dei Fori imperiali, la via della parata militare del 2 Giugno che ha visto passare sfilate e plotoni di centinaia di migliaia di soldati , mezzi di guerra, missili, obici, crocerossine,  dagli anni trenta ad oggi. Soldati e mezzi bellici che dall’alto delle loro chiome sempreverdi i diversi pini presenti nella via hanno sempre guardato con aria schifiltosa perché il pino come tutti gli alberi va contro la guerra, un albero infatti come ci ricorda il poema di Ryo Nan  è un grande contenitore di energia pacifica, ombra, silenzio. Ma cos’ è un albero ? Un albero è un essere vegetale fatto, come noi,  di cellule viventi e respiranti che si differenziano dalla cellule animali per essere rivestite da parete cellulare composta da lignina e cellulosa che gli conferisce resistenza elasticità e forza nonché durata nel tempo e, per questo motivo, un albero continua, a differenza di noi  umani, a vivere come legno anche una volta morto. L’albero quindi è un essere vegetale, e potremmo definirla una pianta superiore, visto che grazie al suo tronco composto da un corpo che noi da secoli abbiamo sempre chiamato legno riesce ad elevarsi anche a centinaia di metri di altezza, come la Sequoia o l’Eucalipto. E il legno del pino , ma anche le sue foglie modificate degli aghi portati a ciuffi di due, sono ricche di resina,  un liquido denso e incolore che scorre in appositi canali, chiamati canali resiniferi, canali paragonabili a dei cappotti, o meglio a dei piumoni, che permettono a questo albero di sopravvivere alla rigidità dell’inverno. E’ un albero antico il pino, antico per la cultura romana e poi quella italiana. La leggenda vuole che sia stato importato dagli antichi romani dal medio oriente per realizzare con il suo legno le loro  navi e con la sua resina trasformata e cotta in nera pece la calafatura con la quale impermeabilizzavano il  legno in modo che potesse  rimanere in acqua salata senza marcire o subire l’attacco delle teredini per anni. Anche se ricerche effettuate da paleontologi su pollini fossili dicono che in alcune aree del mediterraneo come la Pineta del Tombolo il pino era già presente come specie naturale.  E’ un albero il pino, in particolare nella specie Pinus pinea,  si dice pìnea con l’accento sulla i,  che caratterizza da sempre la storia della città eterna: Roma. Una città eterna  perché si pensa che dopo essere stata fondata da Romolo sulla cima del Palatino nel lontano 21 Aprile del 753 a.C.  continuerà a vivere in eterno sfoggiando giorno dopo giorno scorci ineguagliabili di bellezza e storia, scorci che senza la shilouette dei tronchi a placche , placche verticali rosso marroni ,  e delle chiome globose e sempreverdi dei pini non avrebbe senso e lo stesso effetto. E sono proprio le placche nella quali la sua rude e liscia corteccia si sfalda , le sue placche verticali rosso e marroni  che lo differenziano insieme al portamento dei rami assurgenti, cioè portati a gomito, dall’altro pino con il quale si confonde il Pinus pinaster o pinastro quello che tutti chiamano pino marittimo che invece porta rami orizzontali e con placche quadrate. Pino  marittimo che deve il suo nome comune  al fatto che avendo questo portamento orizzontale delle sue branche di rami, il vento ci passa in mezzo la chioma si fa attraversare e quindi riesce a vivere vicino alle dune sabbiose battute dai venti marini. Il pino romano invece, chiamato anche pino ad ombrella per la forma ad ombrello della sua chioma verde e a globo oppone una maggiore resistenza al vento e piuttosto che farlo passare attraverso i suoi rami lo fa scivolare attorno alla sua chioma che compatta resiste come se fosse un cono gelato. Un cono gelato verde che svetta nell’alto del cielo azzurro provocando emozioni e bellezza. La tecnica di resistenza all’azione dei venti sono legate alle tecniche di sopravvivenza che caratterizzano il destino di un albero, un destino che si basa su due principi essenziali, il primo:  l’albero è un’insieme di corpi di menti di braccia, un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme mentre un uomo è un solo individuo. Per comprendere meglio quello che sto dicendo uso un’immagine storica. Maximilien de Robespierre smise di pensare ed elaborare pensieri ed immagini così come il suo cuore smise di pompare sangue per nutrire il suo corpo quella mattina del 1794 quando la sua testa (già sufficientemente massacrata da un colpo di pistola che gli aveva fracassato la mascella) si trovò a fare i conti con le lame taglienti della ghigliottina che in un attimo gli staccarono la testa. E ad un uomo quando gli si stacca la testa non esiste più nelle sue funzioni vitali : noi diciamo che è morto. Mentre a un albero quando si taglia o gli staccano i rami o gli si taglia di netto il tronco (un operazione chiamata capitozzatura che negli ultimi anni anche dalla autorevole società italiana di arboricultura viene aspramente condannata) lui può continuare a vivere. Non però per il pino  e lo vedremo tra poco che  infatti se tagliato nel tronco come l’odiato Robespierre non ricaccia e muore per sempre. E un albero a differenza di un politico francese, italiano o perché no portoghese non è portatore di ideologia odio, e terrore ma portatore di ombra bellezza e ossigeno.

2.

Eccoci di nuovo. Parlavamo del destino di un albero e della sua capacità di sopravvivere all’azione delle condizioni ambientali e meteorologiche avverse. Se il primo principio essenziale dice che un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme, il secondo ci informa che, ed è cosa apparentemente ovvia, che l’albero affronta il suo destino rimanendo fermo. Un albero non si muove mai. Un albero a differenza di quello che dice  Gesù nel Vangelo di Marco non cammina (si tratta però in questo caso di una parabola metaforica). Gli alberi non camminano, rimangono fermi e nonostante a qualche umano sia venuta in mente l’idea di costruire una specie di macchina-cavatappi che prima solleva gli alberi, poi  li ricarica su un camion e poi li ripianta (un’operazione che viene chiamata trapianto di grandi alberi) quando questo succede le possibilità che un albero possa di nuovo attecchire sono veramente poche. Perché? Semplice, perché gli alberi sono tutti esseri che vivono con la testa all’ingiù, anche il pino nonostante sembrerebbe che il centro del suo essere possa essere la sua grande chioma verde addobbata come un albero di Natale naturale con piccole, splendide e dal disegno  geometrico pigne. Pigna o pina il cui nome botanico corretto è strobilo. Una magica costruzione della natura fatta di scaglie che proteggono nudi semi, dal disegno a spirale al quale si è ispirato Michelangelo per la realizzazione del piazzale del Campidoglio a Roma, nel quale possiamo leggere le semplici legge dell’accrescimento della natura, una legge studiata dal nostro Leonardo Fibonacci e chiamata anche la legge della sezione aurea,  quel 0,618 che si ripete caratterizzando le proporzioni di una conchiglia, di un tempio greco e perché no anche della crescita della chierica dei nostri capelli. Un albero quindi vive con la testa all’ingiù e con un sistema neurosensoriale, presente nel suo apparato radicale che gli permette di sondare il terreno e andarsi a prendere acqua e nutrienti salini necessari per la sua crescita  ma anche di capire che  cosa si trova nel terreno, se ci sono veleni se ci sono attacchi di funghi (in quest’ultimo caso si stabiliscono alleanze produttive che vengono chiamate micorizze) o entrare in contatto con altri alberi e attraverso un doppio processo che scientificamente viene chiamato allelopatia e allelobiosi stabilire alleanze positive o negative con gli esseri  vicini che abitano e vivono nello stesso terreno.

3.

Abbiamo visto i due principi essenziali che riguardano la vita di un albero. Vediamo ora le fasi  quattro che riguardano la sua vita. La prima. Da semplice seme , nel caso nel Pinus pinea un pinolo , un indurimento legnoso avvolge il seme, quel seme molto apprezzato nella cucina italiana, sia nei dolci che nel pesto, non ci sarebbe pesto genovese senza pinoli. Un seme che ha caratterizzato la storia della nostra Italia, in particolare in Toscana, producendo lavoro ed economia nella sua raccolta e poi pulizia e vendita, e che il suo nome comune pinocchio  ha poi  portato al titolo del più grande romanzo per bambini di sempre Pinocchio di Carlo Collodi, un barattino di legno il cui naso diventa lungo proprio come l’endocarpo (così si chiama il rivestimento legnoso) del pinolo. La seconda una volta che il seme passa la fase di dormienza e attecchisce in terra si creano le prime radici che vanno ad esplorare il terreno e scoprono chi saranno nei prossimi anni i suoi alleati e nemici e allo stesso tempo mette le prime foglioline e inizia a creare e a metabolizzare energia attraverso la fotosintesi clorofilliana, il meccanismo magico delle piante che ha permesso la vita sulla Terra, grazie al quale l’energia del sole viene trasformata in zuccheri. L’anidride carbonica presente nell’atmosfera viene catturata e grazie al suo scarto prezioso ovvero l’ossigeno è possibile vivere in questo pianeta (l’unico con una vita nel pianeta solare) che noi abbiamo chiamato Terra. Repetita iuvant : senza piante  e senza alberi la vita sulla Terra sarebbe impossibile. Eccoci quindi a parlare della terza fase. Una volta ben radicato e con le foglioline che iniziano a moltiplicarsi inizia la crescita dell’albero. Il tronco cresce e l’albero inizia ad andare verso l’alto per catturare la luce, (nella competizione tra gli alberi, magari in una jungla, vince che prende la luce del sole) le foglie si distendono, nel caso di pino foglie modificate degli aghi che permettono così all’albero di resistere nella sua crescita ai due principali nemici : il freddo (un pino può resistere anche a meno 30 gradi sotto lo zero) e il caldo che visto che le foglie traspirano acqua e vapore ( è questo un processo che si chiama evapotraspirazione che fa sì che luoghi dove ci siano più alberi ci sia anche più acqua e vapore, un fenomeno  questo spesso invisibile a più che spiega perché d’estate gli alberi siano fondamentali a ridurre le alte temperature e le isole di calore nelle grandi città) e che un clima particolarmente arido potrebbe portare attraverso la disidratazione alla morte dell’albero. Una volta che l’albero diventa stabilità attraverso un tronco che lo porta ad andare verso l’altro ma allo stesso tempo a crescere in larghezza producendo legno e un apparato radicale che scambia informazioni e si nutre con un terreno vivo, iniziamo a parlare della quarta parte che riguarda le fasi della vita di un albero, quella che riguarda la maturità  e nella quale l’albero deve far i conti con la sua riproduzione. Il pino, albero considerato da Plinio il vecchio  albero perfetto perché una volta entrato nella sua fase di produzione non smette più di produrre pigne, ci mette  tre anni per produrre una pigna, un processo nel quale grazie ai semi prodotti dalle pigne l’albero potrà continuare a vivere nelle generazioni future, un processo lo stesso che noi umani compiamo da sempre con i figli e più se ne fanno,  Santa Caterina da Siena era la ventiquattresima figlia,  e maggiori saranno le percentuali di sopravvivere della nostra specie. La quinte e ultima fase è invece quella della  senescenza , una fase che nel caso del pino può durare anche qualche secolo, un Pinus pinea può infatti  vivere anche fino a 200 anni. . E’ nella fase di senescenza che  avvengono gli schianti,  la carie, gli attacchi dei funghi, gli eventi atmosferici  venti, tempeste fulmini , l’uomo con la sua motosega. E questi eventi  possono, da soli o in sinergia innestando delle concause, uccidere l’albero e riconsegnarlo alla terra alla nella quale riporta  la  sua componente chimica principale : l’azoto, senza il quale non ci sarebbe vita sulla terra. L’azoto, la benzina delle piante, il costituente fondamentale delle molecole organiche presente nel 78% dell’atmosfera terrestre. Prima però grazie ai numerosi semi prodotti l’albero sarà già riuscito a riprodursi e a mandare avanti la sua specie.

4.

Vi ricordate : “prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“? Le parole della saggia Ryo Nan. Il pino e la sua voce.  Pinus pinea, pino da pinoli, pino italico questi i suoi nomi comuni.  Abbiamo visto come funziona un albero e quali sono le sue fasi, cerchiamo ora di scoprire qualcosa di più sul pino. Il Pino è una gimnosperma (Gimno come ginnastica ovvero derivato dal greco gymnos nudo, i ginnasti si chiamano così perché nel passato gareggiavano nudi, ma anche come non ricordare la mitica Gymnopedie di Erik Satie,  ve lo ricordate vero?) perché i suoi semi non sono avvolti da un frutto ma rimangono nudi avvolti da scaglie. Il pinolo non è infatti un frutto ma un seme nudo rivestito da un rivestimento legnoso. Come tutte le gymnosperme il pino è un albero che nella storia dell’evoluzione delle piante, dalle alghe acquatiche fino alle più sofisticate orchidee,  si trova in una fase abbastanza primitiva. I suoi meccanismi di crescita, resistenza agli adattamenti dell’ambiente e riproduzione sono relativamente più semplici rispetto agli altri alberi.  E quindi anche se un albero è sempre un insieme di esseri, ve lo ricordate?  Un pino non ha  e non produce  nel suo tronco gemme avventizie o latenti. Cos’è una gemma latente? E’ quel nodo importante pieno zeppo di cellule meristematiche, cellule simili alle nostre cellule staminali, che possono produrre in caso di necessità, quando un animale lo mangia o quando un uomo lo taglia per esempio, nuove cellule e nuova crescita. Un Pino quindi quando viene tagliato nel tronco non ha possibilità di rinascere ed è morto per sempre. Una specificità questa che conoscono bene i forestali che differenziano le foreste (la maggior parte delle quali in Italia sono artificiali ovvero create dall’uomo per produrre legno) in due tipi:  le fustaie quelle create appunto con pini, che si tagliano a scadenza di anni ;  e i cedui creati con alberi (faggi, querce, carpini e tanti altri) che sono dotati delle cosiddette proprietà pollonifere ovvero ricacciano con getti prodotti da gemme latenti alla base. Il pino è quindi un albero antico, dal seme nudo che non ricaccia una volta che viene tagliato e tantomeno riparte con nuovi getti, i polloni, una volta caduto.

5.

 Ma perché cade un pino, perché il pino di Piazza Trento è caduto e ancora perché ultimamente c’è una sorta di paura e odio per i pini romani ? Pini romani che hanno ispirato una sinfonia ad Ottorino Respighi in quattro movimenti che si svolge creando atmosfere suggestive, movimenti che si svolgono attraverso i pini di Roma, del Gianicolo di villa Borghese, delle catacombe dell’Appia Antica. Pini romani che ancora hanno ispirato in tempi recenti una ben gettonata  nonché semplice canzone “ Notte prima degli esami”  del cantautore romano Antonello Venditti che nel su testo dice “ come i pini di Roma la vita non li spezza”. Insomma perché cade un pino?  Diversi sono i motivi per il quale un pino può cadere un’eventualità  questa che , spesso però noi umani tendiamo a dimenticare, porta alla morte dell’albero e perché un albero, un essere vivente assetato di vita,  dovrebbe volere la sua morte? Uno dei primi motivi è senz’altro il danneggiamento dell’apparato radicale. Il motivo per il quale il pino, sacro per i Romani ad Attis e Cibele e  portato a grande rispetto e fonte di meraviglia,  si deve principalmente alla sua magica e grandiosa crescita. Il pino cresce rapidamente in pochi anni e svetta in alto verso il cielo. E’ fantastico vedere da sotto le chiome verdi di un pino italico portate da ingegneristiche strutture di rami. E’ fantastico vedere, come nel grandioso pino di via Capodistria a Roma, la sua corsa elegante verso l’equilibrio e la stabilità che punta in alto verso il cielo. E’ questa grandiosità, questo equilibrio questa armonica ricerca della grazia il segreto della sua meraviglia e della sua  bellezza che negli anni ha ispirato poeti, musicisti, pittori :  i pini sono tra gli alberi più belli del creato, lo sanno bene gli americani che vengono a Roma e rimangono conquistati dal loro fascino. Ma è sempre questa sua particolarità quella di crescere e diventare alto e svettare contro il cielo in così poco tempo che in questo nostro periodo caratterizzato dal sopravvento  dell’artificiale sul naturale hanno portato alla paura e all’odio del pino. Se un pino cade,o anche cade un suo ramo dall’alto (basta anche una semplice pigna , i pini periodicamente andrebbero spignati) produce sempre un bel botto, spesso dei danni e tutto questo spaventa . E allora perché cade un pino?  Quando si danneggia l’apparato radicale di un pino e gli si taglia una grande parte  delle sue radici (magari per dei lavori del gas come è successo a  Roma a via delle Medaglie d’oro) l’albero perde la sua stabilità  non riesce a tenere il suo precario equilibrio, e quindi spinto da forze esterne, vento o piogge abbondante che allentano  il terreno o magari la neve che ne appesantisce i suoi tronchi, l’ albero inizia a cedere e cade.

6.

A questo punto  penso sia giunto il momento di concludere :  in questi giorni sui pini di Roma si sta scatenando una battaglia mediatica.  I pini veri e proprie colonne del cielo alberi che con la loro elegante bellezza, alberi timidi (sono tra gli alberi che evitano di toccarsi tra loro, così spesso succede nelle pinete)  gli alberi che hanno ispirato i migliori paesaggi italiani e caratterizzato la cultura italiana ( il Pino di Posillipo a Napoli presente in numerose foto e illustrazioni accanto al Vesuvio, vissuto fino a 129 anni e poi abbattuto nel 1984 perché malato , ma al suo posto è stato piantato un nuovo pino; il Pino di Clelia Garibaldi che Giuseppe Garibaldi piantò nel 1867 a Caprera in occasione della nascita di  sua figlia Clelia  ed è ancora vivente o il pino solitario di Kaos sotto il quale  Luigi Pirandello volle che fossero sparse le sue ceneri  spezzato da una tromba d’aria nel 1997) stanno subendo un grave attacco nella nostra cultura. Molti pensano (in particolare amministratori poco accorti e sensibili alla conoscenza della nostra cultura) che i Pini in città debbano essere eliminati. Io non sono d’accordo e non sono il solo. Non rimane che salutarvi con questo famosa frase, tratta dai ben saggi indiani d’america, che diceva : ” gli alberi sono le colonne del cielo. Quando gli alberi saranno abbattuti, il cielo crollerà“.

E ora di tornare a casa. Pino, Pino ma dove ti sei cacciato?

Antimo Palumbo

 

HMB ENDEAVOUR sailing in the Great Australian Bight during her circumnavigation voyage of Australia, January 2012.

Verdemura Lucca. Venerdì 1 aprile ore 15.00

Castello Porta Santa Maria.

Alberature urbane: tra presente e futuro. Tavola rotonda.

Interventi di

Francesco Mati – Piante Mati Pistoia

Giacomo Lorenzini – Università di Pisa

Francesco Ferrini – Universita di Firenze

Antimo Palumbo – storico degli alberi

modera Francesca Marzotto Caotorta.

Abstract

“Se vuoi costruire una nave”, scriveva Antoine de Saint-Exupery, “non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”

Antoine de Saint-Exupéry

Così come per costruire una nave non è importante solo il lavoro ma anche creare la nostalgia del mare lontano e sconfinato così penso che per migliorare la qualità e la politica delle alberate  nella nostre città sia importante oltre al lavoro tecnico promuovere e diffondere la cultura degli alberi. La cultura induce passione, azione,  partecipazione. E solo grazie alla cultura che si possono avere (in qualsiasi campo) profondi  cambiamenti che poi durano nel tempo. Solo fino a poche decine di anni fa la situazione delle alberate in città era sicuramente migliore (basta vedere un film degli anni sessanta per rendersene conto) e questo perché non solo sulle alberate si investiva economicamente (non con appalti al ribasso ma con personale e giardinieri qualificati e gratificati ) ma perché era più radicato nelle persone il contatto e la conoscenza con le cose naturali (e tra queste la terra). Gli alberi esseri viventi fatti di cellule respiranti e intelligenti (secondo le teorie di Stefano Mancuso) sono esseri che vivono nella terra (secondo alcuni ricercatori sono i veri abitanti di questo nostro pianeta, dal nome omonimo,  visto che con le loro radici e le micorizze di funghi che li mettono in contatto abbracciano  e avvolgono il nostro pianeta). L’apparato radicale di un albero infatti,  quello che vive nella parte ipogea in maniera invisibile a noi umani,  è quello che gli permette di essere sano e vivo, non solo ma poi di poter crescere sano e liberamente. Aver demonizzato la terra (è sporca, è simbolo di imperfezione,  di morte etc…) ha fatto sì che nel tempo scelte economiche e amministrative privilegiassero spazi comuni (vie, piazze, luoghi di ritrovo) pensati e progettati senza terra. Un po’ alla volta stiamo assistendo ad una trasformazione degli spazi comuni che da spazi esterni ( naturali e fatti di terra) si stanno trasformando in via e piazze (spesso lastricati con enormi mattonelle di basalto) sempre più simili a dei grandi centri commerciali (vedi l’esempio di Piazza San Silvestro a Roma ). Solo attraverso un investimento nella promozione della cultura degli alberi (e un ritorno alla terra) si potrà pensare nel futuro a una nuova gestione delle alberate in città. Alberi esseri viventi, portatori di bellezza e fondamentali per la nostra esistenza, non solo perché ci regalano quell’ossigeno senza il quale la vita su questo pianeta non sarebbe possibile ma perché dobbiamo a loro tutto quello che oggi fa parte della nostra cultura (intesa quest’ultima in senso antropologico come involucro che ci contiene) vedi i loro “accessori” preziosi: il legno, la carta, i frutti, i fiori etc… Per ciò che riguarda le alberature urbane poi, basti fare l’esempio della capitozzatura. Da qualche anno è aumentato il numero delle persone consapevoli che la capitozzatura degli alberi è una pratica negativa però nonostante questo si continua a farlo. Si parla, si condanna, ma poi gli stessi tecnici che si occupano della gestione delle potature (per problemi legati a scelte politiche ed economiche) anche se sanno che capitozzare provoca un danno al bene comune degli alberi poi continuano a capitozzare. Usando una metafora  da “umani” sembra un po’ come se tutti sanno che la pena di morte non è certo la scelta migliore per risolvere i problemi di ordine pubblico però poi quando qualcuno viene trovato a rubare e a uccidere altre persone viene preso ( e dopo un processo rapido e sommario) viene condotto davanti a un plotone e giustiziato. Senza nessuno che protesti e paghi le conseguenza di questo atto (capitozzare un albero equivale a menomarlo,  nel tempo infatti si ammalerà e diventerà instabile e quindi poi passibile di “taglio da sicurezza”) anzi spesso con un affermativo “beh  però se l’è meritato (questo esempio non è peregrino visto che molti amministratori dopo aver capitozzato un filare di alberi ancora oggi pensano che quella sia la scelta giusta e non pensano di aver danneggiato gli alberi).  Inoltre ricordo poi che sui media nel 95% dei casi si parla degli alberi sempre più spesso quando gli alberi cadono o creano dei problemi, meno  quando si tratta di promuovere la loro cultura e le storie che li riguardano. Concludendo mi ripeto. E’ solo sviluppando la cultura degli alberi che si potranno avere nel tempo trasformazioni e risultati significativi. Si tratterà di inserire la cultura degli alberi tra le priorità della gestione politica e amministrativa di ogni città italiana, insieme  al potenziamento dei regolamenti del verde urbano (da far conoscere e poi rispettare) e al recupero della cura e della manutenzione del verde storico.

Ecco dieci punti dai quali partire per ripensare una corretta gestione delle alberate in città :

  1. Ogni città (se già non ce l’ha) deve dotarsi di un Regolamento del Verde urbano costantemente aggiornato e migliorato. A Roma e Milano, per esempio, sono stati scritti se ne è parlato a lungo, ma finora non sono ancora stati approvati. Il motivo? Semplice se c’è un regolamento poi va rispettato. Quindi meglio non averlo così posso fare quello che voglio.
  2. Migliorare e pretendere la qualifica (con corsi obbligatori) degli operatori che si occupano di potare gli alberi. Nel regolamento del verde (così come è successo in diverse città, vedi Firenze e Torino) stabilire quali sono le giuste potature e vietare la capitozzatura con sanzioni nei confronti di chi (tecnici responsabili) danneggiando un bene pubblico usa questa pratica.
  3. Investire in cultura (promuovere convegni, incontri, feste, pubblicazioni, etc..) degli alberi. Ogni volta che si mettono a dimora degli alberi coinvolgere le associazioni e i cittadini. Il principio è semplice: se si conosce, poi è anche più facile rispettare.
  4. Promuovere in ogni città una casa dell’albero. Un luogo nel quale i cittadini possono avere a disposizione: una libreria o biblioteca specializzata; una sede nel quale ospitare periodicamente incontri, corsi, convegni con tecnici o specialisti degli alberi; un database o un luogo fisico per avere un accesso gratuito alle informazioni degli alberi della propria città. Che albero è? Quando e da chi è stata fatta la VTA. Perché è stato tagliato? Etc…
  5. Mantenere continuamente attraverso una trasparenza amministrativa la comunicazione con i cittadini. Ogni cittadino deve sapere quanto è costato l’albero appena piantato, da dove proviene, quali sono i termini della garanzia, etc.. Quindi totale trasparenza degli atti sui numeri e le politiche del verde. Su questo si basa il concetto di “bilancio arboreo” presente nella legge 10/2013  il bilancio tra entrate e uscite degli alberi (quelli che c’erano, quelli tagliati e quelli che sono stati piantati) che un sindaco dovrebbe scrivere alla fine di ogni mandato. Una pratica di buona amministrativa regolata da una legge ma che spesso (non essendoci sanzioni per chi non lo fa e questo passaggio va assolutamente cambiato) non viene applicata.
  6. Riduzione ed eliminazione delle ceppaie. La riduzione e le eliminazione delle ceppaie (alberi tagliati perché malati o pericolosi che rimangono lì negli anni) sono il primo passo per far comprendere a tutti la differenza che c’è tra un albero vivo (portatore di vita e di bellezza) e un albero morto: gli alberi non sono pali.
  7. Investire nella crescita e nella cura degli alberi. Spesso gli alberi dopo il breve periodo di manutenzione garantito dai vivai vengono abbandonati a loro stessi. Nessuno si occupa di rimuovere tutori, di legno o di metallo. Investendo su personale qualificato che periodicamente si occupi di verificare e manutenere gli alberi in crescita, permette di uscire dalla logica dell’usa e getta sempre più diffusa nella gestione degli appalti del verde urbano.
  8. Recupero del Verde storico. Ogni città oltre a dotarsi del regolamento del Verde Urbano (così come è stato proposto nella città di Genova ) dovrebbe dotarsi di un regolamento del proprio Verde storico.
  9. Aumentare il numero (così come succede in molte città nel mondo da anni, vedi New York e San Francisco) delle associazioni di volontariato che dopo corsi specifici  e basandosi su appositi regolamenti (che ne stabiliscano le pertinenze e i campi di intervento) si occupino di intervenire su piccole operazioni sulla cura e la manutenzione degli alberi in città ( come il “pruning” leggero, la cura delle aiuole, la leggera potatura delle siepi, segnalazione ed intervento danneggiamenti, rimozione tutori etc…).
  10. Censimento cura e promozione culturale degli alberi monumentali della propria città. Creazione di squadre di tecnici che si occupino della gestione di questi monumenti naturali : una sorta di sopraintendenza degli alberi  monumentali. In modo che (così come quando succede un danno a un monumento non viene mandato un semplice muratore ma un archeologo) nei casi di urgenza siano loro ad operare e non semplici tagliatori di turno.

Antimo Palumbo

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Febbraio 2016

Sito di  Paola Pastacaldi

Molti stati e nazioni per promuovere la cultura dei propri alberi da diversi decenni hanno iniziato ad organizzare un Concorso nazionale nel quale dei singoli cittadini (sulla base di diverse motivazioni, estetiche, passionali, ma anche pratiche come quella di difendere un albero dal taglio come è successo quest’anno con un Pero che ha vinto il Concorso “Tree of the year” inglese) possono nominare degli alberi rappresentativi della loro regione per poter poi giungere ad eleggere l’albero dell’anno. Stati e nazioni che per ciò che riguarda la cultura degli alberi sono senz’altro più evoluti rispetto all’Italia, basti pensare che da noi nessuno ha mai sentito l’esigenza di eleggere o magari fare un referendum per eleggere un albero nazionale, come è successo in molti altri stati del mondo, riporto come esempio alcuni paesi che hanno il loro Albero nazionale : l’Australia con l’Acacia pycnantha, il Venezuela la Tabebuia chrysantha, il Cile Araucaria araucana ). Diversi sono gli stati europei che da anni organizzano questi concorsi (nel blog adeaalberi.blogspot.it che curo ne ho parlato spesso) tra gli altri ricordo l’Inghilterra con “Tree of the year” la Francia con “Elisez l’arbre de l’année” e la Spagna con“Bosques y Árboles del Año”ma c’è anche la Romania con “Arborele anului in Romania . In Italia è la prima volta che si organizza un Concorso del genere, ma siamo già alla terza edizione, la prima c’è stata nel 2013. Per farlo, in maniera totalmente gratuita (e quindi senza sponsor o finanziatori, sarebbe bello però che nei prossimi lo promuovesse il Ministero dell’Ambiente) e con un lavoro quotidiano durato lunghe settimane (un lavoro impegnativo ma allo stesso tempo appassionante e appassionato. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno 2015” è iniziato il 21 Novembre 2015 e si è concluso il 25 Febbraio 2016, è quindi durato 97 giorni più di tre mesi) è stato possibile grazie a Facebook e alla sua facilità di uso e iscrizione. Il Concorso si è infatti svolto nel gruppo Amici degli alberi (che oggi ha più di diciassettemila iscritti) di Facebook che con lo strumento “mi piace” ha dato la possibilità non solo agli iscritti al gruppo ma anche agli altri iscritti a Facebook di votare (con un solo clic) e dare la proprie preferenza per ogni singolo albero in Concorso. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” è organizzato (con la mia supervisione tecnica) dall’’Associazione Culturale Adea amici degli alberi un’associazione culturale nata a Roma nel 2007 con il fine di promuovere la cultura dell’albero e di favorire attraverso diverse iniziative : la conoscenza, l’’amore, la cura e il rispetto degli alberi e recuperarne il loro potenziale storico e spirituale. Oltre ad incontri periodici che si svolgono nei Parchi pubblici di Roma, chiamati Incontri con Alberi Straordinari, l’Associazione si è occupata negli anni passati di diverse iniziative per promuovere la cultura degli alberi tra queste l’Omaggio ai botanici napoletani al Real Orto Botanico di Napoli che quest’anno si terrà Domenica 21 Maggio 2016 e verrà dedicato a Giuseppe Catalano. La terza edizione del Concorso ha visto una grande partecipazione (in totale sono stati 84 gli iscritti al gruppo che hanno proposto ben 116 alberi dislocati nelle 18 regioni italiane, due regioni quest’anno, il Molise e la Basilicata, non hanno visto nessun albero iscritto) con appassionate votazioni (29.963 sono stati i voti totali) che hanno portato a delle finali svolte in un clima infuocato quasi da stadio (ognuna delle Regione partecipanti alle finali ha lavorato per far vincere il proprio albero) che ha portato ad eleggere nella finale di Giovedì 25 Febbraio 2016 il Noce (Juglans regia L.) di Cles proposto da Sergio Di Pietro Marinelli e che ha rappresentato la Regione Trentino Alto Adige come “Albero dell’anno 2015”. Ha vinto così un Noce albero autoctono e quindi italiano (unico Noce a partecipare al Concorso) un albero saggio e portatore di frutti ricchi e nutrienti e allo stesso tempo misteriosi, un albero magico che grazie alla forma levigata delle sue foglie che ne disegnano la chioma e l’intreccio dei suoi solidi rami spogli d’inverno riesce a darci con un silenzioso omaggio ogni giorno ossigeno e bellezza. Insieme al premio popolare “ Eleggi l’Albero dell’anno” anche quest’anno è stato assegnato il premio “Albero della Critica” che è stato vinto da due alberi ex aequo il Lentisco (Pistacia lentiscus L.) di Pula (Cagliari) proposto da Gianfranco Loi e che rappresentava la regione Sardegna e la Sughera (Quercus suber L.) siciliana di San Michele di Ganzaria (Catania) proposta da Michele Iannizzotto. La giuria quest’anno è stata composta da 9 membri: Giuseppe Barbera, professore ordinario di Arboricultura dell’Università di Palermo. Scrittore. Autore di diversi libri dedicati agli alberi; Luca Bollea, giornalista, permacultore; Margherita d’Amico, giornalista e scrittrice; Nicolò Giordano, responsabile dell’U.R.P. del Corpo Forestale dello Stato e redattore della rivista “Il Forestale”; Dino Ignani, fotografo; Stefano Mancuso, una tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale. Professore associato presso la facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Autore di diversi libri dedicati agli alberi e alle piante divenuti bestseller; Mimma Pallavicini, giornalista scrittrice esperta di giardini e storia dei giardini; Gabriella Sica, poetessa e critica letteraria ; Cinzia Toto, giornalista e redattrice della rivista Gardenia. Il Concorso “Eleggi l’albero dell’anno 2015” ha reso popolari e ancora più amati dalle persone che gli abitano accanto (sono usciti diversi articoli sui maggiori quotidiani italiani all’interno dei quali numerose sono state le dichiarazioni pubbliche a favore della promozione e conoscenza dell’albero da parte di Sindaci dei Comuni di alcuni alberi che hanno partecipato al Concorso) alberi di eccezionale portamento e bellezza e ha permesso a migliaia di persone di conoscere gratuitamente centinaia di alberi, ora accessibili (senza nessun copyright, si possono consultare e condividere liberamente) in tre album di foto ancora oggi disponibili nel gruppo nel gruppo Amici degli alberi. In ogni foto sono specificati: il nome botanico del genere, quello comune il luogo dove si trova, per poter poi andarlo a trovare, la data e l’autore dello scatto. Le foto degli alberi che hanno partecipato alla prima edizione (96 alberi) si possono vedere a questo link. Quelle che hanno partecipato alla seconda edizione (148 alberi) a questo link. Quelle invece dell’edizione di quest’anno (116 alberi) a questo link . Oltre al libero accesso a questi album ogni partecipante potrà (così come succede per un atleta che partecipa una Maratona che anche se giunge 4026esimo dopo quattro ore di gare è contento non solo perché è arrivato alla fine ma perché ha partecipato a una grande festa dello sport e sa come è arrivato in classifica e quindi nel futuro potrà migliorarsi) leggere la classifica di tutti e 116 alberi partecipanti al Concorso in un apposito file PDF disponibile e accessibile a tutti nel gruppo. In questo file PDF (lungo ben 30 pagine) oltre alle classifiche sono anche specificati gli alberi che hanno partecipato per regione e le specie di albero partecipanti (quest’anno ha vinto la quercia con ben 28 tipi di quercia proposti). Ricordo infine che il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” non è un concorso fotografico (è l’albero che vince non la foto dell’albero) e non è un Concorso diviso per serie (come il calcio serie A, serie B, serie C) quindi non è riservato esclusivamente agli alberi monumentali (le misure infatti quali altezza circonferenza etc… non vengono menzionate proprio perché non fanno parte degli argomenti del Concorso) ma con il suo spirito educativo, promozionale e festoso è dedicato alla conoscenza e alla promozione di tutti gli alberi presenti nel territorio italiano.
Come considerazioni finali rispetto alle motivazioni che mi hanno spinto a organizzare e promuovere questo Concorso penso che rispetto a qualche anno fa anche se l’atteggiamento generale nei confronti dell’ambiente sembra notevolmente contenuto se non regredito (basti pensare che nonostante l’evidenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze in Italia non esiste una significativa forza politica ecologista) penso che negli italiani l’interesse, l’amore e il rispetto per gli alberi siano (e questo grazie anche al nostro lavoro) in continuo aumento. Un aumento che servirà a far sì che si faccia pressione sugli amministratori affinché si trovano fondi e risorse per gli alberi. Significherà pensare all’interesse del nostro Pianeta. Un interesse e un lavoro che passa attraverso gli alberi, esseri viventi dotati di cellule come noi (ricordiamocelo) e maestri di silenziosa saggezza che ci dispensano ogni giorno ossigeno ombra e bellezza e da sempre cultura (e che , insieme a tutte le piante, permettono la vita sul nostro Pianeta). E se il periodo storico nel quale viviamo è senza dubbio antropocentrico bisogna lavorare per riportare in primo piano l’importanza che gli alberi rivestono (e da sempre) nella nostra cultura, una cultura antropocentrica (quella che dà più valore a un mattone del quarto secolo piuttosto che a un essere vivente e intelligente che ha quattrocento anni di vita, un evento che noi non potremo mai vivere o raggiungere) che (nonostante quello che lei – la cultura- e i suoi promotori ne pensano) senza alberi non sarebbe stata possibile. Tutto sta nel ritornare a pensare agli alberi non più come a oggetto di politica amministrativa legato esclusivamente alla sicurezza e ultima risorsa dei bilanci ma come bene culturale primario non solo per la fruizione dei cittadini che ne possono vivere i loro benefici (ombra, ossigeno, riduzione dello smog, etc ma anche come risorsa per l’industria che permetterà all’Italia di andare avanti nei prossimi anni: quella del turismo. E un turismo verde di qualità che preveda la messa a dimora di tanti alberi e si prenda cura di quelli belli e monumentali già esistenti è penso un progetto che l’Italia si debba meritare e ci si aspetta che venga al più presto realizzato.
Antimo Palumbo

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Roma Ottobre 2015

Era il Giugno del 2008 quando per la prima volta ho sentito parlare degli effetti micidiali prodotti sulle palme dalle larve del punteruolo rosso il Rynchophorus ferrugineus Olivier un coleottero che ( come ci informano i sue due nomi generico e specifico) porta una livrea color ruggine e un rostro ricurvo. Le sue larve che svernano sulla parte apicale (ma anche nello stipite) della palma nutrendosi con avidità del suo materiale vegetale, attaccando e distruggendo la gemma apicale (quella che fa crescere in altezza la palma) ne provocano (visto che la palma è una monocotiledone e ha solo crescita primaria senza gemme avventizie che possano rimpiazzare la distruzione della gemma apicale) la sua morte. Il primo attacco documentato a Roma si è svolto , proprio nel 2008, a spese di una Washingtonia filifera nel quartiere residenziale dei Villini al Pigneto. Da allora diversi sono stati gli articoli che ho scritto, le battaglie portate avanti, insieme al movimento dei Palmiers , del quale sono stato il creatore. Battaglie che hanno portato alla manifestazione nazionale (l’unica mai fatta in Italia) che si è svolta a Piazza Venezia Martedì 27 Aprile del 2010. Una manifestazione nella quale, come Palmiers, chiedevamo lo stato di emergenza nazionale per un epidemia “virale” partita dalla Sicilia e salita, lasciandosi alle spalle desolanti immagini di palme morte con foglie adaggiate e secche, un po’ alla volta verso il centro e poi il nord italia e la costa ligure (coste occidentali e lungomari tirrenici e coste orientali e lungomari adriatici compresi). Oltre allo stato di emergenza nazionale chiedevamo un intervento economico da parte dello Stato, un intervento economico per creare luoghi di raccolta per la distruzione (grazie a macchine speciali che triturano le parti della palma tagliata) delle palme infette e per aiutare i proprietari di palme ad affrontare questo loro piccolo dramma. Il proprietario di una palma , infatti, oltre a subire la morte della sua amata palma (spesso avuta in eredità familiare e con un età in certi casi superiore ai cento anni) subisce la beffa di doversi occupare (senza che lui sia responsabile) della rimozione delle sue parti infette , fatta a norma da ditte specializzate, con un costo proibitivo (oggi, visto che ancora la lotta obbligatoria è attiva, ma alcuni stanno chiedendo di toglierla, costa intorno ai 2000 euro a palma). Richieste alle quali da parte della stato italiano non c’è mai stata risposta. Sarà bene quindi ricordare che i governi che si sono succeduti in questi anni in Italia (e la storia ne trarrà domani le conclusioni) sono i veri responsabili della morte delle migliaia, se non milioni, di esemplari di palme (in particolare della specie Phoenix canariensis) in tutta Italia. Una strage senza precedenti che ha cambiato per sempre l’immagine della verde bellezza di alcune tra le più importanti città italiane (Palermo, Napoli, Roma etc…). Qual è la situazione attuale? Finora ancora non è stato trovato un rimedio contro il punteruolo rosso o una antagonista naturale che lo possa combattere (come è successo invece con la vespa galligena che ha attaccato tutti i Castagni italiani e che ha trovato nel Torymus sinensis un valido ed efficace metodo di cura naturale) Attualmente per ciò che riguarda , per esempio, le palme di Roma (chiamata nel passato, ma oggi non lo è più, da Fulco Pratesi, “ una città all’ombra delle palme”) dopo aver subito in questi sette anni un continuo attacco dell’azione nefasta delle larve del punteruolo, che ha portato alla morte di migliaia di palme in tutta la città, (con un cifra stimata intorno al 70 % delle sue palme, basti pensare che nella centralissima Villa Celimontana ce n’erano quasi 20 e oggi non ce n’è neanche una) la situazione odierna ci dice che tutte quelle che vengono curate (con un trattamento periodico fatto con l’aspersione in chioma con un mix di fitofarmaci, che ha un costo di 500 euro annui a palma) hanno buone possibilità di vivere, ma non appena il trattamento si dovesse interrompere quelle palme sono condannate a morte sicura. Quindi sì sono vive, ma in realtà lo sono perché sotto trattamento chimico : “ stanno bene sì, ma perché fanno la chemio”. Alcune buone notizie mi sono giunte nei mesi scorsi a proposito di spedizioni in Vietnam effettuate da un team di entomologi italiani per trovare degli antagonisti naturali che possano attaccare il coleottero nello stadio larvale. Confido nella scienza e nel fatto che presto giungeranno risultati scientifici soddisfacenti per combattere il punteruolo, ancora oggi però e anche nel passato spesso, a una situazione di emergenza (In particolare quando non c’è lo stato che interviene, per esempio dopo un terremoto) l’uomo, o meglio alcuni uomini spinti da bassi istinti, tende a rispondere all’emergenza con delle azioni di sciacallaggio. E così come nel passato ai tempi della peste milanese c’erano i monatti ( che si dividevano con chi li chiamava la metà dei beni dei pazienti colpiti dalla peste ) oggi è sempre attiva la presenza delle ditte (di giardinaggio ma non solo), che si occupano di fare interventi chimici preventivi contro il punteruolo. E se si dovesse trovare una soluzione scientifica a questo grave problema, questa significherebbe un freno d’arresto per la “nuova economia”, che oggi in Italia fattura milioni di euro, dei trattamenti chimici contro il punteruolo, una nuova economia che ha un impatto fortemente negativo sull’ambiente incidendo sulla vita di quelle specie, uccelli, insetti, che sulle palme ci abitano (o meglio ci abitavano). Riuscirà la scienza (e l’amore per la bellezza del patrimonio storico e culturale che la presenza delle palme nelle città italiane ci danno) a vincere l’interesse speculativo (quello che mira ai soli interessi personali) degli uomini? Io penso in positivo e lo spero.
Antimo Palumbo

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Roma 4 Agosto 2015

Signor Presidente,
sono Antimo Palumbo, saggista e storico degli alberi e Presidente dell’Associazione Adea amici degli alberi di Roma. Mi permetto con questa lettera di chiederLe di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato. Il Corpo Forestale dello Stato è un’Istituzione che da 193 anni protegge l’ambiente.”Pro natura opus et vigilantia” questo è il motto che si può leggere nel suo stemma, un motto che migliaia di forestali negli anni hanno onorato giorno dopo giorno a costo di sacrifici. Molti dicono che in realtà questa legge non cambia nulla perché il Corpo Forestale dello Stato verrà assorbito dall’Arma dei Carabinieri. Ma come è possibile storicamente ( e la sua eventuale firma che avallerà la cancellazione del Corpo Forestale dello Stato senz’altro entrerà nella storia dell’Italia) che un Corpo così antico, ricco di storia, cultura e tradizione possa confluire in un’Arma altrettanto ricca di storia e tradizione ma che per statuto e genesi si origina da diversi presupposti?. Come può un forestale improvvisamente e senza che l’abbia scelto cambiare il suo senso di appartenenza a un Corpo e dal motto “Pro natura opus et vigilantia” passare a quello che caratterizza l’Arma dei Carabinieri ovvero “Nei secoli fedele”? A che cosa dovrebbe essere fedele il forestale, a un’Arma nella quale è stato fatta confluire in seguito a una legge di un governo che non conosce la Storia? Fedeltà vuol dire (secondo il dizionario italiano) credere,seguire con dedizione un’idea politica, un partito, una squadra sportiva. Quale fedeltà ci si può aspettare da un forestale che ha passato la sua vita nei boschi (o in città a difesa del verde) che all’improvviso si trova (senza che l’abbia scelto) ad essere Carabiniere? Certo potrà obbedire ai comandi, rispondere signorsì. Ma la storia ci insegna che tutte le grandi battaglie (anche quelle impossibili) sono state compiute da eserciti e schieramenti che in mente e nel cuore avevano un ideale. Per questo che pensare a una riforma del genere significa non solo essere irrispettosi nei confronti di migliaia di uomini che negli anni hanno servito con lealtà. amore e dedizione gli alberi e le foreste in Italia, ma anche essere fuori della Storia, un essere fuori della storia che non potrebbe far bene al futuro di questo nostro Paese.
Pertanto Le chiedo di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

E’ tempo di Rugby e tra qualche giorno (esattamente il 16 Marzo) Roma ospiterà uno degli incontri più avvincenti del Torneo Sei Nazioni, quello tra l’Italia e l’Irlanda, una squadra che, sotto il simbolo di una pianta, il trifoglio (Trifolium repens L. per alcuni, Trifolium dubium Sibth. Trifoglio minore, per altri) familiarmente conosciuto come Shamrock, unisce due Stati differenti : l’Eire ( con capitale Dublino) che fa parte della Comunità Europea; e l’Ulster (con capitale Belfast) che invece fa parte del Regno Unito . Ed è all’Irlanda, e ai suoi contatti con la nostra città, che colleghiamo l’albero del quale ci occupiamo oggi : un mandorlo ( Prunus amygdalus Batsch o come sinonimo Prunus dulcis (Mill.) D.A. Webb) che vive da diversi anni nell’aiuola centrale di viale Mazzini, all’altezza del numero 115 , di fronte alla fermata dell’autobus e ad angolo con viale Angelico. Da qualche settimana è in corso la sua splendida fioritura, composta da fiori bianchi profumatissimi, pentameri, con riflessi rossi alla base dei petali (botanicamente il dente del petalo) richiami irresistibili per gli impollinatori, che rapidamente svaniranno lasciando il posto a foglie lanceolate dal colore verde pallido e dal margine serrato, come tutti i Prunus. Il mandorlo di Viale Mazzini è nel suo genere tra i più antichi di Roma, visto che l’esemplare in questione era preesistente alla nuova alberata di Cipressi, Cupressus sempervirens L. , che ora caratterizza tutta l’aiuola centrale della via. Confuso durante il resto dell’anno con la massa di foglie aghiformi e sempreverdi dei Cipressi, il mandorlo di viale Mazzini ci colpisce con un effetto a sorpresa strabiliante quando si presenta alla fine di febbraio con la massa bianca e carica dei suoi fiori bianchi dai quali si spande tutt’attorno (anche per alcuni centinai di metri) un dolce odore che sa di cose buone e materne (come il latte di mandorla o i dolcetti “al marzapane”). Attaccato da carie funginea probabilmente per errate potature compiute negli anni passati ( così come un altro piccolo esemplare di mandorlo che si trova sempre sull’aiuola più avanti proprio di fronte alla storica libreria Offidani, che merita senz’altro una visita, all’altezza del numero civico 81 ) ha subito l’anno scorso le drastiche conseguenze della nevicata (il peso della neve gli ha fatto crollare due grandi branche di rami). E’ oggi, quindi, un mandorlo spezzato in una sua gran parte, ma che, nonostante sia sofferente e malato, ha ancora la forza di reagire e deliziarci con la sua magnifica fioritura profumata. Un segno quest’ultimo della primavera imminente, ma anche del tempo sospeso dell’immortalità, che lega mitologicamente il mandorlo alla storia di Fillide principessa tracia e Acamante guerriero condottiero e figlio di Teseo, due amanti separati dalle avversità della guerra. Fedeli e vicini nonostante il tempo e le distanze, si danno appuntamento per vivere una vita d’amore comune al ritorno di lui dalla guerra. E’ sulla spiaggia però ( quando Fillide scrutando all’orizzonte il ritorno delle navi da Troia, scopre che tra tutte le navi tornate manca proprio quella del suo amato) che si consuma il dramma dell’impazienza. Disperata, con gli occhi pieni di lacrime, attenderà invano l’arrivo del suo amato morendo d’inedia. Acamante arriverà dopo qualche settimana e sulla spiaggia non troverà ad attenderlo la dolce fanciulla dei suoi sogni ma un albero dal tronco tortuoso e avvolgente nel quale il guerriero acheo riconoscerà Fillide la sua giovane amata (metamorfizzata per compassione da Era, la compagna di Giove). Sconsolato Acamante abbraccerà l’albero (uno dei primi esempi di tree hugger della Storia)e dai suo rami nudi spunteranno ( come per miracolo, nonostante l’inverno inoltrato) dei fiori bianchi macchiati di rosso. Ma a questo punto vi chiederete cosa c’entra il mandorlo di Viale Mazzini con l’Irlanda e con il Rugby? C’entra, c’entra rispondiamo noi, perché il suo messaggio di forza e speranza (fiorire sempre nonostante il freddo dell’inverno e le avversità della vita) è, infatti, giunto in Irlanda lo scorso anno grazie ai disegni dell’artista Ilaria Loquenzi che lo ha immortalato nella mostra “Patria interiore” presentata dal 1 al 24 Marzo a Belfast alla Golden Thread Gallery. Scelto, per l’occasione, tra cinque alberi storici e particolari della nostra città, il mandorlo di Viale Mazzini, un albero romano conosciuto da pochi, anzi pochissimi (almeno fino ad oggi, spero) è divenuto, quindi, in Irlanda, grazie al soffio culturale dell’arte, una celebrità. Un Prunus amygdalus Batsch , o Amygdalus communis L. come l’aveva chiamato Linneo nel 1753 nel suo Species Plantarum , dal cui nome botanico deriva quello della parte del cervello, l’amigdala appunto, (amygdala in latino vuol dire mandorla) deputata a regolare l’ emozione della paura : “ quando valuta uno stimolo come pericoloso, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga”. Eccoci allora a concludere col Rugby, uno sport nel quale la paura non si affronta di certo scappando, ma buttandosi in terra avvinghiati in un pacchetto di mischia, così come sta facendo con le sue radici immerse nella terra il nostro mandorlo “irlandese” fiorito.
Antimo Palumbo

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