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Viavai Giugno 2009

Ridono e sono contenti i produttori, rappresentanti e venditori di motoseghe a Roma. Se infatti la crisi ha colpito a ventaglio diversi settori dell’economia romana probabilmente questo non è successo per il mercato della motosega. Uno strumento potente e pericoloso che permette di far fuori un albero centenario in 120 secondi (che necessiterebbe una regolamentazione sull’uso mentre invece tra un po’ sarà possibile acquistarla anche dal tabaccaio sotto casa). Mai la motosega è stata utilizzata in maniera così ampia e massiccia nella Storia di Roma come in questi ultimi mesi. Tagli, abbattimenti, potature radicali effettuate a tappeto (da alcuni è stata definita “la mattanza degli alberi”) in maniera spesso approssimativa e sconsiderata. Centinaia, forse migliaia,  sono stati gli alberi abbattuti in questo primo anno della Giunta Alemanno che attaccandosi alla parola sicurezza ha stabilito record, dato certezze, , ridotto chiome, portato ordine, pulizia, nuovi panorami della città. Tutti aspetti  più negativi che positivi visto che gravi e permanenti sono i danni che sono stati creati da questo “giocare al record e alla sicurezza” alle alberate romane. Per tutti gli alberi è stato applicato lo stesso trattamento. Tutti per lo più sono stati capitozzati (e per questo saranno poi attaccati da  funghi e carie che nei prossimi anni ci regaleranno alberi ancora più instabili e insicuri) e se questo non è avvenuto si è utilizzato uno stampino uguale per tutti (guardate i Lecci delle Terme di Caracalla per intenderci) non ricordando che l’architettura di un albero (il suo carattere) è diversa per genere e specie e così ora ci troviamo con degli alberi che sono tutti uguali, (che sembrano usciti da dei disegni di bambini)  ovvero un ammasso di foglie senza forma, molto ma molto pericolosi,  visto che non essendoci più i rami a rompere le forze dei venti, nel caso di un possibile temporale producono un effetto vela sradicandosi molto facilmente. E così se diverse sono e sono state le battaglie intraprese per difendere gli alberi di Roma, le segnalazioni, le denuncie, gli articoli sui giornali (in particolar modo La Repubblica e il Corriere della Sera) molti sono stati gli alberi che invece in “maniera invisibile” sono scomparsi e questo grazie anche a dei privati che sulla scia del taglio generalizzato e del “rappel al’ordre” dei nuovi gestori del verde della città si sono associati a :pulire, tagliare, ordinare, sistemare, ovvero rendere il verde naturale sempre più artificiale. E visto che i nostri occhi sono sempre puntati su quello che ho definito il Far East degli alberi, ovvero il quartiere di Casalbertone, non poteva sfuggirci la fine ignobile fatta fare ai 5 ligustri adiacenti al cantiere del nuovo edificio che si sta costruendo in Via De Dominicis dove i lavori vanno avanti spediti. Cinque ligustri dal bel tronco e dalle foglie verdi, tutti in ottima salute che continuavano l’alberata di Via Galliano sono stati prima inglobati all’interno dell’alta recinzione (ovvero da fuori, con un gioco di spostamento di recinzione,  sono andati a finire dentro insieme al marciapiede e al semaforo) poi dopo qualche giorno di assestamento (e  magari attendere qualche protesta di qualche possibile comitato che chiaramente non c’è stata)  il 21 Maggio sono stati selvaggiamente capitozzati e  ridotti completamente di tutte le foglie. Una volta trasformati in moncherini il prossimo passo sarà inevitabilmente  il taglio. Inutile fare denunce, chiedere informazioni pretendere spiegazioni per 5 alberi (dei beni pubblici che appartengono a tutti) che hanno avuto la sfortuna di finire nel bel mezzo di una riqualificazione di un quartiere. Probabilmente tutto è in regola, le carte sono state firmate e le autorizzazioni ottenute. Quando si ha carta bianca ci si può allargare di 5/10/50 centimetri e distinguere tra interessi privati e  interessi pubblici sono solo delle sottigliezze. In fondo, gli autori dell’epurazione avranno pensato : “che ci importa che i 5 alberelli sono un bene pubblico? Volete degli alberi , ve li ripiantiamo”. E così è successo in Piazza De Cristoforis dove secondo un piano di compensazione gli alberi sono stati piantati ma sono anche morti (guarda caso due ligustri) e mai cambiati. E sperando che la tecnica della goccia cinese possa avere qualche effetto non smetterò di ritornare sull’argomento fino a quando qualche “anima buona” si occupi di togliere i due alberi morti. Così come quel vaso di Chamaerops humilis (la palma di San Pietro) che si trova in Via Cucchiari di fronte alla Farmacia che senza vergogna alcuna continua a far mostra di se e delle sue foglie morte , gialle e secche  per rammentarci che forse sempre più per i nostri amministratori si è stabilizzata la convinzione che il nostro sia un quartiere di serie C. Ci piace infine, concludere con una bella notizia e rimanere nel positivo segnalando la nuova piantumazione  di Ibischi avvenuta un mese fa in via Carlo Mezzacapo. Ebbene si, sono ancora loro gli Hibiscus syriacus  come quelli di Via Domenico Cucchiari , attualmente in ottime condizioni (tranne uno che è morto da diverso tempo di fronte al Centro Estetico Indaco, che aspettiamo a cambiarlo?) , grazie alla cura dei negozianti che “gli vogliono bene”. Gli Ibischi di Via Mezzacapo sono giovani e bisognosi di cure e attenzione , se gliele darete (e magari un po’ d’acqua, ma non troppa, nei mesi più torridi)  loro vi ricambieranno con fiori colorati e profumati per tutta l’estate.

Antimo Palumbo

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Viavai Aprile 2009

Grandi movimenti e fermento per ciò che riguarda gli alberi a Roma in questi ultimi tempi. Intanto per ciò che riguarda le potature che sono state potenziate (investendo importanti risorse economiche ) obbedendo  ad una  parola chiave : la sicurezza. Una sicurezza insicura, usando un ossimoro che ci serva per riflettere, visto che investire per mettere in atto delle potature radicali degli alberi cittadini ( o la capitozzatura che sembra , per ciò che riguarda il Servizio Giardini , venga sempre meno utilizzata.) piuttosto che occuparsi della loro cura con una manutenzione periodica, spesso produce opposti effetti creando degli alberi menomati ed  instabili. Ha destato sorpresa  ( è la prima volta che i caratteri della parola albero sono entrati nelle tipografie dei manifesti politici) vedere Roma riempita di manifesti che pubblicizzavano l’operato del Comune “Potati 5500 alberi”. Un manifesto che stava a significare : “ Ecco! Abbiamo esaudito l’esigenza di sicurezza che ci avete richiesto votandoci” Una priorità che tende a guardare gli alberi come a degli ospiti inattesi, scontrosi, irritabili e instabili che possono sempre cadere da un momento all’altro e che non lascia spazio invece a quello di pensarli come  presenze  necessarie per una migliore qualità della vita, ma su questi argomenti torneremo nei prossimi articoli. Apprezzabile abbiamo trovato invece  il volenteroso lavoro del Servizio Giardini del VI Municipio, attento a stabilire un feedback con i cittadini, informandoci sul rinnovamento delle alberate attualmente in corso (fa impressione vedere il vuoto lasciato dalla Sofore tagliate alla Circonvallazione Casilina o delle Robinie in Via Fieramosca – in entrambi i casi ,alcune però sono state salvate) attraverso un comunicato stampa (vedi scheda accanto)o attraverso la risposta immediata per informarci del taglio necessario  di un albero bello e dal portamento elegante (un ailanto) di fronte alla Scuola Media Lombardo Radice in via di Casalbertone, con tanto di foto e documentazione tecnica che ne attestava la sua instabilità.. E se nel VI Municipio il rispetto, la cura, l’informazione da parte degli amministratori per ciò che riguarda il verde è la norma, non succede la stessa cosa ai suoi confini che appartengono ad un altro Municipio, ed in particolare al “borderline”  Casalbertone. Una terra di confine, appunto, una sacca paese,  tra Portonaccio e Piazzale Prenestino, che figuratamente potremmo definire il Far East degli alberi  , proprio per sottolinearne la sua lontananza dagli uffici e dal “centro” del V Municipio. Una terra (anche se di terra c’è n’è rimasta poca…) dove per ciò che riguarda gli alberi può succedere di tutto, come : 1. continuare ad assistere nella visione di alberi morti e secchi (due Ligustri) nella piazzetta davanti alla Scuola elementare (per i bambini un vero e proprio corso di Educazione Disambientale) , con tanto di tutore e corrugato verde per essere annaffiati ( la riflessione che ne consegue è : “ è il tutore che tiene l’albero morto o l’albero morto che fa da tutore al tutore?” ). E se la manutenzione del prato e delle bellissime Photinie Red Robin davanti alla scuola è indubbiamente  migliorata  perché nessuno si occupa di cambiare gli alberi e di metterne di nuovi? 2 . vedere sparire in un sabato mattina due Melie azedarach L.confinanti e di fronte all’ingresso del “nuovo cantiere della riqualificazione del quartiere”  in via De Dominicis ( che fine hanno fatto? Sono state tagliate, espiantate? E con quali permessi?). Alberi rari e preziosi  già danneggiati da una potatura asimmetrica e dagli  attacchi continui alla salute delle loro radici dai lavori  del cantiere  “per la serie s’allargamo, s’allargamo”.  Quante di loro sopravviveranno alla fine dei lavori? 3. vedere cartelli di divieto di sosta direttamente attaccati a degli alberi con del fil di ferro  (sempre dei Ligustri) in Via Galliano e scavi fatti ( senza rispettare i regolamenti) fin sotto l’ apparato radicale degli alberi. Probabilmente chi l’ha fatto ha confuso i pali di ferro con il tronco dell’albero e quindi poi è passato al paragrafo successivo,: “ che ci importa se gli tagliamo le radici” e poi gli alberi diventano instabili e poco sicuri, diciamo invece noi ? 4. assistere in via Cucchiari, di fronte alla Farmacia, allo spettacolo degradante di un vaso contenente un ex Chamaerops humilis L. (o altrimenti chiamata Palma di San Pietro) oramai morta con le foglie gialle e rinsecchite senza che nessuno (dico nessuno) abbia od abbia avuto il buon senso di toglierla. Ma se per ciò che riguarda gli amministratori del verde del “Far East degli alberi” vige il vuoto più totale, per fortuna non succede la stessa cosa per coloro che ci abitano e ancor di più per quelli che dovrebbero essere interessati a far si che nelle loro strade il degrado non prenda il sopravvento, ovvero i commercianti. E così che con gaudio e piacere, una mattina scopro l’iniziativa dei proprietari del nuovo ristorante in Via Pittaluga che per migliorare  l’atmosfera e la bellezza di un quartiere, dove il verde si fa sempre più grigio, piantano delle violette colorate  nelle aiuole sotto i due alberi (dei Prunus cerasifera Hehr. var. ‘Pissardi’ (Carriere) L.H.Bailey) che si trovano di fronte al loro negozio. Passandoci accanto (e molti se ne saranno accorti) è un vero colpo d’occhio che fa bene all’anima. “Ci penso io” è il nome del ristorante ,  forse anche quello di un nuovo programma politico?

Antimo Palumbo

Viavai     Novembre 2008

Torniamo a parlare di  Casalbertone, una sacca tra la  Tiburtina e la Prenestina delimitata dal viale di Portonaccio, un quartiere paese densamente popolato e vissuto., dove è in atto da diversi mesi quella che è stata chiamata la sua riqualificazione. In via de Dominicis , una tappa importante di questo processo, l’effetto “ground zero” si è allargato e stabilizzato. Un cipresso ed un cedro testimoni della strage alberata di agosto sono stati anch’essi fatti fuori. Il povero cipresso è sopravvissuto per un breve periodo ed ogni giorno che ci passavo davanti pensavo . “ma si, lo lasceranno in vita lo salveranno” E poi osservandolo bene e percependone il suo terrore, mi veniva in mente la storia della madre dello scrittore Italo Calvino, che presa dai fascisti che volevano avere informazioni sul figlio, oramai partigiano e latitante, era stata messa ,per ben due volte, davanti a un plotone di esecuzione e fucilata a salve. Ecco , e ancora pensavo, e più terribile morire o sopravvivere dopo aver coperto che lo scoppio e le cariche dei fucili erano a salve? E così deve essere stato il terrore vissuto da quel cipresso. Un Cupressus sempervirens pyramidalis,  sano e robusto che avrebbe potuto vivere almeno altri 100 anni, un testimone inconsapevole di una strage fatta con ruspe e motoseghe che ogni giorno si chiedeva “quando toccherà a me?” E poi un giorno è successo. Stavolta alla luce del giorno, senza mosse o tattiche da seguire. C’è un detto romano che dice “nun t’allargà” e quando sai che tanto nessuno dice niente e puoi fare qualsiasi cosa allora “t’allarghi”. E in questo procedere privilegiando sempre più interessi privati e sempre meno quelli pubblici che intanto continuano a “esistere” ( e chissà ancora per quanti anni ) i due ligustri morti e secchi (piantati come compensazione per gli “alberi rimossi”) proprio nella piazzoladi fronte alla Scuola Elementare.  Uno spettacolo indegno per quei bambini e genitori di bambini che ogni giorno ci sostano davanti. Bambini e genitori considerati di serie C rispetto a quelli della Balduina o dei Parioli. Ma si sà non tutti siamo uguali e “nessuno è perfetto” come dice l’ultima battuta del film “A qualcuno piace caldo” . E visto che è tempo di Festival del Cinema perché non ricordare ilfilm del 1952 di Arthur Lubin dal titolo “ It grows on trees “ (Crescono sugli alberi ) che racconta la storia di una coppia che riceve in regalo due alberi che piantano ne loro giardino e che dopo un pò scoprono che invece di frutti produce soldi, nuove banconote di carta. Ecco chissà come cambierebbe la politica della cura del verde e degli alberi se succedesse un tal evento miracoloso, perché occuparsi della salute degli alberi non frutta soldi mentre invece costruire case si . E in realtà non è proprio così perché avere alberi ( e i già citati abitanti della Balduina sono perfettamente consapevoli che il loro è un quartiere di serie A proprio perché è un quartiere di alberi nel quale ci sono le case mentre quello di serie C è un quartiere di case nel quale c’è qualche albero) accanto a una casa vuol dire, intanto rivalutare il proprio immobile, e poi apportare ossigeno, ombra, umidità e migliorare la qualità della vita. Una qualità che si misura attraverso il concetto fondamentale (per il cosiddetto futuro sostenibile) della biodiversità. Avere alberi, prendersene cura e mantenerli significa prendersi cura di interi mondi di esseri viventi, così importanti per poter vivere una vita naturale, o nei limiti “pseudo.naturale” , come quello della comunità degli uccelli, che ci allietano con la loro presenza ma non solo e che sugli alberi ci vivono e ci abitano E a Casalbertone questo “ecosistema” è stato profondamente modificato. Spesso, colpito dalla luce dell’alba, affacciandomi alla finestra alle cinque di mattina mi succedeva di sentire gli uccelli cantare (succedeva solo a quell’ora) e diverse volte mi ero chiesto .”ma che coraggio…vivere in questa foresta di cemento, non è poi così male!” .Ecco ora gli uccelli non si sentono più. Sono scomparsi, sfrattati da un loro habitat cittadino realizzato in più di quarant’anni: il boschetto di via de Dominicis. Sfrattati hanno scelto posti migliori e al posto degli uccelli sono arrivate le gru. Bello , l’evoluzione di un ecosistema! Le gru dalle gambe rosse e snelle , quelle che già descriveva Boccaccio nei suoi racconti. “Fermate , fermate..ma che stai addii! “ Le gru sono quelle di metallo,alte e scattose , già sono arrivate in via di Casalbertone e presto arriveranno in via De Dominicis .Le stesse che mi ricordano il disperato bambino orfano protagoniste del romanzo di David Leavitt “La lingua perduta delle gru” che si fa adottare da una gru (di metallo) che vede muoversi accanto alla sua  finestra. Un racconto , che ci aiuti a riflettere e attraverso la riflessione a pensare a riqualificazioni che parlino di verde, alberi e ambiente.

Antimo Palumbo

 

 

 

 

 

img_2964Viavai Settembre 2008

Mosse studiate, caute e nascoste, preparate da tempo, come quelle di un abile giocatore di scacchi. Evitare possibili contestazioni, pseudo/ambientalisti o qualsivoglia scocciatore che possa  ostacolare lo svolgimento degli eventi e dei lavori in corso. Scegliere un giorno speciale, in un orario speciale, quando la città è vuota, Venerdì 8 Agosto. Tutti sono partiti e quelli rimasti sono davanti alla televisione  a vedere l’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino.  E poi rapidità, rapidità di esecuzione: 4 uomini, corde, gru, motoseghe. E in pochissimo tempo buttare già tutto quello che la natura ha creato in più di 45 anni nel “bosco”  di via De Dominicis  dell’ex scuola media Salvadori : pini, robinie, fichi, ailanti, cipressi e soprattutto il Pioppo Massimino. Un pioppo cipressino, Populus nigra var. italica  alto più di 25 metri, l’albero più alto e maestoso per chilometri e chilometri nella zona di Portonaccio e della Via Tiburtina, un simbolo : il simbolo di un quartiere e della sua storia. Una storia che al suo interno ha  una scuola media prefabbricata costruita, alla svelta con pannelli contenenti amianto, un isolante di cui ancora non si conosceva la sua nefasta azione cancerogena sui polmoni. Una scuola inaugurata nel 1963  e dedicata ad un eroe di altri tempi. Eroe cattolico e democristiano : Giulio Salvadori, poeta ed intellettuale di spicco che dedicò la sua vita, dopo una piccola fase di dubbio (nella quale divenne amico di D’Annunzio) al cattolicesimo . Il maestro spirituale di diversi politici democristiani tra i quali Amintore Fanfani. Un maestro buono per il quale è già stato avviato da diverso tempo il processo di beatificazione. E la memoria del suo nome  in un quartiere da sempre orientato con aghi magnetici verso lidi politici marxisti-leninisti era qualcosa di imbarazzante al quale bisognava mettere riparo. E’ così è stato un po’ alla volta nel tempo. Ora della Giulio Salvadori non è rimasto più nulla : tabula rasa. Dei segni, delle immagini, delle memorie magari  di professori alternativi che si presentavano a scuola con macchine sportive ( una Triumph decappottabile) e di alberelli piantati da bambini incoscienti durante proto-lezioni di “educazione ambientale” non ne è rimasto  più niente. Tutto cancellato. Di ritorno dalle vacanze molti troveranno la sorpresa di vedere un bosco che non c’è più. Passando oggi in Via De Dominicis è sorprendente l’effetto “Ground Zero”: palazzi una volta nascosti dalla vegetazione si mostrano con orizzonti liberi e aperti. E questo orizzonte libero e aperto, è nella sua assurdità “ talmente bello e pulito” che a qualcuno potrebbe venir la voglia di fare la stessa cosa col parchetto Malabarba quello che “secondo i programmi” andava risistemato prima di iniziare a costruire i nuovi palazzi. Spazi aperti e liberi, liberati da alberi vecchi e malati.: questa è l’argomentazione che magari capiterà di ascoltare da qualcuno per giustificare questa strage.  Perché si, di strage si tratta. Una strage annunciata con tanto di cartello che descrive la “nuova strategia delle alberate”. Una strategia che pianta alberi senza amore e sostegno. Triste è vedere i due ligustri, piantati ed  ora morti, in piedi come secchi manichini nella piazzola verde di Piazza De Dominicis  (visto da un altro punto di vista circa 600 euro di soldi pubblici buttati all’aria, visto che nessuno si occuperà di far rispettare l’eventuale “garanzia” di due anni). E triste e insensato scoprire, sempre sullo stesso cartello, che il bellissimo viale di Olmi ( in via Alberto Pollio di fronte ad Auchan e al futuro nuovo mercato)  mutilato e deturpato da una potatura effettuata radicalmente in piena fioritura a marzo di quest’anno, verrà eliminato (altri soldi pubblici buttati al vento. Era forse questo movimento :rovinare per poi sostituire, un’azione premeditata?) e sostituito da nuovi Prunus cerasifera pitsardi. Un cittadino distratto potrebbe chiedersi : “ perché gli olmi gli facevano schifo?” . Non sapendo che sia in termini economici che di ossigeno e di cattura dell’anidride carbonica un olmo equivale ad almeno 4 Prunus cerasifera. Ma ritorniamo al “bosco” che ora non c’è più. “Chi taglia una pianta quella si vendica colla ruina sua” così affermava il saggio Leonardo da Vinci. Ci vuole poco a far fuori un bosco, per eliminare gli “spettri degli alberi”invece  ci vorrà un po’ più di tempo. Di sicuro aleggerà nell’aria quello alto e inconsolabile del Pioppo Massimino (inconsolabile perché si starà ancora chiedendo : “ma perché gli umani sono così stolti?”) il cui appello sull’articolo di Viavai di Giugno 2007 “Genitori, persone sensibili, anime buone fate qualcosa affinché non mi taglino presto. Venite a trovarmi. Io vi ripagherò con tanto ossigeno, ombra e speranza per un futuro vivibile” si è perso nel vuoto.. L’8 agosto 2008 infatti alle 15 circa sono bastati dieci minuti per cancellarne ogni traccia. Per cancellarne ogni traccia?

Antimo Palumbo

a12Viavai Aprile 2008

Son passati quasi due anni dalla Festa degli Ibischi, una festa per gli alberi organizzata dall’Associazione Viavai il 10 Giugno del 2006 in via Domenico Cucchiari a Casalbertone. Son cresciuti gli alberi (che rimarranno sempre alberelli, ricchi però di una bellissima e colorata fioritura estiva) e così i ragazzi della Scuola Media Lombardo Radice, divenuti loro custodi che dalle Scuole medie son passati alle Scuole superiori. Anche la qualità della via (e il senso di civiltà negli abitanti, più partecipi ai propri spazi comuni) sembra sia migliorata : l’erba negli spazi terrosi di alcuni alberi, una panchina di legno per sostare, marciapiedi accessibili con non più moto o motorini che la “fanno da padrone”. ( c’è sempre l’eccezione del numero 48  (per molti proprietari di scooter se ci fosse un ascensore adatto – perché non inventarlo?- molti  se lo porterebbero a casa….)  e dello scarabeo rosso parcheggiato ormai da due anni di fronte al “magazzino Pitorri” e che ormai è in fase di disgregazione). Dei 18 alberelli di Hibiscus syriacus però alcuni non hanno attecchito ( due subito,  e sono stati cambiati prima della festa) ed altri due sono “deceduti” invece successivamente. Uno dei due (ribattezzato Alessio) dopo che era diventato uno stecco senza vita, addirittura  in una mattina d’autunno è scomparso lasciando nel suo spazio solo uno sconveniente tubo verde rigato. Ha fatto quindi piacere , sempre una mattina, ma stavolta d’inverno, vedere i due alberelli Rex ed Alessio ritornare pieni di gemme al loro posto. Ed è forse un caso che uno dei due ( quello di fronte all’edicola) porta lo stesso nome del più grande transatlantico italiano ( che vinse il Nastro Azzurro nel 1933, lo stesso della birra…) o è solo un altro riferimento casuale all’altro transatlantico, quello di velluto rosso, sul quale sono in questi giorni puntati gli occhi di tutti? Il prossimo passo, che ci farà piacere vedere ,  sarà (o dovremo aspettare altri due anni?) la sostituzione delle due ceppaie di Robinia in Via Pittaluga e la piantumazione di due piccoli Prunus cerasifera pittsardi e ristabilire così l’alberata continua come in Via Pollio. Confidando nel principio salutare : “ occuparsi delle piccole cose per trasformare quelle grandi”.

Antimo Palumbo      

a13 Viavai Marzo 2008

Casalbertone, di fronte al supermercato Auchan, goleada del cemento sul verde  (Cemento 4 – Verde 0) nell’incontro di andata nella partita della riqualificazione del  “campionato calcistico” delle opere di rinnovamento in città”. Risultato netto, senza possibili fraintendimenti.  Analizziamone  insieme i suoi contorni. La riqualificazione degli spazi urbani è strettamente legata al progresso e al  migliorare ( suoi sinonimi sono avanzare, progredire,evolversi) . Dal dopoguerra in poi è un processo “inarrestabile” che si basa su alcune linee direttive strategiche : asfalto, cemento, marciapiedi con marmo bianco di travertino, ordine, sicurezza, organizzazione. Queste le chiavi vincenti per acquisire potere e governare. Due, in particolare, sono le priorità : 1. coprire la terra, (si sa che la polvere e la terra sporcano , e lo sporco non è in linea col progresso) asfaltare,  rendere ciò che è naturale artificiale,  e per artificiale si intende governato dall’uomo ( e dai suoi artefìci). 2.  Estendere gli spazi domestici ,asettici e ordinati, anche agli spazi esterni  della città. Il grande sogno del progresso futuro  è quello di trasformare la città in  una grande casa, organizzata e pulita dove trovare piazze con divani comodi (e resistenti alla pioggia) schermi panoramici con telecomandi  collettivi per scegliere  e vedere programmi televisivi demenziali ( però pieni di pubblicità, questo già succede alle fermate della Metro ) e perché no vasche con idromassaggi e bagni in materiali hi tech. “Non c’è storia senza progresso” (dice Jacques Brosse nel suo “La magia delle piante”) . Un progresso che insieme alla sua  evoluzione matematica ricca di fantasmagorici “fuochi d’artificio” (artificiali appunto) sta trasformando  però il nostro pianeta. Emeriti studiosi riuniti per dare un nome alla breve “ micro-era” nella quale stiamo vivendo sono stati tutti concordi sul chiamarla  Antropocene ( così come c’è stato il Miocene e il Pleistocene) e questo per sottolineare il massiccio intervento dell’uomo, avvenuto in questi ultimi anni, per trasformare e rendere artificiale la realtà naturale. Molti si sono resi conto che seguendo di questo passo il nostro pianeta non potrà continuare ad esistere e si sta cercando di porre rimedio. Personalmente mi ritengo più integrato che apocalittico e riprendendo il discorso della riqualificazione degli spazi urbani penso che i problemi da affrontare non siano, solo,  politici ma soprattutto culturali. Il filosofo Rosario Assunto affermava che “è la cultura che influenza la politica e non viceversa”. E di cultura che bisognerà parlare, di una cultura che recuperi anche in città gli spazi naturali fatti di terra–erba–verde-alberi, di una cultura che recuperi l’armonia del delicato equilibrio uomo/natura; Un equilibrio sempre più in bilico, quando scopriamo , come m’è successo qualche giorno fa parlando con un archeologo,  che ci son rimasti soltanto pochi anni per poter ancora vedere la neve sul Kilimangiaro, perché per  le mutate condizioni atmosferiche la neve sta diventando su quelle altezze un  fenomeno sempre più raro. Torniamo a Casalbertone  , tra qualche anno , le sue “migliorie” e così la sua trasformazione saranno concluse: nuovi edifici, nuove abitazioni e spazi nuovi per servizi sociali e laboratori di quartiere. Tutto bello , pulito, moderno, asfaltato e con strisce bianche, cartelli stradali. Ma a che prezzo avremo raggiunto tale progresso? Il 70% del polmone verde di ossigeno azzerato. Alberi tagliati (fatti a pezzi di nascosto e scomparsi , vedi la foto. Ho chiesto notizie nel cantiere e mi è stato risposto “Ah ma quell’albero è caduto!) e altri capitozzati , altri brutalmente potati ( ricordo le parole dell’Olmo Camillo  nel racconto uscito sul numero di Febbraio “ Tra qualche giorno è tempo di mettere nuove foglie e frutti, i nostri piccoli coriandoli con i quali rallegreremo e riempiremo tutti i marciapiedi” .Ecco. un lunedì mattina , è arrivata una squadra di inesperti giardinieri, di una ditta in appalto , che hanno iniziato a potare drasticamente gli alberi, alberi però che si trovavano in piena fioritura. I piccoli fiori rossi dell’olmo che insieme alle loro gemme sarebbero  diventati foglie e frutti. Ma quale “insano giardiniere” si sognerebbe mai di potare un albero in fiore? . E quando ho fatto notare questo agli operatori loro mi hanno detto “E che possiamo farci noi , a noi ci hanno mandato” ). Nuovi e piccoli alberelli ( che rimarranno per sempre piccoli… ma come fa a crescere un albero circondato dal cemento e l’asfalto?) arriveranno a contornare come attaccapanni o oggetti d’arredo i viali di ghiaia illuminati da lampioncini moderni dei nuovi giardinetti. E dove potranno i cittadini  di Casalbertone  correre, giocare, veder crescere i propri figli,  andare in bicicletta e perché no leggere e studiare o sdraiarsi sotto il sole a meditare? Semplice la risposta : dovranno cambiare quartiere. Sembra un gioco di parole crudele , si può cambiare il quartiere? Certo, basta cambiare quartiere! E così  per vivere il verde dovranno  “emigrare” da altre parti :Villa De Sanctis, Villa Ada etc. Convinti che la cultura possa iniziare a influire sulle scelte e gli orientamenti politici che vedono esclusivamente nel progresso il loro punto di riferimento,  aspettiamo, (prevedendo un’altra goleada nella partita di ritorno, speriamo che la “difesa a catenaccio del Parco Malabarba possa reggere alle bordate dei capocannonieri del cemento ”  ) che la riqualificazione del quartiere giunga al suo termine con i suoi nuovi  edifici lucidi, e a norma,  simili a un Kilimangiaro, alto e maestoso ma oramai senza più neve. E  quando qualcuno, con spirito innocente si azzarderà a  dire “Ma non c’è più la neve!” l’ovvia risposta sarà “Ah vabbé vorrà ddi che ce la mettemo artificiale!”

samare-olmoViavai Febbraio 2008

All’alba,  in una fredda e pallida mattina d’inverno, quando le strade sono ancora deserte e il cinguettare degli uccellini predomina sul silenzio, informandoci  della loro presenza, è possibile ascoltare le voci della natura, quella natura soffocata dalla città, dai suoi ritmi rapidi e violenti coordinati e scanditi come jingles pubblicitari in un processo inarrestabile,che non conosce pause o cesure. E in un momento come questo che in Via Alberto Pollio, di fronte al centro commerciale Auchan, a Casalbertone, avreste potuto ascoltare le voci labili e immaginarie di un bellissimo viale di olmi, olmi siberiani, apportatori di ombra, ossigeno e grazia. Passandoci accanto  la mia attenzione ( e il mio udito fantasioso) si è focalizzato su due vicini tra loro che così parlavano, ad alta voce. Olmo Camillo : “ Ieri sera, alle 18 del 15 Gennaio , è caduto l’Olmo Mauro, pensa che era il suo onomastico. Non so se hai visto quanta pioggia c’è stata in questi quattro giorni. Pensavo che non finisse più. Vabbè che quest’estate è stata terribile, però quando si esagera…”  Olmo Vittorio . “ E come mai è caduto?” Olmo Camillo : “ Le sue radici…hanno ceduto. Stava bene in salute, alto e robusto come noi …e che questi umani sono strani, davvero strani…” Olmo Vittorio: “Strani? E perché?” Olmo Camillo: “ Non hai sentito? Qui dovranno spostare il loro mercato, tra qualche mese, quello che ora sta accanto ai nostri cugini platani in via Ricotti.” Olmo Vittorio : “Ah! Bello ! Così avremo più gente che ci potrà osservare e  guardare quanto siamo belli e grandi e rispettarci ed amarci.” Olmo Camillo : “ Si magari. Beh , sei ancora un pò ingenuo Vittorio… sai perché l’Olmo Mauro è caduto?” Olmo Vittorio : “ No, perché?” Olmo Camillo : “ Ti ricordi la nonna Magnolia? Aveva più di settant’anni, grande,verde robusta. Una mattina sono arrivati degli uomini con una motosega…” Olmo Vittorio “ Oh no, le motoseghe ti prego, non nominarle! Li ho visti ieri, quegli uomini con le luci blu lampeggianti e con le tute marroni con le scritte gialle (vigili del fuoco) mentre tagliavano l’Olmo Mauro sotto la pioggia…” Olmo Camillo : “ beh! È caduto su tre macchine, ad una gli ha fracassato il vetro e la parte posteriore. Ora il comune degli umani rimborserà i proprietari…ma torniamo alla magnolia. L’hanno tagliata brutalmente , gli uomini dicono capitozzata, ma un giorno è arrivata una gru e se la sono portata via. Poi sono arrivati altri uomini e hanno iniziato a buttare cemento e a costruire delle fondamenta per quella casupola che c’è lì diroccata, a due piani.” Olmo Vittorio: “ quale quella con il cancello nero di legno, che per limitarlo mi hanno messo dei chiodi sul tronco e buttato cemento sulle mie radici? Olmo Camillo : “ si quella! La casa  che , mi chiedo ( e forse anche qualche umano se lo è chiesto) ma come ha fatto ad avere le autorizzazioni per essere costruita quando già sapevano che lì doveva andarci il mercato? Strane cose succedono tra gli uomini? Olmo Vittorio : “ Si , ma torniamo all’Olmo Mauro, allora perché è caduto?” Olmo Camillo : “ mi sembra chiaro che se costruisco un muro di cemento armato a ridosso di un albero alto 10 metri , quando piove non c’è più drenaggio, la terra si smotta e le radici si perdono e non hanno più presa. Poi se pensi che le nostre radici sono lunghe diversi metri e per far questo muro una parte ce le hanno tagliate…ricordi, anche a noi qualche anno fa?” Olmo Vittorio “ si, meglio non ricordare quei giorni.” Olmo Camillo : “ e le urla dell’Olmo Mauro? Quando è caduto non era morto , ma un albero quando cade ( a differenza di un uomo) è spacciato. Non ci sono ospedali per gli alberi. L’albero caduto va subito abbattuto e tagliato. Ed è quello che è successo ieri…” Olmo Vittorio :” ma che ne sarà di noi nei prossimi giorni?” Olmo Camillo : “ Continueremo a vivere da alberi. Tra qualche giorno è tempo di mettere nuove foglie e frutti, i nostri piccoli coriandoli con i quali rallegreremo e riempiremo tutti i marciapiedi. Aspetteremo il sole e il nuovo mercato degli umani” Olmo Vittorio “ e della casetta diroccata, che ne sarà?” Olmo Camillo : “ Chi lo sa, “quien sabe” come dicono alcuni umani” Olmo Vittorio : “ Aspetteremo il sole” Olmo Camillo :” si il sole, la nostra vita…”

Antimo Palumbo     

Viavai Novembre 2007

Apro l’enciclopedia botanica a pagina dieci e leggo un trafiletto : “ Principali differenze tra gli animali e i vegetali”. Sotto la voce animali, sottolineato in giallo,  c’è scritto “quasi tutti liberi”; sotto quella vegetali , sottolineato in verde,  “quasi tutti fissati ad un substrato: per esempio al terreno”. Quel quasi tutti mi fa un po’ dubitare. Vado avanti con le mie riflessioni., dallo scaffale della libreria prendo  il Vangelo e cerco : il miracolo del cieco di Betsaida (Mc 8-22-26) . Gli apostoli portano un cieco a Gesù che dopo avergli imposto le mani e la saliva sugli occhi gli chiede : “Vedi qualcosa?” e lui risponde : “ vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano”. Constatazione ovvia : nella normalità di tutti i giorni gli alberi non camminano. Nel mondo dei regni fantastici ( gli Ent di Tolkien nel Signore degli Anelli), in quello dei miracoli e in quello della favola moderna del casale delle vacche pezzate però  tutto questo può succedere. Scopriamo insieme i fatti di questa favola, fatti senza nomi ma fatti veri. A Roma esiste un quartiere che deve il suo nome a un antico casale dove si allevavano delle mucche di una razza particolare (erano pezzate) che si chiamava Bertone. In questo “piccolo paese nella città” esisteva una piazza con un chiesa e un oratorio ( uno spazio grigio e cementato) dove i bambini , dal dopo guerra in poi , si incontravano per giocare e pregare. All’entrata di questo spazio delimitato da un cancello di ferro vivevano da più di sessant’anni due pini alti e imponenti. Piantati da un monsignore, avevano visto un pezzo della storia del quartiere: bambini festosi in fila per andare a messa la domenica mattina, al cinema nel primo pomeriggio e a gareggiare nelle domeniche di maggio per eleggere il gruppo più numeroso. Vivevano male , con le radici senza terra affondate nell’asfalto ma nonostante questo resistevano perché pensavano di essere amati e considerati importanti. Un giorno uno dei due pini non ce la fece più e in una bella mattina d’inverno si schiantò sopra un muretto adiacente al cancello, e fu rimosso. Per sicurezza ( o per simmetria) fu tagliato anche l’altro. Il vecchio parroco decise che sarebbe stato giusto sostituirli per una sorta di “filologia della memoria” e scelse due lecci, anch’essi sempreverdi, però  più piccoli e più longevi : un pino può arrivare massimo a 200 anni un leccio può superare i 600. Questi due lecci , già adulti e dal tronco dritto e robusto incappucciato con una rete di protezione , provenienti da un vivaio vicino Via Galla Placidia, furono piantati in una lieta mattina per gli abitanti e per il quartiere. Mai alberi così belli ( e preziosi) furono visti da sempre nella zona proprio sotto il casale. I lecci sono alberi da giardini di principi ( come il giardino del lago a Villa Borghese che ne ospita alcuni che hanno 350 anni piantati dal principe Scipione Borghese) dalle foglie verdi scuro e coriacee e a maturità dispensatori di ghiande. Ma se prima nel vivaio molti si occupavano di loro (annaffiati, concimati, protetti con rete), nella nuova destinazione un profondo senso di gelo e tristezza li circondava, erano ancora poco frondosi (avevano ancora la potatura da vivaio)   e scarseggiavano i contatti umani (erano poche le persone che li toccavano e dicevano : “che belli!” ).  Un giorno il vecchio parroco andò in pensione e subentrò uno giovane che decise che i due lecci impicciavano , toglievano spazio per il gioco dei bambini. Così come erano arrivati , dopo neanche un anno,  una mattina furono rimossi. Uno dei due sradicato male fu danneggiato alle radici. Nessuno tra gli abitanti del quartiere ( o forse ci fu qualcuno?)  : chiese, fece nulla, notò questa strana apparizione/sparizione. Nella loro nuova destinazione, arrivarono come dono a un vivaio sulla Via Prenestina che non sapendo cosa farci pensò di regalarli ai vicini confinanti proprietari  degli impianti sportivi del Pro Roma, che con amore e pazienza li piantarono sul bordo che delimita una piazzola di parcheggio. Quello danneggiato alle radici , non  resistette al trapianto e  morì, l’altro è invece vivo e vegeto ( questa è proprio l’espressione giusta) . Potete andarlo a  trovare e vederlo da vicino e toccarlo …sicuramente gli farà piacere. Ora chiudo gli occhi e cosa vedo? “vedo come degli alberi che camminano “ i due lecci del quartiere delle vacche pezzate.

Antimo Palumbo

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Viavai Ottobre 2007

Domanda : si può uccidere due volte lo stesso albero? Risposta : si, si può. Ed è quello che sta succedendo in Via De Dominicis nel quartiere di Casalbertone. Un pioppo bianco, grande ed antico e (una volta ) dal portamento maestoso ed elegante (il  “testimone oculare” degli scontri notturni di qualche mese fa) subisce Sabato 25 Febbraio 2006  un tentativo di “capitozzatura” non autorizzata da parte di giardinieri privati . L’albero dava fastidio e andava  “ridotto” o ancora meglio eliminato. Casualmente riusciamo, insieme ad un consigliere del Municipio presente, ad impedire che questo avvenga. Vedi il mio articolo su Viavai di Aprile 2006 “Pioppo bianco, non avrò il tuo scalpo”. A distanza di un anno e mezzo nessuno si è mai più occupato dell’albero che ora si trova in condizioni pietose (cioè come dice la parola che destano pietà in chi lo guarda) : fuori del suo baricentro (e a rischio di caduta) e abbandonato a se stesso  . Un segno dell’incuria e dell’abbandono che colpisce da diverso tempo il quartiere. Migliaia sono le persone che ci passano sotto ogni giorno e nessuno sembra occuparsene, nessuno “alza il mento” verso la sua chioma oramai indecorosa. E’ un essere vivente :  ferito da “certi uomini” e poi abbandonato da altri. Destino veramente crudele. Per stimolare un’attenzione nei suoi confronti mi son permesso di reinterpretare una poesia di Giovanni Pascoli dedicata proprio ad un pioppo bianco , una famosa poesia intitolata : “I gattici” . Che lo spirito di Pascoli e soprattutto i lettori di Viavai mi perdonino per questa mia intrusione nella  Letteratura Italiana. Speriamo che serva a stimolare un intervento immediato di “dendrochirurgia estetica” da parte di coloro ( gli amministratori) che stanno lavorando per la riqualificazione del quartiere e che per ora sono oberati ad occuparsi di “altri conti”. Conti sicuramente più importanti di un “vecchio e  sporco” pioppo bianco “del cavolo”.  

 

I Gattici (Giovanni Pascoli)

E vi rivedo , o gattici d’argento,

brulli in questa giornata sementina:

e pigra ancor la nebbia mattutina

sfuma dorata intorno ogni sermento.

 Già vi schiudea le gemme questo vento

che queste foglie gialle ora mulina;

ed io che al tempo allor gridai, Cammina,

ora gocciare il pianto in cor mi sento.

Ora le nevi inerti sopra i monti,

e le squallide pioggie, e lo stridore

del rovaio che a notte urge le porte,

e i brevi dì che paiono tramonti

infiniti, e lo stormo ultimo, il fiore

ultimo: l’aureo fiore della morte.

 

Il pioppo ucciso due volte

E vi rivedo, foglie secche d’argento

brulle in questa giornata settembrina

e pigra ancor la gente stamattina

rapida corre tra lo smog e il cemento.

Chiusa in pensieri nessun’alza il mento

su queste foglie gialle da rovina

ed io che al tempo allor gridai, Assassina

ora gocciare il pianto in cor mi sento.

I politici inerti fanno i conti

e le squallide bocche, e lo stridore

del quartiere che a notte perde la sorte

e i brevi di che paiono tramonti

infiniti, e il pioppo ultimo, muore

ultimo pioppo, ucciso due volte.

Antimo Palumbo

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Viavai Giugno 2007

Mi chiamo Massimino e sono un albero. Vi sembrerà strano che un albero possa parlare, eppure alcuni umani, chiamati Indiani d’America, questo fatto lo conoscevano già. Il nome con il quale gli umani mi chiamano è Pioppo, in particolar modo Pioppo cipressino , perché assomiglio a un cipresso e in latino Populus nigra italica. Ho più di 40 anni e sono alto più di 20 metri. Il nome Massimino invece deriva da quello di un soldato romano che, come splendida meteora,  riuscì , con la forza ed il coraggio (era alto più di 2 due metri , con un pugno poteva uccidere un cavallo o sollevare un carro con una mano) a diventare, nel 284 d.C.  imperatore (così gli umani chiamavano i loro capi nel passato) . Combatteva lontano da Roma ( la città in cui vivo) contro altri umani che si chiamavano Alemanni, un battaglia che, mi è stato riferito, (altri umani e con modalità del tutto differenti)  qualche anno fa combattevano contro un altro umano che portava un nome simile. Sono nato da un seme piantato dai  ragazzi di una Scuola (media perché si trova  a metà della loro formazione educativa) di un luogo che loro chiamano “quartiere Casalbertone” . Sotto le mie fronde verdi e tremule, sono  passati,  mentre giocavano, si rincorrevano con grida di gioia,vitalità e spensieratezza, migliaia di ragazzi che poi cresciuti sono andati a svolgere e a dipanare la loro opera e storia individuale nel mondo. Alcuni di questi, la maggior parte, non si sono spostati di molto ed ora abitano in case di cemento a poca distanza dallo spazio dove ancora adesso vivo. Uno spazio che ad un certo punto è stato abbandonato perché l’edificio che ospitava la scuola era stato costruito con un materiale, che si chiama amianto,  che poi gli umani ( ma questo io già lo sapevo) hanno scoperto essere dannoso ( loro dicono cancerogeno, la stesso termine che viene usato per la malattia che colpisce i nostri cugini Platani, il “cancro colorato”). Nello spazio poi ci sono stati diversi passaggi e movimenti , presto, l’edificio verrà abbattuto ( con una procedura molto costosa, ho sentito dire, visto che rimuovere questo amianto è molto pericoloso). “Riqualificazione del quartiere” questa è la frase usata dagli umani ( ora quelli che comandano non si chiamano più imperatori,  ma politici) un progetto e una migliorìa che prevede la costruzione di due nuovi edifici : una palazzina a 5 piani con un garage per mettere le macchine ( siete fortunati voi uomini che vi potete spostare così facilmente) e un edificio a due piani che invece ospiterà alcuni di quei ragazzi , che ho visto giocare dall’alto dei miei rami, ora cresciuti e diventati adulti  ( come me) che lavoreranno in un laboratorio  (dal latino laborare) per produrre attività sociali e culturali ( così le hanno chiamate) per il quartiere. Lancio questo appello, ed è la prima volta che mi permetto di parlare , perché penso di avere le ore contate. Nessuno ormai da anni si rende conto della mia notevole statura e del mio portamento saggio e maestoso. Anzi la maggior parte degli umani neanche sa che io esisto. E presto, ripeto presto, gli umani arriveranno con i loro strumenti metallici con i denti affilati e il motore a scoppio , all’alba di una mattina senza nome e salendo con una macchina, che loro chiamano gru, (strano che sia  lo stesso di un uccello) riusciranno a guardarmi sulla cima ed inizieranno a tagliarmi. I politici umani ( e non solo loro) non sembrano interessati alla mia sorte. Sembra , invece, che il loro interesse, secondo quello che loro chiamano progresso, tenda a privilegiare il cemento piuttosto che il verde.  Genitori, persone sensibili, anime buone fate qualcosa affinché non mi taglino presto. Venite a trovarmi.  Io vi ripagherò con tanto ossigeno, ombra e speranza per un futuro vivibile. Ritorno ora, in silenzio,  a parlare, solo con le mie foglie mosse dal vento.

Antimo Palumbo

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