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Aesculus4

Viaggi e mondo Febbraio 2013

Tra qualche giorno in  tutta Italia sarà il momento giusto per assistere ad  uno  degli spettacoli più belli che gli alberi ci possano regalare :  l’apertura delle gemme dell’Ippocastano ( grandi e marroni, ancora avvolte da una perula resinosa che le fa sembrare come spalmate di miele) dalle quali, con grande meraviglia, inizieranno a fuoriuscire per poi distendersi, piccole foglie accartocciate dal color verde chiaro. Albero inconfondibile da riconoscere proprio per le sue grandi foglie digitate, palmato-settate, e per la sua fioritura superba (bianche pannocchie profumate, macchiate di rosa, con lunghi stami che si protendono verso l’alto, alte fino a venti centimetri ) l’Ippocastano  è il simbolo della città di Kiev, capitale dell’Ucraina,  dove viene piantato, sin dai primi anni dell’ottocento, nelle principali vie della città, ma anche in numerosi parchi, per procurare ombra in estate e deliziare in primavera avanzata i passanti con il profumo dei suoi fiori, e segnare di giallo la città con il colore delle sue foglie in autunno. Ancora oggi  nel territorio del  Monastero di Kytayivsky (vedi la foto) si trova l’ Ippocastano più antico di Kiev che si stima abbia trecento anni di età ed è alto quindici metri con una circonferenza di circa quattro metri. Per capire quanto sia importante la presenza di questo albero nella cultura ucraina, basti ricordare che uno dei dolci più famosi del paese la Torta Kyivskiy  (vedi la foto) porta sulla confezione proprio un immagine delle foglie dell’Ippocastano con i suoi frutti. L’Aesculus hippocastanum L. anche se è un albero oggi molto comune nelle nostre città,  sembra sia stato importato in Europa dai Balcani nel 1557 dal botanico senese  Pier Andrea Mattioli. Il nome del genere gli fu dato da Linneo nel 1753 nel suo Species plantarum riprendendo il nome con il quale gli antichi romani chiamavano una ghianda edibile, Aesculus, (quindi una quercia) simile ai frutti dell’Ippocastano.  Frutti (più propriamente delle capsule ovali verdi, con aculei poco pungenti) che contengono al loro interno uno o più semi, marroni a maturazione e  simili a castagne  (che in Italia vengono anche chiamati castagne matte, mentre in inglese conkers) ricchi di tannino e quindi amari e non commestibili per gli umani (e tossici in grandi quantità per alcuni animali). Questi semi, contengono al loro interno una miscela di saponine (escina e l’esculina, quest’ultima tossica poiché causa emolisi, distruzione dei globuli rossi) dalle spiccate proprietà terapeutiche ( vasocostrittrice, antinfiammatoria ed antiedemigena) che immersi in acqua tiepida un tempo venivano utilizzati (potete provarci anche oggi) per sbiancare i tessuti. Sull’etimologia del nome della specie, diverse sono invece le possibili spiegazioni, molte delle quali originate dalla fantasia popolare, tra queste la più accreditata è quella che fa derivare il suo nome comune (dal greco “hippos” cavallo e  “kastanon” castagna) dalla credenza che i suoi semi (mangiati crudi dai cavalli) servissero a  togliere la tosse ai cavalli bolsi. Un’altra invece  deriva il nome dall’ orma simile allo zoccolo del cavallo che i piccioli delle foglie lasciano sul ramo quando cadono in autunno. Ed infine un’ulteriore versione (stavolta anglosassone, Horse Chestnut è il suo nome inglese) associa il termine “horse” (che originariamente nel linguaggio arcaico non significava cavallo ma forte e potente) alla “forte amarezza” dei suoi semi per questo non commestibili. Buckeye (occhio di cervo maschio) è invece il nome con il quale vengono chiamate le specie provenienti dall’America che hanno fiori rossi e questo per la somiglianza del seme con l’occhio marrone dell’animale (avete mai visto un cervo negli occhi?). Ippocastani americani che sono : l’ Aesculus pavia L. , dai fiori rossi, e l’ Aesculus carnea Zeyher  dai fiori rosa, un ibrido artificiale quest’ultimo tra Aesculus hippocastanum e Aesculus pavia L. del quale (A. carnea)  esistono molte cultivar con colori diversi. Un’ultima curiosità, conoscete  i fiori di Bach? Tre di questi provengono dall’Ippocastano: se avete ripetuto sempre gli stessi sbagli (Chestnut Bud) ; se non avete mai spesso di pensare (White Chestnut) o  se siete stati in continua apprensione per gli altri (Red Chestnut). Sono i rimedi per voi? Chissà. Nel frattempo, se vi capiterà di fare un viaggio nella splendida città di Kiev vi consigliamo una sosta obbligatoria al suo Orto botanico, il  M.M. Gryshko National Botanical Garden che ospita una grande collezione di Lillà  Syringa vulgaris L., Magnolie e nelle sue splendide serre più di 350 specie di orchidee.

Antimo Palumbo

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Viaggi e mondo Febbraio 2013

Il sole caldo che annuncia l’imminente primavera, ci spinge a parlare di un albero tipico dei paesi caldi e assolati, dai fiori rosa campanulati spettacolari che porta un doppio nome botanico (entrambi sinonimi): Tabebuia impetiginosa (Mart. ex DC.) Toledo e Tabebuia avellanedae Lorentz ex Griseb. Scoperto nel 1820 durante una spedizione in Brasile da Carl Friedrich Philipp von Martius, fu poi chiamato da Augustin Pyramus de Candolle, nel 1845, Tecoma impetiginosa, un nome che deriva da tecomaxochitl (che in Nahautl -Azteco- vuol dire “albero dei fiori a forma di vaso”). Il nome Tabebuia fu invece coniato da Paul Carpenter Standley che riprese il termine con il quale veniva chiamato dagli aborigeni e il cui significato è ” legno della mosca“, chissà perché, forse perché il suo legno resiste ai danni delle mosche. E’ l’albero nazionale del Paraguay ed è chiamato nei paesi dell’America Centrale, dove cresce spontaneo con diversi nomi: Pau d’arco (per l’uso che se ne faceva dei suoi rami per costruire archi); Lapacho rosato e Ipè rosa per i suoi fiori. Negli Stati Uniti è invece conosciuto come Taheebo (dal termine boliviano tajibo usato per chiamare l’albero dai guaritori andini). Dalla sua corteccia (che ricresce rapidamente sull’albero) sin dai tempi degli antichi indigeni, si estrae, infatti, un preparato fitoterapico che contiene innumerevoli proprietà terapeutiche. Su quest’argomento consiglio la lettura del libro di Kenneth Jones ” Pau d’arco (Tabebuia) la Pianta farmacia dell’amazzonia” uscito per Amrita Edizioni. Volete, invece, vedere e odorare da vicino i fiori rosa della Tabebuia, in una giornata solare (e qui parte l’inevitabile rima) tutt’altro che buia? Un viaggio in America Centrale potrebbe essere adatto allo scopo. Se invece volete spendere di meno e la desiderate vedere nel vostro giardino, lo vendono anche nei vivai italiani (98 euro con circonferenza di cinquanta centimetri) e cresce bene vicino al mare, solo che bisogna aspettare un po’ di più.

Antimo Palumbo

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