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Viavai Giugno 2010

E’ giugno, estate, il caldo e i temporali, la fine della scuola e le pagelle e il primo esodo verso i luoghi di vacanza. Ed è con questo spirito vacanziero che rimando la consueta rubrica dedicata agli alberi che ci vivono accanto in città (che tornerà a Luglio con i Noci di Villa De Santis) per presentare un breve testo (scoperto nelle mie ricerche nelle biblioteche romane) tratto da un raro libro del 1924 di Ercole Metalli intitolato “Usi e costumi della Campagna Romana” e che tratta di un mestiere antico, apprezzato e rispettato nella cultura romana quello del cicoriaro. E se famosi erano i cicoriari di Campoli Appenino che avevano il privilegio di portare a spalla la statua della Madonna Fiumarola per le vie di Trastevere durante la Festa de Noantri, l’attività di cogliere la cicoria  in altrui terreni per poi rivenderla al mercato comportava numerosi rischi e avventure. Un’attività che sembra a rischio estinzione nei prossimi anni,  una volta che saranno scomparse le ultime cicoriare “donne sagge e dalla vista acuta”,  un po’ per la riduzione degli spazi dell’agro romano (sempre più sopraffatti dal cemento e dai centri commerciali) e un po’ per il cambio delle abitudini domenicali (fino a qualche tempo fa  il pomeriggio di certe domeniche era riservato alla “cicoriata”, fatta con un coltellino speciale e sdentato, per non rovinare la pianta). Una di queste antiche cicoriare però ancora vive al Quadraro, e l’ho incontrata il 21 Novembre dello scorso anno  in occasione della festa per la Quercia di via dei Lentuli (che sta bene e in questi mesi bagnati primaverili ha messo tante nuove foglie verdi). Infatti, mentre nello spazio antistante la quercia stavo armeggiando con i microfoni e si preparavano i barbecue, attraverso il cancello aperto,  vedo entrare  una piccola signora ,anziana e claudicante, ma dall’energia forte e determinata  che  senza dir niente a nessuno, punta spedita al prezioso orticello spontaneo di cicoria e, piegata con busta e coltellino,  inizia a cogliere quel fresco nutriente e saporito vegetale che mai e poi mai avrei mai immaginato potesse essere quell’erba che inconsapevolmente stavo calpestando. Una sorpresa quindi, fatta di simpatica meraviglia ma anche di seria riflessione che mi ha spinto a pubblicare questo testo con la speranza che l’antica tradizione del cicoriaro e delle cicoriare continui a sopravvivere nel tempo.

I Cicoriari

“ Verso il 1830 questa classe già esisteva perché il sommo Belli, nel sonetto intitolato ar bervedè tte vojo, dice : Sor chirico Mazzola, a la Grazietta : che! Nun annamo a Ppiazza Montanara pè ssentì ddì quella facciaccia amara tenerell’è cchi vvò la scicurietta?  I cicoriari non sono veri e propri campagnoli, perché non risiedono in campagna, ma a Roma. Essi però in campagna esercitano la loro industria o, per meglio dire le loro gesta ladresche, in quantochè il commercio della cicoria non è che il prodotto di furti campestri, più o meno tollerati, ma pur sempre furti. Alla raccolta della cicoria si dedicano in genere gli uomini; le donne raramente li accompagnano in campagna : per lo più esse s’incaricano della lavatura e della rivendita della…refurtiva. Il quartiere generale di questa gente è nel rione Regola, e non di rado capita di vedere per quelle strade le donne sulla soglia delle loro case intente a capare la cicoria, che poi la mattina portano coi canestri nei vari luoghi di rivendita. Tra coloro che si recano a far la cicoria vi sono uomini di tutte le età, dal vecchio bianco per antico pelo al ragazzo decenne; sono provvisti di un coltello lungo e sottile ovvero di un zappello per svellere le pianticelle, e di un sacco che portano legato, a mo’ di zaino, con due cordicelle che passano sotto le ascelle. Alcuni più fortunati, hanno un piccolo carretto, trinato da un magro asinello; essi si spingono nelle tenute più lontane e vi pernottano anche, qualche volta, ricoverandosi nelle capanne o nelle grotte, I cicoriari come ben s’immagina , gente praticissima dell’Agro romano, conoscono i nomi di tutte le riserve delle tenute che frequentano e sanno anche- e questo è ciò che loro più importa- dove vi è un guardiano micco e dove invece ve n’è uno energico, capace di metterli a dovere. Poiché i cicoriani, per i danni che recano colle loro ruberie, sono lo spavento dei mercanti che quando li vedono, dicono “Ecco il fuoco!” “Ecco li padroni!”.I guardiani hanno perciò ordini severissimi di non tollerare le loro invasioni e procurano di far rispettare questi ordini meglio che possono, per evitare rimbrotti ed anche il licenziamento, ma non sempre la cosa è semplice. I cicoriari, cui preme di buscarsi qualche po’ di soldi, dinanzi alle minacce dei guardiani fingono di non sentire, ovvero fanno, come si suol dire le pecore cioè si raccomandano e fanno le viste d’andarsene: se questi espedienti non giovano qualche volta si ribellano e minacciano alla loro volta. Il guardiano trovandosi di fronte ad un gruppo di sei, otto o dieci persone e vedendosi in pericolo di essere attorniato, per lo più si ritira : talora però se è una pellaccia cioè un’anima persa, imbraccia il fucile e spara; così la lite finisce tragicamente. Fino a pochi anni fa sulla via di Boccea, presso il ponte della valle di Montespaccato, esisteva una rozza croce che ricordava l’uccisione d’un cicoriaro, certo Falleroni. Tra i guardiani più temuti erano Carbone, Belardinaccio, Toto, Angelino il farese ed altri; i cicoriari li conoscevano per fama se non per esperienze passavano lontano dalle tenute da loro guardate. Il mestiere del cicoriaro è molto faticoso, ma frutta discretamente, perché a Roma di cicoria se ne consuma molta ed è anche ben pagata, tanto è vero che parecchie persone venute nell’Agro Romano, specialmente dalla Cioceria, per lavorare la terra, dopo un certo tempo abbandonano questo lavoro per mettersi a fare i cicoriari.”

Antimo Palumbo

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Viavai Giugno 2010

Due alberi e la casualità di un incontro ovvero la conduzione della cerimonia per la messa a dimora di un albero di olivo in sua memoria in Piazza Almagià avvenuta Sabato 21 Maggio alle ore 17.00 in occasione della manifestazione “Insieme per il Parco” mi hanno portato a conoscere la vita e la personalità di Ruggero Carra,  scomparso quattro anni fa all’età di 94 anni,  figura emblematica e carismatica, del Quartiere di Torpignattara e ricordato ancora oggi da molti.Gli alberi sono l’olivo: un albero che in condizioni avverse si può seccare e morire nella parte aerea, apicale ma poi rinasce con i suoi polloni nella parte basale ed è per questo che viene considerato un  albero eterno; e l’Acer negundo un albero americano dalla bellissima fioritura colorata a grappoli (uno dei primi alberi a fiorire in inverno). L’olivo quindi,  albero eterno così come lo è la memoria delle persone che si dedicano agli altri, prive di egoismo ed ambizioni personali animate dalla pratica amorevole dell’Agapé, l’amore puro, incondizionato, ovvero dare senza aspettarsi nulla in cambio. L’Acer negundo invece  era l’albero che viveva sulla Casilina accanto alla finestra di Ruggero Carra (un albero che si ammalò e mori qualche mese dopo la scomparso del suo mentore) che spoglio di foglie nel periodo invernale gli stimolò questi versi : “ Io non so quale sia la ragione, ma il ramo non giunge più al mio balcone, quanta tristezza, quanta delusione, per me che avevo una gran voglia d’accarezzare una tenera foglia.”   Versi con il quale  si conclude il capitolo che Francesco Sirleto gli ha dedicato nel suo libro . “La Storia e le Memorie” Edizioni Viavai del 2002 .Ed è all’ immagine di Ruggero Carra contenuta nello stesso volume , quella in bianco e nero di un uomo con la camicia bianca e dalla sguardo calmo e pacato con in lontananza le foglie sfocate di un albero (forse una delle Catalpa bignonioides che ornano con le loro grandi foglie quel tratto della Casilina) che mi rifaccio  (non avendo conosciuto Ruggero Carra personalmente) per ricordare alcuni tratti della sua biografia. Nato il 17 Luglio del 1911 a Torpignattara e figlio del Commendatore Giuseppe Carra, chiamato in famiglia Beppe, un “valligiano” proveniente dalla Valtellina , Ruggero Carra ha abitato al numero 453 della Via Casilina (dove ancora c’è un portone con la scritta G.Carra) fino ad alcuni giorni prima della sua scomparsa avvenuta nel giorno del Natale di Roma : il 21 Aprile del 2006. Dalla personalità estroversa e indipendente, “attento agli altri”,  è sempre stato animato da una fiducia nella vita e nel pensiero positivo. “Tutto arriva per chi sa attendere” questa era la sua frase preferita, una chiave per entrare ed interpretare un mondo che secondo la sua visione era fatto di amicizia, relazioni e rispetto per i valori della famiglia. Un mondo fatto anche di sincerità e lealtà dove una stretta di mano valeva più di uno scritto o di un atto legale. Ed è in questo contesto e questa sua visione laica e liberale ( tra le sue numerose e qualificate amicizie  c’era quella con l’ex Ministro delle Finanze Ezio Vanoni, anche lui valligiano, Medaglia d’Oro al Valore civile e morto d’infarto sul divano dello statista Cesare Merzagora) che si associavano le sue due passioni : la musica  e la poesia. Diplomato al Conservatorio in flauto traverso, (così come suo fratello minore Giacomo diplomato invece in violino e scomparso negli anni ottanta) amico di Arturo Benedetto Michelangeli  per le vicende della guerra deve interrompere la sua carriera musicale per occuparsi della gestione del bar di famiglia (quello ora ad angolo con via della Maranella). Grande lettore di Dante, Petrarca, Parini e Foscolo del quale conosce intere quartine a memoria che (e questo lo rendono famoso nel quartiere) talvolta (ed in occasioni speciali) usa declamare ad alta voce in particolare quelle della Divina Commedia. Ad accompagnarlo nella sua vita energica e ricca di ricompense morali sono stati sua moglie Assunta Piovesan coetanea e sposata nel 1940 nella Chiesa di San Marcellino, casalinga, donna pia e devota,  scomparsa nel 2004 e i suoi tre figli Giuseppe (stesso nome del nonno) Elena e Fiorella. Molti ancora lo ricordano alla guida della sua Alfasud colore giallo  con il quale usava spostarsi e che condusse fino agli ultimi mesi della sua vita. Una vita esemplare quindi quella di Ruggero Carra : un musicista e un poeta sensibile, sempre pronto per aiutare gli altri, che tornerà a vivere nella memoria storica degli abitanti del VI Municipio grazie all’energia sempreverde dell’olivo di Piazza Almagià.

Antimo Palumbo

 

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