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Viavai Dicembre 2007

 

Mi piace giocare con la parole, in modo semplice per straniare. Straniare vuol dire uscire per un attimo dalla “normalità” che così sembra per tutti ( il tiro al piccione o il fatto di correre i 400 metri nudi in uno stadio sono state cose “normali” in periodi storici differenti) per pensare a nuove  soluzioni creative  per il periodo nel quale si vive . Il titolo di questo articolo è un gioco di parole : la stessa parola ripetuta separata da un apostrofo. Cerchiamo di capirne di più.  All’interno del complesso dei campi sportivi del Savio in via Teano vive da diversi anni (40-50? Chissà?) un albero di ontano, più esattamente Alnus cordata   l’ontano napoletano. ( così sembrerebbe dal mio riconoscimento …da profano)   Un albero storico e antico, Al-nus deriva da “vicino all’acqua”  per la caratteristica che lo contraddistingue : quella di crescere vicino ai corsi d’acqua e su terreni poveri. Con il suo legno (rosso sangue quando viene tagliato) sono state fatte le fondamenta del ponte di  Rialto a Venezia. Come ha fatto un ontano napoletano a finire in Via Teano ( ci sono tutti gli elementi per una bella poesia)  è  argomento al quale non possiamo rispondere. Quello su cui ci preme invece stimolare la riflessione e l’attenzione è che tra pochi giorni ( molto probabilmente, quando il numero di Dicembre  sarà già uscito) non avremo più occasione di vedere da vicino una “pianta ‘si rara” ( finora è l’unico ontano censito nel VI Municipio, ma se ce ne sono altri fatecelo sapere) perché per i lavori della Metro C si  sta spostando l’impianto di calcio più avanti e questo albero insieme ad altri ( tra i quali dei Cupressus arizonica) saranno abbattuti. . Bellissima la nuova piantumazione di pioppi con due platani storici a fare da maestri e guardiani: sicuramente  un nuovo piccolo spazio verde in città.  Però a  questo punto sorge una domanda “normale”. Perché  il Comune ( o chi lavora per lui, in questo caso la Società della Metro C) non ha pensato a trovare il modo per salvare l’ontano? Come? Semplice : spiantarlo e ripiantarlo.  Ma la risposta che sembra essere arrivata è : “ ma che ci frega a noi di salvare l’ontano?” La memoria e la storia sono due ingredienti fondamentali per quel ciambellone chiamato civiltà, spesso però ho l’impressione che ci si riferisca ( nella polticia che riguarda la città) solo ad una memoria storica breve ( dal 1940 in poi). Quindi torniamo un pochettino indietro nel tempo : è il direttore del Servizio Giardini di Roma Alessandro Formilli che ( in una lettera del 10 Febbraio 1876) scrive rivolgendosi all’assessore Giovanni Angelici : “… mi prendo la libertà di proporgli l’acquisto di un carro da costruirsi espressamente per il trasporto di dette piante ed altri alberi che in seguito potranno servire per ornamento delle pubbliche passeggiate… e così dopo piantato un giardino se ne vedrebbe subito l’effetto senza dover attendere molti anni come si è fatto finora..” L’acquisto di questo mezzo , un carro rudimentale per (leggete bene) spostare gli alberi fu acquistato direttamente dalla Francia in data 21 Agosto 1876. E’ forse questa una memoria troppo antica? Ora i tempi sono cambiati e con la tecnologia si sono fatti passi da giganti. Esiste una società tedesca che produce macchine per trapiantare alberi ( sito www.granditrapianti.com) . Macchine costose certo, Anche fare una metropolitana costa però è un bene utile comune. E non sono forse anche gli alberi dei beni utili comuni? Domanda da “giocatore di parole” : perché il Comune di Roma piuttosto che propagandare la piantumazione di nuovi e piccoli alberelli  dal costo di 9 milioni di Euro non pensa (anche) ad investire ( come era gia successo alla fine dell’800) per salvare alberi grandi e belli che in occasione di lavori, calamità, e eventi particolari  rischiano di essere abbattutti e scomparire per sempre dalla nostra memoria ? Ai tempi di Alessandro Formilli avremmo ancora avuto la possibilità di usufruire di un bene verde comune ( adulto e in piena salute)  e non costretti per farlo a vedere l’ontano lontano.

Antimo Palumbo 

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