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Alberopoli

Roma da leggere Aprile 2013

“ Quanto sei bella Roma, quanto sei bella Roma a primavera, er Tevere te serve,  er Tevere te serve da cintura, San Pietro e er Campidojo da lettiera…” L’avete riconosciuto? E’ l’incipit della canzone romana “ Quanto sei bella Roma”  di  De Torres, Bonagura, Bixio , portata al successo nel 1959 nel film omonimo dal “reuccio de Roma ” Claudio Villa. Una citazione musicale che ci aiuta a sottolineare il tanto atteso arrivo della primavera romana.

Diversi sono i segni che ci permettono di essere sicuri nella nostra affermazione ( segni  che con la loro ciclicità rendono ogni anno in questo periodo bella, come appunto dice la canzone, la nostra città). Tra questi troviamo:  l’arrivo delle prime rondini ( o più precisamente rondoni) con i loro richiami garruli; un’aria tersa e frizzantina con un cielo azzurro macchiato da nuvole bianche screziate e allungate; le macchie di color rosa-purpureo  degli alberi di Giuda in fiore. Ed è proprio a questo albero il Cercis siliquastrum L . (chiamato comunemente albero di Giuda o Siliquastro) in questi giorni  al massimo della sua spettacolare fioritura che dedichiamo questa puntata di Alberopoli. Concentriamo la nostra attenzione in particolare sullo splendido esemplare  che si trova in via San Gregorio al Celio poco prima (venendo dal Circo Massimo) del portale d’ingresso monumentale del Palatino (un portale, smontato e rimontato nel luogo odierno, che si trovava precedentemente accanto alla via sacra nel Foro Romano e dava accesso agli antichi Horti Farnesiani). Per il suo portamento tortuoso e prostrato e la bellezza della sua fioritura carica e ricca, il Cercis siliquastrum L. del Palatino è sicuramente tra gli alberi più belli di Roma. Per toccarlo e vederlo da vicino bisogna entrare nel Palatino, ma si vede e si può fotografare benissimo anche dall’esterno sostando sul marciapiede accanto alla cancellata di ferro che lo divide dalla strada. Non conosciamo la sua età e quando sia stato piantato, ipotizziamo però (vista l’enorme  mole del suo tronco) sia successo molti anni fa (anche più di cento).

Il Cercis siliquastrum L. ha crescita moderatamente lenta, ama il sole e i terreni rocciosi e calcarei ( per questo si comporta come pianta pioniera) due ingredienti quest’ultimi che probabilmente hanno influenzato il portamento dell’esemplare del Palatino che, proprio perché ha trovato al di sotto del suo apparato radicale un materiale roccioso (resti di antiche costruzioni), è cresciuto in larghezza piuttosto che in altezza. Considerato una volta originario dell’Asia minore (oggi invece si pensa invece sia  autoctono) il Cercis siliquastrum L. appartiene alla famiglia delle Caesalpiniaceae, è  presente in tutta l’area mediterranea, dai Balcani all’Asia Minore e non cresce a quote superiori ai trecento metri. La leggenda vuole che quest’albero sia quello dove Giuda l’Iscariota si sarebbe impiccato dopo aver venduto Cristo per trenta denari, in realtà deve il suo nome comune a uno scarto di vocale che riguarda il suo areale di origine : la Giudea. Uno scarto di vocale  (tolta una “e” è così diventato di Giuda) facilitato dalle caratteristiche dei fiori dell’albero che secondo le diverse interpretazioni: sono color sangue, e rappresentano le lacrime di Cristo; da bianchi sono diventati rosa porpora per la vergogna di Giuda; fioriscono all’improvviso e quindi tradiscono come il suo eponimo; sono la ricompensa data all’albero dal Signore per aver dovuto sopportare questo gesto “inevitabile. Dobbiamo il nome del suo genere, Cercis,  a Linneo che lo riprese, dal termine greco kerkis (nave) poi trasferito in latino col significato di  ago, spola, per indicare la forma del suo frutto, un baccello membranoso piatto di 10-15 centimetri,  prima violaceo e poi bruno-rossastro a maturazione  che  persiste a lungo sulla pianta dopo la caduta delle foglie. Un frutto che sembrerebbe una siliqua mentre, come invece ci informa il nome della specie, non lo è (per questo siliquastrum). Una siliqua, infatti, si differenzia rispetto a un baccello per una diversa apertura al momento della deiscenza per il setto persistente membranoso detto replo sul quale  sono inseriti i suoi  semi.

Il Cercis siliquastrum L. veniva spesso usato in passato nelle alberate stradali per la bellezza della sua fioritura primaverile e per la capacità di sopportare molto bene l’inquinamento atmosferico. Ultimamente viene usato di meno per la tendenza del suo tronco (dalla corteccia nerastra, molto rugosa e con screpolature),  ad attorcigliarsi e per il fatto che le radici, profonde e diffuse, spesso reagiscono alla carenza di ossigeno del terreno andando  in superficie ad alterare i marciapiedi. I suoi fiori , bellissimi, dal colore roseo porporino, sbocciano prima delle foglie, sono ermafroditi (portati su glomeruli di 3 o 6 elementi dotati di peduncolo riuniti in corti racemi) e talvolta sbucano  direttamente sui rami (caratteristica che in botanica viene definita caulifloria). Si possono mangiare (magari non quelli di città per l’inquinamento da piombo) aggiungendoli all’insalata o friggendoli in padella o  anche conservare in salamoia o sottoaceto come i capperi. Le foglie  a inserzione alterna, sono a contorno subcircolare con base cuoriforme,verdi e scure nella pagina superiore chiare e glabre in quella inferiore e per questo facili da riconoscere. Proprio per la loro forma  cuoriforme  delle sue foglie il Cercis siliquastrum  in Spagna, è chiamato l’albero dell’Amore “El àrbol de l’amor” e  una leggenda spagnola vuole che baciarsi sotto i suoi rami in fiore porti fortuna in amore, e non è forse Roma il contrario di amor?

Antimo Palumbo

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Il Respiro.eu Marzo 2010

A Roma si iniziano a fare i conti delle palme colpite dall’epidemia del punteruolo rosso e se i dati della Sicilia sono drammatici : 11.700 palme morte e infettate 30.000 unità, quelli della capitale non sono da meno con una  progressione  che registra giorno dopo giorno un drammatico aumento. Scomparse tutte le palme ai Villini al Pigneto , senza che (così sembra) nessuno se ne sia accorto, 39 sono morte e state tagliate in via della Musica all’Eur, una via di Roma circondata ai due lati di palme che per la sua bellezza era l’unica che ricordava Beverly Hills , 19 addirittura quelle morte e tagliate a Villa Celimontana. Centinaia colpite sono state già  rimosse mentre altre fanno ancora sfoggio della loro macabra chioma secca e adaggiata. Quartieri storici, Testaccio, Centocelle, Montesacro colpiti e affondati usando una terminologia da battaglia navale. Allo  spirito di rassegnazione avallato anche dai giornali e dai media sono però arrivate nuove risposte. Intanto  la nascita dei Palmiers (al quale sto collaborando attivamente ) un movimento al quale stanno partecipando coloro che pensano che salvare palme secolari che caratterizzano il paesaggio italiano sia esigenza primaria sulla quale investire risorse ed interventi a livello nazionale e governativo (sul quale potete saperne di più al blog http://salviamolepalme.blogspot.com)  e che porterà ad una manifestazione per Sabato 10 Aprile  per richiedere al Governo italiano lo stato di emergenza nazionale. Un governo che per preservare un bene paesaggistico culturale e ambientale (paradossale è il fatto che da parte del Ministero dei beni culturali su questo argomento da sempre non ci sia mai stato un intervento e la voce palma non rientri in un bene culturale) dovrà assolutamente andare verso i proprietari (la maggior parte delle palme non sono quelle pubbliche ma quelle private ) per modificare l’articolo 11 del  Decreto del 9 Novembre 2007  promulgato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali che regola in Italia la legislazione dell’attacco del punteruolo rosso alle palme e che dice : 1 le misure obbligatorie derivanti dal decreto sono a cura e spese dei proprietari o conduttori., a qualsiasi titolo, dei luoghi ove sono presenti piante sensibili 2. Le regioni al fine di prevenire gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio possono stabilire interventi di sostegno connessi all’attuazione del presente provvedimento. Un articolo che sembra stato scritto secondo l’iniquo  principio “cornuti e mazziati ” Per quale motivo infatti il proprietario deve essere responsabile di un epidemia che non nasce da una sua (usando un gioco di parole) benché minima responsabilità? Solo perché è proprietario? Se io ad un incrocio passo con il rosso o parcheggio in seconda fila o divieto di sosta sono responsabile e quindi giustamente posso ( e devo) essere multato, ma che colpa ha un proprietario di una palma piantata dai suoi genitori e in vita da più di cinquant’anni che una mattina si sveglia  e scopre (perché magari glielo ha detto il vicino più informato) che la sua cara e amata palma è spacciata e per rimuoverla deve spendere 1300 euro? Non sarebbe assurdo e beffardo per dei cittadini che subiscono i danni di una calamità (della quale non sono responsabili) come quella di un terremoto obbligarli a cura e spese dei proprietari e conduttori a rimuovere da soli le macerie ( o con personale specializzato) e poi ricostruirsi la casa? Ah ma qualcuno direbbe quelle sono piante, “che ce ne frega se muoiono ne ripiantiamo delle altre” gli uomini sono altra cosa. Però sempre nello stesso articolo si legge che tale epidemia potrebbe causare gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio e si delega questa prevenzione alle Regioni. Ecco la prevenzione non è più necessaria perché l’epidemia è sfuggita al controllo e la devastante azione del punteruolo rosso sta trasformando per sempre il nostro paesaggio con gravi ripercussione sull’immagine della nostra nazione del mondo. Non basterebbero forse questi elementi per decretare lo stato di emergenza naturale e far si che il Governo Italiano (non le Regioni sempre più bisognose di risorse economiche) intervenga con stanziamenti di fondi, un responsabile che si occupi di coordinare tutte le forse attualmente in campo a livello locale e con delle azioni che servano a contenere l’attuale irrefrenabile aumento della popolazione dei coleottori nella zone cosiddette sensibili quali : prezzi calmierati degli interventi (di smaltimento e prevenzione) o agevolazioni fiscali per i proprietari per questi interventi? Tutto dipende da che posto nelle priorità degli italiani si trova (e si troverà nei prossimi mesi) l’argomento palme. Se la maggioranza delle persone si farà convincere dall’opinione diffusa dalla maggior parte dei media che tutto quello che poteva essere fatto è stato fatto e il coleottero e talmente potente che non possiamo fare più niente (e noi, ma anche la maggior parte dei tecnici italiani che hanno avuto a che fare con il punteruolo sanno che non è così) l’epidemia nei prossimi anni diventerà strage, visto che dopo che il coleottero avrà attaccato le Phoenix canariensis si organizzerà per attaccare le altre palme in particolare le Washingtonie e le Chamaerops.

Antimo Palumbo

La Vita degli Altri Settembre 2009 

Sfogliare i libri di  Storia è sempre  una buona abitudine per comprendere ciò che è successo in passato ed aver così più strumenti per capire il presente. E la Storia si sa non è fatta solo di date di battaglie ed armistizi ma anche di nomi, più o meno importanti, che riportandoci ad esperienze passate ci possano educare con i loro insegnamenti, a fare o non fare qualche cosa di giusto o di sbagliato. Ed oggi per coloro che ci amministrano: i sindaci, gli assessori, gli onorevoli politici,  in questa vita sempre più confusamente rapida c’è sempre meno spazio per occuparsi di questione storiche. Peccato. Perché per ciò che riguarda la situazione di Roma e dei suoi alberi, ci farebbe comprendere che siamo a un punto zero della sua evoluzione per essere ottimisti e sotto zero più realisti. Come ho già scritto in “Per una critica estetica degli alberi di Roma” uscito sul numero 6 della Rivista Silvae  Rivista tecnico Scientifica del Corpo Forestale dello Stato, ancora oggi a Roma : è più semplice trovare informazioni su quale bagno schiuma usi Demi Moore che sugli alberi che si trovano in Via Leone XIII, degli Acer negundo”. La città anche se grande e ricca di argomenti e spunti culturali di ogni genere sembra completamente abbandonata a se stessa per ciò che riguarda la cultura dei suoi abitanti verdi: gli alberi,  300 mila di cui 150 mila su strade pubbliche fino a qualche anno fa. Cerchiamo di analizzarne qualche argomento insieme attraverso nomi, e con ordine. Giacomo Boni per esempio, chi era costui? Grande storico ed archeologo e amico degli alberi, fusione di passione e conoscenza tra storia e natura ( lo potete vedere nella foto all’inizio dell’articolo) . Autore del Viridarium Palatinum , un giardino orto botanico organizzato secondo due ordini distinti : il vivaio della flora classica che accoglieva tutte le piante menzionate da Virgilio nelle Georgiche e nelle Bucoliche, da Plinio nella Naturalis Historia e che erano raffigurate nei dipinti di Pompei, del Palatino e della Villa di Livia; il giardino sperimentale che invece accoglieva nuove essenze. Un giardino delizia realizzato sul Palatino, il colle più antico ed importante della città, quello sul quale fu fondata Roma, e sul quale Boni abitava accogliendo Re, imperatori e Regine nelle visite ufficiali e sul quale ora è e sepolto sotto una palma (Phoenix canariensis) dove una semplice lapide e ce ne ricorda il suo nome. Un gesto voluto addirittura dal grande vate Gabriele D’Annunzio che il 14 Luglio del 1925 sul Popolo d’Italia perorava la sua casa a Benito Mussolini : “Tu forse non sai quanto io abbi amato il grande Giacomo Boni e quanto egli mi amasse nella religione di Roma e della sempiterna d’Italia. Oggi io ti domando per lui l’onora della sepoltura sul Palatino…”  “Chissà quale grande uomo o importante politico è stato sepolto sotto questa lapide”, si chiederanno gli ignari turisti stranieri che magari sbadatamente si trovano oggi a passare attraverso quelle aiuole recintate di basse siepi di bosso sul piano del Palatino con la sua vista mozzafiato sui Fori, “Chissà chi è stato quest’uomo”  che ancora oggi sembra guidare spiritualmente dall’alto la sua città che amava e conosceva perfettamente e che oggi è  governata da amministratori (e questo da diversi anni ormai) ormai dimentichi di ciò che vuol dire cultura degli alberi. Per comprendere questo vuoto abissale basti ricordare che sul Palatino , il colle che ospitava gli antichi e splendidi Orti Farnesiani dove fiorì per la prima volta, nel 1611 con semi portati da santo Domingo, un albero, dai fiori ricercati e profumatissimi, che da questo evento storico trasse il suo nome ovvero l’Acacia farnesiana di quest’albero non c’è traccia o storia. O meglio qualche anno fa ne è stato piantato un piccolo esemplare, che da qualche tempo è sempre più stantio e sembra vicino a fine immediata. Non dovrebbe forse un’amministrazione essere attenta ad occuparsi di promuovere i suoi tesori culturali ad ampio spettro? Pretendere un esemplare sano e robusto con un piccolo cartello che ne ricostruisce tutta la storia e vederla tornare a fiorire è un sogno ancora troppo lontano? E che dire invece degli altri innumerevoli Alberi monumentali che da secoli vivono nella città come i 12 Platani orientali  e il cerro magico e saggio di Villa Borghese, i Cipressi piantati da Michelangelo nella certosa delle Terme di Diocleziano, le Sequoie di Villa Ada, il Ginkgo biloba di Villa Sciarra o l’Araucaria bidwilli di Palazzo Brancaccio solo per citarne alcuni che vivono da diverso tempo senza essere censiti e protetti e che rischiano ogni giorno fini ingloriose come è successo per la storica e secolare Quercia del Quadraro, per la quale ci stiamo ancora battendo per poterla tornare a fare vivere? Non è forse assurdo che in una città come Roma dove tutto (monumenti, pietre, arredi architettonici antichi ) è censito, numerato e controllato non ci sia un censimento degli alberi monumentali? Come ho scritto in un articolo pubblicato qualche mese fa dalla rivista Viavai non è forse giunta l’ora di pensare ad una sopraintendenza degli alberi monumentali che non si occupi soltanto di censire e controllare ma anche di investire risorse economiche per mantenere e curare?.” Forse una quercia di 400 anni ha meno valore di un muro antico del secondo secolo dopo cristo?. E ancora,  tirando fuori altri nomi:  Guido Baccelli. Che ne è stato della sua memoria e presenza storica? Senatore, medico e umanista amico ed amante degli alberi e di Roma. I romani gli dovrebbero essergli grati due volte : intanto  per il fatto di essere stato tra i fondatori del Policlinico Umberto I (io sono uno di quelli che è nato lì) e poi perché è stato il creatore della Passeggiata archeologica. La città lo ricorda (o meglio non lo ricorda) con un monumento in pessime condizione in Piazza Salerno, ( che molti vorrebbero volentieri che si volatilizzasse visto che “impiccia” per la corsia preferenziale degli autobus) e un anonima via dietro le Terme di Caracalla. E’ stato il fondatore della festa dell’Albero una festa che negli anni ha perso sempre più spessore e importanza. Perché non pensare (come succede in tutte le nazioni civili e culturalmente attente, vedi l’Arbor Day in America) a riproporre una Festa dell’Albero che coinvolga non solo i bambini ma i grandi con non solo piantumazioni ma feste, incontri, conferenze, proiezioni di film e musica a tema ? Parafrasando un titolo alla Prokovief :  “Chi ha paura del Respighi cattivo?” . In quale cartella della memoria di questa città, sclerotizzata ormai dai suoi milioni di abitanti,  si trova il ricordo del poema sinfonico “I Pini di Roma” che il musicista emiliano, entrato a diritto nella Storia della Musica, dedicò agli alberi di Roma? Una città che a distanza di quasi 85 anni dalla sua composizione  sembra avere rinnegato queste presenze vegetali ed arboree e spettacolari che caratterizzano l’immagine  di Roma  e dove, sempre più, anche tra i tecnici che si occupano della gestione degli alberi si sta sviluppando la convinzione che i pini siano alberi che debbano essere cancellati dalla città perché poco sicuri?.  E ancora che dire invece di Alfred Kelbing direttore del Servizio Giardini nel lontano 1887 , esperto orticultore acquisito e scelto tra i migliori in Europa  attraverso una Concorso pubblico e internazionale  per  sistemare le bellezze floreali e arboree della città eterna  che dedicò la sua vita (pagandone le conseguenze con una morte prematura) per realizzare i giardini di Piazza Vittorio? E forse eccessivo ricordare che il verde di Roma si trova in questi giorni in mano a un Direttore del Servizio Giardini  persona “etica, buona e capace” ma che come tiene lui stesso a sottolineare “di alberi non ci capisce niente” e quindi costretto ad elemosinare consulenze dai suoi tecnici , che in quanto tecnici non hanno l’obbligo di occuparsi di cultura? Concludo quindi ricollegandomi a quello scritto all’inizio per ricordare  quali sono i compiti di  uno storico: ovvero , quelli di  produrre e fermarsi a riflettere su nomi, tornare nel passato, acquisire esperienze, riportarle nel presente e valutare e proporre possibili cambiamenti e nuove rotte. Oltre questo ( e non mi sembra poco) e seguendo la linea del potere magico delle parole e della ricerca dei segni che le compongono ( uno storico degli alberi è affascinato dai nomi botanici latini con i quali gli alberi vengono chiamati, parole spesso difficili come  quelle dell’albero della Tasmania Lagarostrobus franklinii  che prima o poi riuscirò a portare a Roma, adesso ancora non c’è)  che lancio un creativo quesito finale. Giacomo Boni, Guido Baccelli, trait d’union la sigla delle loro iniziali G.B. Che succederebbe per la cultura degli alberi di una città grande ed importante nel mondo come Roma se il governo dei suoi abitanti verdi che ci donano ogni giorno ossigeno e bellezza fosse in mano ad un  altro G.B. ovvero Giuseppe Barbera, professore di Dipartimento di Culture arboree  dell ‘Università di Palermo autore dei libri “Tutti frutti” e dell’ultimo “Abbracciare gli alberi”? Uno studioso e scrittore e allo stesso tempo specialista e storico degli alberi, amante ed amico degli alberi  e estremo conoscitore della loro cultura. Cambierebbero le sorti della cultura degli alberi e della loro cura in  una città le cui risorse economiche impegnate  per il verde cittadino sono sempre agli ultimi posti del bilancio ? “Non abbiamo i soldi” questo il ritornello che si è abituati a ripetere ed ascoltare. Ed è’ forse troppo chiedere il meglio? Perché una volta per diventare direttore del Servizio Giardini si facevano concorsi pubblici internazionali ed oggi è solo una carica da direttore amministrativo? Non è giunta forse l’ora di tornare a meritarci il meglio? Come fare? Semplice, intanto iniziare a pensarlo possibile e poi a richiederlo, certo Giuseppe Barbera probabilmente se ne starà beato e tranquillo nella sua calda Palermo, penso però  che per la città  di Roma  una nuova politica e cultura degli alberi  sia ineluttabile. 

Antimo Palumbo

 

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Viavai Ottobre 2009

La stretta complicità che unisce uomini ed alberi è spesso qualcosa di più di una semplice metafora. E questo almeno per due motivi : intanto per essere entrambi degli esseri viventi, che vivono respirando.Quando cessiamo di respirare cessiamo anche di vivere ( e viceversa). La vita sulla Terra poi non sarebbe possibile senza gli alberi,  esseri vegetali superiori che insieme alle piante ,delle quali fanno parte, ci regalano attraverso la fotosintesi clorofilliana l’ossigeno: elemento essenziale per la vita su questo pianeta. La loro superiorità sulle piante deriva dalla loro peculiarità di avere un accrescimento secondario che produce legno e un tronco e di avere un sistema cellulare elaborato. Un concetto di superiorità simile a quello degli uomini sugli altri animali (concetto sempre relativo e da prendere con le relative accortezze per evitare possibili  risultati deleteri antropocentrici) ed è per questo che preferisco quando parlo di un albero sempre chiamarlo albero e non pianta. Anche noi uomini siamo degli animali ( e questo penso che nessuno può negarlo) ma siamo degli animali diversi che vengono chiamati uomini. E se sui giornali non vi capiterà mai di leggere : “ nell’incidente di ieri sono morti tre animali in tarda notte mentre tornavano dalla discoteca” così  penso sia giusto quando si nominano gli alberi si debba parlare di alberi e non di piante. Chiusa questa breve parentesi sui termini (una parentesi importante però visto che viviamo oggi in una società dove i contenenti sono più importanti dei contenuti) scopriamo  che l’altro motivo che ci accomuna ai nostri amici alberi è la terra. Non è forse strano (sempre facendo una riflessione sulle parole) che il pianeta sul quale viviamo porta lo stesso nome dell’elemento nel quale sono radicati con il loro apparato neurofisiologico le radici , appunto,  gli alberi? Potevamo chiamarlo pianeta acqua, o pianeta aria, invece noi viviamo ( e questo lo sanno anche i bambini) sul pianeta Terra. La terra,  un elemento, polveroso e vario  nei suoi componenti, che giorno dopo giorno e lentamente nelle grandi città  sta scomparendo. Nel processo di trasformazione delle città in grandi centri commerciali all’aperto (dove tutto è governato : dalla linea dritta e ordinata dei bianchi blocchi di travertino che segnano i marciapiedi  adornati di asfalto; dalle nuove piastrellazioni cementate; dall’idea che tutto deve essere sicuro e a norma) la terra , elemento demonizzato perché riconducente allo sporco e alla morte (una volta dopo morti ci si finiva sotto, ora neanche c’è più spazio per questo)  , sembra e per sempre aver perso la sua battaglia finora dimostratasi vincente (vola come polvere e si deposita ovunque e mescolata con l’acqua diventa fango) contro l’Uomo. Una città pulita, sicura, splendente e riflettente questo è il risultato della vittoria dell’Uomo sulla terra, degna ammiraglia della Natura, matrigna,crudele e imprevedibile che imperversa con i suoi capricci l’ordinaria quotidianità degli uomini. Però sappiamo (e  anche questo è un sapere da bambini) che gli alberi non possono vivere senza terra. E’ nella terra che con le loro radici afferrano l’acqua e gli elementi minerali di cui hanno bisogno per vivere, ed è grazie all’opera dei loro apparati radicali che si tiene insieme la terra di colline e montagne. E quando gli alberi si tagliano per far posto al cemento (anche quello cosiddetto armato) dopo un po’ succedono ( vedi i casi di cronaca della Campania)  crolli e smottamenti. “Siamo una società in declino ed in particolare quella italiana” così affermano sui giornali molte firme autorevoli. Un pensiero al quale possiamo anche  ricollegare le “trasformazioni vincenti” delle città moderne che togliendo terra come succede quando lo si fa con gli alberi, stanno togliendo forza al corredo genetico cellulare delle nuove generazioni ( i nostri alberi futuri) più deboli per resistere alle trasformazioni e ai cambiamenti che madre Natura ama spesso creare (lo “zero tituli” che l’Italia ha conquistato  agli ultimi mondiali di Atletica Leggera di Berlino per la prima volta nella sua storia dovrebbe farci riflettere. Non ci si allenava forse un tempo per fare record sulle piste di terra battuta?) E così la creatività , lo sviluppo di un progresso fatto a cannocchiale  (secondo cui un modello – oggetti, progetti, esperienze, tecnologie, etc…- realizzato oggi nel 2009 deve essere sempre superiore a quello di dieci anni prima)  e l’artificio che fa dell’uomo un artefice  (ovvero con la capacità di realizzare un prodotto extra-corporeo che ci differenzia dagli altri animali. Capacità iniziata milioni di anni fa quando dopo aver acquisito la posizione eretta l’uomo ha avuto a disposizione due arti per realizzare uno strumento appunto extra-corporeo) ha portato a  far vincere il naturale artificiale. Ossimoro questo che possiamo andare a vedere, non senza rabbia e indignazione, nel complesso sportivo (bello, pulito e a norma: un vero centro commerciale dello sport) che si trova in Via dei Gordiani. Una via e una zona questa funestata negli ultimi tempi da una spaventosa cementificazione : il cantiere mostro della Metro C che si muove, spostandosi e inglobando terreno ed alberi giorno dopo giorno; gli alberi tagliati (dei Cercis siliquastrum o alberi di Giuda dai fiori rosso scarlatti stupendi)  in Viale Partenope  ed ancora rimasti lì con i loro monconi e non si capisce perché; la tempesta del 2 Luglio scorso che ha sradicato in pochi minuti decine di cedri con trent’anni di vita; la riqualificazione di Villa De Sanctis con un bellissimo parcheggio che ancora una volta ha tolto alberi e terra per mettere asfalto e bianchi blocchi di travertino; numerosi alberi scomparsi con tagli ingiustificati per la serie :” se tutti tagliano e fanno “bello” e “pulito” (perché si sa gli alberi sporcano) perché non dovrei farlo anch’io? Avevamo già parlato su Viavai di questo Centro Sportivo proprio per come avevano trattato gli Eucalipti  che circondano i campi sportivi capitozzandoli . E se quello era solo stato l’inizio, da qualche tempo intorno agli impianti sportivi si sta svolgendo una vera e propria tabula rasa di alberi. Dopo aver assistito qualche mese fa alla scomparsa di un intero viale di Cupressus arizonica (anche se fossero stati malati, ma a chi davano fastidio?). Nei pressi di uno dei campi di calcetto, un campo rigorosamente attrezzato con erba artificiale (e proprio in direzione della strada) si è consumato in questi giorni il taglio radicale di tre Eucalipti. Fa pena vedere (guardate la foto) tre alberi uccisi dalla mano dell’uomo (o meglio una motosega) in due tempi (prima si capitozzano e si fanno cariare e dopo qualche anno si tagliano perché malati) e ancora con i segni dei loro monconi rossicci (che ricordano il sangue) proprio accanto ad un perfetto campo di calcio con erba artificiale. Il naturale artificiale nella sua applicazione più perfetta. Un ossimoro, una prova che ci condanna e che  difficilmente potrà far assolvere nel futuro i figli dei nostri figli. Qualcuno allora potrebbe chiedersi possiamo fare qualcosa affinché questo non succeda di nuovo? Certo, diversi sono i modi, le azioni e le lotte da intraprendere. Perché non iniziare? Qualcuno ne ha voglia? Per ora,  mi sembra di ascoltare in lontananza le parole accennate dalla Natura mentre pigramente si gira nel suo letto di terra : “ erba artificiale? Puah! Questi uomini non sanno più che inventare. Domani quando mi sveglio me ne occuperò…ma ora ho sonno”.

Antimo Palumbo

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Viavai Settembre 2009

E’ ancora viva, reclinata e sofferente ma viva, con le sue foglie ancora verdi e turgide, grandi e profondamente lobate. La Quercia del Quadraro, l’esemplare più antico e grande di  Farnia (Quercus peduncolata) di una città di quasi quattro milioni di abitanti che si chiama Roma, è sempre lì che lotta per continuare a vivere, con la seria intenzione di ritornare in piedi, a distanza di quasi otto mesi da quella tragica Domenica del 29 Marzo, quando è stata buttata a terra da un pomeriggio particolarmente ventoso, complice anche un azzardato ed incosciente lavoro di danneggiamento effettuato nel tempo al suo apparato radicale. Tanto tempo è passato da quei giorni primaverili di pioggia e da quel 1 Aprile quando il direttore di Viavai  Ettore Ranalletta mi mandò a fare un sopralluogo per accertarmi di quello che era successo in via dei Lentuli : ovvero la caduta di un patriarca vivente (con un’età stimata di 400 anni)  orribilmente mutilato dall’intervento rapido e definitivo dei Vigili del Fuoco che come tutti pensavano ( le parole dei titoli dei giornali erano “Addio” “Lutto” ) che il prossimo stadio per la Quercia più grande di Roma fosse oramai il  deposito di legna per il camino di qualche casa di montagna. E da allora, invece, grazie alla forza e alla volontà di un intero quartiere, vivo, attivo e particolarmente attaccato alla sua storia e ai tesori del suo territorio che un po’ alla volta, miracolo dopo miracolo, affrontando attacchi ed ostacoli, pareri negativi e discordanti,  e supportando invece sopralluoghi, attese, risposte, iter burocratici con certosina pazienza che si è concretizzata sempre di più la speranza (che giorno dopo giorno diventava più reale) di poter far tornare e vivere la Quercia. E dalle parole, siamo passati ai fatti e all’inizio dei lavori per ripristinarla e farla tornare in piedi. Non è questa l’occasione ( e non in questo articolo)  per elencare e ringraziare tutte le persone che hanno creduto e dato il loro contributo affinché la Quercia (anche se con basse percentuali di attecchimento) potesse ritornare a vivere e a rappresentare come simbolo ( anche se ridotta e amputata nell’impalcatura dei suoi rami) il quartiere del Quadraro. Lo farò a conclusione dei lavori quando in un giorno delle ultime settimane di Ottobre la gru e gli uomini del Vivaio Euro Garden capitanati dal solerte Paolo Ceccarelli diranno alla Quercia che è tempo di ritornare a stare in piedi, dopo una brutta caduta ma fortunosa. E’ grazie infatti alle grandi e resistenti putrelle di ferro del ripostiglio (antico edificio abitato da storici personaggi del quartiere) sul quale è caduta che è riuscita a sopravvivere e a non sradicarsi completamente. Una parte dell’apparato radicale è così rimasta salda e sana e ha fatto si che, dopo aver compartimentato una parte delle ferite subite,  mettesse in moto tutti i suoi strumenti di autodifesa. Ricordo che, come per gli umani,  anche gli alberi hanno un forte senso di autoconservazione e di controllo. Se un albero ha terra, sole ed acqua difficilmente cade, e se lo fa (perché gli uomini lo hanno danneggiato tagliandogli le radici, capitozzandolo ed infettandolo con patogeni, funghi e carie) è l’ultima cosa che vorrebbe fare su questo pianeta,  perché per lui significa la morte. Ma vediamo quello che è successo in questi ultimi mesi. Grazie ad un appassionato gioco di squadra che ha visto lavorare insieme:   il Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro, i giornalisti con i loro articoli di supporto sui giornali, l’intervento dell’Amministrazione e di validi amministratori, si è passati dai sopralluoghi tecnici all’intervento e alla messa a disposizione della copertura economica (senza questo non sarebbe successo nulla) da parte dell’Assessore all’Ambiente e Cooperazione dei Popoli della Regione Lazio Filiberto Zaratti ,  per rialzare la Quercia. A questo punto sono scattati i tempi tecnici e burocratici che hanno visto impegnati per l’espletazione della realizzazione delle pratiche, Claudio Turella del Servizio Giardini in costante collegamento con il suo direttore Mario Vallorosi e l’Assessore all’Ambiente del Comune di Roma Fabio De Lillo,  coordinati dal delegato per l’Ambiente del VI Municipio Fabio Piattoni. Annunciati da un comunicato stampa e da articoli sui giornali finalmente Lunedì 27 Luglio i lavori per il recupero della Quercia e dell’area nella quale si trova per predisporre il suo prossimo riinalzamento iniziano. Vincitore della gara d’appalto è il Vivaio Euro Garden di Via Cristoforo Colombo che nell’arco di due settimane si occupa di : rifinire il taglio della Quercia e alleggerirla nella chioma per accelerare e migliorare poi una volta alzata il recupero vegetativo e chiudere con una miscela antifunginea le ferite aperte con i nuovi tagli ; mettere terra buona e concimata sulla zolla dell’apparato radicale scoperta; piantumare 15 nuovi esemplari di lecci in Via dei Lentuli; pulire la scarpata adiacente alla Quercia in Via dei Lentuli (sotto la Tuscolana) che versava in uno stato di totale degrado, Sergione sempre presente e attivo (così come altri componenti del Comitato durante l’esecuzione dei lavori, me compreso)  in questa occasione ha tolto 5 bustoni di plastica pieni di bottiglie. Grazie poi ad un consulto tecnico che ha visto anche il parere del nostro agronomo  Raffaele Fabozzi si è deciso, visto l’imminente aumento della temperatura e della siccità (per non farla soffrire ulteriormente,visto che una parte dell’apparato radicale potrà danneggiarsi nel sollevamento) di rimandare  l’alzata della Quercia in tardo autunno, molto probabilmente nelle ultime settimane di ottobre. Infine  dopo i turni di annaffiamento che hanno impegnato i membri del Comitato  in questi mesi passando dai secchi svuotati a mano ad un lungo tubo collegato ad un rubinetto ( ancora grazie ai “giardinieri sul campo” Sergione e Sebastiano Vinci) Lunedì  17 Agosto è stato sistemato un impianto automatico di irrigamento per nutrire d’acqua la Quercia nei prossimi giorni caldi di Settembre. Vi terrò aggiornati sul prossimo numero di Ottobre sull’evoluzione dei lavori e per ricordarvi la data nella quale ci sarà l’intervento di risollevamento della Quercia. Una data che entrerà nella memoria storica : della città – come segnale ed insegnamento per tutti i cittadini  affinché gli alberi monumentali siano valorizzati e protetti come monumenti naturali e patrimonio comune –  e del quartiere – un albero simbolo che oltre a rammentarci la sua storia vitale e popolare sia da raccordo  tra la saggezza e la concretezza della  terra marrone  e la gioia e spiritualità azzurra del cielo.

Antimo Palumbo

quercia

Viavai Maggio 2009

9.018.789 euro! Ovvero quasi 18  miliardi di lire del vecchio conio. A questa cifra è stato venduto il quadro di Lucio Fontana  “Concetto spaziale Attesa”all’asta di Christie’s di Londra il 12 Aprile del 2008. Chi è Lucio Fontana? Come chi è ! E’ il famoso artista italiano che a partire dal 1949  iniziò a fare tagli sulla tela bianca. Si avete letto bene una tela bianca vuota con sopra solo dei tagli verticali. Forse dovremmo farlo conoscere (o semplicemente ricordare) ai nostri amministratori, sempre più presi e distratti da riunioni di partito, tavole rotonde, convegni che “così sembra” come Astolfo (nell’Orlando Furioso)  hanno perso il senno e il punto di vista sui valori sui quali muoversi ed investire risorse. E se l’arte si trova nelle mani ( per fortuna) di critici e sovraintendenti ( che “intendono sopra” decidono cioè sopra i beni culturali e quale sia importante o no e quali risorse investire per preservarli) non succede la stessa cosa per gli alberi monumentali : esseri viventi secolari che ci regalano ancora foglie, fiori e frutti e che miracolosamente grazie a degli eventi casuali ed accidentali che li hanno tenuti lontani dalla scure espansionistica e deforestante degli uomini si trovano ancora vivi . La loro sorte invece quando gli succede qualcosa è in mano alla diagnosi dei tecnici “dottori delle piante”, agronomi, agrotecnici. Bravi dottori , e bravi chirurghi che passano le loro giornate nelle “sale operatorie della città” a tagliare e potare alberi e rami ,che però non  guardano all’albero come a un valore storico e culturale. Non ne comprendono il loro valore economico e sociale. E così che quando si tratta di spendere 8000 euro  per tentare di rialzare una quercia monumentale di 400 anni di età, la più grande di Roma i tecnici e i politici ai quali questi si affidano pensano che sia qualcosa di non conveniente. Pensare e agire poi con l’idea di “mi dispiace si che sia caduta, ma in fondo che ci possiamo fare, ci sono cose più importanti alle quali pensare” è segno di involuzione di valori e contenuti in una cultura, segno di imminente barbarie. Attila e il suo seguito che lasciavano dietro di loro il deserto non erano per questo chiamati barbari? Su questo lancio una storiella /quesito sulla quale  potremmo tutti riflettere, prestare la nostra attenzione e proporre soluzioni : “ se una scimmia, svelta e dispettosa , scappata dal vicino Bioparco  entrasse nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna e rubasse un Fontana ( lo ripeto una tela bianca con dei tagli verticali sparsi nel mezzo) e lo portasse sulla cima più alta dell’edifico. Cosa succederebbe? Primo movimento: Il Sindaco e le autorità avvertite chiamerebbero i vigili ed i tecnici . I critici senz’altro sarebbero inorriditi e scandalizzati . Ci sarebbero articoli che rapidamente girerebbero su tutti i mezzi d’informazione del mondo (ricordate Piazza Navona tinta di rosso?)  e dopo un consulto breve ed immediato si deciderebbe di investire energie e risorse economiche per tentare di salvare il quadro: un bene comune e nazionale. Ma se il parere vincolante fosse quello di un tecnico ( che sò un vigile o un custode) e non quello di un critico  che potrebbe affermare  “ Beh qual è il problema , prendiamo un’altra tela e la tagliamo allo stesso modo”  quale pensate che fine faccia quel quadro? E che figura in Europa e nel Mondo ci farebbe l’Italia? E se ancora il tecnico dicesse –“ la scimmia sta scorticando il quadro e le percentuali di recuperarlo integro sono molto basse” che non tenteremmo ugualmente di recuperarlo e poi successivamente restaurarlo? Ecco, trasportando questa storiella nell’ambito degli alberi monumentali non è forse giunta l’ora di pensare ad una sopraintendenza degli alberi monumentali che non si occupi soltanto di censire e controllare ma anche di investire risorse economiche per mantenere e curare?. La quercia del  Quadraro è ancora viva. Si può e si deve  tentare di risollevarla. E’ la sopraintendenza “politica” (visto che quella culturale è ancora inesistente, e su questo ci lavoreremo nei prossimi anni ) che deve pensare questo intervento come necessario. Il giorno in cui questo succederà , il giorno in cui l’enorme gru passerà il cancello dell’area nei pressi del quale si trova l’antica quercia caduta sarà per tutta la città di Roma un grande evento. Il segno che la stoltezza degli uomini, del loro brusco allontanamento dai “veri valori” e dalla natura per la nuova estetica dei centri commerciali si può ancora fermare. Un  regalo per i figli dei nostri figli che avranno ancora la possibilità di poter godere dell’ombra e della bellezza di un albero maestoso e secolare.  Un albero che con i suoi 400 anni di età e la sua chioma globosa ci nutra e ci avvolga, un trait d’union tra la materialità della terra e la spiritualità del cielo : un albero che ci collega alla vita. Per questo usiamo la testa, ridiamo la vita all’albero.

Antimo Palumbo

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