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HMB ENDEAVOUR sailing in the Great Australian Bight during her circumnavigation voyage of Australia, January 2012.

Verdemura Lucca. Venerdì 1 aprile 2016 ore 15.00

Castello Porta Santa Maria.

Alberature urbane: tra presente e futuro. Tavola rotonda.

Interventi di

Francesco Mati – Piante Mati Pistoia

Giacomo Lorenzini – Università di Pisa

Francesco Ferrini – Universita di Firenze

Antimo Palumbo – storico degli alberi

modera Francesca Marzotto Caotorta.

Abstract

“Se vuoi costruire una nave”, scriveva Antoine de Saint-Exupery, “non devi per prima cosa affaticarti a chiamare la gente a raccogliere la legna e a preparare gli attrezzi; non distribuire i compiti, non organizzare il lavoro. Ma invece prima risveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà risvegliata in loro questa sete si metteranno subito al lavoro per costruire la nave”

Antoine de Saint-Exupéry

Così come per costruire una nave non è importante solo il lavoro ma anche creare la nostalgia del mare lontano e sconfinato così penso che per migliorare la qualità e la politica delle alberate  nella nostre città sia importante oltre al lavoro tecnico promuovere e diffondere la cultura degli alberi. La cultura induce passione, azione,  partecipazione. E solo grazie alla cultura che si possono avere (in qualsiasi campo) profondi  cambiamenti che poi durano nel tempo. Solo fino a poche decine di anni fa la situazione delle alberate in città era sicuramente migliore (basta vedere un film degli anni sessanta per rendersene conto) e questo perché non solo sulle alberate si investiva economicamente (non con appalti al ribasso ma con personale e giardinieri qualificati e gratificati ) ma perché era più radicato nelle persone il contatto e la conoscenza con le cose naturali (e tra queste la terra). Gli alberi esseri viventi fatti di cellule respiranti e intelligenti (secondo le teorie di Stefano Mancuso) sono esseri che vivono nella terra (secondo alcuni ricercatori sono i veri abitanti di questo nostro pianeta, dal nome omonimo,  visto che con le loro radici e le micorizze di funghi che li mettono in contatto abbracciano  e avvolgono il nostro pianeta). L’apparato radicale di un albero infatti,  quello che vive nella parte ipogea in maniera invisibile a noi umani,  è quello che gli permette di essere sano e vivo, non solo ma poi di poter crescere sano e liberamente. Aver demonizzato la terra (è sporca, è simbolo di imperfezione,  di morte etc…) ha fatto sì che nel tempo scelte economiche e amministrative privilegiassero spazi comuni (vie, piazze, luoghi di ritrovo) pensati e progettati senza terra. Un po’ alla volta stiamo assistendo ad una trasformazione degli spazi comuni che da spazi esterni ( naturali e fatti di terra) si stanno trasformando in via e piazze (spesso lastricati con enormi mattonelle di basalto) sempre più simili a dei grandi centri commerciali (vedi l’esempio di Piazza San Silvestro a Roma ). Solo attraverso un investimento nella promozione della cultura degli alberi (e un ritorno alla terra) si potrà pensare nel futuro a una nuova gestione delle alberate in città. Alberi esseri viventi, portatori di bellezza e fondamentali per la nostra esistenza, non solo perché ci regalano quell’ossigeno senza il quale la vita su questo pianeta non sarebbe possibile ma perché dobbiamo a loro tutto quello che oggi fa parte della nostra cultura (intesa quest’ultima in senso antropologico come involucro che ci contiene) vedi i loro “accessori” preziosi: il legno, la carta, i frutti, i fiori etc… Per ciò che riguarda le alberature urbane poi, basti fare l’esempio della capitozzatura. Da qualche anno è aumentato il numero delle persone consapevoli che la capitozzatura degli alberi è una pratica negativa però nonostante questo si continua a farlo. Si parla, si condanna, ma poi gli stessi tecnici che si occupano della gestione delle potature (per problemi legati a scelte politiche ed economiche) anche se sanno che capitozzare provoca un danno al bene comune degli alberi poi continuano a capitozzare. Usando una metafora  da “umani” sembra un po’ come se tutti sanno che la pena di morte non è certo la scelta migliore per risolvere i problemi di ordine pubblico però poi quando qualcuno viene trovato a rubare e a uccidere altre persone viene preso ( e dopo un processo rapido e sommario) viene condotto davanti a un plotone e giustiziato. Senza nessuno che protesti e paghi le conseguenza di questo atto (capitozzare un albero equivale a menomarlo,  nel tempo infatti si ammalerà e diventerà instabile e quindi poi passibile di “taglio da sicurezza”) anzi spesso con un affermativo “beh  però se l’è meritato (questo esempio non è peregrino visto che molti amministratori dopo aver capitozzato un filare di alberi ancora oggi pensano che quella sia la scelta giusta e non pensano di aver danneggiato gli alberi).  Inoltre ricordo poi che sui media nel 95% dei casi si parla degli alberi sempre più spesso quando gli alberi cadono o creano dei problemi, meno  quando si tratta di promuovere la loro cultura e le storie che li riguardano. Concludendo mi ripeto. E’ solo sviluppando la cultura degli alberi che si potranno avere nel tempo trasformazioni e risultati significativi. Si tratterà di inserire la cultura degli alberi tra le priorità della gestione politica e amministrativa di ogni città italiana, insieme  al potenziamento dei regolamenti del verde urbano (da far conoscere e poi rispettare) e al recupero della cura e della manutenzione del verde storico.

Ecco dieci punti dai quali partire per ripensare una corretta gestione delle alberate in città :

  1. Ogni città (se già non ce l’ha) deve dotarsi di un Regolamento del Verde urbano costantemente aggiornato e migliorato. A Roma e Milano, per esempio, sono stati scritti se ne è parlato a lungo, ma finora non sono ancora stati approvati. Il motivo? Semplice se c’è un regolamento poi va rispettato. Quindi meglio non averlo così posso fare quello che voglio.
  2. Migliorare e pretendere la qualifica (con corsi obbligatori) degli operatori che si occupano di potare gli alberi. Nel regolamento del verde (così come è successo in diverse città, vedi Firenze e Torino) stabilire quali sono le giuste potature e vietare la capitozzatura con sanzioni nei confronti di chi (tecnici responsabili) danneggiando un bene pubblico usa questa pratica.
  3. Investire in cultura (promuovere convegni, incontri, feste, pubblicazioni, etc..) degli alberi. Ogni volta che si mettono a dimora degli alberi coinvolgere le associazioni e i cittadini. Il principio è semplice: se si conosce, poi è anche più facile rispettare.
  4. Promuovere in ogni città una casa dell’albero. Un luogo nel quale i cittadini possono avere a disposizione: una libreria o biblioteca specializzata; una sede nel quale ospitare periodicamente incontri, corsi, convegni con tecnici o specialisti degli alberi; un database o un luogo fisico per avere un accesso gratuito alle informazioni degli alberi della propria città. Che albero è? Quando e da chi è stata fatta la VTA. Perché è stato tagliato? Etc…
  5. Mantenere continuamente attraverso una trasparenza amministrativa la comunicazione con i cittadini. Ogni cittadino deve sapere quanto è costato l’albero appena piantato, da dove proviene, quali sono i termini della garanzia, etc.. Quindi totale trasparenza degli atti sui numeri e le politiche del verde. Su questo si basa il concetto di “bilancio arboreo” presente nella legge 10/2013  il bilancio tra entrate e uscite degli alberi (quelli che c’erano, quelli tagliati e quelli che sono stati piantati) che un sindaco dovrebbe scrivere alla fine di ogni mandato. Una pratica di buona amministrativa regolata da una legge ma che spesso (non essendoci sanzioni per chi non lo fa e questo passaggio va assolutamente cambiato) non viene applicata.
  6. Riduzione ed eliminazione delle ceppaie. La riduzione e le eliminazione delle ceppaie (alberi tagliati perché malati o pericolosi che rimangono lì negli anni) sono il primo passo per far comprendere a tutti la differenza che c’è tra un albero vivo (portatore di vita e di bellezza) e un albero morto: gli alberi non sono pali.
  7. Investire nella crescita e nella cura degli alberi. Spesso gli alberi dopo il breve periodo di manutenzione garantito dai vivai vengono abbandonati a loro stessi. Nessuno si occupa di rimuovere tutori, di legno o di metallo. Investendo su personale qualificato che periodicamente si occupi di verificare e manutenere gli alberi in crescita, permette di uscire dalla logica dell’usa e getta sempre più diffusa nella gestione degli appalti del verde urbano.
  8. Recupero del Verde storico. Ogni città oltre a dotarsi del regolamento del Verde Urbano (così come è stato proposto nella città di Genova ) dovrebbe dotarsi di un regolamento del proprio Verde storico.
  9. Aumentare il numero (così come succede in molte città nel mondo da anni, vedi New York e San Francisco) delle associazioni di volontariato che dopo corsi specifici  e basandosi su appositi regolamenti (che ne stabiliscano le pertinenze e i campi di intervento) si occupino di intervenire su piccole operazioni sulla cura e la manutenzione degli alberi in città ( come il “pruning” leggero, la cura delle aiuole, la leggera potatura delle siepi, segnalazione ed intervento danneggiamenti, rimozione tutori etc…).
  10. Censimento cura e promozione culturale degli alberi monumentali della propria città. Creazione di squadre di tecnici che si occupino della gestione di questi monumenti naturali : una sorta di sopraintendenza degli alberi  monumentali. In modo che (così come quando succede un danno a un monumento non viene mandato un semplice muratore ma un archeologo) nei casi di urgenza siano loro ad operare e non semplici tagliatori di turno.

Antimo Palumbo

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Viavai Gennaio 2010

“Prossima svolta  a destra, Via Manfredonia, angolo via Prenestina”. Se  uno straniero, o abitante di un’altra città italiana,  che  si trovasse in macchina dalle parti del quartiere Quarticciolo, dovesse fidarsi delle istruzioni che compaiono sul video del suo navigatore satellitare  ragionevoli dubbi avrebbe  sul fatto di essere a Roma. Una città dove la qualità del verde e la cura degli alberi sembra essere al primo posto nelle attenzioni degli amministratori. Roma: la città che ha ospitato l’11 Dicembre di quest’anno un importante convegno sulla stabilità degli alberi organizzato dalla S.I.A. (Società Italiana di Arboricoltura) con Chris Mattheck l’inventore del VTA (Visual Tree Assesment) il sistema per valutare la sicurezza degli alberi in città , un convegno della durata di due giorni :il primo riservato agli addetti ai lavori (alla modica cifra di 150 euro, 80 per i soci S.I.A. sul perché di questa cifra mi è stato fatto notare che nel prezzo era compreso anche un buffet) e il secondo agli operatori del Servizio Giardini per il quale Mattheck secondo quello scritto da un comunicato stampa ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente: dopo aver tenuto un importante Corso di Formazione e aggiornamento ha speso parole di apprezzamento per l’elevata qualità dei tecnici del Servizio Giardini che in questi mesi hanno svolto un enorme lavoro prima con dati record nelle potature e poi con le operazioni di ripiantumazione. Lavori eseguiti sempre seguendo precisi e rigorosi criteri scientifici”. Ma noi sappiamo che difficilmente i navigatori satellitari si sbagliano e passando per via Manfredonia  l’osservatore straniero commenterebbe stupito “Non ci posso credere , è possibile che si possa vedere questo? Si siamo a Roma,  non in una città troglodita dei continenti sperduti. Ma chi scrive questi comunicati di che città sta parlando?” E  così una città sulla carta apparentemente perfetta ordinata e sicura dove tutto avviene secondo “precisi e rigorosi criteri scientifici” si scontra con una realtà dai contorni devastanti e tristi per ciò che riguarda la cura degli alberi che non può provocare in chi la guarda rabbia e necessità e volontà di cambiare. Appena si gira dalla Prenestina e si entra in via Manfredonia si assiste infatti al raccapricciante spettacolo di un intervento di capitozzatura effettuato su dei platani (quattro in una piazza) ma anche altri nei palazzi adiacenti e di una potatura radicale su un cedro, diventato una chimera botanica dopo che gli sono stati tolti tutti i rami e lasciati con una punta appiattita  e che un botanico distratto potrebbe confondere con un albero di un genere diverso. Andando più avanti lo spettacolo diventa ancora più sconvolgente quando sulla sinistra ci si presenta alla vista  (in un giardino di uno dei lotti del Quarticciolo) una palma (Phoenix canariensis) colpita dal punteruolo rosso con molti rami caduti a terra, abbandonati a loro stessi ormai da più di un mese con centinaia di bozzoli del pericoloso insetto che sta distruggendo le palme di Roma (che andrebbero immediatamente rimossi secondo norme stabilite dal servizio fitosanitario della Regione Lazio) , a portata dei bambini che li usano giocandoci a calcio. Altro comunicato stampa , un  comunicato ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma uscito sul Corriere della Sera “Punteruolo rosso, epidemia? Non ci riguarda. Delle 4000 palme del Comune di Roma è stato colpito solo l’1% . Una gaffe incredibile un non voler vedere il problema, al quale dopo l’iniziale “ma io che c’entro? Mica è colpa mia?” l’Assessorato sta correndo ai ripari con l’organizzazione di un prossimo convegno scientifico, visto che l’epidemia avanza a ritmi impressionanti. (Sul punteruolo rosso – del quale abbiamo già parlato seguendo anche la  devastazione avvenuta nella zona dei Villini dove ne sono rimaste solo due – parleremo nei prossimi numeri, come anticipo ricordo l’organizzazione di una  manifestazione che sto organizzando per la seconda metà di Febbraio per coinvolgere attivamente il Governo ad intervenire per “salvare il salvabile” Per seguire gli sviluppi c’è un gruppo su Facebook  Le palme di Roma stanno morendo, facciamo qualcosa per fermare l’epidemia” ). Due città quindi quella reale e quella dei comunicati? Punti di vista differenti, propaganda politica? Probabilmente per ciò che riguarda gli “orrori verdi” visti al Quarticciolo le responsabilità non riguardano il Servizio Giardini (lo spero vivamente) ma riguardano una ditta privata che ha eseguito le capitozzature   autorizzata da chi, come e con quali criteri per svolgere una simile azione deturpante, questo non lo sappiamo, (non si capisce perché un pergolato in un balcone del centro danneggia l’ambiente e il paesaggio storico e quindi è sanzionabile con rimozione e multe salate, mentre invece la distruzione dell’estetica e della salute – oramai quegli alberi sono spacciati- non viene considerata un  distruzione di un bene ambientale che appartiene alla fruizione estetica degli abitanti che ci vivono accanto. Ancora quanto dovrà aspettare Roma per poter avere il suo “Regolamento sulla tutela del Patrimonio arboreo pubblico e privato” nel quale comprendere e sanzionare anche simili interventi di distruzione del nostro patrimonio arboreo cittadino? ) mentre per la palma abbandonata a se stessa (con tutti i coleotteri che  hanno avuto tutto il tempo a disposizione per colonizzare tutte le palme adiacenti nel giro di diversi chilometri) le responsabilità sono del condominio della case popolari che non si è occupato di rimuovere la palma  secondo le norme predisposte dalla Regione Lazio.  Lavorare affinché lo scarto sulle due città,  quella del centro e quella della periferia, quella dei comunicati e quella reale,  nel tempo non diventi cesura sarà nostro compito per salvaguardare nel futuro l’immagine della nostra città.

Antimo Palumbo

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Viavai Ottobre 2009

La stretta complicità che unisce uomini ed alberi è spesso qualcosa di più di una semplice metafora. E questo almeno per due motivi : intanto per essere entrambi degli esseri viventi, che vivono respirando.Quando cessiamo di respirare cessiamo anche di vivere ( e viceversa). La vita sulla Terra poi non sarebbe possibile senza gli alberi,  esseri vegetali superiori che insieme alle piante ,delle quali fanno parte, ci regalano attraverso la fotosintesi clorofilliana l’ossigeno: elemento essenziale per la vita su questo pianeta. La loro superiorità sulle piante deriva dalla loro peculiarità di avere un accrescimento secondario che produce legno e un tronco e di avere un sistema cellulare elaborato. Un concetto di superiorità simile a quello degli uomini sugli altri animali (concetto sempre relativo e da prendere con le relative accortezze per evitare possibili  risultati deleteri antropocentrici) ed è per questo che preferisco quando parlo di un albero sempre chiamarlo albero e non pianta. Anche noi uomini siamo degli animali ( e questo penso che nessuno può negarlo) ma siamo degli animali diversi che vengono chiamati uomini. E se sui giornali non vi capiterà mai di leggere : “ nell’incidente di ieri sono morti tre animali in tarda notte mentre tornavano dalla discoteca” così  penso sia giusto quando si nominano gli alberi si debba parlare di alberi e non di piante. Chiusa questa breve parentesi sui termini (una parentesi importante però visto che viviamo oggi in una società dove i contenenti sono più importanti dei contenuti) scopriamo  che l’altro motivo che ci accomuna ai nostri amici alberi è la terra. Non è forse strano (sempre facendo una riflessione sulle parole) che il pianeta sul quale viviamo porta lo stesso nome dell’elemento nel quale sono radicati con il loro apparato neurofisiologico le radici , appunto,  gli alberi? Potevamo chiamarlo pianeta acqua, o pianeta aria, invece noi viviamo ( e questo lo sanno anche i bambini) sul pianeta Terra. La terra,  un elemento, polveroso e vario  nei suoi componenti, che giorno dopo giorno e lentamente nelle grandi città  sta scomparendo. Nel processo di trasformazione delle città in grandi centri commerciali all’aperto (dove tutto è governato : dalla linea dritta e ordinata dei bianchi blocchi di travertino che segnano i marciapiedi  adornati di asfalto; dalle nuove piastrellazioni cementate; dall’idea che tutto deve essere sicuro e a norma) la terra , elemento demonizzato perché riconducente allo sporco e alla morte (una volta dopo morti ci si finiva sotto, ora neanche c’è più spazio per questo)  , sembra e per sempre aver perso la sua battaglia finora dimostratasi vincente (vola come polvere e si deposita ovunque e mescolata con l’acqua diventa fango) contro l’Uomo. Una città pulita, sicura, splendente e riflettente questo è il risultato della vittoria dell’Uomo sulla terra, degna ammiraglia della Natura, matrigna,crudele e imprevedibile che imperversa con i suoi capricci l’ordinaria quotidianità degli uomini. Però sappiamo (e  anche questo è un sapere da bambini) che gli alberi non possono vivere senza terra. E’ nella terra che con le loro radici afferrano l’acqua e gli elementi minerali di cui hanno bisogno per vivere, ed è grazie all’opera dei loro apparati radicali che si tiene insieme la terra di colline e montagne. E quando gli alberi si tagliano per far posto al cemento (anche quello cosiddetto armato) dopo un po’ succedono ( vedi i casi di cronaca della Campania)  crolli e smottamenti. “Siamo una società in declino ed in particolare quella italiana” così affermano sui giornali molte firme autorevoli. Un pensiero al quale possiamo anche  ricollegare le “trasformazioni vincenti” delle città moderne che togliendo terra come succede quando lo si fa con gli alberi, stanno togliendo forza al corredo genetico cellulare delle nuove generazioni ( i nostri alberi futuri) più deboli per resistere alle trasformazioni e ai cambiamenti che madre Natura ama spesso creare (lo “zero tituli” che l’Italia ha conquistato  agli ultimi mondiali di Atletica Leggera di Berlino per la prima volta nella sua storia dovrebbe farci riflettere. Non ci si allenava forse un tempo per fare record sulle piste di terra battuta?) E così la creatività , lo sviluppo di un progresso fatto a cannocchiale  (secondo cui un modello – oggetti, progetti, esperienze, tecnologie, etc…- realizzato oggi nel 2009 deve essere sempre superiore a quello di dieci anni prima)  e l’artificio che fa dell’uomo un artefice  (ovvero con la capacità di realizzare un prodotto extra-corporeo che ci differenzia dagli altri animali. Capacità iniziata milioni di anni fa quando dopo aver acquisito la posizione eretta l’uomo ha avuto a disposizione due arti per realizzare uno strumento appunto extra-corporeo) ha portato a  far vincere il naturale artificiale. Ossimoro questo che possiamo andare a vedere, non senza rabbia e indignazione, nel complesso sportivo (bello, pulito e a norma: un vero centro commerciale dello sport) che si trova in Via dei Gordiani. Una via e una zona questa funestata negli ultimi tempi da una spaventosa cementificazione : il cantiere mostro della Metro C che si muove, spostandosi e inglobando terreno ed alberi giorno dopo giorno; gli alberi tagliati (dei Cercis siliquastrum o alberi di Giuda dai fiori rosso scarlatti stupendi)  in Viale Partenope  ed ancora rimasti lì con i loro monconi e non si capisce perché; la tempesta del 2 Luglio scorso che ha sradicato in pochi minuti decine di cedri con trent’anni di vita; la riqualificazione di Villa De Sanctis con un bellissimo parcheggio che ancora una volta ha tolto alberi e terra per mettere asfalto e bianchi blocchi di travertino; numerosi alberi scomparsi con tagli ingiustificati per la serie :” se tutti tagliano e fanno “bello” e “pulito” (perché si sa gli alberi sporcano) perché non dovrei farlo anch’io? Avevamo già parlato su Viavai di questo Centro Sportivo proprio per come avevano trattato gli Eucalipti  che circondano i campi sportivi capitozzandoli . E se quello era solo stato l’inizio, da qualche tempo intorno agli impianti sportivi si sta svolgendo una vera e propria tabula rasa di alberi. Dopo aver assistito qualche mese fa alla scomparsa di un intero viale di Cupressus arizonica (anche se fossero stati malati, ma a chi davano fastidio?). Nei pressi di uno dei campi di calcetto, un campo rigorosamente attrezzato con erba artificiale (e proprio in direzione della strada) si è consumato in questi giorni il taglio radicale di tre Eucalipti. Fa pena vedere (guardate la foto) tre alberi uccisi dalla mano dell’uomo (o meglio una motosega) in due tempi (prima si capitozzano e si fanno cariare e dopo qualche anno si tagliano perché malati) e ancora con i segni dei loro monconi rossicci (che ricordano il sangue) proprio accanto ad un perfetto campo di calcio con erba artificiale. Il naturale artificiale nella sua applicazione più perfetta. Un ossimoro, una prova che ci condanna e che  difficilmente potrà far assolvere nel futuro i figli dei nostri figli. Qualcuno allora potrebbe chiedersi possiamo fare qualcosa affinché questo non succeda di nuovo? Certo, diversi sono i modi, le azioni e le lotte da intraprendere. Perché non iniziare? Qualcuno ne ha voglia? Per ora,  mi sembra di ascoltare in lontananza le parole accennate dalla Natura mentre pigramente si gira nel suo letto di terra : “ erba artificiale? Puah! Questi uomini non sanno più che inventare. Domani quando mi sveglio me ne occuperò…ma ora ho sonno”.

Antimo Palumbo

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Viavai Giugno 2009

Ridono e sono contenti i produttori, rappresentanti e venditori di motoseghe a Roma. Se infatti la crisi ha colpito a ventaglio diversi settori dell’economia romana probabilmente questo non è successo per il mercato della motosega. Uno strumento potente e pericoloso che permette di far fuori un albero centenario in 120 secondi (che necessiterebbe una regolamentazione sull’uso mentre invece tra un po’ sarà possibile acquistarla anche dal tabaccaio sotto casa). Mai la motosega è stata utilizzata in maniera così ampia e massiccia nella Storia di Roma come in questi ultimi mesi. Tagli, abbattimenti, potature radicali effettuate a tappeto (da alcuni è stata definita “la mattanza degli alberi”) in maniera spesso approssimativa e sconsiderata. Centinaia, forse migliaia,  sono stati gli alberi abbattuti in questo primo anno della Giunta Alemanno che attaccandosi alla parola sicurezza ha stabilito record, dato certezze, , ridotto chiome, portato ordine, pulizia, nuovi panorami della città. Tutti aspetti  più negativi che positivi visto che gravi e permanenti sono i danni che sono stati creati da questo “giocare al record e alla sicurezza” alle alberate romane. Per tutti gli alberi è stato applicato lo stesso trattamento. Tutti per lo più sono stati capitozzati (e per questo saranno poi attaccati da  funghi e carie che nei prossimi anni ci regaleranno alberi ancora più instabili e insicuri) e se questo non è avvenuto si è utilizzato uno stampino uguale per tutti (guardate i Lecci delle Terme di Caracalla per intenderci) non ricordando che l’architettura di un albero (il suo carattere) è diversa per genere e specie e così ora ci troviamo con degli alberi che sono tutti uguali, (che sembrano usciti da dei disegni di bambini)  ovvero un ammasso di foglie senza forma, molto ma molto pericolosi,  visto che non essendoci più i rami a rompere le forze dei venti, nel caso di un possibile temporale producono un effetto vela sradicandosi molto facilmente. E così se diverse sono e sono state le battaglie intraprese per difendere gli alberi di Roma, le segnalazioni, le denuncie, gli articoli sui giornali (in particolar modo La Repubblica e il Corriere della Sera) molti sono stati gli alberi che invece in “maniera invisibile” sono scomparsi e questo grazie anche a dei privati che sulla scia del taglio generalizzato e del “rappel al’ordre” dei nuovi gestori del verde della città si sono associati a :pulire, tagliare, ordinare, sistemare, ovvero rendere il verde naturale sempre più artificiale. E visto che i nostri occhi sono sempre puntati su quello che ho definito il Far East degli alberi, ovvero il quartiere di Casalbertone, non poteva sfuggirci la fine ignobile fatta fare ai 5 ligustri adiacenti al cantiere del nuovo edificio che si sta costruendo in Via De Dominicis dove i lavori vanno avanti spediti. Cinque ligustri dal bel tronco e dalle foglie verdi, tutti in ottima salute che continuavano l’alberata di Via Galliano sono stati prima inglobati all’interno dell’alta recinzione (ovvero da fuori, con un gioco di spostamento di recinzione,  sono andati a finire dentro insieme al marciapiede e al semaforo) poi dopo qualche giorno di assestamento (e  magari attendere qualche protesta di qualche possibile comitato che chiaramente non c’è stata)  il 21 Maggio sono stati selvaggiamente capitozzati e  ridotti completamente di tutte le foglie. Una volta trasformati in moncherini il prossimo passo sarà inevitabilmente  il taglio. Inutile fare denunce, chiedere informazioni pretendere spiegazioni per 5 alberi (dei beni pubblici che appartengono a tutti) che hanno avuto la sfortuna di finire nel bel mezzo di una riqualificazione di un quartiere. Probabilmente tutto è in regola, le carte sono state firmate e le autorizzazioni ottenute. Quando si ha carta bianca ci si può allargare di 5/10/50 centimetri e distinguere tra interessi privati e  interessi pubblici sono solo delle sottigliezze. In fondo, gli autori dell’epurazione avranno pensato : “che ci importa che i 5 alberelli sono un bene pubblico? Volete degli alberi , ve li ripiantiamo”. E così è successo in Piazza De Cristoforis dove secondo un piano di compensazione gli alberi sono stati piantati ma sono anche morti (guarda caso due ligustri) e mai cambiati. E sperando che la tecnica della goccia cinese possa avere qualche effetto non smetterò di ritornare sull’argomento fino a quando qualche “anima buona” si occupi di togliere i due alberi morti. Così come quel vaso di Chamaerops humilis (la palma di San Pietro) che si trova in Via Cucchiari di fronte alla Farmacia che senza vergogna alcuna continua a far mostra di se e delle sue foglie morte , gialle e secche  per rammentarci che forse sempre più per i nostri amministratori si è stabilizzata la convinzione che il nostro sia un quartiere di serie C. Ci piace infine, concludere con una bella notizia e rimanere nel positivo segnalando la nuova piantumazione  di Ibischi avvenuta un mese fa in via Carlo Mezzacapo. Ebbene si, sono ancora loro gli Hibiscus syriacus  come quelli di Via Domenico Cucchiari , attualmente in ottime condizioni (tranne uno che è morto da diverso tempo di fronte al Centro Estetico Indaco, che aspettiamo a cambiarlo?) , grazie alla cura dei negozianti che “gli vogliono bene”. Gli Ibischi di Via Mezzacapo sono giovani e bisognosi di cure e attenzione , se gliele darete (e magari un po’ d’acqua, ma non troppa, nei mesi più torridi)  loro vi ricambieranno con fiori colorati e profumati per tutta l’estate.

Antimo Palumbo

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Viavai Ottobre 2007

Domanda : si può uccidere due volte lo stesso albero? Risposta : si, si può. Ed è quello che sta succedendo in Via De Dominicis nel quartiere di Casalbertone. Un pioppo bianco, grande ed antico e (una volta ) dal portamento maestoso ed elegante (il  “testimone oculare” degli scontri notturni di qualche mese fa) subisce Sabato 25 Febbraio 2006  un tentativo di “capitozzatura” non autorizzata da parte di giardinieri privati . L’albero dava fastidio e andava  “ridotto” o ancora meglio eliminato. Casualmente riusciamo, insieme ad un consigliere del Municipio presente, ad impedire che questo avvenga. Vedi il mio articolo su Viavai di Aprile 2006 “Pioppo bianco, non avrò il tuo scalpo”. A distanza di un anno e mezzo nessuno si è mai più occupato dell’albero che ora si trova in condizioni pietose (cioè come dice la parola che destano pietà in chi lo guarda) : fuori del suo baricentro (e a rischio di caduta) e abbandonato a se stesso  . Un segno dell’incuria e dell’abbandono che colpisce da diverso tempo il quartiere. Migliaia sono le persone che ci passano sotto ogni giorno e nessuno sembra occuparsene, nessuno “alza il mento” verso la sua chioma oramai indecorosa. E’ un essere vivente :  ferito da “certi uomini” e poi abbandonato da altri. Destino veramente crudele. Per stimolare un’attenzione nei suoi confronti mi son permesso di reinterpretare una poesia di Giovanni Pascoli dedicata proprio ad un pioppo bianco , una famosa poesia intitolata : “I gattici” . Che lo spirito di Pascoli e soprattutto i lettori di Viavai mi perdonino per questa mia intrusione nella  Letteratura Italiana. Speriamo che serva a stimolare un intervento immediato di “dendrochirurgia estetica” da parte di coloro ( gli amministratori) che stanno lavorando per la riqualificazione del quartiere e che per ora sono oberati ad occuparsi di “altri conti”. Conti sicuramente più importanti di un “vecchio e  sporco” pioppo bianco “del cavolo”.  

 

I Gattici (Giovanni Pascoli)

E vi rivedo , o gattici d’argento,

brulli in questa giornata sementina:

e pigra ancor la nebbia mattutina

sfuma dorata intorno ogni sermento.

 Già vi schiudea le gemme questo vento

che queste foglie gialle ora mulina;

ed io che al tempo allor gridai, Cammina,

ora gocciare il pianto in cor mi sento.

Ora le nevi inerti sopra i monti,

e le squallide pioggie, e lo stridore

del rovaio che a notte urge le porte,

e i brevi dì che paiono tramonti

infiniti, e lo stormo ultimo, il fiore

ultimo: l’aureo fiore della morte.

 

Il pioppo ucciso due volte

E vi rivedo, foglie secche d’argento

brulle in questa giornata settembrina

e pigra ancor la gente stamattina

rapida corre tra lo smog e il cemento.

Chiusa in pensieri nessun’alza il mento

su queste foglie gialle da rovina

ed io che al tempo allor gridai, Assassina

ora gocciare il pianto in cor mi sento.

I politici inerti fanno i conti

e le squallide bocche, e lo stridore

del quartiere che a notte perde la sorte

e i brevi di che paiono tramonti

infiniti, e il pioppo ultimo, muore

ultimo pioppo, ucciso due volte.

Antimo Palumbo

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Viavai Dicembre 2006

E’ questo il periodo dell’anno ( nel passaggio dall’autunno all’inverno), per occuparsi in città della potatura degli alberi, che vanno in  riposo vegetativo, e possono  quindi essere trattati senza provocare danni. Alcune considerazione sulla potatura degli alberi ci dicono che : un albero che vive in un parco o in campagna, teoricamente, non ha bisogno di essere potato ( ci pensa la natura con i suoi elementi : vento, fulmini, pioggia) e spesso  la sua bellezza  (e grandiosità ,nel caso di esemplari monumentali) nasce dal fatto che è stato poco “toccato dai ferri”. Mentre per un albero che vive in città , (e per gli alberi da frutto- in particolar modo per quelli “da allevamento” come le mele della Val di Non, dove la potatura serve ad accelerare e a migliorare la produzione) la potatura è invece inevitabile e questo per garantire la sicurezza di chi ci passa sotto o la visibilità di chi ce li ha confinanti con le proprie finestre. Ad Ottobre abbiamo assistito alla potatura dei  ligustri in Via Acqua Bullicante “finalmente potati”riprendendo l’espressione di chi aspettava questa operazione da diverso tempo,  con due modalità diverse :  una più rada e radicale   a beneficio dei  commercianti ai quali le verdi e lussureggianti chiome coprivano  le insegne dei negozi e che dicono : “ se pago la tassa sull’insegna e l’albero me la copre perché dovrei continuare a pagarla?” e l’altra più naturale, che riduce il volume della chioma. Poi sono stati potati, a Casalbertone,  prima i Crataegus di Via Baldassarre  Orero e poi  altri ligustri di Via Galliano (che erano diventati una giungla…) i secondi con una potatura radicale simile a quella di Via Acqua Bullicante . Una  potatura (che anche se non è dannosa per gli alberi) provoca nelle vie nelle quali sono state effettuate  un effetto  antiestetico e surreale: tanti rametti che si spingono verso l’alto con attaccata qua e là qualche foglietta (adesso a distanza di appena un mese le piante hanno  già reagito  “per fame” producendo  un ‘enorme quantità di piccolissime foglie)  Questa potatura radicale, si rende però necessaria per l’impossibilità di colmare il ritardo sull’intervento degli addetti alla potatura (presenti in numero limitato in ogni municipio) e la quantità degli alberi da trattare per privilegiare così un “taglio a zero” che riduce nel tempo il numero degli interventi . Ma  non è su questo che voglio concentrare la mia attenzione, ma sul fatto che ancora ci capita di assistere alla “fiera del capitozzo”con  innumerevoli esempi ( che quando ne capiterà l’occasione denuncerò con le foto su Viavai)  della messa in pratica della capitozzatura  (tecnicamente potatura a “sgamollo”) e che consiste nel potare l’albero tagliando  porzioni di ramo superiori ai 15/20 centimetri di diametro. Effettuata in maniera sconsiderata da giardinieri o pseudo-giardinieri privati (il servizio giardini non capitozza!) che  riducono alberi a tronchetti , mutilandoli dei rami (un primo passo per sbarazzarsi di alberi scomodi) provocando un’offesa all’occhio e alla sensibilità comune che vede nell’albero invece (oltre alla sua utilità per la produzione di ossigeno e la rimozione dello smog),  un esempio di gioia, vitalità e civiltà’, una pratica che come già scrivevo nel numero di Aprile : “è antiestetica e pericolosa per l’albero per quattro motivi : 1 . dal taglio si apre la strada ad organismi cariogeni che attaccano l’albero  indebolendolo e portandolo alla morte; 2. togliere le foglie significa affamare l’albero che paradossalmente produce più foglie ed è più esposto ai marciumi radicali causa principali di crollo d’alberi; 3. i rami nati sui capitozzi sono inseriti più debolmente e quindi più fragili e si possono spezzare: 4. la ricrescita di rami tozzi e corti rende la chioma più pesante e più suscettibile all’azione del vento con l’aumento della possibilità di schianto nel caso di tempeste” .Ai primi due posti di questa fiera , da eliminare e combatteree, troviamo due esempi che riguardano gli eucalipti, (alberi solitamente capitozzati perché molto resistenti e dalla rapida ripresa vegetativa) : quelli che circondano i campetti di calcio del nuovo impianto di Villa De Sanctis ( è una bella scocciatura star sempre a togliere e a pulire foglie e piccoli coni appuntiti naturali su un verde tappeto sintetico) ; e quelli del condominio del Casilino Uno in Via Galeazzo Alessi, presenze spettrali e inquietanti, per chi ci passa accanto,  specialmente  se confrontati con il loro “fratelli fortunati ” che vivono, ricchi di foglie rumorose e festose mosse dal vento, nel terreno limitrofo delle suore missionarie di Calcutta. Concludo , con un invito poetico a riportare alla  ragione “gli uomini dalla sega facile” e a dimettersi da questa pratica incivile  : “ giardiniere privato distratto ,abbonda se vuoi la mattina con caffè ed il maritozzo ma ti prego rifuggi , non fare il matto, dalla barbara pratica del capitozzo”

Antimo Palumbo

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