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Alberopoli

Roma da leggere Aprile 2013

“ Quanto sei bella Roma, quanto sei bella Roma a primavera, er Tevere te serve,  er Tevere te serve da cintura, San Pietro e er Campidojo da lettiera…” L’avete riconosciuto? E’ l’incipit della canzone romana “ Quanto sei bella Roma”  di  De Torres, Bonagura, Bixio , portata al successo nel 1959 nel film omonimo dal “reuccio de Roma ” Claudio Villa. Una citazione musicale che ci aiuta a sottolineare il tanto atteso arrivo della primavera romana.

Diversi sono i segni che ci permettono di essere sicuri nella nostra affermazione ( segni  che con la loro ciclicità rendono ogni anno in questo periodo bella, come appunto dice la canzone, la nostra città). Tra questi troviamo:  l’arrivo delle prime rondini ( o più precisamente rondoni) con i loro richiami garruli; un’aria tersa e frizzantina con un cielo azzurro macchiato da nuvole bianche screziate e allungate; le macchie di color rosa-purpureo  degli alberi di Giuda in fiore. Ed è proprio a questo albero il Cercis siliquastrum L . (chiamato comunemente albero di Giuda o Siliquastro) in questi giorni  al massimo della sua spettacolare fioritura che dedichiamo questa puntata di Alberopoli. Concentriamo la nostra attenzione in particolare sullo splendido esemplare  che si trova in via San Gregorio al Celio poco prima (venendo dal Circo Massimo) del portale d’ingresso monumentale del Palatino (un portale, smontato e rimontato nel luogo odierno, che si trovava precedentemente accanto alla via sacra nel Foro Romano e dava accesso agli antichi Horti Farnesiani). Per il suo portamento tortuoso e prostrato e la bellezza della sua fioritura carica e ricca, il Cercis siliquastrum L. del Palatino è sicuramente tra gli alberi più belli di Roma. Per toccarlo e vederlo da vicino bisogna entrare nel Palatino, ma si vede e si può fotografare benissimo anche dall’esterno sostando sul marciapiede accanto alla cancellata di ferro che lo divide dalla strada. Non conosciamo la sua età e quando sia stato piantato, ipotizziamo però (vista l’enorme  mole del suo tronco) sia successo molti anni fa (anche più di cento).

Il Cercis siliquastrum L. ha crescita moderatamente lenta, ama il sole e i terreni rocciosi e calcarei ( per questo si comporta come pianta pioniera) due ingredienti quest’ultimi che probabilmente hanno influenzato il portamento dell’esemplare del Palatino che, proprio perché ha trovato al di sotto del suo apparato radicale un materiale roccioso (resti di antiche costruzioni), è cresciuto in larghezza piuttosto che in altezza. Considerato una volta originario dell’Asia minore (oggi invece si pensa invece sia  autoctono) il Cercis siliquastrum L. appartiene alla famiglia delle Caesalpiniaceae, è  presente in tutta l’area mediterranea, dai Balcani all’Asia Minore e non cresce a quote superiori ai trecento metri. La leggenda vuole che quest’albero sia quello dove Giuda l’Iscariota si sarebbe impiccato dopo aver venduto Cristo per trenta denari, in realtà deve il suo nome comune a uno scarto di vocale che riguarda il suo areale di origine : la Giudea. Uno scarto di vocale  (tolta una “e” è così diventato di Giuda) facilitato dalle caratteristiche dei fiori dell’albero che secondo le diverse interpretazioni: sono color sangue, e rappresentano le lacrime di Cristo; da bianchi sono diventati rosa porpora per la vergogna di Giuda; fioriscono all’improvviso e quindi tradiscono come il suo eponimo; sono la ricompensa data all’albero dal Signore per aver dovuto sopportare questo gesto “inevitabile. Dobbiamo il nome del suo genere, Cercis,  a Linneo che lo riprese, dal termine greco kerkis (nave) poi trasferito in latino col significato di  ago, spola, per indicare la forma del suo frutto, un baccello membranoso piatto di 10-15 centimetri,  prima violaceo e poi bruno-rossastro a maturazione  che  persiste a lungo sulla pianta dopo la caduta delle foglie. Un frutto che sembrerebbe una siliqua mentre, come invece ci informa il nome della specie, non lo è (per questo siliquastrum). Una siliqua, infatti, si differenzia rispetto a un baccello per una diversa apertura al momento della deiscenza per il setto persistente membranoso detto replo sul quale  sono inseriti i suoi  semi.

Il Cercis siliquastrum L. veniva spesso usato in passato nelle alberate stradali per la bellezza della sua fioritura primaverile e per la capacità di sopportare molto bene l’inquinamento atmosferico. Ultimamente viene usato di meno per la tendenza del suo tronco (dalla corteccia nerastra, molto rugosa e con screpolature),  ad attorcigliarsi e per il fatto che le radici, profonde e diffuse, spesso reagiscono alla carenza di ossigeno del terreno andando  in superficie ad alterare i marciapiedi. I suoi fiori , bellissimi, dal colore roseo porporino, sbocciano prima delle foglie, sono ermafroditi (portati su glomeruli di 3 o 6 elementi dotati di peduncolo riuniti in corti racemi) e talvolta sbucano  direttamente sui rami (caratteristica che in botanica viene definita caulifloria). Si possono mangiare (magari non quelli di città per l’inquinamento da piombo) aggiungendoli all’insalata o friggendoli in padella o  anche conservare in salamoia o sottoaceto come i capperi. Le foglie  a inserzione alterna, sono a contorno subcircolare con base cuoriforme,verdi e scure nella pagina superiore chiare e glabre in quella inferiore e per questo facili da riconoscere. Proprio per la loro forma  cuoriforme  delle sue foglie il Cercis siliquastrum  in Spagna, è chiamato l’albero dell’Amore “El àrbol de l’amor” e  una leggenda spagnola vuole che baciarsi sotto i suoi rami in fiore porti fortuna in amore, e non è forse Roma il contrario di amor?

Antimo Palumbo

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Racconto breve distribuito gratuitamente ai partecipanti  della “Festa dell’albero” organizzata a Roma al Parco del Pineto Domenica 20 Novembre 2016.

1.

Per tutti questi anni i miei occhi hanno contemplato le scene mutevoli dell’autunno. Ho parlato a sufficienza del chiaro di luna. Non mi domandate più niente. Prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“. Poche parole e sagge, tratte dal poema di Ryo Nan, parole che hanno accompagnato la veglia funebre della grande scrittrice Marguerite Yourcenar. Prestate attenzione alle voci dei pini questo è il consiglio che ci viene impartito dalla religiosa buddista del secolo scorso e noi lo facciamo. E chissà com’era la voce di disperazione e addio del pino che ieri è caduto a Roma in Piazza Trento spazzato via dal vento impetuoso di un temporale. Un Pino, un albero fascista, fascista perché preferito nella retorica di propaganda mussoliniana agli altri alberi per le sue origini romane, lui stesso Benito Mussolini  piantò all’E.U.R. il primo pino, pino propiziatore. Pini che nel 1932 furono messi a dimora  nella via dei fasti romani, quella che una volta chiamata via dell’Impero fu poi ribattezzata Via dei Fori imperiali, la via della parata militare del 2 Giugno che ha visto passare sfilate e plotoni di centinaia di migliaia di soldati , mezzi di guerra, missili, obici, crocerossine,  dagli anni trenta ad oggi. Soldati e mezzi bellici che dall’alto delle loro chiome sempreverdi i diversi pini presenti nella via hanno sempre guardato con aria schifiltosa perché il pino come tutti gli alberi va contro la guerra, un albero infatti come ci ricorda il poema di Ryo Nan  è un grande contenitore di energia pacifica, ombra, silenzio. Ma cos’ è un albero ? Un albero è un essere vegetale fatto, come noi,  di cellule viventi e respiranti che si differenziano dalla cellule animali per essere rivestite da parete cellulare composta da lignina e cellulosa che gli conferisce resistenza elasticità e forza nonché durata nel tempo e, per questo motivo, un albero continua, a differenza di noi  umani, a vivere come legno anche una volta morto. L’albero quindi è un essere vegetale, e potremmo definirla una pianta superiore, visto che grazie al suo tronco composto da un corpo che noi da secoli abbiamo sempre chiamato legno riesce ad elevarsi anche a centinaia di metri di altezza, come la Sequoia o l’Eucalipto. E il legno del pino , ma anche le sue foglie modificate degli aghi portati a ciuffi di due, sono ricche di resina,  un liquido denso e incolore che scorre in appositi canali, chiamati canali resiniferi, canali paragonabili a dei cappotti, o meglio a dei piumoni, che permettono a questo albero di sopravvivere alla rigidità dell’inverno. E’ un albero antico il pino, antico per la cultura romana e poi quella italiana. La leggenda vuole che sia stato importato dagli antichi romani dal medio oriente per realizzare con il suo legno le loro  navi e con la sua resina trasformata e cotta in nera pece la calafatura con la quale impermeabilizzavano il  legno in modo che potesse  rimanere in acqua salata senza marcire o subire l’attacco delle teredini per anni. Anche se ricerche effettuate da paleontologi su pollini fossili dicono che in alcune aree del mediterraneo come la Pineta del Tombolo il pino era già presente come specie naturale.  E’ un albero il pino, in particolare nella specie Pinus pinea,  si dice pìnea con l’accento sulla i,  che caratterizza da sempre la storia della città eterna: Roma. Una città eterna  perché si pensa che dopo essere stata fondata da Romolo sulla cima del Palatino nel lontano 21 Aprile del 753 a.C.  continuerà a vivere in eterno sfoggiando giorno dopo giorno scorci ineguagliabili di bellezza e storia, scorci che senza la shilouette dei tronchi a placche , placche verticali rosso marroni ,  e delle chiome globose e sempreverdi dei pini non avrebbe senso e lo stesso effetto. E sono proprio le placche nella quali la sua rude e liscia corteccia si sfalda , le sue placche verticali rosso e marroni  che lo differenziano insieme al portamento dei rami assurgenti, cioè portati a gomito, dall’altro pino con il quale si confonde il Pinus pinaster o pinastro quello che tutti chiamano pino marittimo che invece porta rami orizzontali e con placche quadrate. Pino  marittimo che deve il suo nome comune  al fatto che avendo questo portamento orizzontale delle sue branche di rami, il vento ci passa in mezzo la chioma si fa attraversare e quindi riesce a vivere vicino alle dune sabbiose battute dai venti marini. Il pino romano invece, chiamato anche pino ad ombrella per la forma ad ombrello della sua chioma verde e a globo oppone una maggiore resistenza al vento e piuttosto che farlo passare attraverso i suoi rami lo fa scivolare attorno alla sua chioma che compatta resiste come se fosse un cono gelato. Un cono gelato verde che svetta nell’alto del cielo azzurro provocando emozioni e bellezza. La tecnica di resistenza all’azione dei venti sono legate alle tecniche di sopravvivenza che caratterizzano il destino di un albero, un destino che si basa su due principi essenziali, il primo:  l’albero è un’insieme di corpi di menti di braccia, un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme mentre un uomo è un solo individuo. Per comprendere meglio quello che sto dicendo uso un’immagine storica. Maximilien de Robespierre smise di pensare ed elaborare pensieri ed immagini così come il suo cuore smise di pompare sangue per nutrire il suo corpo quella mattina del 1794 quando la sua testa (già sufficientemente massacrata da un colpo di pistola che gli aveva fracassato la mascella) si trovò a fare i conti con le lame taglienti della ghigliottina che in un attimo gli staccarono la testa. E ad un uomo quando gli si stacca la testa non esiste più nelle sue funzioni vitali : noi diciamo che è morto. Mentre a un albero quando si taglia o gli staccano i rami o gli si taglia di netto il tronco (un operazione chiamata capitozzatura che negli ultimi anni anche dalla autorevole società italiana di arboricultura viene aspramente condannata) lui può continuare a vivere. Non però per il pino  e lo vedremo tra poco che  infatti se tagliato nel tronco come l’odiato Robespierre non ricaccia e muore per sempre. E un albero a differenza di un politico francese, italiano o perché no portoghese non è portatore di ideologia odio, e terrore ma portatore di ombra bellezza e ossigeno.

2.

Eccoci di nuovo. Parlavamo del destino di un albero e della sua capacità di sopravvivere all’azione delle condizioni ambientali e meteorologiche avverse. Se il primo principio essenziale dice che un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme, il secondo ci informa che, ed è cosa apparentemente ovvia, che l’albero affronta il suo destino rimanendo fermo. Un albero non si muove mai. Un albero a differenza di quello che dice  Gesù nel Vangelo di Marco non cammina (si tratta però in questo caso di una parabola metaforica). Gli alberi non camminano, rimangono fermi e nonostante a qualche umano sia venuta in mente l’idea di costruire una specie di macchina-cavatappi che prima solleva gli alberi, poi  li ricarica su un camion e poi li ripianta (un’operazione che viene chiamata trapianto di grandi alberi) quando questo succede le possibilità che un albero possa di nuovo attecchire sono veramente poche. Perché? Semplice, perché gli alberi sono tutti esseri che vivono con la testa all’ingiù, anche il pino nonostante sembrerebbe che il centro del suo essere possa essere la sua grande chioma verde addobbata come un albero di Natale naturale con piccole, splendide e dal disegno  geometrico pigne. Pigna o pina il cui nome botanico corretto è strobilo. Una magica costruzione della natura fatta di scaglie che proteggono nudi semi, dal disegno a spirale al quale si è ispirato Michelangelo per la realizzazione del piazzale del Campidoglio a Roma, nel quale possiamo leggere le semplici legge dell’accrescimento della natura, una legge studiata dal nostro Leonardo Fibonacci e chiamata anche la legge della sezione aurea,  quel 0,618 che si ripete caratterizzando le proporzioni di una conchiglia, di un tempio greco e perché no anche della crescita della chierica dei nostri capelli. Un albero quindi vive con la testa all’ingiù e con un sistema neurosensoriale, presente nel suo apparato radicale che gli permette di sondare il terreno e andarsi a prendere acqua e nutrienti salini necessari per la sua crescita  ma anche di capire che  cosa si trova nel terreno, se ci sono veleni se ci sono attacchi di funghi (in quest’ultimo caso si stabiliscono alleanze produttive che vengono chiamate micorizze) o entrare in contatto con altri alberi e attraverso un doppio processo che scientificamente viene chiamato allelopatia e allelobiosi stabilire alleanze positive o negative con gli esseri  vicini che abitano e vivono nello stesso terreno.

3.

Abbiamo visto i due principi essenziali che riguardano la vita di un albero. Vediamo ora le fasi  quattro che riguardano la sua vita. La prima. Da semplice seme , nel caso nel Pinus pinea un pinolo , un indurimento legnoso avvolge il seme, quel seme molto apprezzato nella cucina italiana, sia nei dolci che nel pesto, non ci sarebbe pesto genovese senza pinoli. Un seme che ha caratterizzato la storia della nostra Italia, in particolare in Toscana, producendo lavoro ed economia nella sua raccolta e poi pulizia e vendita, e che il suo nome comune pinocchio  ha poi  portato al titolo del più grande romanzo per bambini di sempre Pinocchio di Carlo Collodi, un barattino di legno il cui naso diventa lungo proprio come l’endocarpo (così si chiama il rivestimento legnoso) del pinolo. La seconda una volta che il seme passa la fase di dormienza e attecchisce in terra si creano le prime radici che vanno ad esplorare il terreno e scoprono chi saranno nei prossimi anni i suoi alleati e nemici e allo stesso tempo mette le prime foglioline e inizia a creare e a metabolizzare energia attraverso la fotosintesi clorofilliana, il meccanismo magico delle piante che ha permesso la vita sulla Terra, grazie al quale l’energia del sole viene trasformata in zuccheri. L’anidride carbonica presente nell’atmosfera viene catturata e grazie al suo scarto prezioso ovvero l’ossigeno è possibile vivere in questo pianeta (l’unico con una vita nel pianeta solare) che noi abbiamo chiamato Terra. Repetita iuvant : senza piante  e senza alberi la vita sulla Terra sarebbe impossibile. Eccoci quindi a parlare della terza fase. Una volta ben radicato e con le foglioline che iniziano a moltiplicarsi inizia la crescita dell’albero. Il tronco cresce e l’albero inizia ad andare verso l’alto per catturare la luce, (nella competizione tra gli alberi, magari in una jungla, vince che prende la luce del sole) le foglie si distendono, nel caso di pino foglie modificate degli aghi che permettono così all’albero di resistere nella sua crescita ai due principali nemici : il freddo (un pino può resistere anche a meno 30 gradi sotto lo zero) e il caldo che visto che le foglie traspirano acqua e vapore ( è questo un processo che si chiama evapotraspirazione che fa sì che luoghi dove ci siano più alberi ci sia anche più acqua e vapore, un fenomeno  questo spesso invisibile a più che spiega perché d’estate gli alberi siano fondamentali a ridurre le alte temperature e le isole di calore nelle grandi città) e che un clima particolarmente arido potrebbe portare attraverso la disidratazione alla morte dell’albero. Una volta che l’albero diventa stabilità attraverso un tronco che lo porta ad andare verso l’altro ma allo stesso tempo a crescere in larghezza producendo legno e un apparato radicale che scambia informazioni e si nutre con un terreno vivo, iniziamo a parlare della quarta parte che riguarda le fasi della vita di un albero, quella che riguarda la maturità  e nella quale l’albero deve far i conti con la sua riproduzione. Il pino, albero considerato da Plinio il vecchio  albero perfetto perché una volta entrato nella sua fase di produzione non smette più di produrre pigne, ci mette  tre anni per produrre una pigna, un processo nel quale grazie ai semi prodotti dalle pigne l’albero potrà continuare a vivere nelle generazioni future, un processo lo stesso che noi umani compiamo da sempre con i figli e più se ne fanno,  Santa Caterina da Siena era la ventiquattresima figlia,  e maggiori saranno le percentuali di sopravvivere della nostra specie. La quinte e ultima fase è invece quella della  senescenza , una fase che nel caso del pino può durare anche qualche secolo, un Pinus pinea può infatti  vivere anche fino a 200 anni. . E’ nella fase di senescenza che  avvengono gli schianti,  la carie, gli attacchi dei funghi, gli eventi atmosferici  venti, tempeste fulmini , l’uomo con la sua motosega. E questi eventi  possono, da soli o in sinergia innestando delle concause, uccidere l’albero e riconsegnarlo alla terra alla nella quale riporta  la  sua componente chimica principale : l’azoto, senza il quale non ci sarebbe vita sulla terra. L’azoto, la benzina delle piante, il costituente fondamentale delle molecole organiche presente nel 78% dell’atmosfera terrestre. Prima però grazie ai numerosi semi prodotti l’albero sarà già riuscito a riprodursi e a mandare avanti la sua specie.

4.

Vi ricordate : “prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“? Le parole della saggia Ryo Nan. Il pino e la sua voce.  Pinus pinea, pino da pinoli, pino italico questi i suoi nomi comuni.  Abbiamo visto come funziona un albero e quali sono le sue fasi, cerchiamo ora di scoprire qualcosa di più sul pino. Il Pino è una gimnosperma (Gimno come ginnastica ovvero derivato dal greco gymnos nudo, i ginnasti si chiamano così perché nel passato gareggiavano nudi, ma anche come non ricordare la mitica Gymnopedie di Erik Satie,  ve lo ricordate vero?) perché i suoi semi non sono avvolti da un frutto ma rimangono nudi avvolti da scaglie. Il pinolo non è infatti un frutto ma un seme nudo rivestito da un rivestimento legnoso. Come tutte le gymnosperme il pino è un albero che nella storia dell’evoluzione delle piante, dalle alghe acquatiche fino alle più sofisticate orchidee,  si trova in una fase abbastanza primitiva. I suoi meccanismi di crescita, resistenza agli adattamenti dell’ambiente e riproduzione sono relativamente più semplici rispetto agli altri alberi.  E quindi anche se un albero è sempre un insieme di esseri, ve lo ricordate?  Un pino non ha  e non produce  nel suo tronco gemme avventizie o latenti. Cos’è una gemma latente? E’ quel nodo importante pieno zeppo di cellule meristematiche, cellule simili alle nostre cellule staminali, che possono produrre in caso di necessità, quando un animale lo mangia o quando un uomo lo taglia per esempio, nuove cellule e nuova crescita. Un Pino quindi quando viene tagliato nel tronco non ha possibilità di rinascere ed è morto per sempre. Una specificità questa che conoscono bene i forestali che differenziano le foreste (la maggior parte delle quali in Italia sono artificiali ovvero create dall’uomo per produrre legno) in due tipi:  le fustaie quelle create appunto con pini, che si tagliano a scadenza di anni ;  e i cedui creati con alberi (faggi, querce, carpini e tanti altri) che sono dotati delle cosiddette proprietà pollonifere ovvero ricacciano con getti prodotti da gemme latenti alla base. Il pino è quindi un albero antico, dal seme nudo che non ricaccia una volta che viene tagliato e tantomeno riparte con nuovi getti, i polloni, una volta caduto.

5.

 Ma perché cade un pino, perché il pino di Piazza Trento è caduto e ancora perché ultimamente c’è una sorta di paura e odio per i pini romani ? Pini romani che hanno ispirato una sinfonia ad Ottorino Respighi in quattro movimenti che si svolge creando atmosfere suggestive, movimenti che si svolgono attraverso i pini di Roma, del Gianicolo di villa Borghese, delle catacombe dell’Appia Antica. Pini romani che ancora hanno ispirato in tempi recenti una ben gettonata  nonché semplice canzone “ Notte prima degli esami”  del cantautore romano Antonello Venditti che nel su testo dice “ come i pini di Roma la vita non li spezza”. Insomma perché cade un pino?  Diversi sono i motivi per il quale un pino può cadere un’eventualità  questa che , spesso però noi umani tendiamo a dimenticare, porta alla morte dell’albero e perché un albero, un essere vivente assetato di vita,  dovrebbe volere la sua morte? Uno dei primi motivi è senz’altro il danneggiamento dell’apparato radicale. Il motivo per il quale il pino, sacro per i Romani ad Attis e Cibele e  portato a grande rispetto e fonte di meraviglia,  si deve principalmente alla sua magica e grandiosa crescita. Il pino cresce rapidamente in pochi anni e svetta in alto verso il cielo. E’ fantastico vedere da sotto le chiome verdi di un pino italico portate da ingegneristiche strutture di rami. E’ fantastico vedere, come nel grandioso pino di via Capodistria a Roma, la sua corsa elegante verso l’equilibrio e la stabilità che punta in alto verso il cielo. E’ questa grandiosità, questo equilibrio questa armonica ricerca della grazia il segreto della sua meraviglia e della sua  bellezza che negli anni ha ispirato poeti, musicisti, pittori :  i pini sono tra gli alberi più belli del creato, lo sanno bene gli americani che vengono a Roma e rimangono conquistati dal loro fascino. Ma è sempre questa sua particolarità quella di crescere e diventare alto e svettare contro il cielo in così poco tempo che in questo nostro periodo caratterizzato dal sopravvento  dell’artificiale sul naturale hanno portato alla paura e all’odio del pino. Se un pino cade,o anche cade un suo ramo dall’alto (basta anche una semplice pigna , i pini periodicamente andrebbero spignati) produce sempre un bel botto, spesso dei danni e tutto questo spaventa . E allora perché cade un pino?  Quando si danneggia l’apparato radicale di un pino e gli si taglia una grande parte  delle sue radici (magari per dei lavori del gas come è successo a  Roma a via delle Medaglie d’oro) l’albero perde la sua stabilità  non riesce a tenere il suo precario equilibrio, e quindi spinto da forze esterne, vento o piogge abbondante che allentano  il terreno o magari la neve che ne appesantisce i suoi tronchi, l’ albero inizia a cedere e cade.

6.

A questo punto  penso sia giunto il momento di concludere :  in questi giorni sui pini di Roma si sta scatenando una battaglia mediatica.  I pini veri e proprie colonne del cielo alberi che con la loro elegante bellezza, alberi timidi (sono tra gli alberi che evitano di toccarsi tra loro, così spesso succede nelle pinete)  gli alberi che hanno ispirato i migliori paesaggi italiani e caratterizzato la cultura italiana ( il Pino di Posillipo a Napoli presente in numerose foto e illustrazioni accanto al Vesuvio, vissuto fino a 129 anni e poi abbattuto nel 1984 perché malato , ma al suo posto è stato piantato un nuovo pino; il Pino di Clelia Garibaldi che Giuseppe Garibaldi piantò nel 1867 a Caprera in occasione della nascita di  sua figlia Clelia  ed è ancora vivente o il pino solitario di Kaos sotto il quale  Luigi Pirandello volle che fossero sparse le sue ceneri  spezzato da una tromba d’aria nel 1997) stanno subendo un grave attacco nella nostra cultura. Molti pensano (in particolare amministratori poco accorti e sensibili alla conoscenza della nostra cultura) che i Pini in città debbano essere eliminati. Io non sono d’accordo e non sono il solo. Non rimane che salutarvi con questo famosa frase, tratta dai ben saggi indiani d’america, che diceva : ” gli alberi sono le colonne del cielo. Quando gli alberi saranno abbattuti, il cielo crollerà“.

E ora di tornare a casa. Pino, Pino ma dove ti sei cacciato?

Antimo Palumbo

 

HMB ENDEAVOUR sailing in the Great Australian Bight during her circumnavigation voyage of Australia, January 2012.

Verdemura Lucca. Venerdì 1 aprile ore 15.00

Castello Porta Santa Maria.

Alberature urbane: tra presente e futuro. Tavola rotonda.

Interventi di

Francesco Mati – Piante Mati Pistoia

Giacomo Lorenzini – Università di Pisa

Francesco Ferrini – Universita di Firenze

Antimo Palumbo – storico degli alberi

modera Francesca Marzotto Caotorta.

Abstract

“Se vuoi costruire una nave”, scriveva Antoine de Saint-Exupery, “non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”

Antoine de Saint-Exupéry

Così come per costruire una nave non è importante solo il lavoro ma anche creare la nostalgia del mare lontano e sconfinato così penso che per migliorare la qualità e la politica delle alberate  nella nostre città sia importante oltre al lavoro tecnico promuovere e diffondere la cultura degli alberi. La cultura induce passione, azione,  partecipazione. E solo grazie alla cultura che si possono avere (in qualsiasi campo) profondi  cambiamenti che poi durano nel tempo. Solo fino a poche decine di anni fa la situazione delle alberate in città era sicuramente migliore (basta vedere un film degli anni sessanta per rendersene conto) e questo perché non solo sulle alberate si investiva economicamente (non con appalti al ribasso ma con personale e giardinieri qualificati e gratificati ) ma perché era più radicato nelle persone il contatto e la conoscenza con le cose naturali (e tra queste la terra). Gli alberi esseri viventi fatti di cellule respiranti e intelligenti (secondo le teorie di Stefano Mancuso) sono esseri che vivono nella terra (secondo alcuni ricercatori sono i veri abitanti di questo nostro pianeta, dal nome omonimo,  visto che con le loro radici e le micorizze di funghi che li mettono in contatto abbracciano  e avvolgono il nostro pianeta). L’apparato radicale di un albero infatti,  quello che vive nella parte ipogea in maniera invisibile a noi umani,  è quello che gli permette di essere sano e vivo, non solo ma poi di poter crescere sano e liberamente. Aver demonizzato la terra (è sporca, è simbolo di imperfezione,  di morte etc…) ha fatto sì che nel tempo scelte economiche e amministrative privilegiassero spazi comuni (vie, piazze, luoghi di ritrovo) pensati e progettati senza terra. Un po’ alla volta stiamo assistendo ad una trasformazione degli spazi comuni che da spazi esterni ( naturali e fatti di terra) si stanno trasformando in via e piazze (spesso lastricati con enormi mattonelle di basalto) sempre più simili a dei grandi centri commerciali (vedi l’esempio di Piazza San Silvestro a Roma ). Solo attraverso un investimento nella promozione della cultura degli alberi (e un ritorno alla terra) si potrà pensare nel futuro a una nuova gestione delle alberate in città. Alberi esseri viventi, portatori di bellezza e fondamentali per la nostra esistenza, non solo perché ci regalano quell’ossigeno senza il quale la vita su questo pianeta non sarebbe possibile ma perché dobbiamo a loro tutto quello che oggi fa parte della nostra cultura (intesa quest’ultima in senso antropologico come involucro che ci contiene) vedi i loro “accessori” preziosi: il legno, la carta, i frutti, i fiori etc… Per ciò che riguarda le alberature urbane poi, basti fare l’esempio della capitozzatura. Da qualche anno è aumentato il numero delle persone consapevoli che la capitozzatura degli alberi è una pratica negativa però nonostante questo si continua a farlo. Si parla, si condanna, ma poi gli stessi tecnici che si occupano della gestione delle potature (per problemi legati a scelte politiche ed economiche) anche se sanno che capitozzare provoca un danno al bene comune degli alberi poi continuano a capitozzare. Usando una metafora  da “umani” sembra un po’ come se tutti sanno che la pena di morte non è certo la scelta migliore per risolvere i problemi di ordine pubblico però poi quando qualcuno viene trovato a rubare e a uccidere altre persone viene preso ( e dopo un processo rapido e sommario) viene condotto davanti a un plotone e giustiziato. Senza nessuno che protesti e paghi le conseguenza di questo atto (capitozzare un albero equivale a menomarlo,  nel tempo infatti si ammalerà e diventerà instabile e quindi poi passibile di “taglio da sicurezza”) anzi spesso con un affermativo “beh  però se l’è meritato (questo esempio non è peregrino visto che molti amministratori dopo aver capitozzato un filare di alberi ancora oggi pensano che quella sia la scelta giusta e non pensano di aver danneggiato gli alberi).  Inoltre ricordo poi che sui media nel 95% dei casi si parla degli alberi sempre più spesso quando gli alberi cadono o creano dei problemi, meno  quando si tratta di promuovere la loro cultura e le storie che li riguardano. Concludendo mi ripeto. E’ solo sviluppando la cultura degli alberi che si potranno avere nel tempo trasformazioni e risultati significativi. Si tratterà di inserire la cultura degli alberi tra le priorità della gestione politica e amministrativa di ogni città italiana, insieme  al potenziamento dei regolamenti del verde urbano (da far conoscere e poi rispettare) e al recupero della cura e della manutenzione del verde storico.

Ecco dieci punti dai quali partire per ripensare una corretta gestione delle alberate in città :

  1. Ogni città (se già non ce l’ha) deve dotarsi di un Regolamento del Verde urbano costantemente aggiornato e migliorato. A Roma e Milano, per esempio, sono stati scritti se ne è parlato a lungo, ma finora non sono ancora stati approvati. Il motivo? Semplice se c’è un regolamento poi va rispettato. Quindi meglio non averlo così posso fare quello che voglio.
  2. Migliorare e pretendere la qualifica (con corsi obbligatori) degli operatori che si occupano di potare gli alberi. Nel regolamento del verde (così come è successo in diverse città, vedi Firenze e Torino) stabilire quali sono le giuste potature e vietare la capitozzatura con sanzioni nei confronti di chi (tecnici responsabili) danneggiando un bene pubblico usa questa pratica.
  3. Investire in cultura (promuovere convegni, incontri, feste, pubblicazioni, etc..) degli alberi. Ogni volta che si mettono a dimora degli alberi coinvolgere le associazioni e i cittadini. Il principio è semplice: se si conosce, poi è anche più facile rispettare.
  4. Promuovere in ogni città una casa dell’albero. Un luogo nel quale i cittadini possono avere a disposizione: una libreria o biblioteca specializzata; una sede nel quale ospitare periodicamente incontri, corsi, convegni con tecnici o specialisti degli alberi; un database o un luogo fisico per avere un accesso gratuito alle informazioni degli alberi della propria città. Che albero è? Quando e da chi è stata fatta la VTA. Perché è stato tagliato? Etc…
  5. Mantenere continuamente attraverso una trasparenza amministrativa la comunicazione con i cittadini. Ogni cittadino deve sapere quanto è costato l’albero appena piantato, da dove proviene, quali sono i termini della garanzia, etc.. Quindi totale trasparenza degli atti sui numeri e le politiche del verde. Su questo si basa il concetto di “bilancio arboreo” presente nella legge 10/2013  il bilancio tra entrate e uscite degli alberi (quelli che c’erano, quelli tagliati e quelli che sono stati piantati) che un sindaco dovrebbe scrivere alla fine di ogni mandato. Una pratica di buona amministrativa regolata da una legge ma che spesso (non essendoci sanzioni per chi non lo fa e questo passaggio va assolutamente cambiato) non viene applicata.
  6. Riduzione ed eliminazione delle ceppaie. La riduzione e le eliminazione delle ceppaie (alberi tagliati perché malati o pericolosi che rimangono lì negli anni) sono il primo passo per far comprendere a tutti la differenza che c’è tra un albero vivo (portatore di vita e di bellezza) e un albero morto: gli alberi non sono pali.
  7. Investire nella crescita e nella cura degli alberi. Spesso gli alberi dopo il breve periodo di manutenzione garantito dai vivai vengono abbandonati a loro stessi. Nessuno si occupa di rimuovere tutori, di legno o di metallo. Investendo su personale qualificato che periodicamente si occupi di verificare e manutenere gli alberi in crescita, permette di uscire dalla logica dell’usa e getta sempre più diffusa nella gestione degli appalti del verde urbano.
  8. Recupero del Verde storico. Ogni città oltre a dotarsi del regolamento del Verde Urbano (così come è stato proposto nella città di Genova ) dovrebbe dotarsi di un regolamento del proprio Verde storico.
  9. Aumentare il numero (così come succede in molte città nel mondo da anni, vedi New York e San Francisco) delle associazioni di volontariato che dopo corsi specifici  e basandosi su appositi regolamenti (che ne stabiliscano le pertinenze e i campi di intervento) si occupino di intervenire su piccole operazioni sulla cura e la manutenzione degli alberi in città ( come il “pruning” leggero, la cura delle aiuole, la leggera potatura delle siepi, segnalazione ed intervento danneggiamenti, rimozione tutori etc…).
  10. Censimento cura e promozione culturale degli alberi monumentali della propria città. Creazione di squadre di tecnici che si occupino della gestione di questi monumenti naturali : una sorta di sopraintendenza degli alberi  monumentali. In modo che (così come quando succede un danno a un monumento non viene mandato un semplice muratore ma un archeologo) nei casi di urgenza siano loro ad operare e non semplici tagliatori di turno.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

E’ tempo di Rugby e tra qualche giorno (esattamente il 16 Marzo) Roma ospiterà uno degli incontri più avvincenti del Torneo Sei Nazioni, quello tra l’Italia e l’Irlanda, una squadra che, sotto il simbolo di una pianta, il trifoglio (Trifolium repens L. per alcuni, Trifolium dubium Sibth. Trifoglio minore, per altri) familiarmente conosciuto come Shamrock, unisce due Stati differenti : l’Eire ( con capitale Dublino) che fa parte della Comunità Europea; e l’Ulster (con capitale Belfast) che invece fa parte del Regno Unito . Ed è all’Irlanda, e ai suoi contatti con la nostra città, che colleghiamo l’albero del quale ci occupiamo oggi : un mandorlo ( Prunus amygdalus Batsch o come sinonimo Prunus dulcis (Mill.) D.A. Webb) che vive da diversi anni nell’aiuola centrale di viale Mazzini, all’altezza del numero 115 , di fronte alla fermata dell’autobus e ad angolo con viale Angelico. Da qualche settimana è in corso la sua splendida fioritura, composta da fiori bianchi profumatissimi, pentameri, con riflessi rossi alla base dei petali (botanicamente il dente del petalo) richiami irresistibili per gli impollinatori, che rapidamente svaniranno lasciando il posto a foglie lanceolate dal colore verde pallido e dal margine serrato, come tutti i Prunus. Il mandorlo di Viale Mazzini è nel suo genere tra i più antichi di Roma, visto che l’esemplare in questione era preesistente alla nuova alberata di Cipressi, Cupressus sempervirens L. , che ora caratterizza tutta l’aiuola centrale della via. Confuso durante il resto dell’anno con la massa di foglie aghiformi e sempreverdi dei Cipressi, il mandorlo di viale Mazzini ci colpisce con un effetto a sorpresa strabiliante quando si presenta alla fine di febbraio con la massa bianca e carica dei suoi fiori bianchi dai quali si spande tutt’attorno (anche per alcuni centinai di metri) un dolce odore che sa di cose buone e materne (come il latte di mandorla o i dolcetti “al marzapane”). Attaccato da carie funginea probabilmente per errate potature compiute negli anni passati ( così come un altro piccolo esemplare di mandorlo che si trova sempre sull’aiuola più avanti proprio di fronte alla storica libreria Offidani, che merita senz’altro una visita, all’altezza del numero civico 81 ) ha subito l’anno scorso le drastiche conseguenze della nevicata (il peso della neve gli ha fatto crollare due grandi branche di rami). E’ oggi, quindi, un mandorlo spezzato in una sua gran parte, ma che, nonostante sia sofferente e malato, ha ancora la forza di reagire e deliziarci con la sua magnifica fioritura profumata. Un segno quest’ultimo della primavera imminente, ma anche del tempo sospeso dell’immortalità, che lega mitologicamente il mandorlo alla storia di Fillide principessa tracia e Acamante guerriero condottiero e figlio di Teseo, due amanti separati dalle avversità della guerra. Fedeli e vicini nonostante il tempo e le distanze, si danno appuntamento per vivere una vita d’amore comune al ritorno di lui dalla guerra. E’ sulla spiaggia però ( quando Fillide scrutando all’orizzonte il ritorno delle navi da Troia, scopre che tra tutte le navi tornate manca proprio quella del suo amato) che si consuma il dramma dell’impazienza. Disperata, con gli occhi pieni di lacrime, attenderà invano l’arrivo del suo amato morendo d’inedia. Acamante arriverà dopo qualche settimana e sulla spiaggia non troverà ad attenderlo la dolce fanciulla dei suoi sogni ma un albero dal tronco tortuoso e avvolgente nel quale il guerriero acheo riconoscerà Fillide la sua giovane amata (metamorfizzata per compassione da Era, la compagna di Giove). Sconsolato Acamante abbraccerà l’albero (uno dei primi esempi di tree hugger della Storia)e dai suo rami nudi spunteranno ( come per miracolo, nonostante l’inverno inoltrato) dei fiori bianchi macchiati di rosso. Ma a questo punto vi chiederete cosa c’entra il mandorlo di Viale Mazzini con l’Irlanda e con il Rugby? C’entra, c’entra rispondiamo noi, perché il suo messaggio di forza e speranza (fiorire sempre nonostante il freddo dell’inverno e le avversità della vita) è, infatti, giunto in Irlanda lo scorso anno grazie ai disegni dell’artista Ilaria Loquenzi che lo ha immortalato nella mostra “Patria interiore” presentata dal 1 al 24 Marzo a Belfast alla Golden Thread Gallery. Scelto, per l’occasione, tra cinque alberi storici e particolari della nostra città, il mandorlo di Viale Mazzini, un albero romano conosciuto da pochi, anzi pochissimi (almeno fino ad oggi, spero) è divenuto, quindi, in Irlanda, grazie al soffio culturale dell’arte, una celebrità. Un Prunus amygdalus Batsch , o Amygdalus communis L. come l’aveva chiamato Linneo nel 1753 nel suo Species Plantarum , dal cui nome botanico deriva quello della parte del cervello, l’amigdala appunto, (amygdala in latino vuol dire mandorla) deputata a regolare l’ emozione della paura : “ quando valuta uno stimolo come pericoloso, l’amigdala scatta come un sorta di grilletto neurale e reagisce inviando segnali di emergenza e tutte le parti principali del cervello; stimola il rilascio degli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga”. Eccoci allora a concludere col Rugby, uno sport nel quale la paura non si affronta di certo scappando, ma buttandosi in terra avvinghiati in un pacchetto di mischia, così come sta facendo con le sue radici immerse nella terra il nostro mandorlo “irlandese” fiorito.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Questa puntata di Alberopoli sarà al fulmicotone. E’, quest’ultima, un’ espressione che avete sentito tante volte; però proprio adesso non sapete, o vi ricordate, il suo significato? Ebbene, vi aiutiamo subito, svelandone il suo significato: il fulmicotone o nitrato di cellulosa è un esplosivo scoperto, attraverso diversi esperimenti, a partire dal 1845, dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che, come internet ci informa, “ mescolò acido nitrico con acido solforico, creando un prodotto, chiamato miscela nitrante, lo fece reagire con la carta che risultò esplosiva. Dato che la carta in quel periodo era prodotta con fibre derivanti da stracci, Schönbein decise di partire dalle singole materie prime, fece reagire la sua miscela di acidi sul cotone e scoprì che colpendolo con un martello esplodeva ed a contatto con un filo rovente poteva essere incendiato. Schönbein aveva così scoperto Il cotone fulminante o fulmicotone, un esplosivo che derivando dalla nitrazione della cellulosa oggi viene comunemente chiamato nitrocellulosa.” Un articolo esplosivo, quindi, penserete? Tutt’altro, perché oggi parleremo di carta, cellulosa (come abbiamo visto, ingrediente principale del fulmicotone) e di una splendida e antica sughera centenaria che ha la particolarità di ospitare una piccola statua, illuminata anche di notte, della Vergine della Rivelazione. Ma andiamo con ordine. Come avete letto nel testo in corsivo sopra riportato, molti non sanno (o immaginano) che l’uso di utilizzare gli alberi e le loro fibre presenti nel legno (la lignina e la cellulosa) per fare la carta (i tre principali sono i Pioppi, gli Eucalipti e i Pinus radiata) è un’invenzione che risale al 1846, grazie all’apparecchio per la sfibratura messo a punto dal tedesco Heinrich Voelter. Fino ad allora per fare la carta si utilizzavano vari materiali: in Europa erano gli stracci (di lino, canapa e cotone) procacciati dagli “stracciaroli” (un lavoro onesto e ben remunerato allora) che mandavano avanti la crescente industria manifatturiera della carta ( costretta però a subire lunghi periodi di crisi durante le numerose epidemie, in particolare di peste, nelle quali si era costretti a bruciare i panni degli infettati). Prima ancora si erano utilizzati il papiro (dagli egiziani e poi dai romani che oltre al papiro utilizzavano anche la pergamena, fatta con pelle animale opportunamente trattata) e la corteccia del Gelso da carta, la Broussonetia papyrifera (L.) Vent. (in Cina) dalle fibre lunghe e resistenti opportunamente macerate e poi trattate. Agli inizi del ‘900 in Italia avere una riserva continua di materia prima per produrre la carta, ovvero la cellulosa (un polisaccaride, quindi un carboidrato – come quelli dei quali non bisogna esagerare se no il dietologo ci bacchetta – presente nella parete cellulare delle cellule vegetali) era risorsa fondamentale per mantenere stabili i prezzi dell’industria italiana dei giornali. Ed è proprio con questo scopo che il 13 giugno 1935 nasce l’Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta, un Ente che durerà anche dopo la guerra, fino al 1994, anno della sua liquidazione. La sua sede romana istituita nel 1953, il Centro di sperimentazione Agricola e Forestale di Roma (CSAF), dedicata allo studio, la divulgazione culturale e alla sperimentazione degli alberi da coltivare si trovava in località Casalotti, sulla via Boccea. Una parte di quest’area attraverso diversi passaggi (ma anche importanti battaglie ecologiche) è diventata nel 2006 “ Monumento Naturale Parco della Cellulosa”. All’interno di questo splendido monumento naturale è presente un Eucalipteto spettacolare, con Eucalipti, di diverse specie, alcuni dal tronco completamente bianco ed alti anche trenta metri (per questo sembra di essere in Australia)uno spazio che necessita di immediata valorizzazione, cura e salvaguardia. Ed è proprio nei pressi del parco che si trova l’albero al quale, come accennato in precedenza, oggi dedichiamo la nostra attenzione: una sughera, una Quercus suber L. che non ha mai subito la demaschiatura (la decortazione della corteccia con la quale si produce il sughero) dal tronco quindi molto grande e ricco di fellogeno suberoso. Un albero dalle dimensione notevoli (non le ho però misurate) più che centenario e probabilmente relitto di un’antica foresta o boschetto di sughere presenti nella zona nel passato che ha due strane particolarità. La prima è quella di trovarsi proprio in via della Cellulosa (quale nome migliore potrebbe esserci per una via che ospita un albero importante?). La trovate poco prima dell’incrocio (con semaforo) di via Boccea, in mezzo alla strada, subito dopo una rotonda con aiuola risistemata da poco. La seconda è quella di portare sul suo tronco, su un basamento fatto in legno, la piccola statua della Vergine della Rivelazione, la Madonna che apparve miracolosamente nel 1947 a Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane (dove oggi è sorto un santuario, luogo suggestivo di spiritualità e preghiera). Una piccola statua, illuminata con una luce blu anche di notte, che è stata sistemata qualche anno fa sull’albero da Alfonso Marchi, meccanico ma anche giardiniere appassionato (è lui che ha risistemato con fiori colorati l’aiuola della rotonda di fronte all’albero). Una visita alla “ Sughera solenne” di via della Cellulosa (perché santificata da un gesto nobile di devozione e amore) può aiutare a prendersi il tempo per una preghiera miracolosa e anche per incontrare (se poi si visita anche l’Eucalipteto del Parco) degli alberi veramente straordinari.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Nel giorno di  S. Valentino, la festa degli innamorati e più in generale quella dell’amore (una festa rivolta,  oltre alle coppie che si amano, anche a quei “singles” che sono  innamorati dell’amore stesso e cosa più importante della vita) pensiamo sia cosa gradita  occuparci, in questa puntata di Alberopoli  ( una rubrica dedicata agli alberi della nostra città)   di una coppia di alberi che da diversi anni (chissà quanti, questo non lo sappiamo)  vivono insieme abbracciati in una delle ville più belle di Roma:  il giardino pensile di villa Aldobrandini che si  affaccia con una balconata balaustrata proprio nella centrale via Nazionale. Di alberi innamorati, cioè di alberi che appartengono a generi diversi, piantati (o cresciuti da seme) vicini  che si ritrovano ad abbracciarsi (sia legandosi insieme nel loro apparato radicale o come nel nostro caso con un sapiente gioco di rami) a Roma ce ne sono diversi. I due di Villa Aldobrandini,  un Cocculus laurifolius DC. e una Casuarina sp. sono però tra i più singolari (li potete trovare subito dopo la scalinata sulla destra vicino alla fontanella)  perché nella  disposizione del loro abbraccio ( uno, alto robusto e slanciato, che fermo e immobile punta tutta la sua energia verso l’alto – la Casuarina – mentre l’altro- il Cocculus – dal tronco scultoreo e sinuoso che con fare amoroso  avvolge i suoi rami intorno al “corpo legnoso” del suo compagno) sembrano simulare le due azioni del maschile e femminile in atto nell’azione dell’amore. Oggi ci occuperemo di quello che (a nostro parere) sembra il partner femminile :  il Cocculus laurifolius DC.  che porta nel nome del genere,  il tipo di effusione che tutti, si spera, vorrebbero riservarsi in questa giornata dedicata all’amore, ovvero le coccole . Coccolare equivale a prendersi qualcosa di gradito, a crogiolarsi beatamente,  e deriva, pensate un po’, proprio dagli alberi. Per coccola si intende, infatti,  la bacca più o meno grossa di alcuni alberi (in particolare gli strobili del Ginepro Juniperus sp. portano questo nome. Il Juniperus oxycedrus L. per questo motivo si chiama Ginepro coccolone) ma anche forma allungata di còcco, “uovo”, quale cosa gradita a riceversi. Le coccole che troviamo nel nome del genere del Cocculus laurifolius DC.,   le dobbiamo  invece al grande botanico francese Augustin Pyramus de Candolle, che nel  1817 a Parigi nel suo “Regni Vegetabilis Systema Naturale, sive Ordines, Genera et Species Plantarum Secundum Methodi Naturalis Normas Digestarum et Descriptarum”  lo nominò in tal modo derivandolo dal termine greco kokkos che (come abbiamo visto) significa bacca. In realtà il frutto del Cocculus laurifolius  è una drupa sferoidale allungata che da verde diventa poi marrone a maturazione, il  de Candolle infatti nel nome generico dell’albero si riferì ad altre specie dello stesso genere che portano piccole e rotonde coccole (anche queste però  drupe) di colore blu nel Cocculus orbiculatis (L.) DC. e rosso nel  Cocculus carolinus (L.) DC. . Il suo nome specifico, laurifolius,  ci informa invece delle somiglianza delle sue foglie a quelle dell’Alloro, Laurus nobilis L., solo nella forma però, perché (a differenza dell’Alloro) sono lucide, dal colore verde medio brillante con riflessi di giallo e  percorse  longitudinalmente da tre evidenti nervature, una particolarità quest’ultima che ha portato i giardinieri romani, negli anni passati, a chiamare quest’albero erroneamente  Laurus trinervia o Lauro trinervino . Molto diffuso in Italia e nelle ville romane,  il Cocculus laurifolius DC.   viene nominato per la prima volta in Italia nel 1842 in “L’Orto botanico di Padova nell’anno MDCCXLII”  di  Roberto De Visiani. Nativo dell’Himalaya e del  Giappone è un albero sempreverde con crescita rapida, dalla forma della chioma arrotondata molto resistente a qualsiasi tipo di condizione edafica e alle potature, sorprendente è il suo recupero da polloni. E’ pianta dioica e porta i suoi fiori unisessuali,  piccoli di colore  bianco crema con puntini gialli che spuntano in primavera, su due alberi differenti (non sappiamo se quello di Villa Aldobrandini sia botanicamente maschio o femmina). Come tutti i Cocculus appartiene alla famiglia delle Menispermaceae che comprende 70 generi e 420 specie diverse tra le quali le piante ( a forma di liana) con le quali gli indigeni del sud America  preparavano il curaro : un veleno da freccia utilizzato per la caccia e la guerra, mortale quando penetra direttamente nel sangue, mentre innocuo per ingestione  perché degradato facilmente dai succhi gastrici. Anche nel tronco del Cocculus laurifolius DC. è presente un  alcaloide, la coclaurina che ha azione simile al curaro (quindi bisogna fare attenzione quando si intacca il tronco o se ne asportano parti). Un’ultima curiosità riguarda il nome della famiglia botanica delle Menispermacee che prende il nome da  una pianta, il Menispermum sp.,  che Linneo derivò da “mene” luna e  sperma “seme   per la particolarità dei suoi semi, fatti a forma di luna crescente (in inglese è chiamata  Moonseed). Allora: coccole, abbracci e semi a forma di luna crescente ( come la piccola luna falcata che stanotte vedrete bassa e sdraiata all’orizzonte)  non vi sembrano degli ottimi ingredienti per passare uno splendido San Valentino?

Antimo Palumbo 

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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Tie a yellow ribbon round the old oak tree ” ( metti una nastro giallo intorno alla vecchia quercia) è il titolo di una canzone scritta da Irwin Levine e L.Russell Brown e portata per la prima volta al successo dal gruppo di Tony Orlando i Dawn nel 1973. La canzone vede protagonista principale un albero e racconta la storia di un ex detenuto, che noi per meglio identificarci nella storia, chiameremo Ray. Dopo tre anni di carcere, e pronto all’imminente scarcerazione, Ray scrive una lettera alla sua fidanzata (che chiameremo Anna ) per chiederle una conferma del suo amore. Ray però non potrà attendere la risposta scritta di Anna ma affiderà l’arduo responso della sua amata alla presenza o meno di un nastro giallo. Se al suo ritorno al paese lo vedrà legato intorno alla grande quercia (dove, secondo le nostre intuizioni, s’era svolta la loro storia d’amore prima del suo arresto) vorrà dire che lei lo ama ancora. Una volta libero, il ritorno nel suo paese in pullman è carico di tensione. Ray, sapendo di non potere sopportare l’eventuale rifiuto di Anna ( a quei tempi i telefonini ancora non esistevano) chiede all’autista un grande favore : giunti a destinazione, dovrà guardare al suo posto (Ray invece chiuderà gli occhi) per controllare la presenza sulla grande quercia di un nastro giallo, nel caso positivo di fermarsi e farlo scendere, in quello negativo continuare nella corsa del pullman. Sarà un lieto fine ad attenderà Ray all’apertura degli occhi che, con il brusio di tutti gli altri passeggeri oramai coinvolti nella storia, non troverà sull’albero un solo nastro ma ben cento nastri gialli. Ecco, con lo spirito di questa canzone nel cuore, dedichiamo questa puntata di Alberopoli alla scoperta di quello che potremmo chiamare l’albero dei desideri di Villa Doria Pamphilj, una mimosa dalle dimensioni modeste e dal portamento curvo che però presenta una rara particolarità : quella di avere il tronco (ma anche gran parte dei rami) ricoperto da numerosi nastri colorati. Ci chiediamo ma chi sarà stato (per quale motivo e in quanto tempo) a compiere questa operazione unica, artistica e estremamente gradevole da vedere? Non lo sappiamo , ipotizziamo però che numerose siano state le persone, e nell’arco di diversi anni, a riporre la speranza di voler vedere realizzato un loro desiderio (presumiamo d’amore) legando dei piccoli nastrini colorati a quest’ albero dalla fioritura spettacolare. Un albero dai fiori gialli e profumati, simili a piumini (delle infiorescenze a capolino riunite in piccole pannocchie e ricche di stami polliniferi) che oggi tutti conosciamo ( anche i bambini lo sanno) col nome comune di Mimosa. Importata in Europa agli inizi dell’800 dalla Tasmania, una piccola isola dal clima mite che si trova al Sud dell’Australia, l’ Acacia dealbata Link (questo è il suo nome botanico corretto) viene citata in Italia in un catalogo per la prima volta nel 1835 ma diventa popolare dopo il 1950 grazie ai suoi fiori che diventano il simbolo dell’8 Marzo e della Festa della donna. Presto partirà in tutta Roma la sua fantastica fioritura e prima che questo succeda (se come il Ray e l’Anna della canzone) vorrete veder realizzare un vostro desiderio ( e a rigor di logica dovrebbe essere la fioritura a permetterlo) avete solo pochi giorni per andare a legare il vostro nastrino colorato. Trovare la mimosa dei desideri è facile. Si trova poco prima dei terrazzamenti di piante e fiori realizzati con mattoncini di tufo e percorsi da scale sotto al casale di Giovio, sulla sinistra del sentiero in terra battuta a qualche centinaio di metri dell’ingresso di Villa Doria Pamphilj in Via Aurelia Antica 327. Anche se sarà tardi, (non lo vorrete o non ci sarà più posto) per mettere il vostro nastrino colorato, una passeggiata nella regina delle ville romane merita sempre.
Antimo Palumbo

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Roma da leggere  Gennaio 2013

Son passati quasi otto anni dalla primavera del 2005,  quando,  nel depliant illustrativo dei primi Incontri con Alberi Straordinari che iniziavo a svolgere nelle ville del verde storico di Roma,  scrivevo queste  parole : “ Non esiste poi a Roma un Centro che si occupi di diffondere la cultura degli alberi : una libreria specializzata, un luogo fisico da contattare (via telefono o e-mail) nel caso remoto che a qualcuno venisse la curiosità di conoscere come si chiama l’albero, dai bellissimi fiori bianchi che vede ogni giorno sotto casa mentre parcheggia la macchina. Non sarebbe forse ora che anche a Roma nascesse un Ufficio Albero? Un luogo d’incontro per lo sviluppo non solo tecnico ma anche letterario, storico, conoscitivo, che si sviluppi con incontri con tecnici, scrittori, giornalisti legati alla “ cultura dell’albero “? Bisognerebbe pensare ad inserire nel contenitore di ciò che definiamo Cultura anche la parola albero…perché a Roma c’è la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, ma nessuna Casa dell’Albero? “ Da allora , e per fortuna, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura dell’albero a Roma (e questo, spero in piccola parte, grazie anche al mio lavoro) però di Casa dell’Albero non ce n’è ancora oggi nessuna  traccia. Esiste però una Casa del Parco che si trova in via della Pineta Sacchetti, in un antico edificio, sviluppato  su tre piani, già di proprietà dei Torlonia e chiamato Casale del Giannotto. La Casa del Parco è una delle Biblioteche dell’ Istituzione delle Biblioteche di Roma che, grazie al lavoro di ricerca e acquisizione durato diversi anni e curato da Ennio De Risio, si è specializzata in libri che riguardano piante, alberi, giardini e giardinaggio. Un bellissimo spazio, gratuito e facilmente accessibile, da scoprire e frequentare (se già non lo state facendo). Proprio lì di fronte,  attraversando la strada, in via della Pineta Sacchetti 53, ci sta aspettando l’albero al quale dedichiamo questa puntata della nostra rubrica: un albero raro, dalla forma snella e flessuosa, che proviene dalla lontana e esotica Australia e risponde al nome di  Eucalyptus citriodora.  L’albero, che svetta in alto per quasi venti metri (ed è per questo facile da riconoscere) si trova nel giardino ricco di piante esotiche di Danilo Bitetti, botanico e paesaggista, del quale torneremo a parlare presto su queste pagine, ed è cresciuto da una piccola piantina messa a dimora nel 1995. L ‘Eucalyptus citriodora Hook. ( o Corymbia citriodora [Hook.] K.D. Hill & L.A.S.Johnson  come dovrebbe ora  chiamarsi secondo la nuova classificazione in vigore dal 1995 ) è un albero che , come la maggior parte degli Eucalipti,  proviene dall’Australia,  in particolare dalla regione dal clima temperato e tropicale del nord-est. Può crescere fino a 35 metri di altezza e si caratterizza per la corteccia liscia, che compone il suo tronco per tutta l’altezza dell’albero, dal colore bianco pallido che, in maturità, produce leggere screziature marezzate, che aumentano anno dopo anno, e la sua  chioma composta da foglie strette intrise di un forte odore di limone, dalle quali si estrae un olio essenziale (usato nell’industria alimentare e oggi prodotto principalmente  in Brasile e in Cina) il cui componente principale (ben l’ 80%) è essenza di citronella. Il nome della specie, citriodora, che deriva, dal termine latino “ citriodorus  “dal sapore di limone” ci informa proprio di questa sua curiosa particolarità. Di Eucalipti che sanno di limone a Roma ce ne sono solo due (l’altro , piantato anch’esso da Danilo Bitetti, si trova nei pressi della Cassia in una strada di fronte al cinema Ciak) perché non andare a trovarli?

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Gennaio 2013

Qual è l’albero perfetto? Esiste un albero perfetto? A queste domande si potrebbe tentare di dare una risposta facendo un paragone tra albero e uomo. L’albero perfetto così come l’uomo perfetto  (uomo inteso come umano e quindi maschio/femmina) è quello capace di esprimere al meglio il suo carattere. Un uomo libero di esprimere il suo carattere ( un timido che vive la sua timidezza con grazia e dolcezza per esempio o un estroverso ricco di carica positiva che esplode in  grandi risate) è uomo perfetto, e nell’espressione della sua perfezione armonica porta bellezza e gioia alle persone con le quali entra in relazione. Ecco, la stessa cosa si potrebbe dire degli alberi perfetti e  quindi belli.  Così come ogni uomo, anche ogni albero ha un suo carattere e il carattere degli alberi è dato dal portamento con il quale sono strutturate le ramificazioni (o palchi) che compongono la sua chioma, che è diverso da genere a genere. Di questo ne sono consapevoli in molti (vedi i due splendidi libri  “ L’Architettura egli alberi ” di Cesare Leonardi,  Mazzotta   e “ L’ arte di conoscere gli alberi ” di Simon Jacques, Mursia ) tranne però alcuni amministratori di società che si occupano di verde urbano (e che prendono gli appalti dai Comuni) che, ancora oggi,  utilizzano “potatori ignoranti” (nel senso che ignorano come funziona un albero ) che  si improvvisano “eroi della capitozzatura” pelando senza nessun criterio intere alberate stradali. Una pratica questa, la capitozzatura, che oltre ad essere dannosa e anti-economica (l’albero si ammala e dopo qualche anno va cambiato) è profondamente contraria a qualsiasi grado o minimo criterio di estetica. Un albero capitozzato è un albero che ha perso la sua forma e il suo carattere e contribuirà, in quanto albero brutto, a trasmettere negatività nei confronti di chi lo vivrà (noi umani passanti) negli anni a venire. Nello splendido Parco degli Acquedotti a Roma , un luogo magico e importante per la nostra città,  uno dei pochi luoghi di Roma rimasti integri rispetto al passato, nel quale si possono ancora vivere le atmosfere romantiche ricercate dai viaggiatori europei del Grand Tour a metà dell’Ottocento ( vedi i paesaggi immortalati nei quadri di Ippolito Caffi e Johan Jacob Frey rimasti a tutt’oggi immutati) vive un leccio, Quercus ilex L., una quercia sempreverde, espressione tipica della macchia mediterranea, che,  per la forma della sua chioma,  verde, simmetrica e globosa, possiamo considerare un albero perfetto. Un albero facile da incontrare e da  visitare. Per farlo si parte dall’ingresso di via Lemonia – dove c’è il parco giochi – all’altezza del casotto di legno del Parco si segue un viale di terra battuta, poi  si superano gli archi bassi dell’acquedotto dell’Acqua Marcia e l’albero perfetto vi comparirà alla vostra sinistra. Una volta vicini alla piccola Quercia sempreverde passate un po’ di tempo a osservarla, toccarla e viverla e probabilmente sarete avvolti dal sentimento della sua bellezza e perfezione simmetrica. Un’immagine simmetrica simile a quella al quale  si deve esser ispirato,  nel lontano 1991, anche Achille Occhetto quando si trovò a scegliere il nuovo simbolo del  Partito Democratico della Sinistra, di cui era  segretario. Una scelta che cadde sulla Quercia per le sue caratteristiche, espresse sinteticamente in forza,  bellezza e  resistenza,  ( un Leccio può vivere anche fino a cinquecento anni) che dovevano rappresentare l’immagine del nuovo corso di un grande partito italiano. Anche se la Quercia immaginata da Occhetto probabilmente non era un Leccio ma una Farnia (Quercus robur L.) quella del Parco degli Acquedotti gli assomiglia molto. La bellezza non esiste solo nella cultura degli uomini ma è sparsa tra le meraviglie della natura, nostro compito è di andare a cercarla.

Antimo Palumbo

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