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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Gennaio 2013

Qual è l’albero perfetto? Esiste un albero perfetto? A queste domande si potrebbe tentare di dare una risposta facendo un paragone tra albero e uomo. L’albero perfetto così come l’uomo perfetto  (uomo inteso come umano e quindi maschio/femmina) è quello capace di esprimere al meglio il suo carattere. Un uomo libero di esprimere il suo carattere ( un timido che vive la sua timidezza con grazia e dolcezza per esempio o un estroverso ricco di carica positiva che esplode in  grandi risate) è uomo perfetto, e nell’espressione della sua perfezione armonica porta bellezza e gioia alle persone con le quali entra in relazione. Ecco, la stessa cosa si potrebbe dire degli alberi perfetti e  quindi belli.  Così come ogni uomo, anche ogni albero ha un suo carattere e il carattere degli alberi è dato dal portamento con il quale sono strutturate le ramificazioni (o palchi) che compongono la sua chioma, che è diverso da genere a genere. Di questo ne sono consapevoli in molti (vedi i due splendidi libri  “ L’Architettura egli alberi ” di Cesare Leonardi,  Mazzotta   e “ L’ arte di conoscere gli alberi ” di Simon Jacques, Mursia ) tranne però alcuni amministratori di società che si occupano di verde urbano (e che prendono gli appalti dai Comuni) che, ancora oggi,  utilizzano “potatori ignoranti” (nel senso che ignorano come funziona un albero ) che  si improvvisano “eroi della capitozzatura” pelando senza nessun criterio intere alberate stradali. Una pratica questa, la capitozzatura, che oltre ad essere dannosa e anti-economica (l’albero si ammala e dopo qualche anno va cambiato) è profondamente contraria a qualsiasi grado o minimo criterio di estetica. Un albero capitozzato è un albero che ha perso la sua forma e il suo carattere e contribuirà, in quanto albero brutto, a trasmettere negatività nei confronti di chi lo vivrà (noi umani passanti) negli anni a venire. Nello splendido Parco degli Acquedotti a Roma , un luogo magico e importante per la nostra città,  uno dei pochi luoghi di Roma rimasti integri rispetto al passato, nel quale si possono ancora vivere le atmosfere romantiche ricercate dai viaggiatori europei del Grand Tour a metà dell’Ottocento ( vedi i paesaggi immortalati nei quadri di Ippolito Caffi e Johan Jacob Frey rimasti a tutt’oggi immutati) vive un leccio, Quercus ilex L., una quercia sempreverde, espressione tipica della macchia mediterranea, che,  per la forma della sua chioma,  verde, simmetrica e globosa, possiamo considerare un albero perfetto. Un albero facile da incontrare e da  visitare. Per farlo si parte dall’ingresso di via Lemonia – dove c’è il parco giochi – all’altezza del casotto di legno del Parco si segue un viale di terra battuta, poi  si superano gli archi bassi dell’acquedotto dell’Acqua Marcia e l’albero perfetto vi comparirà alla vostra sinistra. Una volta vicini alla piccola Quercia sempreverde passate un po’ di tempo a osservarla, toccarla e viverla e probabilmente sarete avvolti dal sentimento della sua bellezza e perfezione simmetrica. Un’immagine simmetrica simile a quella al quale  si deve esser ispirato,  nel lontano 1991, anche Achille Occhetto quando si trovò a scegliere il nuovo simbolo del  Partito Democratico della Sinistra, di cui era  segretario. Una scelta che cadde sulla Quercia per le sue caratteristiche, espresse sinteticamente in forza,  bellezza e  resistenza,  ( un Leccio può vivere anche fino a cinquecento anni) che dovevano rappresentare l’immagine del nuovo corso di un grande partito italiano. Anche se la Quercia immaginata da Occhetto probabilmente non era un Leccio ma una Farnia (Quercus robur L.) quella del Parco degli Acquedotti gli assomiglia molto. La bellezza non esiste solo nella cultura degli uomini ma è sparsa tra le meraviglie della natura, nostro compito è di andare a cercarla.

Antimo Palumbo

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Viaggi e mondo Febbraio 2013

Il sole caldo che annuncia l’imminente primavera, ci spinge a parlare di un albero tipico dei paesi caldi e assolati, dai fiori rosa campanulati spettacolari che porta un doppio nome botanico (entrambi sinonimi): Tabebuia impetiginosa (Mart. ex DC.) Toledo e Tabebuia avellanedae Lorentz ex Griseb. Scoperto nel 1820 durante una spedizione in Brasile da Carl Friedrich Philipp von Martius, fu poi chiamato da Augustin Pyramus de Candolle, nel 1845, Tecoma impetiginosa, un nome che deriva da tecomaxochitl (che in Nahautl -Azteco- vuol dire “albero dei fiori a forma di vaso”). Il nome Tabebuia fu invece coniato da Paul Carpenter Standley che riprese il termine con il quale veniva chiamato dagli aborigeni e il cui significato è ” legno della mosca“, chissà perché, forse perché il suo legno resiste ai danni delle mosche. E’ l’albero nazionale del Paraguay ed è chiamato nei paesi dell’America Centrale, dove cresce spontaneo con diversi nomi: Pau d’arco (per l’uso che se ne faceva dei suoi rami per costruire archi); Lapacho rosato e Ipè rosa per i suoi fiori. Negli Stati Uniti è invece conosciuto come Taheebo (dal termine boliviano tajibo usato per chiamare l’albero dai guaritori andini). Dalla sua corteccia (che ricresce rapidamente sull’albero) sin dai tempi degli antichi indigeni, si estrae, infatti, un preparato fitoterapico che contiene innumerevoli proprietà terapeutiche. Su quest’argomento consiglio la lettura del libro di Kenneth Jones ” Pau d’arco (Tabebuia) la Pianta farmacia dell’amazzonia” uscito per Amrita Edizioni. Volete, invece, vedere e odorare da vicino i fiori rosa della Tabebuia, in una giornata solare (e qui parte l’inevitabile rima) tutt’altro che buia? Un viaggio in America Centrale potrebbe essere adatto allo scopo. Se invece volete spendere di meno e la desiderate vedere nel vostro giardino, lo vendono anche nei vivai italiani (98 euro con circonferenza di cinquanta centimetri) e cresce bene vicino al mare, solo che bisogna aspettare un po’ di più.

Antimo Palumbo

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Viavai Febbraio 2009

Una foto che parla da sola. Un albero, più propriamente un Eucaliptus camaldulensis, dalla chioma grande, globosa e ricca di foglie, che svetta solo in uno spazio, per ancora verde, chiuso e recintato in Via dei Durantini  ( e del quale non ne conosciamo la prossima destinazione d’uso) con alle spalle, in secondo piano, la massa informe dei palazzi che avanzano. Palazzi e nuove costruzioni che giorno dopo giorno stanno trasformando una zona (la Tiburtina e il V Municipio) che tristemente ha guadagnato il record della più alta concentrazione di nuove realizzazioni di cemento a discapito degli alberi e degli spazi verdi. E lui, il nostro albero verde (è un sempreverde appunto)  è lì solitario e bello, con la sua grazia e la forma, la nitidezza delle sue proporzioni, la sua forza e l’intuizione dei suoi odori aromatici e pungenti, che rassomiglia a un guerriero, Un guerriero solenne e  invincibile che si schiera contro la stoltezza degli uomini e dei loro interessi economici e politici ricordandocene la loro profonda vacuità. Albero bello e utile, ai nostri cuori e al nostro spirito.

Antimo Palumbo

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