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Arbor  Novembre 2010
“La storia nostra è la storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo.”
Benedetto Croce
Gli alberi, ovvero la vita. E’ grazie alla loro esistenza e al miracolo che si compie ogni giorno nelle loro foglie che è possibile , ed è stata possibile fino ad oggi, la vita nel nostro pianeta che abbiamo chiamato Terra, un miracolo chiamato fotosintesi clorofilliana (che avviene in tutti gli esseri  vegetali dotati di cellule specializzate dotate di organuli chiamati cloroplasti) e che attraverso la trasformazione dell’energia solare in zuccheri  e la produzione di uno “scarto” prezioso, l’ossigeno,  ha permesso la formazione dell’atmosfera terrestre e con essa la possibilità di farci vivere al suo interno degli organismi pluricellulari dotati di attività aerobica. Gli alberi, quindi, esseri autotrofi che producono ossigeno (mentre invece noi esseri umani siamo esseri eterotrofi obbligati per nutrirci a mangiare piante od animali che si nutrono di piante), esseri vegetali viventi  come noi costituiti di cellule e dotati  di vita, delle cellule diverse dalle nostre (ma poi neanche tanto) perché al loro esterno sono dotate di una parete cellulare che le rende forti e resistenti e capaci di far “saltare” staticamente (noi per farlo dobbiamo produrre una cinesi muscolare) materiali con una resistenza inimmaginabile (come ad esempio con le radici di un Ficus macrophylla che può stritolare tubature di acciaio) e di raggiungere dimensioni e altezze considerevoli (come l’albero più alto del mondo: una Sequoia sempervirens Endl. alta 116 metri). Cellule vegetali che nella loro parete cellulare sono composte da lignina e cellulosa, prodotti che noi umani abbiamo imparato nei secoli a trasformare in legno e carta. Il legno, un materiale organico quindi, senza il quale la nostra società e il nostro mondo non sarebbe stato possibile: le case, le città, le navi, gli strumenti, gli utensili, tutti fatti con il  legno, la vita trasformata degli alberi che ha permesso la nostra società umana e con essa la nostra cultura. Ed il legno altro non è che il risultato dell’accrescimento secondario dell’albero che avviene grazie ad un sistema chiamato cambio (ricco di cellule specializzate chiamate meristematiche) che al suo interno produce appunto legno, (quello giovane viene chiamato albume, mentre durame quello più vecchio) mentre invece al suo esterno produce il libro, un sistema vascolare nel quale scorre (dall’alto verso il basso) la linfa zuccherina elaborata dalla fotosintesi che serve a nutrire l’albero : il floema. Cellule vive che compongono le forme degli alberi che con i loro tronchi, fiori e foglie, e chiome differenziate e apportatrici di ombra, ci regalano ossigeno, bellezza e cultura. Una cultura che in questo periodo dominato dalla tecnologia e dal capitalismo (nel quale gli esseri sembrano avere importanza ed esistere solo perché producono e consumano) sembra aver dimenticato gli alberi, considerati invece nel passato, secondo alcuni saggi osservatori,  i veri abitanti del nostro pianeta che attraverso il collegamento delle loro radici  e dei sistemi specializzati a loro collegati con la terra ( allelopatia e allelobiosi e micorizze – quest’ultima un’alleanza simbiontica tra funghi e radici)  permettono la  nostra esistenza e la vita su questo pianeta che guarda caso porta lo stesso nome. Una permanenza, quella degli alberi, che dura da milioni di anni, mentre più breve è la nostra, quella dell’ essere animale che alcuni studiosi si sono glorificati di definire Homo sapiens sapiens per la magnificenza delle sue fantastiche abilità intellettive e manuali, che gli hanno permesso di acquisire, attraverso lunghe ere, il ruolo di padrone delle sorti del pianeta con il superamento del conflitto uomo/natura a nostro vantaggio e a scapito di tutti gli altri esseri viventi che ci abitano sopra (e dentro). Un ruolo, quello di dominatori e “marines”dell’universo,  che ha portato nel tempo a far divenire dominante una cultura dominata dall’antropocentrismo, quella  visione del mondo,  per la quale gli alberi, esseri vegetali viventi e superiori all’uomo (basti pensare, per fare qualche esempio, che ci sono alberi che possono vivere più di mille anni  continuando a produrre frutti come succede con l’Ulivo di Canneto in Sabina – in provincia di Rieti – o resistere, “senza cappotto”, a temperature estreme , anche -30° come succede per la Robinia pseudoacacia L. ) debbano essere considerati inferiori e in alcuni casi  neanche considerati esseri viventi  ma solo oggetti da tagliare, compattare e capitozzare a proprio gusto e piacimento. Ma le culture e le visioni cambiano e così scopriamo attraverso il testo “L’Uomo e la natura” , Einaudi Editore dello storico gallese Keith Thomas che se mentre oggi difendere gli alberi “è cosa buona e saggia” non sempre è stato così. Dopo un lungo periodo di armonia tra uomini e alberi e antiche civiltà che avevano per gli alberi rispetto e considerazione per la loro grandezza e saggezza (come insegnano i saggi ammonimenti dei grandi capi indiani d’America o il classico  “Il Ramo d’oro” di James Frazer) venne la cosiddetta civiltà occidentale per la quale il rapporto con gli alberi si è sviluppato attraverso tre passaggi. Il primo è dominato dalla paura e distanza : i boschi facevano paura, erano abitati da esseri pericolosi e pertanto andavano  ridotti ed eliminati; il disboscamento oltre all’utilità (il legname prelevato  in grandi quantità serviva per costruire navi e per il riscaldamento) era legato alla necessità di “sconfiggere gli spiriti della natura. Il secondo è caratterizzato dall’addomesticamento: dopo un lungo periodo di disboscamenti, l’ uomo capisce che gli alberi sono importanti per la sua economia ed  inizia ad addomesticarli, così nascono le riserve per produrre legno, e leggi severe per chi danneggia o taglia gli alberi, come quella del Cansiglio a Venezia. Il terzo invece, è cosa dei giorni nostri:  è quello che torna a considerare gli alberi come esseri viventi che, come gli animali domestici, ci fanno compagnia,  sono  nostri alleati e dispensatori di vita, ossigeno e bellezza, si piantano sui terrazzi, nei giardini, diventano “compagni con i quali parlare” e ci si incatena per difenderli. E se questa evoluzione ha portato  una minoranza degli uomini a quello che sembrerebbe a tutti gli effetti, un ritorno alle epoca aurea del rapporto tra alberi ed uomini, quando vivevano insieme in armonia ed equilibrio, non così è successo per la maggioranza e in particolare per chi si occupa di prendere decisioni amministrative. E questo per il vizio antropocentrico che ancora domina la civiltà moderna  intrisa da una scienza e una cultura specializzata che invece di privilegiare una visione olistica ed umanistica dell’uomo, preferisce chiudersi negli approfondimenti di compartimenti stagni della sua scienza che producono si, avanzata tecnologia ed effetti spettacolari,   ma perdendo la visione complessive dei valori e  delle regole che sono alla base della vita. E se specializzata e tecnologica è la società nella quale oggi viviamo, così sono le figure professionali che attualmente in Italia, si occupano di alberi. Queste sono : il forestale, che si occupa della gestione dei boschi, del suo taglio e del suo rinnovo e dell’ottimizzazione per la produzione del legno; il botanico, che dall’alto della sua scienza (grande è la mia stima, rispetto e amore  per i botanici) in laboratorio o con applicazioni in campo, si occupa di approfondire la scienza degli alberi, senza però avere il tempo e la disponibilità (questo però non rientra nei suoi compiti) di  divulgare alla massa le sue conoscenze e la sua passione; l’agronomo, il dottore degli alberi, quello che dice come piantarli e curarli, che però spesso passa molto del suo tempo ad occuparsi di attività più redditizie quali stime, perizie, iter  burocratici per abbattimenti; il paesaggista, che si occupa di sistemare gli alberi negli spazi naturali umanizzati. Non esiste invece e non è stata finora considerata la figura dello storico degli alberi. Nelle facoltà universitarie  si studiano le storie, la produzione letteraria e artistica degli uomini ma  non si fa altrettanto per quel  che riguarda gli alberi, studiati solo per  sapere come curarli e per quello che se ne può ottenere. Agli alberi ahimè son dedicate solo facoltà di medicina e odontoiatria, non quelle di storia e lettere. Gli alberi quindi considerati ancora una volta come oggetti e non come soggetti dispensatori di storie, bellezze e culture diverse. In un periodo storico nel quale la tecnologia rende più facile l’accanimento dell’uomo verso gli alberi, considerati a lui inferiori, oggetti e non soggetti, è necessario quindi pensare ad un percorso conoscitivo, trasversale tra le varie discipline che si occupano attualmente degli alberi, che veda nella figura dello storico degli alberi il riferimento  per recuperare il rapporto armonico tra uomini e alberi, una volta esistente e oramai dimenticato da tempo. Il compito dello storico degli alberi potrà essere dunque quello di tracciare le storie degli alberi, della loro cultura e dei loro riferimenti mitologici, di riprendere e approfondire le biografie dei botanici che ne hanno permesso la propagazione e la diffusione nel mondo al di fuori dei loro luoghi originali e di divulgarne e farne apprezzare le loro peculiarità svelandone il portamento e la bellezza non solo a gruppi di appassionati specialisti ma a tutti coloro che sembrano abbiano perso la meraviglia nello scoprire la bellezza degli alberi e del conoscerne e apprendere le loro storie e la loro cultura. Una cultura antica e ricca di storia che per sua sfortuna non è legata a nessuna industria che la sostiene. E se mentre adesso state leggendo un libro o guardate un film o ascoltate una canzone sul vostro ipod c’è qualcuno che sicuramente ci starà guadagnando qualcosa, quando magari in questi mesi invernali vi troverete al cospetto di un Taxodium disticum che sta virando il colore delle sue foglie, prima di lasciarle cadere, in un rosso spettacolare, gli unici a guadagnarci sarete voi e la vostra anima.

Antimo Palumbo      

 

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