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Alberopoli

Roma da leggere Aprile 2013

“ Quanto sei bella Roma, quanto sei bella Roma a primavera, er Tevere te serve,  er Tevere te serve da cintura, San Pietro e er Campidojo da lettiera…” L’avete riconosciuto? E’ l’incipit della canzone romana “ Quanto sei bella Roma”  di  De Torres, Bonagura, Bixio , portata al successo nel 1959 nel film omonimo dal “reuccio de Roma ” Claudio Villa. Una citazione musicale che ci aiuta a sottolineare il tanto atteso arrivo della primavera romana.

Diversi sono i segni che ci permettono di essere sicuri nella nostra affermazione ( segni  che con la loro ciclicità rendono ogni anno in questo periodo bella, come appunto dice la canzone, la nostra città). Tra questi troviamo:  l’arrivo delle prime rondini ( o più precisamente rondoni) con i loro richiami garruli; un’aria tersa e frizzantina con un cielo azzurro macchiato da nuvole bianche screziate e allungate; le macchie di color rosa-purpureo  degli alberi di Giuda in fiore. Ed è proprio a questo albero il Cercis siliquastrum L . (chiamato comunemente albero di Giuda o Siliquastro) in questi giorni  al massimo della sua spettacolare fioritura che dedichiamo questa puntata di Alberopoli. Concentriamo la nostra attenzione in particolare sullo splendido esemplare  che si trova in via San Gregorio al Celio poco prima (venendo dal Circo Massimo) del portale d’ingresso monumentale del Palatino (un portale, smontato e rimontato nel luogo odierno, che si trovava precedentemente accanto alla via sacra nel Foro Romano e dava accesso agli antichi Horti Farnesiani). Per il suo portamento tortuoso e prostrato e la bellezza della sua fioritura carica e ricca, il Cercis siliquastrum L. del Palatino è sicuramente tra gli alberi più belli di Roma. Per toccarlo e vederlo da vicino bisogna entrare nel Palatino, ma si vede e si può fotografare benissimo anche dall’esterno sostando sul marciapiede accanto alla cancellata di ferro che lo divide dalla strada. Non conosciamo la sua età e quando sia stato piantato, ipotizziamo però (vista l’enorme  mole del suo tronco) sia successo molti anni fa (anche più di cento).

Il Cercis siliquastrum L. ha crescita moderatamente lenta, ama il sole e i terreni rocciosi e calcarei ( per questo si comporta come pianta pioniera) due ingredienti quest’ultimi che probabilmente hanno influenzato il portamento dell’esemplare del Palatino che, proprio perché ha trovato al di sotto del suo apparato radicale un materiale roccioso (resti di antiche costruzioni), è cresciuto in larghezza piuttosto che in altezza. Considerato una volta originario dell’Asia minore (oggi invece si pensa invece sia  autoctono) il Cercis siliquastrum L. appartiene alla famiglia delle Caesalpiniaceae, è  presente in tutta l’area mediterranea, dai Balcani all’Asia Minore e non cresce a quote superiori ai trecento metri. La leggenda vuole che quest’albero sia quello dove Giuda l’Iscariota si sarebbe impiccato dopo aver venduto Cristo per trenta denari, in realtà deve il suo nome comune a uno scarto di vocale che riguarda il suo areale di origine : la Giudea. Uno scarto di vocale  (tolta una “e” è così diventato di Giuda) facilitato dalle caratteristiche dei fiori dell’albero che secondo le diverse interpretazioni: sono color sangue, e rappresentano le lacrime di Cristo; da bianchi sono diventati rosa porpora per la vergogna di Giuda; fioriscono all’improvviso e quindi tradiscono come il suo eponimo; sono la ricompensa data all’albero dal Signore per aver dovuto sopportare questo gesto “inevitabile. Dobbiamo il nome del suo genere, Cercis,  a Linneo che lo riprese, dal termine greco kerkis (nave) poi trasferito in latino col significato di  ago, spola, per indicare la forma del suo frutto, un baccello membranoso piatto di 10-15 centimetri,  prima violaceo e poi bruno-rossastro a maturazione  che  persiste a lungo sulla pianta dopo la caduta delle foglie. Un frutto che sembrerebbe una siliqua mentre, come invece ci informa il nome della specie, non lo è (per questo siliquastrum). Una siliqua, infatti, si differenzia rispetto a un baccello per una diversa apertura al momento della deiscenza per il setto persistente membranoso detto replo sul quale  sono inseriti i suoi  semi.

Il Cercis siliquastrum L. veniva spesso usato in passato nelle alberate stradali per la bellezza della sua fioritura primaverile e per la capacità di sopportare molto bene l’inquinamento atmosferico. Ultimamente viene usato di meno per la tendenza del suo tronco (dalla corteccia nerastra, molto rugosa e con screpolature),  ad attorcigliarsi e per il fatto che le radici, profonde e diffuse, spesso reagiscono alla carenza di ossigeno del terreno andando  in superficie ad alterare i marciapiedi. I suoi fiori , bellissimi, dal colore roseo porporino, sbocciano prima delle foglie, sono ermafroditi (portati su glomeruli di 3 o 6 elementi dotati di peduncolo riuniti in corti racemi) e talvolta sbucano  direttamente sui rami (caratteristica che in botanica viene definita caulifloria). Si possono mangiare (magari non quelli di città per l’inquinamento da piombo) aggiungendoli all’insalata o friggendoli in padella o  anche conservare in salamoia o sottoaceto come i capperi. Le foglie  a inserzione alterna, sono a contorno subcircolare con base cuoriforme,verdi e scure nella pagina superiore chiare e glabre in quella inferiore e per questo facili da riconoscere. Proprio per la loro forma  cuoriforme  delle sue foglie il Cercis siliquastrum  in Spagna, è chiamato l’albero dell’Amore “El àrbol de l’amor” e  una leggenda spagnola vuole che baciarsi sotto i suoi rami in fiore porti fortuna in amore, e non è forse Roma il contrario di amor?

Antimo Palumbo

Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Venerdì 29 Marzo 2013 gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su Roma per assistere alla sacra Via Crucis che papa Francesco celebrerà, per la sua prima volta, nella zona che va dal  Colosseo al Tempio di Venere. Una tradizione storica che risale ai tempi di papa Benedetto XIV Lambertini e alle predicazioni (con la presenza di folle oceaniche) del frate francescano Leonardo da Porto Maurizio. Fu, infatti,  grazie alle predicazioni spettacolari del frate (nella prima edizione  della Via Crucis al Colosseo scese a piedi nudi in processione con i suoi confratelli dal convento di San Bonaventura sul Palatino), poi proclamato santo da papa Pio IX, che Benedetto XIV, nell’Anno Santo del 1750, decise di erigere all’interno del Colosseo (per l’occasione consacrato alla passione di Cristo e al ricordo dei martiri) la sacra Via Crucis “capo e matrice di ogni Via crucis del mondo”, con quattordici cappelle indicanti le stazioni (disposte lungo gli spalti) e una grande croce innalzata al centro dell’arena. Cappelle e  croce che  furono rimosse nel 1874 (ma la croce venne ripristinata nel 1925), mentre la Via Crucis al Colosseo fu ripresa durante il pontificato di Paolo VI.

Partendo da questo evento di dimensioni internazionali ci piace concentrare oggi la nostra attenzione, in questo viaggio tra gli alberi della Capitale, su un arbusto ( può crescere però come piccolo albero anche fino a 7 metri di altezza) che si trova proprio di fronte al Colosseo ( a qualche centinaio di metri dal luogo dove si svolgerà la Via Crucis) e caratterizzato da rami contorti e tortuosi ricoperti di spine, verdi, grandi e pungenti lunghe anche più di cinque centimetri (come quelle utilizzate per realizzare la corona di Cristo , che però fu intrecciata, diverse sono le leggende a proposito, con i rami di altri alberi o arbusti, solitamente quelli con la dizione spina-christi) che in questi  giorni ci sta deliziando con l’apertura  dei suoi fiori bianchi e leggermente profumati: il  Poncirus trifoliata (L.) Raf. (che oggi più correttamente dovrebbe chiamarsi con il primo nome messo da Linneo, ovvero Citrus trifoliata L.)  chiamato nel linguaggio comune Pònciro ( con l’accento sulla prima o) o Arancio trifogliato. Per trovare i cinque esemplari di Arancio trifogliato in fiore dovete recarvi all’ingresso principale del Parco del Colle Oppio. Guardando il Colosseo, seguite il marciapiede della strada leggermente in salita che si chiama  via Nicola Salvi. Costeggiate la cancellata di ferro, fino ad arrivare a delle scalette in mattoncini che portano all’interno del parco, percorretele e sulla vostra destra incontrerete i Pònciri in fiore. Piantati successivamente alla sistemazione del Parco, realizzata nel 1928-32 dall’architetto Raffaele De Vico, (non sappiamo esattamente in che anno) li potrete riconoscere immediatamente dalla macchia di colore bianco fatta da candide corolle in risalto su uno sfondo verde brillante, composto invece dai rami e dalle prime foglie che iniziano a fare la loro comparsa (dopo i fiori), foglie alterne che (come ci indica il nome della specie) sono trifoliate, ovvero composte da tre foglioline. Originario delle province cinesi del nord, vicino all’Himalaya,  e dalla Corea,  il Poncirus trifoliata (L.) Raf., conosciuto in inglese come Chinese Bitter Orange o Hardy Orange, appartiene alla Famiglia delle Rutaceae , la stessa di tutti gli agrumi, e si differenzia da questi ultimi per essere l’unico agrume spogliante (anche se i suoi rami verdi e spinosi d’inverno lo fanno sembrare un sempreverde) e per suoi fiori dai petali bianchi ( e stami rosa) leggermente più grandi degli altri agrumi e dall’odore meno intenso. Per le sue doti di grande resistenza alle basse temperature (anche -20° sotto lo zero) viene utilizzato come portainnesto rustico (ma anche con fini nanizzanti) per diversi agrumi e agrumi ibridi. Incrociato con l’Arancio dolce Citrus sinensis Osbeck ha prodotto il Citrange e con il Pompelmo Citrus paradisi Macfad. il Citrumelo. Particolari  sono i suoi frutti,  piccoli e con la buccia leggermente pelosa, verdi per un lungo periodo dell’anno ma poi gialli a maturazione. Frutti che hanno poca polpa e sono pieni  di semi, per questo non sono edibili, ma vengono utilizzati per la preparazione (prevalentemente con la buccia) di marmellate e liquori e spezie. Il Poncirus trifoliata (L.) Raf. già conosciuto da Linneo (che nella seconda edizione del suo Species Plantarum del 1763 l’aveva chiamato Citrus trifoliata L.) e attraverso una modifica avvenuta nel 1829 nel nome della specie dal botanico francese René Louiche Desfontaines (che invece l’aveva chiamato Citrus triptera Desf.) deve il suo nome attuale al botanico americano Constantine Samuel Rafinesque-Schmaltz che 1838 nel suo “Sylva Telluriana. Mantis Synopt. New genera and species of trees and shrubs of North America” comprendendo che si trattava di un genere diverso ne spostò il nome da Citrus a Poncirus facendolo derivare dal termine francese poncire una contrazione di “ pomme de Syrie”  o  “ pomme de cire”.  Nonostante il suo libro fosse dedicato agli alberi e arbusti americani (e William Prince nel suo Catalogo di Piante americane del 1823 l’avesse già nominato) ci piace pensare che Rafinesque  abbia incontrato per la prima volta il Poncirus trifoliata e avuto la possibilità di studiarlo da vicino  in qualche giardino verde e assolato di Palermo, città nella quale visse, dal 1805 a 1815,  i momenti più caldi della sua gioventù, densi , come il Pònciro, di  fiori e spine.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

E’ tempo di Rugby e tra qualche giorno (esattamente il 16 Marzo) Roma ospiterà uno degli incontri più avvincenti del Torneo Sei Nazioni, quello tra l’Italia e l’Irlanda, una squadra che, sotto il simbolo di una pianta, il trifoglio (Trifolium repens L. per alcuni, Trifolium dubium Sibth. Trifoglio minore, per altri) familiarmente conosciuto come Shamrock, unisce due Stati differenti : l’Eire ( con capitale Dublino) che fa parte della Comunità Europea; e l’Ulster (con capitale Belfast) che invece fa parte del Regno Unito . Ed è all’Irlanda, e ai suoi contatti con la nostra città, che colleghiamo l’albero del quale ci occupiamo oggi : un mandorlo ( Prunus amygdalus Batsch o come sinonimo Prunus dulcis (Mill.) D.A. Webb) che vive da diversi anni nell’aiuola centrale di viale Mazzini, all’altezza del numero 115 , di fronte alla fermata dell’autobus e ad angolo con viale Angelico. Da qualche settimana è in corso la sua splendida fioritura, composta da fiori bianchi profumatissimi, pentameri, con riflessi rossi alla base dei petali (botanicamente il dente del petalo) richiami irresistibili per gli impollinatori, che rapidamente svaniranno lasciando il posto a foglie lanceolate dal colore verde pallido e dal margine serrato, come tutti i Prunus. Il mandorlo di Viale Mazzini è nel suo genere tra i più antichi di Roma, visto che l’esemplare in questione era preesistente alla nuova alberata di Cipressi, Cupressus sempervirens L. , che ora caratterizza tutta l’aiuola centrale della via. Confuso durante il resto dell’anno con la massa di foglie aghiformi e sempreverdi dei Cipressi, il mandorlo di viale Mazzini ci colpisce con un effetto a sorpresa strabiliante quando si presenta alla fine di febbraio con la massa bianca e carica dei suoi fiori bianchi dai quali si spande tutt’attorno (anche per alcuni centinai di metri) un dolce odore che sa di cose buone e materne (come il latte di mandorla o i dolcetti “al marzapane”). Attaccato da carie funginea probabilmente per errate potature compiute negli anni passati ( così come un altro piccolo esemplare di mandorlo che si trova sempre sull’aiuola più avanti proprio di fronte alla storica libreria Offidani, che merita senz’altro una visita, all’altezza del numero civico 81 ) ha subito l’anno scorso le drastiche conseguenze della nevicata (il peso della neve gli ha fatto crollare due grandi branche di rami). E’ oggi, quindi, un mandorlo spezzato in una sua gran parte, ma che, nonostante sia sofferente e malato, ha ancora la forza di reagire e deliziarci con la sua magnifica fioritura profumata. Un segno quest’ultimo della primavera imminente, ma anche del tempo sospeso dell’immortalità, che lega mitologicamente il mandorlo alla storia di Fillide principessa tracia e Acamante guerriero condottiero e figlio di Teseo, due amanti separati dalle avversità della guerra. Fedeli e vicini nonostante il tempo e le distanze, si danno appuntamento per vivere una vita d’amore comune al ritorno di lui dalla guerra. E’ sulla spiaggia però ( quando Fillide scrutando all’orizzonte il ritorno delle navi da Troia, scopre che tra tutte le navi tornate manca proprio quella del suo amato) che si consuma il dramma dell’impazienza. Disperata, con gli occhi pieni di lacrime, attenderà invano l’arrivo del suo amato morendo d’inedia. Acamante arriverà dopo qualche settimana e sulla spiaggia non troverà ad attenderlo la dolce fanciulla dei suoi sogni ma un albero dal tronco tortuoso e avvolgente nel quale il guerriero acheo riconoscerà Fillide la sua giovane amata (metamorfizzata per compassione da Era, la compagna di Giove). Sconsolato Acamante abbraccerà l’albero (uno dei primi esempi di tree hugger della Storia)e dai suo rami nudi spunteranno ( come per miracolo, nonostante l’inverno inoltrato) dei fiori bianchi macchiati di rosso. Ma a questo punto vi chiederete cosa c’entra il mandorlo di Viale Mazzini con l’Irlanda e con il Rugby? C’entra, c’entra rispondiamo noi, perché il suo messaggio di forza e speranza (fiorire sempre nonostante il freddo dell’inverno e le avversità della vita) è, infatti, giunto in Irlanda lo scorso anno grazie ai disegni dell’artista Ilaria Loquenzi che lo ha immortalato nella mostra “Patria interiore” presentata dal 1 al 24 Marzo a Belfast alla Golden Thread Gallery. Scelto, per l’occasione, tra cinque alberi storici e particolari della nostra città, il mandorlo di Viale Mazzini, un albero romano conosciuto da pochi, anzi pochissimi (almeno fino ad oggi, spero) è divenuto, quindi, in Irlanda, grazie al soffio culturale dell’arte, una celebrità. Un Prunus amygdalus Batsch , o Amygdalus communis L. come l’aveva chiamato Linneo nel 1753 nel suo Species Plantarum , dal cui nome botanico deriva quello della parte del cervello, l’amigdala appunto, (amygdala in latino vuol dire mandorla) deputata a regolare l’ emozione della paura : “ quando valuta uno stimolo come pericoloso, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga”. Eccoci allora a concludere col Rugby, uno sport nel quale la paura non si affronta di certo scappando, ma buttandosi in terra avvinghiati in un pacchetto di mischia, così come sta facendo con le sue radici immerse nella terra il nostro mandorlo “irlandese” fiorito.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Questa puntata di Alberopoli sarà al fulmicotone. E’, quest’ultima, un’ espressione che avete sentito tante volte; però proprio adesso non sapete, o vi ricordate, il suo significato? Ebbene, vi aiutiamo subito, svelandone il suo significato: il fulmicotone o nitrato di cellulosa è un esplosivo scoperto, attraverso diversi esperimenti, a partire dal 1845, dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che, come internet ci informa, “ mescolò acido nitrico con acido solforico, creando un prodotto, chiamato miscela nitrante, lo fece reagire con la carta che risultò esplosiva. Dato che la carta in quel periodo era prodotta con fibre derivanti da stracci, Schönbein decise di partire dalle singole materie prime, fece reagire la sua miscela di acidi sul cotone e scoprì che colpendolo con un martello esplodeva ed a contatto con un filo rovente poteva essere incendiato. Schönbein aveva così scoperto Il cotone fulminante o fulmicotone, un esplosivo che derivando dalla nitrazione della cellulosa oggi viene comunemente chiamato nitrocellulosa.” Un articolo esplosivo, quindi, penserete? Tutt’altro, perché oggi parleremo di carta, cellulosa (come abbiamo visto, ingrediente principale del fulmicotone) e di una splendida e antica sughera centenaria che ha la particolarità di ospitare una piccola statua, illuminata anche di notte, della Vergine della Rivelazione. Ma andiamo con ordine. Come avete letto nel testo in corsivo sopra riportato, molti non sanno (o immaginano) che l’uso di utilizzare gli alberi e le loro fibre presenti nel legno (la lignina e la cellulosa) per fare la carta (i tre principali sono i Pioppi, gli Eucalipti e i Pinus radiata) è un’invenzione che risale al 1846, grazie all’apparecchio per la sfibratura messo a punto dal tedesco Heinrich Voelter. Fino ad allora per fare la carta si utilizzavano vari materiali: in Europa erano gli stracci (di lino, canapa e cotone) procacciati dagli “stracciaroli” (un lavoro onesto e ben remunerato allora) che mandavano avanti la crescente industria manifatturiera della carta ( costretta però a subire lunghi periodi di crisi durante le numerose epidemie, in particolare di peste, nelle quali si era costretti a bruciare i panni degli infettati). Prima ancora si erano utilizzati il papiro (dagli egiziani e poi dai romani che oltre al papiro utilizzavano anche la pergamena, fatta con pelle animale opportunamente trattata) e la corteccia del Gelso da carta, la Broussonetia papyrifera (L.) Vent. (in Cina) dalle fibre lunghe e resistenti opportunamente macerate e poi trattate. Agli inizi del ‘900 in Italia avere una riserva continua di materia prima per produrre la carta, ovvero la cellulosa (un polisaccaride, quindi un carboidrato – come quelli dei quali non bisogna esagerare se no il dietologo ci bacchetta – presente nella parete cellulare delle cellule vegetali) era risorsa fondamentale per mantenere stabili i prezzi dell’industria italiana dei giornali. Ed è proprio con questo scopo che il 13 giugno 1935 nasce l’Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta, un Ente che durerà anche dopo la guerra, fino al 1994, anno della sua liquidazione. La sua sede romana istituita nel 1953, il Centro di sperimentazione Agricola e Forestale di Roma (CSAF), dedicata allo studio, la divulgazione culturale e alla sperimentazione degli alberi da coltivare si trovava in località Casalotti, sulla via Boccea. Una parte di quest’area attraverso diversi passaggi (ma anche importanti battaglie ecologiche) è diventata nel 2006 “ Monumento Naturale Parco della Cellulosa”. All’interno di questo splendido monumento naturale è presente un Eucalipteto spettacolare, con Eucalipti, di diverse specie, alcuni dal tronco completamente bianco ed alti anche trenta metri (per questo sembra di essere in Australia)uno spazio che necessita di immediata valorizzazione, cura e salvaguardia. Ed è proprio nei pressi del parco che si trova l’albero al quale, come accennato in precedenza, oggi dedichiamo la nostra attenzione: una sughera, una Quercus suber L. che non ha mai subito la demaschiatura (la decortazione della corteccia con la quale si produce il sughero) dal tronco quindi molto grande e ricco di fellogeno suberoso. Un albero dalle dimensione notevoli (non le ho però misurate) più che centenario e probabilmente relitto di un’antica foresta o boschetto di sughere presenti nella zona nel passato che ha due strane particolarità. La prima è quella di trovarsi proprio in via della Cellulosa (quale nome migliore potrebbe esserci per una via che ospita un albero importante?). La trovate poco prima dell’incrocio (con semaforo) di via Boccea, in mezzo alla strada, subito dopo una rotonda con aiuola risistemata da poco. La seconda è quella di portare sul suo tronco, su un basamento fatto in legno, la piccola statua della Vergine della Rivelazione, la Madonna che apparve miracolosamente nel 1947 a Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane (dove oggi è sorto un santuario, luogo suggestivo di spiritualità e preghiera). Una piccola statua, illuminata con una luce blu anche di notte, che è stata sistemata qualche anno fa sull’albero da Alfonso Marchi, meccanico ma anche giardiniere appassionato (è lui che ha risistemato con fiori colorati l’aiuola della rotonda di fronte all’albero). Una visita alla “ Sughera solenne” di via della Cellulosa (perché santificata da un gesto nobile di devozione e amore) può aiutare a prendersi il tempo per una preghiera miracolosa e anche per incontrare (se poi si visita anche l’Eucalipteto del Parco) degli alberi veramente straordinari.

Antimo Palumbo

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Roma da leggere Febbraio 2013

Nel giorno di  S. Valentino, la festa degli innamorati e più in generale quella dell’amore (una festa rivolta,  oltre alle coppie che si amano, anche a quei “singles” che sono  innamorati dell’amore stesso e cosa più importante della vita) pensiamo sia cosa gradita  occuparci, in questa puntata di Alberopoli  ( una rubrica dedicata agli alberi della nostra città)   di una coppia di alberi che da diversi anni (chissà quanti, questo non lo sappiamo)  vivono insieme abbracciati in una delle ville più belle di Roma:  il giardino pensile di villa Aldobrandini che si  affaccia con una balconata balaustrata proprio nella centrale via Nazionale. Di alberi innamorati, cioè di alberi che appartengono a generi diversi, piantati (o cresciuti da seme) vicini  che si ritrovano ad abbracciarsi (sia legandosi insieme nel loro apparato radicale o come nel nostro caso con un sapiente gioco di rami) a Roma ce ne sono diversi. I due di Villa Aldobrandini,  un Cocculus laurifolius DC. e una Casuarina sp. sono però tra i più singolari (li potete trovare subito dopo la scalinata sulla destra vicino alla fontanella)  perché nella  disposizione del loro abbraccio ( uno, alto robusto e slanciato, che fermo e immobile punta tutta la sua energia verso l’alto – la Casuarina – mentre l’altro- il Cocculus – dal tronco scultoreo e sinuoso che con fare amoroso  avvolge i suoi rami intorno al “corpo legnoso” del suo compagno) sembrano simulare le due azioni del maschile e femminile in atto nell’azione dell’amore. Oggi ci occuperemo di quello che (a nostro parere) sembra il partner femminile :  il Cocculus laurifolius DC.  che porta nel nome del genere,  il tipo di effusione che tutti, si spera, vorrebbero riservarsi in questa giornata dedicata all’amore, ovvero le coccole . Coccolare equivale a prendersi qualcosa di gradito, a crogiolarsi beatamente,  e deriva, pensate un po’, proprio dagli alberi. Per coccola si intende, infatti,  la bacca più o meno grossa di alcuni alberi (in particolare gli strobili del Ginepro Juniperus sp. portano questo nome. Il Juniperus oxycedrus L. per questo motivo si chiama Ginepro coccolone) ma anche forma allungata di còcco, “uovo”, quale cosa gradita a riceversi. Le coccole che troviamo nel nome del genere del Cocculus laurifolius DC.,   le dobbiamo  invece al grande botanico francese Augustin Pyramus de Candolle, che nel  1817 a Parigi nel suo “Regni Vegetabilis Systema Naturale, sive Ordines, Genera et Species Plantarum Secundum Methodi Naturalis Normas Digestarum et Descriptarum”  lo nominò in tal modo derivandolo dal termine greco kokkos che (come abbiamo visto) significa bacca. In realtà il frutto del Cocculus laurifolius  è una drupa sferoidale allungata che da verde diventa poi marrone a maturazione, il  de Candolle infatti nel nome generico dell’albero si riferì ad altre specie dello stesso genere che portano piccole e rotonde coccole (anche queste però  drupe) di colore blu nel Cocculus orbiculatis (L.) DC. e rosso nel  Cocculus carolinus (L.) DC. . Il suo nome specifico, laurifolius,  ci informa invece delle somiglianza delle sue foglie a quelle dell’Alloro, Laurus nobilis L., solo nella forma però, perché (a differenza dell’Alloro) sono lucide, dal colore verde medio brillante con riflessi di giallo e  percorse  longitudinalmente da tre evidenti nervature, una particolarità quest’ultima che ha portato i giardinieri romani, negli anni passati, a chiamare quest’albero erroneamente  Laurus trinervia o Lauro trinervino . Molto diffuso in Italia e nelle ville romane,  il Cocculus laurifolius DC.   viene nominato per la prima volta in Italia nel 1842 in “L’Orto botanico di Padova nell’anno MDCCXLII”  di  Roberto De Visiani. Nativo dell’Himalaya e del  Giappone è un albero sempreverde con crescita rapida, dalla forma della chioma arrotondata molto resistente a qualsiasi tipo di condizione edafica e alle potature, sorprendente è il suo recupero da polloni. E’ pianta dioica e porta i suoi fiori unisessuali,  piccoli di colore  bianco crema con puntini gialli che spuntano in primavera, su due alberi differenti (non sappiamo se quello di Villa Aldobrandini sia botanicamente maschio o femmina). Come tutti i Cocculus appartiene alla famiglia delle Menispermaceae che comprende 70 generi e 420 specie diverse tra le quali le piante ( a forma di liana) con le quali gli indigeni del sud America  preparavano il curaro : un veleno da freccia utilizzato per la caccia e la guerra, mortale quando penetra direttamente nel sangue, mentre innocuo per ingestione  perché degradato facilmente dai succhi gastrici. Anche nel tronco del Cocculus laurifolius DC. è presente un  alcaloide, la coclaurina che ha azione simile al curaro (quindi bisogna fare attenzione quando si intacca il tronco o se ne asportano parti). Un’ultima curiosità riguarda il nome della famiglia botanica delle Menispermacee che prende il nome da  una pianta, il Menispermum sp.,  che Linneo derivò da “mene” luna e  sperma “seme   per la particolarità dei suoi semi, fatti a forma di luna crescente (in inglese è chiamata  Moonseed). Allora: coccole, abbracci e semi a forma di luna crescente ( come la piccola luna falcata che stanotte vedrete bassa e sdraiata all’orizzonte)  non vi sembrano degli ottimi ingredienti per passare uno splendido San Valentino?

Antimo Palumbo 

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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Tie a yellow ribbon round the old oak tree ” ( metti una nastro giallo intorno alla vecchia quercia) è il titolo di una canzone scritta da Irwin Levine e L.Russell Brown e portata per la prima volta al successo dal gruppo di Tony Orlando i Dawn nel 1973. La canzone vede protagonista principale un albero e racconta la storia di un ex detenuto, che noi per meglio identificarci nella storia, chiameremo Ray. Dopo tre anni di carcere, e pronto all’imminente scarcerazione, Ray scrive una lettera alla sua fidanzata (che chiameremo Anna ) per chiederle una conferma del suo amore. Ray però non potrà attendere la risposta scritta di Anna ma affiderà l’arduo responso della sua amata alla presenza o meno di un nastro giallo. Se al suo ritorno al paese lo vedrà legato intorno alla grande quercia (dove, secondo le nostre intuizioni, s’era svolta la loro storia d’amore prima del suo arresto) vorrà dire che lei lo ama ancora. Una volta libero, il ritorno nel suo paese in pullman è carico di tensione. Ray, sapendo di non potere sopportare l’eventuale rifiuto di Anna ( a quei tempi i telefonini ancora non esistevano) chiede all’autista un grande favore : giunti a destinazione, dovrà guardare al suo posto (Ray invece chiuderà gli occhi) per controllare la presenza sulla grande quercia di un nastro giallo, nel caso positivo di fermarsi e farlo scendere, in quello negativo continuare nella corsa del pullman. Sarà un lieto fine ad attenderà Ray all’apertura degli occhi che, con il brusio di tutti gli altri passeggeri oramai coinvolti nella storia, non troverà sull’albero un solo nastro ma ben cento nastri gialli. Ecco, con lo spirito di questa canzone nel cuore, dedichiamo questa puntata di Alberopoli alla scoperta di quello che potremmo chiamare l’albero dei desideri di Villa Doria Pamphilj, una mimosa dalle dimensioni modeste e dal portamento curvo che però presenta una rara particolarità : quella di avere il tronco (ma anche gran parte dei rami) ricoperto da numerosi nastri colorati. Ci chiediamo ma chi sarà stato (per quale motivo e in quanto tempo) a compiere questa operazione unica, artistica e estremamente gradevole da vedere? Non lo sappiamo , ipotizziamo però che numerose siano state le persone, e nell’arco di diversi anni, a riporre la speranza di voler vedere realizzato un loro desiderio (presumiamo d’amore) legando dei piccoli nastrini colorati a quest’ albero dalla fioritura spettacolare. Un albero dai fiori gialli e profumati, simili a piumini (delle infiorescenze a capolino riunite in piccole pannocchie e ricche di stami polliniferi) che oggi tutti conosciamo ( anche i bambini lo sanno) col nome comune di Mimosa. Importata in Europa agli inizi dell’800 dalla Tasmania, una piccola isola dal clima mite che si trova al Sud dell’Australia, l’ Acacia dealbata Link (questo è il suo nome botanico corretto) viene citata in Italia in un catalogo per la prima volta nel 1835 ma diventa popolare dopo il 1950 grazie ai suoi fiori che diventano il simbolo dell’8 Marzo e della Festa della donna. Presto partirà in tutta Roma la sua fantastica fioritura e prima che questo succeda (se come il Ray e l’Anna della canzone) vorrete veder realizzare un vostro desiderio ( e a rigor di logica dovrebbe essere la fioritura a permetterlo) avete solo pochi giorni per andare a legare il vostro nastrino colorato. Trovare la mimosa dei desideri è facile. Si trova poco prima dei terrazzamenti di piante e fiori realizzati con mattoncini di tufo e percorsi da scale sotto al casale di Giovio, sulla sinistra del sentiero in terra battuta a qualche centinaio di metri dell’ingresso di Villa Doria Pamphilj in Via Aurelia Antica 327. Anche se sarà tardi, (non lo vorrete o non ci sarà più posto) per mettere il vostro nastrino colorato, una passeggiata nella regina delle ville romane merita sempre.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere  Gennaio 2013

Son passati quasi otto anni dalla primavera del 2005,  quando,  nel depliant illustrativo dei primi Incontri con Alberi Straordinari che iniziavo a svolgere nelle ville del verde storico di Roma,  scrivevo queste  parole : “ Non esiste poi a Roma un Centro che si occupi di diffondere la cultura degli alberi : una libreria specializzata, un luogo fisico da contattare (via telefono o e-mail) nel caso remoto che a qualcuno venisse la curiosità di conoscere come si chiama l’albero, dai bellissimi fiori bianchi che vede ogni giorno sotto casa mentre parcheggia la macchina. Non sarebbe forse ora che anche a Roma nascesse un Ufficio Albero? Un luogo d’incontro per lo sviluppo non solo tecnico ma anche letterario, storico, conoscitivo, che si sviluppi con incontri con tecnici, scrittori, giornalisti legati alla “ cultura dell’albero “? Bisognerebbe pensare ad inserire nel contenitore di ciò che definiamo Cultura anche la parola albero…perché a Roma c’è la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, ma nessuna Casa dell’Albero? “ Da allora , e per fortuna, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura dell’albero a Roma (e questo, spero in piccola parte, grazie anche al mio lavoro) però di Casa dell’Albero non ce n’è ancora oggi nessuna  traccia. Esiste però una Casa del Parco che si trova in via della Pineta Sacchetti, in un antico edificio, sviluppato  su tre piani, già di proprietà dei Torlonia e chiamato Casale del Giannotto. La Casa del Parco è una delle Biblioteche dell’ Istituzione delle Biblioteche di Roma che, grazie al lavoro di ricerca e acquisizione durato diversi anni e curato da Ennio De Risio, si è specializzata in libri che riguardano piante, alberi, giardini e giardinaggio. Un bellissimo spazio, gratuito e facilmente accessibile, da scoprire e frequentare (se già non lo state facendo). Proprio lì di fronte,  attraversando la strada, in via della Pineta Sacchetti 53, ci sta aspettando l’albero al quale dedichiamo questa puntata della nostra rubrica: un albero raro, dalla forma snella e flessuosa, che proviene dalla lontana e esotica Australia e risponde al nome di  Eucalyptus citriodora.  L’albero, che svetta in alto per quasi venti metri (ed è per questo facile da riconoscere) si trova nel giardino ricco di piante esotiche di Danilo Bitetti, botanico e paesaggista, del quale torneremo a parlare presto su queste pagine, ed è cresciuto da una piccola piantina messa a dimora nel 1995. L ‘Eucalyptus citriodora Hook. ( o Corymbia citriodora [Hook.] K.D. Hill & L.A.S.Johnson  come dovrebbe ora  chiamarsi secondo la nuova classificazione in vigore dal 1995 ) è un albero che , come la maggior parte degli Eucalipti,  proviene dall’Australia,  in particolare dalla regione dal clima temperato e tropicale del nord-est. Può crescere fino a 35 metri di altezza e si caratterizza per la corteccia liscia, che compone il suo tronco per tutta l’altezza dell’albero, dal colore bianco pallido che, in maturità, produce leggere screziature marezzate, che aumentano anno dopo anno, e la sua  chioma composta da foglie strette intrise di un forte odore di limone, dalle quali si estrae un olio essenziale (usato nell’industria alimentare e oggi prodotto principalmente  in Brasile e in Cina) il cui componente principale (ben l’ 80%) è essenza di citronella. Il nome della specie, citriodora, che deriva, dal termine latino “ citriodorus  “dal sapore di limone” ci informa proprio di questa sua curiosa particolarità. Di Eucalipti che sanno di limone a Roma ce ne sono solo due (l’altro , piantato anch’esso da Danilo Bitetti, si trova nei pressi della Cassia in una strada di fronte al cinema Ciak) perché non andare a trovarli?

Antimo Palumbo

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Roma da leggere Gennaio 2013

Qual è l’albero perfetto? Esiste un albero perfetto? A queste domande si potrebbe tentare di dare una risposta facendo un paragone tra albero e uomo. L’albero perfetto così come l’uomo perfetto  (uomo inteso come umano e quindi maschio/femmina) è quello capace di esprimere al meglio il suo carattere. Un uomo libero di esprimere il suo carattere ( un timido che vive la sua timidezza con grazia e dolcezza per esempio o un estroverso ricco di carica positiva che esplode in  grandi risate) è uomo perfetto, e nell’espressione della sua perfezione armonica porta bellezza e gioia alle persone con le quali entra in relazione. Ecco, la stessa cosa si potrebbe dire degli alberi perfetti e  quindi belli.  Così come ogni uomo, anche ogni albero ha un suo carattere e il carattere degli alberi è dato dal portamento con il quale sono strutturate le ramificazioni (o palchi) che compongono la sua chioma, che è diverso da genere a genere. Di questo ne sono consapevoli in molti (vedi i due splendidi libri  “ L’Architettura egli alberi ” di Cesare Leonardi,  Mazzotta   e “ L’ arte di conoscere gli alberi ” di Simon Jacques, Mursia ) tranne però alcuni amministratori di società che si occupano di verde urbano (e che prendono gli appalti dai Comuni) che, ancora oggi,  utilizzano “potatori ignoranti” (nel senso che ignorano come funziona un albero ) che  si improvvisano “eroi della capitozzatura” pelando senza nessun criterio intere alberate stradali. Una pratica questa, la capitozzatura, che oltre ad essere dannosa e anti-economica (l’albero si ammala e dopo qualche anno va cambiato) è profondamente contraria a qualsiasi grado o minimo criterio di estetica. Un albero capitozzato è un albero che ha perso la sua forma e il suo carattere e contribuirà, in quanto albero brutto, a trasmettere negatività nei confronti di chi lo vivrà (noi umani passanti) negli anni a venire. Nello splendido Parco degli Acquedotti a Roma , un luogo magico e importante per la nostra città,  uno dei pochi luoghi di Roma rimasti integri rispetto al passato, nel quale si possono ancora vivere le atmosfere romantiche ricercate dai viaggiatori europei del Grand Tour a metà dell’Ottocento ( vedi i paesaggi immortalati nei quadri di Ippolito Caffi e Johan Jacob Frey rimasti a tutt’oggi immutati) vive un leccio, Quercus ilex L., una quercia sempreverde, espressione tipica della macchia mediterranea, che,  per la forma della sua chioma,  verde, simmetrica e globosa, possiamo considerare un albero perfetto. Un albero facile da incontrare e da  visitare. Per farlo si parte dall’ingresso di via Lemonia – dove c’è il parco giochi – all’altezza del casotto di legno del Parco si segue un viale di terra battuta, poi  si superano gli archi bassi dell’acquedotto dell’Acqua Marcia e l’albero perfetto vi comparirà alla vostra sinistra. Una volta vicini alla piccola Quercia sempreverde passate un po’ di tempo a osservarla, toccarla e viverla e probabilmente sarete avvolti dal sentimento della sua bellezza e perfezione simmetrica. Un’immagine simmetrica simile a quella al quale  si deve esser ispirato,  nel lontano 1991, anche Achille Occhetto quando si trovò a scegliere il nuovo simbolo del  Partito Democratico della Sinistra, di cui era  segretario. Una scelta che cadde sulla Quercia per le sue caratteristiche, espresse sinteticamente in forza,  bellezza e  resistenza,  ( un Leccio può vivere anche fino a cinquecento anni) che dovevano rappresentare l’immagine del nuovo corso di un grande partito italiano. Anche se la Quercia immaginata da Occhetto probabilmente non era un Leccio ma una Farnia (Quercus robur L.) quella del Parco degli Acquedotti gli assomiglia molto. La bellezza non esiste solo nella cultura degli uomini ma è sparsa tra le meraviglie della natura, nostro compito è di andare a cercarla.

Antimo Palumbo

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