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Concorso nazionale “Alberi dimenticati”

16 Aprile 2011

Menzione della Giuria

Roma è splendida la domenica mattina. E’ una fredda e assolata giornata di febbraio e mi trovo nel Parco degli Acquedotti per condurre un gruppo di quasi quaranta persone. Siamo in tanti e ci vuole un po’ di tempo per oltrepassare, con una scaletta marrone di ferro, le antiche volte di un acquedotto romano. Al di là di questa bassa barriera visiva, so che in uno spazio magico, dove lunghi filari di Pinus pinea corrono paralleli agli alti archi, maestosi e ancora ben conservati, dell’acquedotto Claudio, mi aspetterà la sagoma delineata di una Marruca – un piccolo alberello che con l’architettura dei suoi rami spogli domina, dall’alto di una stretta collina, il verde della campagna romana – con la quale inizierò la mia esposizione. E’ con un albero dimenticato e oramai senza più gloria che sfiderò il tempo della storia, un albero che ha dato il suo nome a quello di un popolo antico: i Marrucini, abitanti dell’antica città di Marouca, l’attuale Rapino (Chieti), così chiamati proprio perché coltivavano la Marruca, inconfondibile per le sue drupe a forma di dischetto, dolci e buone da mangiare e che per via dei suoi rami spinosi era utilizzata per fare inaccessibili recinzioni. Paliurus spina-christi questo è, infatti, il suo nome botanico, Paliurus come quello di un’antica città africana e spina-christi proprio per i suoi rami spinosi che la fantasia di un botanico volle fossero utilizzati per confezionare la corona di Cristo. Ma una sorpresa mi attende al di là dalla scaletta: centinaia di bambini in divisa ordinati per file. E’ in corso un raduno di boy scout. Nell’aria voci amplificate provengono da una magra antenna, posizionata proprio sul tronco  della  mia Marruca. La mia esposizione è rimandata, loro però – non lo sanno – stanno amplificando la storia.

Antimo Palumbo

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Viavai Giugno 2010

Due alberi e la casualità di un incontro ovvero la conduzione della cerimonia per la messa a dimora di un albero di olivo in sua memoria in Piazza Almagià avvenuta Sabato 21 Maggio alle ore 17.00 in occasione della manifestazione “Insieme per il Parco” mi hanno portato a conoscere la vita e la personalità di Ruggero Carra,  scomparso quattro anni fa all’età di 94 anni,  figura emblematica e carismatica, del Quartiere di Torpignattara e ricordato ancora oggi da molti.Gli alberi sono l’olivo: un albero che in condizioni avverse si può seccare e morire nella parte aerea, apicale ma poi rinasce con i suoi polloni nella parte basale ed è per questo che viene considerato un  albero eterno; e l’Acer negundo un albero americano dalla bellissima fioritura colorata a grappoli (uno dei primi alberi a fiorire in inverno). L’olivo quindi,  albero eterno così come lo è la memoria delle persone che si dedicano agli altri, prive di egoismo ed ambizioni personali animate dalla pratica amorevole dell’Agapé, l’amore puro, incondizionato, ovvero dare senza aspettarsi nulla in cambio. L’Acer negundo invece  era l’albero che viveva sulla Casilina accanto alla finestra di Ruggero Carra (un albero che si ammalò e mori qualche mese dopo la scomparso del suo mentore) che spoglio di foglie nel periodo invernale gli stimolò questi versi : “ Io non so quale sia la ragione, ma il ramo non giunge più al mio balcone, quanta tristezza, quanta delusione, per me che avevo una gran voglia d’accarezzare una tenera foglia.”   Versi con il quale  si conclude il capitolo che Francesco Sirleto gli ha dedicato nel suo libro . “La Storia e le Memorie” Edizioni Viavai del 2002 .Ed è all’ immagine di Ruggero Carra contenuta nello stesso volume , quella in bianco e nero di un uomo con la camicia bianca e dalla sguardo calmo e pacato con in lontananza le foglie sfocate di un albero (forse una delle Catalpa bignonioides che ornano con le loro grandi foglie quel tratto della Casilina) che mi rifaccio  (non avendo conosciuto Ruggero Carra personalmente) per ricordare alcuni tratti della sua biografia. Nato il 17 Luglio del 1911 a Torpignattara e figlio del Commendatore Giuseppe Carra, chiamato in famiglia Beppe, un “valligiano” proveniente dalla Valtellina , Ruggero Carra ha abitato al numero 453 della Via Casilina (dove ancora c’è un portone con la scritta G.Carra) fino ad alcuni giorni prima della sua scomparsa avvenuta nel giorno del Natale di Roma : il 21 Aprile del 2006. Dalla personalità estroversa e indipendente, “attento agli altri”,  è sempre stato animato da una fiducia nella vita e nel pensiero positivo. “Tutto arriva per chi sa attendere” questa era la sua frase preferita, una chiave per entrare ed interpretare un mondo che secondo la sua visione era fatto di amicizia, relazioni e rispetto per i valori della famiglia. Un mondo fatto anche di sincerità e lealtà dove una stretta di mano valeva più di uno scritto o di un atto legale. Ed è in questo contesto e questa sua visione laica e liberale ( tra le sue numerose e qualificate amicizie  c’era quella con l’ex Ministro delle Finanze Ezio Vanoni, anche lui valligiano, Medaglia d’Oro al Valore civile e morto d’infarto sul divano dello statista Cesare Merzagora) che si associavano le sue due passioni : la musica  e la poesia. Diplomato al Conservatorio in flauto traverso, (così come suo fratello minore Giacomo diplomato invece in violino e scomparso negli anni ottanta) amico di Arturo Benedetto Michelangeli  per le vicende della guerra deve interrompere la sua carriera musicale per occuparsi della gestione del bar di famiglia (quello ora ad angolo con via della Maranella). Grande lettore di Dante, Petrarca, Parini e Foscolo del quale conosce intere quartine a memoria che (e questo lo rendono famoso nel quartiere) talvolta (ed in occasioni speciali) usa declamare ad alta voce in particolare quelle della Divina Commedia. Ad accompagnarlo nella sua vita energica e ricca di ricompense morali sono stati sua moglie Assunta Piovesan coetanea e sposata nel 1940 nella Chiesa di San Marcellino, casalinga, donna pia e devota,  scomparsa nel 2004 e i suoi tre figli Giuseppe (stesso nome del nonno) Elena e Fiorella. Molti ancora lo ricordano alla guida della sua Alfasud colore giallo  con il quale usava spostarsi e che condusse fino agli ultimi mesi della sua vita. Una vita esemplare quindi quella di Ruggero Carra : un musicista e un poeta sensibile, sempre pronto per aiutare gli altri, che tornerà a vivere nella memoria storica degli abitanti del VI Municipio grazie all’energia sempreverde dell’olivo di Piazza Almagià.

Antimo Palumbo

 

Penelope va alla guerra. Marzo 2010

Nonno ma perché quell’albero non è più verde? Perché ha perso le foglie mia cara. E perché ha perso le foglie? In natura ci sono due tipi di alberi: i sempreverdi hanno un comportamento più antico e si sono adattati alle difficoltà delle vita, freddo, aridità, arsura trasformando le loro foglie che sono appunto sempre verdi. E’ perché sono verdi? Perché nelle foglie degli alberi , ma anche delle altre piante avviene il miracolo della nostra esistenza, un miracolo silenzioso e invisibile. Davvero nonnino un miracolo, come quelli che avvengono in quel posto di cui parla sempre la nonna , lurdde? Sai mia nonna mi ha detto che la signora Cecilia partirà tra qualche giorno per andare a chiedere un miracolo. Si mia cara, ma quei miracoli sono miracoli sporadici e occasionali non grandi come quello che avviene ogni giorno grazie al sole che ride. Il sole che ride? E’ perché ride? Ride proprio perché con la sua luce e il calore permette il miracolo della vita. Miracolo della vita è che vuol dire? Allora, piccolina lasciami finire, non andare di fretta. Ti parlavo degli alberi. I sempreverdi sono stati i primi a venire su questo nostro pianeta , non chiedermi cos’é ma poi te lo spiego. Grazie alle piante e al loro respirare si è creata un specie di campana invisibile che ha permesso la nostra vita, una campana che non c’è su altri pianeti, aspetta a chiedermi cos’è se no mi confondo,  e che si chiama atmosfera, una sfera invisibile appunto. Le piante poi sono aumentate e così lo spazio a loro disposizione è stato sempre di meno per poter prendere la luce del sole e compiere il miracolo della vita. Uffi, ancora con questo miracolo della vita. E si,  se mi lasci finire poi capisci . Le piante ti dicevo, un po’ alla volta hanno iniziato a crescere verso l’alto per prendere la luce del sole, sono diventate felci, sempre più grandicelle e con un tronco che gli permettesse di rimanere in piedi. Si ma gli alberi non hanno i piedi vero nonno? Certo ,certo non hanno i piedi però andando verso l’alto prendevano spazio e possibilità di farsi toccare e bagnare dai raggi del sole. Per compiere il miracolo della vita. Brava vedo che stai iniziando a capire. I primi alberi furono sempreverdi perché non avevano gli strumenti e la capacità di adattarsi ai cambiamenti delle stagioni. Non avevano un piumone per ripararsi d’inverno. Ah io c’è l’ho! Me l’ha regalato la mamma, tutto blu e con i cuoricini. Si,  anche agli alberi piacerebbe avere un piumone, ma nelle foreste non ci sono i supermercati. Meno male nonno, sai quanta gente  ci sarebbe il sabato? Non divaghiamo mia cara, se no perdo il filo, allora ti dicevo nelle foglie scorre la linfa un po’ come quelle linee blu che si vedono sulla tua mano. Sai come si chiamano? Ah ma questo è facile venus me l’ha detto Roberto. Più o meno più o meno se a venus togliamo qualche lettera diventa vene. Quelle della mano si chiamano vene. Ah si.. venus mi sa che è la crema che mamma cerca sempre che sia in offerta ma non la è quasi mai. E sai nonno cosa fa. No, cosa fa? La compra lo stesso, e poi la sera quando papà sta fuori vedo che se la mette sotto gli occhi e sul collo. Ma non digaviamo nonno, dimmi le vene? Allora nelle vene scorre il sangue, un liquido rosso che serve a nutrirci, non chiedermi come questo succede, te lo racconto un’altra volta. No nonno, vai avanti. Ecco nelle foglie succede la stessa cosa scorre un liquido molto denso  che non si chiama sangue ma linfa, e questo liquido nutre l’albero. Sai cosa succede se d’inverno la temperatura si abbassa e l’albero ha le foglie? No nonno dimmelo tu. Succede mia cara che gela e muore. Allora per evitare questo i primi alberi. I sempreverdi? Ma brava vedo che sei attenta. Si nonno, attentissima. Ecco,  i sempreverdi trasformarono le loro foglie rendendole piccole e resistenti, in alcuni casi divennero degli aghi come quelle dei pini. Vedi proprio come quell’albero laggiù. Si nonno però non mi hai ancora risposto, perché gli alberi perdono le foglie? Allora cos’abbiamo detto succede nelle foglie? Il miracolo della vita, vero nonnino. Bravissima. E ti spiego cos’è questo miracolo. Fai attenzione. Il sole che ride bagna le foglie che attraverso un processo che noi uomini abbiamo scoperto da poco , diciamo forse cent’anni, chiamato fotosintesi clorofilliana.Difficile questa fotosinfasi coccofilliana. Si, anche per molti grandi lo è ma questa la studierai quando diventerai grande. Ti dicevo che grazie a questo processo.Lo stesso che hanno subito le Winx? No quello è un’altra cosa e un altro giorno ti spiegherò anche questo cosa vuol dire. Diciamo che grazie ad un’azione invisibile che avviene nelle foglie verdi, il processo difficile da ricordare.La fotosinfasi coccofilliana.Si proprio quello, dicevo grazie a questa fotosinfasi  la luce del sole viene trasformata in due ingredienti fondamentali per la nostra esistenza. Quali nonno?  Questa mi pare una bella notizia. I due ingredienti sono l’ossigeno e gli zuccheri. Gli zuccheri? Ma lo zucchero non è bianco e si trova nel barattolo accanto alla lavatrice in cucina? Sapessi quanto strilla la mamma quando si accorge che ne mangio un po’. La mamma ha ragione tanto zucchero fa male. Soprattutto quello bianco e raffinato. Ma sai come mangiano gli alberi? No, nonno come mangiano? Con l’acqua e la terra dalle radici? Le radici servono ad ancorarlo e a prendere acqua e sali minerali. Anche quello il sale mamma non vuole che lo prendo dal barattolo. E fa bene la mamma. Gli alberi ti dicevo, mangiano con le  foglie e più foglie ha un albero e più sono grandi e lisce e più mangia. E quindi nonno perché l’albero perde le foglie? Dopo i sempreverdi arrivarono alberi più evoluti con maggiori  strumenti per  resistere alle condizioni climatiche esterne e poi iniziarono a riprodursi con i fiori. Con i fiori nonno ma che dici? Dei fiori e della riproduzione degli alberi te ne parlerò un’altra volta. Dicevamo che questi alberi più evoluti compresero che maggiore è la quantità della superficie della foglia e maggiore è la quantità di energia che un albero riesce a trasformare e mettere da parte, però quando arriva l’inverno è costretto a lasciare andare le foglie, chiudere tutti i suoi scompartimenti ed andare in letargo fino a quando le gemme, che  già sono pronte prima che le foglie cadano, con il tepore della nuova stagione inizieranno ad aprirsi. Nonno ma allora non è vero che l’albero non è più verde. Sta solo dormendo? Le foglie degli  alberi sono verdi e poi diventano rosse, ma quello non è il loro colore naturale a quel punto cadono e l’albero rimane spoglio per qualche mese e poi grazie al sole che ride. Quello che fa il miracolo della vita nonno. Certo mia cara. Grazie al sole che ride , a  primavera,  le gemme si riapriranno di nuovo per far tornare le foglie, verdi e vibranti mosse dal vento per una nuova stagione fatta di armoniosa bellezza. Ti voglio bene nonno. Anch’io piccolina.

Antimo Palumbo 

Penelope va alla guerra Febbraio 2010

“Un pezzo con i fiori di zucca…si si,va bene… aperta lasciala aperta”  Le frasi introduttive al rito della pizza dal pizzettiere di Piazza Santa Maria Ausiliatrice a Testaccio . Il centro vitale e storico della Roma popolare, la tradizione familiare fatta di gioia e dolori :  la grande magica Roma e  i ricordi dei fratelli cresciuti che ora dietro il banco sono intenti a tagliare e pesare pizza e  vendere vita e passione. A pochi passi, ai confini della piazza,  e proprio vicino alla Chiesa vivevano da più di cinquant’anni due palme delle Canarie. Phoenix questo il loro nome botanico, un nome  dedicato all’araba fenice, un uccello magico e misterioso la cui proprietà principale era quella di risorgere dalle proprie  ceneri dopo aver vissuto per 500 anni. Sulla sua storia ci viene in aiuto wikipedia : “La fenice o araba fenice ,  phoenix in latino, una volta che  sentiva sopraggiungere la  morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo. Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l’incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme  che,  per via della cannella e della mirra che bruciano, era  spesso accompagnata da un gradevole profumo mentre cantava una canzone di rara bellezza. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova fenice nell’arco di tre giorni  dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l’albero sacro”. Due palme che tra qualche tempo verranno tagliate e rimosse, scomparendo così dalla nostra memoria e dalla storia di Roma, perché colpite dal flagello del punteruolo rosso. Un insetto distruttivo e vorace, un coleottero, della famiglia dei Curculionidi , che  nel gergo tecnico internazionale viene definito dalla sigla RPW ( Red Pal Weevil ovvero Curcolionide Rosso delle palme)  la cui terribile e devastante diffusione è stata permessa dalla disgraziata voracità degli uomini per il guadagno e per i soldi ( e se gli insetti attaccano il cuore tenero e vitale della palma divorandolo e distruggendolo probabilmente così sarebbe già successo alla Terra per la voracità umana  se nel tempo non ci fossero stati leggi e controlli). Uomini da sempre detentori dell’antropocentrismo, una qualità o forse meglio un’idea,   che stabilisce  da sempre la sua superiorità sulla natura, una natura d sottomettere e addomesticare ai suoi bisogni e alle sue necessità. Buona la pizza, calda con la mozzarella che si scioglie e mentre assaporo il gusto di una delizia romana provo, lì davanti al bancone di vetro, a lanciare  l’argomento sulla salute delle due palme attaccate. Intervisto, chiedo notizie per recuperare pezzi della loro storia. Erano bambini e giocavano nella piazza i due fratelli pizzettieri e le palme già esistevano e spandevano ombra e bellezza nelle calde giornate d’estate. Giornate calde,  ma ventilate,  pomeriggi pigri passati in luoghi riparati e chioschi di grattachecche  dolci e dissetanti,  vissuti in una città nella quale la parola “condizionatore” sembrava non dovesse mai comparire. Dalle due palme cadevano poi datteri, immaturi e difficili da mangiare che lo spirito giocoso dei bambini trasformava in cibi esotici e succulenti. Si succhiavano, si assaporavano  così come le piccole piantine cresciute anch’esse dai datteri, sulla terra quando ancora i bambini usavano giocare sulla terra , leccornie prelibate da imparare a gustare. Ma dura poco l’argomento, la morte di palme con più di cinquant’anni di vita, un pezzo di storia vissuta, di immaginario del nostro paesaggio  oggi non fa più notizia. Ci siamo abituati a tutto. Si va sempre di corsa, ci sono le scadenze delle cose da pagare, i saldi le promozioni. Poi ci sono i politici da demonizzare i Berlusconi, i Brunetta sui quali sparlare, le primarie, le Regionali le Polverini che indossano Rolex da 3000 euro che in una notte scompaiono. Tutto questo manovrato ed elaborato dagli strumenti mediatici: le televisioni, i giornali. Un’epidemia, una peste che sta flagellando le palme, un evento partito da lontano ma che nella sua drammaticità  interessa soltanto il nostro Paese, (a Miami il punteruolo rosso non c’è , come mai?) e che nel giro di qualche anno farà fuori tutte le palme antiche presenti nel nostro territorio. Cosa sarà Piazza di Spagna senza le sue palme o Bordighera scelta dalla Regina Margherita che amava le palme perché “vivono in un’aria salubre”? Con che faccia e con sentimento potremmo partecipare e festeggiare la domenica delle palme (che da qualche tempo forse con fare premonitorio si è già occupata di trasformare nella distribuzione domenicale le palme con ramoscelli di olivo,  una trasformazione che anche se serviva a salvare le palme è senz’altro paradossale). E cosa risponderemo quando i nostri nipoti diranno “Nonno ma quando le palme di Roma stavano scomparendo, tu dove stavi. Cosa facevi? Perché nessuno ha fatto niente affinché questo non succedesse? La sinistra che ha fatto? Non dovrebbe forse uno di sinistra occuparsi del benessere del verde cittadino? Erano forse presi da problemi più gravi? Sai sono stato la settimana scorsa alla Biblioteca Nazionale  ed ho visto un bellissimo libro di foto di Roma. Doveva essere molto bella allora la città con tutte quelle palme. Peccato non poterla rivedere e vivere oggi” Ecco quando succederà tutto questo forse saremo in una città diversa, una città nella quale non ci sarà più memoria, se non per le loro responsabilità,  per nomi come Alemanno, De Lillo, , Vallorosi, Burini. (nell’ordine il sindaco, l’assessore all’Ambiente, il direttore del Servizio Giardini, il responsabile delle alberate), una città con un paesaggio modificato e diverso e senza palme. Le Phoenix canariensis saranno un ricordo degli anziani legate forse al sentimento di un’umanità  e cultura nella quale i bambini giocavano con la terra, gli alberi davano ombra e frutti e la parola sicurezza (c’è forse società più insicura di quella che vende sicurezza?) non era il punto di riferimento per occuparsi della bellezza e della salute della propria città. Esco dalla pizzeria, vado verso le due palme colpite. Mi avvicino le tocco, vedo la loro chioma adaggiata e appiattita, nella piazza scorre acqua da una doppia fontana, la vita scorre e fa festa. Mi appoggio allo stipite di una palma, chiudo gli occhi per un attimo, sento i suoi lamenti, il suo chiedere aiuto, e visualizzo, pondero, entro in contatto.. No, non può essere. Non può essere che tutti siano indifferenti. Non può essere che gli uomini abbiano deciso di far scomparire per sempre le palme dalle nostre città. Qualcuno può sentire oltre me questa necessità che si fa sempre più profonda. Qualcuno può sentire e capire che noi umani possiamo fare qualcosa. Dobbiamo farlo. E se lo faremo in tanti, i tanti  diventeranno massa e la massa diventerà forza, una forza per salvare le palme. Oggi, adesso, qui. Sono  opachi e offuscati i vetri del supermercato Pam , mentre le vetrine del Teatro Vittoria pubblicizzano l’ultimo fantasmagorico  spettacolo , la posta all’angolo ci informa  invece che la vitalità di un quartiere è sempre più in fermento, i pensieri si assommano e così la speranza, c’è anche il tempo e la voglia per un altro pezzo di pizza, forse la gradirebbe anche l’araba fenice.

Antimo Palumbo

cedrus

Viavai Luglio/Agosto 2009

Ecco l’Estate, tempo di mare, sole e riposo. Tempo anche di riflessioni e trasformazioni che notevoli saranno nei mesi autunnali quelle che riguardano gli alberi e il verde di Roma. Il Servizio Giardini infatti secondo le parole dell’Assessore Fabio De Lillo è in procinto di una radicale trasformazione : investimento e rinnovo del parco macchine( cestelli elevatori, camion,attrezzi); censimento delle alberate romane; nuova sistemazione degli appalti alle ditte che si occupazione di fare manutenzione (ci sarà un nuovo bando di concorso  con una ditta per ogni municipio) .E se torneremo a parlare di questi argomenti in autunno vi regaliamo per le vostre letture estive un raccontino delizioso del Premio Nobel Grazia Deledda uscito postumo nel 1939 che parla di un albero, maestoso e solenne, della sua crescita e della sua fioritura tardiva. Un messaggio a non dubitare mai  (soprattutto in età avanzata) delle nostre risorse e a non smettere mai di fiorire. Buona lettura e buona estate.

Antimo Palumbo

 Il Cedro del  Libano di Grazia Deledda

In quel tempo la campagna, l’antica campagna romana, arrivava fino al nostro recinto. Pini e grandi platani si allineavano sul ciglione rotto per gli scavi del nuovo quartiere, e le pecore si affacciavano fra le alte erbe e le canne che gemevano al vento come un organo naturale. La casa, ancora odorosa di vernice e di calce, sorgeva nuda in mezzo al prato scavato e pieno di pietre e di cocci: le voci risonavano nelle sue stanze come nei luoghi disabitati. Durante tutta la giornata permaneva uno stupore, una frescura di alba; e il rumore della città arrivava come quello del mare in lontananza. E quando si andava in questa città, i vetturini non volevano riaccompagnarci a casa, specialmente di notte, come si trattasse di arrivare in un luogo impervio e remoto. E in verità si sentivano cantare le civette e l’assiolo. Così si prese l’abitudine di stare in casa: si rividero sopra il nostro esilio le stelle dimenticate, la luna, il corso delle nuvole. Ci si ripiegò a guardare il colore della terra, delle erbe, delle pietre.
Un giorno, scavando nel nostro ancora desolato recinto, fu rinvenuto, fra altri avanzi appartenenti certo a un’antica necropoli, un teschio umano. Intatto e perfetto, era, come levigato da un artista; con tutti i denti, il cranio lucente come d’avorio. Nella terra che c’era dentro formicolava la vita della natura: dalle occhiaie, come piccoli raggi, scappavano alcuni fili argentei di radici. Lo feci riseppellire, osservando poi quello che poteva nascervi sopra: ma passarono le stagioni, e solo qualche filo d’erba spuntò sul posto che nascondeva il teschio. In autunno, però, al ritorno dalla vera campagna, una lieta sorpresa ci attendeva. Un piccolo cedro del Libano sorgeva come un verde candelabro sul posto delle mie cure: (prima di partire avevo piantato una specie di croce sul terreno che mi sembrava sacro). Si era la croce trasformata per miracolo in un cedro, o l’albero sorgeva, per miracolo ancor più grande, dalle radici del teschio? Ma dopo essere stata presa un bel po’ in giro dai familiari, per queste elegiache supposizioni, venni a sapere che una signora nostra amica, padrona di un ben fornito giardino, presa a compassione per la povertà del nostro, aveva fatto trasportare e trapiantare un suo piccolo cedro, senza rispettare né la croce né il teschio.
E sulle prime, anzi, per un certo periodo di tempo, guardai con cattivo occhio l’intruso: preferivo la famiglia di margherite che vi nacque sotto, la primavera seguente, sull’erba già diventata un po’ più spessa e tenace. All’albero non importava nulla delle nostre attenzioni. «Basta, – aveva detto il giardiniere della signora donatrice, venuto a visitare la giovine pianta, – basta che non gli si stronchi l’estrema cima. Per il resto fa da sé. È una pianta che dura migliaia di anni. Anzi è precisamente al suo centesimo anno di età che fiorisce per la prima volta. Io non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra. Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un cedro sotto il quale andava Gesù coi suoi discepoli, nelle notti lunari di estate: speriamo che anche questo campi altrettanto: e che i nipoti dei suoi nipoti, signora, lo conoscano in buona salute».In buona salute, intanto, lo conoscevano per primi i nostri bambini, che vi giocavano attorno, e crescevano con lui. E come il tempo passa! Ecco, l’albero pare non abbia veramente molta voglia di crescere: s’indugia, quasi ad aspettare che i ragazzi lo raggiungano almeno fino all’altezza del tronco, e abbiano modo di giocare con lui attaccandosi ai suoi rami per fare l’altalena. Ma lavora di nascosto: se si scrosta un po’ la terra, ai suoi piedi, si vedono le radici già grosse più degli stessi rami; e vanno in profondità, queste radici, prendendo possesso di tutto il terreno intorno. E si diverte a lavorare anche quando non è quotidianamente sorvegliato; poiché ogni anno, al ritorno dalla villeggiatura, i ragazzi osservano che il loro amico è cresciuto al doppio di loro; è diventato il loro fratello maggiore, e adesso bisogna fare un grande salto per arrivare ai suoi rami; e poi non ci si arriva più, e se si vuole abbracciarlo o averne dimestichezza bisogna arrampicarsi sul suo tronco e gareggiare in robustezza con lui. Ma l’amicizia non cessa, per questo, anzi si fa più intima, quasi più maschia. Seduti sul suo ramo più ospitale, i ragazzi, – che tali per la madre sempre rimangono, – accompagnano il canto del fringuello, nei bei meriggi della tarda primavera, coi versi di Orazio e di Catullo; e, sollevando gli occhi alla cima intatta dell’albero, vedono il fiore «meraviglioso come una bandiera azzurra» del loro avvenire. E arriva il giorno in cui essi non danno più confidenza all’albero: bisogna rispettare la piega dei pantaloni e non farsi vedere dalle signorine che passano nella strada. Ohimè, la strada è mutata, adesso; è un’arteria cittadina, e l’odore dell’asfalto ha ucciso il profumo della campagna. Case e palazzi sorgono intorno alla piccola dimora un giorno solitaria; ma il cedro, e altri compagni vegetali che adesso vivono nel giardino, si prendono cura di nascondere la nostra modesta esistenza quotidiana ai curiosi vicini. Il cedro, specialmente, preso l’aire, si è slanciato in alto con impeto di difesa e di protezione: ha in sé solo la potenza, la freschezza, l’armonia di una intera foresta: il suo verde riempie il vano delle finestre della casa; la sua cresta si dondola, al di sopra di tutte le cose intorno, su un orizzonte che ha l’illusione di un grande spazio, e gioca con le nuvole, e arde col tramonto, e ride con la luna: è già per sé stesso una bandiera sempre soffusa di azzurro, che sfida il tempo, sventola, d’estate e d’inverno, la promessa di una vita millenaria. Il nostro cedro ha adesso venticinque anni. Secondo i calcoli del vecchio giardiniere che lo ha piantato, se il primo fiore di una creatura umana varia dai quindici ai venti anni, l’albero, che darà il suo primo fiore al compiersi del suo secolo, adesso è, sempre in relazione all’uomo, ancora un bambino. E del bambino, nonostante il suo tronco dritto e potente come una colonna, e la robustezza dei rami che come la scala di Giacobbe pare raggiungano il cielo, ha tuttavia la freschezza, la bellezza intatta e pura, la gioia costante. Sempre vibrante della vita degli uccelli, ha, con essi, una voce in coro. Il fruscio dei suoi rami, e un mormorio che freme anche quando non c’è vento, annunziano la sua presenza, come il respiro di un essere vivente. La pioggia dei suoi aghi secchi, nella stagione propizia, è diversa dalla caduta delle altre foglie: non ha nulla di triste, e riveste la terra, intorno, con un’ombra violacea vellutata. E il suo lottare col vento, nelle giornate di tramontana, ha l’agilità e la sana letizia dei fanciulli che giocano con la neve o dei giovinetti sportivi che s’ubbriacano di moto sulle cime alpine. E se romba il libeccio, anche l’albero intona una sinfonia tragica; racconta le leggende della foresta, i terrori delle bufere, l’ira degli spiriti demoniaci scatenati contro le deboli forze umane e naturali: ma in fondo al suo brontolio c’è sempre, come nella voce dei potenti, la promessa, la certezza della vittoria finale. Si placheranno gli elementi, tornerà la luce, tornerà la primavera. La primavera, ecco, anche quest’anno è tornata: l’albero compie il suo venticinquesimo anno di età: la scorza del suo tronco brilla al sole, come una corazza di bronzo cesellato: i rami vibrano, come quelli degli alberi sacri ai quali gli antichi sacerdoti appendevano gli strumenti musicali che accompagnavano i loro riti. Le famiglie delle margheritine, sempre più numerose, crescono sul praticello, e c’è chi si piega a guardarle, come una loro sorellina, sorpresa e felice più della loro minuscola bellezza, che della gigantesca maestà dell’albero alto sopra di lei come un tempio. I bambini vedono meglio dei grandi le meraviglie della terra vicina a loro: un sassolino, uno stelo di avena, una coccinella rossa sono miracoli, per loro: e non lo sono forse davvero? La piccola Piti, la più piccola della famiglia – diciotto mesi di età – è intenta a studiare questi misteri: la coccinella rossa, immobile su una foglia, è quella che più l’attira: non osa toccarla, mentre maltratta le mansuete margheritine; e balza, con un fremito e un grido, quando d’improvviso l’insetto si apre come un fiore e vola: in alto, sull’albero. Solo allora Piti pare si accorga dell’esistenza del gigante: guarda, per un attimo, il barbaglio dei suoi rami attraversati dal sole, appoggiando con diffidenza una manina al tronco; s’imbroncia; poi con una strana protesta, ch’è forse la prima della sua vita, afferma a sé stessa e alle cose intorno: – Tutto Piti, oh!Sì, tutto è di Piti; chi glielo può levare? Anche il grande albero è suo: suo più che le altre umili e passeggere cose intorno: è suo fratello, come lo è stato dei fanciulli che l’hanno preceduta, come lo sarà di quelli che la seguiranno: finché il suo primo fiore, il fiore alto e sventolante sul cielo come una bandiera fatta dell’azzurro stesso del cielo, benedirà le generazioni che hanno creduto con fede e con gioia alla sua leggenda.

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