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Penelope va alla guerra. Marzo 2010

Nonno ma perché quell’albero non è più verde? Perché ha perso le foglie mia cara. E perché ha perso le foglie? In natura ci sono due tipi di alberi: i sempreverdi hanno un comportamento più antico e si sono adattati alle difficoltà delle vita, freddo, aridità, arsura trasformando le loro foglie che sono appunto sempre verdi. E’ perché sono verdi? Perché nelle foglie degli alberi , ma anche delle altre piante avviene il miracolo della nostra esistenza, un miracolo silenzioso e invisibile. Davvero nonnino un miracolo, come quelli che avvengono in quel posto di cui parla sempre la nonna , lurdde? Sai mia nonna mi ha detto che la signora Cecilia partirà tra qualche giorno per andare a chiedere un miracolo. Si mia cara, ma quei miracoli sono miracoli sporadici e occasionali non grandi come quello che avviene ogni giorno grazie al sole che ride. Il sole che ride? E’ perché ride? Ride proprio perché con la sua luce e il calore permette il miracolo della vita. Miracolo della vita è che vuol dire? Allora, piccolina lasciami finire, non andare di fretta. Ti parlavo degli alberi. I sempreverdi sono stati i primi a venire su questo nostro pianeta , non chiedermi cos’é ma poi te lo spiego. Grazie alle piante e al loro respirare si è creata un specie di campana invisibile che ha permesso la nostra vita, una campana che non c’è su altri pianeti, aspetta a chiedermi cos’è se no mi confondo,  e che si chiama atmosfera, una sfera invisibile appunto. Le piante poi sono aumentate e così lo spazio a loro disposizione è stato sempre di meno per poter prendere la luce del sole e compiere il miracolo della vita. Uffi, ancora con questo miracolo della vita. E si,  se mi lasci finire poi capisci . Le piante ti dicevo, un po’ alla volta hanno iniziato a crescere verso l’alto per prendere la luce del sole, sono diventate felci, sempre più grandicelle e con un tronco che gli permettesse di rimanere in piedi. Si ma gli alberi non hanno i piedi vero nonno? Certo ,certo non hanno i piedi però andando verso l’alto prendevano spazio e possibilità di farsi toccare e bagnare dai raggi del sole. Per compiere il miracolo della vita. Brava vedo che stai iniziando a capire. I primi alberi furono sempreverdi perché non avevano gli strumenti e la capacità di adattarsi ai cambiamenti delle stagioni. Non avevano un piumone per ripararsi d’inverno. Ah io c’è l’ho! Me l’ha regalato la mamma, tutto blu e con i cuoricini. Si,  anche agli alberi piacerebbe avere un piumone, ma nelle foreste non ci sono i supermercati. Meno male nonno, sai quanta gente  ci sarebbe il sabato? Non divaghiamo mia cara, se no perdo il filo, allora ti dicevo nelle foglie scorre la linfa un po’ come quelle linee blu che si vedono sulla tua mano. Sai come si chiamano? Ah ma questo è facile venus me l’ha detto Roberto. Più o meno più o meno se a venus togliamo qualche lettera diventa vene. Quelle della mano si chiamano vene. Ah si.. venus mi sa che è la crema che mamma cerca sempre che sia in offerta ma non la è quasi mai. E sai nonno cosa fa. No, cosa fa? La compra lo stesso, e poi la sera quando papà sta fuori vedo che se la mette sotto gli occhi e sul collo. Ma non digaviamo nonno, dimmi le vene? Allora nelle vene scorre il sangue, un liquido rosso che serve a nutrirci, non chiedermi come questo succede, te lo racconto un’altra volta. No nonno, vai avanti. Ecco nelle foglie succede la stessa cosa scorre un liquido molto denso  che non si chiama sangue ma linfa, e questo liquido nutre l’albero. Sai cosa succede se d’inverno la temperatura si abbassa e l’albero ha le foglie? No nonno dimmelo tu. Succede mia cara che gela e muore. Allora per evitare questo i primi alberi. I sempreverdi? Ma brava vedo che sei attenta. Si nonno, attentissima. Ecco,  i sempreverdi trasformarono le loro foglie rendendole piccole e resistenti, in alcuni casi divennero degli aghi come quelle dei pini. Vedi proprio come quell’albero laggiù. Si nonno però non mi hai ancora risposto, perché gli alberi perdono le foglie? Allora cos’abbiamo detto succede nelle foglie? Il miracolo della vita, vero nonnino. Bravissima. E ti spiego cos’è questo miracolo. Fai attenzione. Il sole che ride bagna le foglie che attraverso un processo che noi uomini abbiamo scoperto da poco , diciamo forse cent’anni, chiamato fotosintesi clorofilliana.Difficile questa fotosinfasi coccofilliana. Si, anche per molti grandi lo è ma questa la studierai quando diventerai grande. Ti dicevo che grazie a questo processo.Lo stesso che hanno subito le Winx? No quello è un’altra cosa e un altro giorno ti spiegherò anche questo cosa vuol dire. Diciamo che grazie ad un’azione invisibile che avviene nelle foglie verdi, il processo difficile da ricordare.La fotosinfasi coccofilliana.Si proprio quello, dicevo grazie a questa fotosinfasi  la luce del sole viene trasformata in due ingredienti fondamentali per la nostra esistenza. Quali nonno?  Questa mi pare una bella notizia. I due ingredienti sono l’ossigeno e gli zuccheri. Gli zuccheri? Ma lo zucchero non è bianco e si trova nel barattolo accanto alla lavatrice in cucina? Sapessi quanto strilla la mamma quando si accorge che ne mangio un po’. La mamma ha ragione tanto zucchero fa male. Soprattutto quello bianco e raffinato. Ma sai come mangiano gli alberi? No, nonno come mangiano? Con l’acqua e la terra dalle radici? Le radici servono ad ancorarlo e a prendere acqua e sali minerali. Anche quello il sale mamma non vuole che lo prendo dal barattolo. E fa bene la mamma. Gli alberi ti dicevo, mangiano con le  foglie e più foglie ha un albero e più sono grandi e lisce e più mangia. E quindi nonno perché l’albero perde le foglie? Dopo i sempreverdi arrivarono alberi più evoluti con maggiori  strumenti per  resistere alle condizioni climatiche esterne e poi iniziarono a riprodursi con i fiori. Con i fiori nonno ma che dici? Dei fiori e della riproduzione degli alberi te ne parlerò un’altra volta. Dicevamo che questi alberi più evoluti compresero che maggiore è la quantità della superficie della foglia e maggiore è la quantità di energia che un albero riesce a trasformare e mettere da parte, però quando arriva l’inverno è costretto a lasciare andare le foglie, chiudere tutti i suoi scompartimenti ed andare in letargo fino a quando le gemme, che  già sono pronte prima che le foglie cadano, con il tepore della nuova stagione inizieranno ad aprirsi. Nonno ma allora non è vero che l’albero non è più verde. Sta solo dormendo? Le foglie degli  alberi sono verdi e poi diventano rosse, ma quello non è il loro colore naturale a quel punto cadono e l’albero rimane spoglio per qualche mese e poi grazie al sole che ride. Quello che fa il miracolo della vita nonno. Certo mia cara. Grazie al sole che ride , a  primavera,  le gemme si riapriranno di nuovo per far tornare le foglie, verdi e vibranti mosse dal vento per una nuova stagione fatta di armoniosa bellezza. Ti voglio bene nonno. Anch’io piccolina.

Antimo Palumbo 

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Viavai Dicembre 2009

E’ successo finalmente. A distanza di più di sette mesi,  da quella domenica pomeriggio del 29 Marzo (quando spinta dal vento e caduta , dopo che l’incuria e l’abbandono dei proprietari,  insieme al danneggiamento del suo apparato radicale per dei lavori eseguiti alla sua base l’avevano profondamente minata alle radici) la Quercia del Quadraro è tornata a riacquistare la sua posizione verticale. Verrebbe da dire è tornata in piedi. Ma noi sappiamo che gli alberi non hanno piedi ma radici, però lo diciamo lo stesso per comprenderci meglio.. Mercoledì 11 Novembre in una splendida giornata assolata, nel giorno di San Martino e della sua estate, la Farnia (Quercus peduncolata) di Via Jovenci al Quadraro, una quercia con una età stimata intorno ai 400 anni di età e con una circonferenza del tronco di 410 centimetri a petto d’uomo che l’attesta come la Farnia più grande del Lazio è stata risollevata con un intervento complesso avvenuto in due tempi (tutta l’operazione è stata eseguita  dalla Ditta Eurogarden di Roma  e sotto la supervisione dei suoi proprietari Stefano e Giancarlo Ceccarelli e del direttore dei lavori Pietro). Visto l’enorme peso del patriarca vegetale che è arrivato ad un massimo di 360 quintali si è dovuti ricorrere dopo i tentativi falliti in mattinata ad una gru più potente e nel pomeriggio dopo un lavoro effettuato intorno alla zolla con una escavatrice si è riusciti a risollevarla e a riposizionarla nella sua posizione iniziale. All’indescrivibile emozione provata nel vederla di nuovo puntare il suo tronco verso il cielo blu  è seguita la parte successiva delle operazione dei lavori : intanto  una grande aggiunta di terra buona ( terriccio e stallatico) intorno alla zolla alla quale sono stati aggiunti degli  ormoni radicanti nei  giorni successivi ed immediatamente l’inizio dei lavori di messa in sicurezza dell’albero con dei tutori di ferro realizzati apposta messi a piramide intorno al tronco, con un quadrato saldato,  che così impedisce , nel caso di forti venti o tempesta, alla Quercia di spostarsi. Un’operazione che ha coinvolto diversi operai e che  avvenuta in più giorni (soltanto la gru è rimasta sul posto tenendo la Quercia per due giorni). Sabato 21 Novembre invece ancora una volta in una giornata bagnata dal sole si è svolta la festa ,proprio sotto la Quercia, aperta a tutti i cittadini e agli abitanti del Quadraro  per ringraziare tutte le persone, un vero e proprio team della Quercia,  che con il loro contributo hanno permesso il risollevamento di un albero storico e simbolo  non solo di un quartiere ma dell’intera città, alla quale hanno partecipato l’Assessore all’Ambiente della Regione Lazio Filiberto Zaratti, il presidente del VI Municipio Gianmarco Palmieri, il delegato all’Ambiente del VI Municipio Fabio Piattoni. Intervallati da letture di poesie dedicate agli alberi ci sono stati poi gli interventi di  Angelo Panetta responsabile del Servizio Giardini del VI Municipio, Luciana Marinangeli dell’Associazione l’Alberata, di Carlo Consiglio, dei ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia che sulla Quercia del Quadraro e il comitato per la sua difesa hanno realizzato un documentario. Ad allietare la festa c’è stato poi il  contribuito di un  rustico ristoro con barbecue (bruschetta e salsiccia) e dolcetti (realizzato grazie all’opera volontaria sia in termini di lavoro organizzativo  che economico)   dai partecipanti al Comitato per la difesa per la quercia del Quadraro (un ringraziamento speciale va a Sergione del Quadraro sempre attivo e presente in tutti questi mesi). Adesso , come per un paziente in convalescenza dopo un’operazione importante,  bisognerà aspettare per la prossima primavera i segnali di ripresa della Quercia (le percentuali di attecchimento variano a secondo di chi emette la diagnosi, in questi mesi si son sentiti tanti numeri,  e spesso nella realtà succedono cose e fenomeni imprevedibili). Il lavoro del Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro non è comunque ancora concluso. Sarà necessario vigilare nei prossimi mesi affinché la Quercia venga controllata periodicamente (l’impianto di irrigazione messo in estate continuerà a funzionare) e mai come in questo momento la Quercia, che ricordo è un essere vegetale fatto come noi di cellule (cellule vegetali però che a differenza delle nostre cellule contengono una parete cellulare fatta di lignina e cellulosa) e che può vivere per centinaia di anni (acquisendo così saggezza e maestà),  ha bisogno del nostro supporto. Un supporto non solo pratico e scientifico ma anche energetico e spirituale. Come succede con le persone,  se la quercia riuscirà a sentire che per noi è importante, che noi confidiamo nella sua presenza e che ci piacerebbe tornarla a vivere (come non è stato in tutti questi ultimi anni) e a vederla vivere ci sarà una maggiore possibilità affinché la quercia del Quadraro oltre che a continuare ad  essere un simbolo fatto di legno e grandezza possa continuare ad esserlo nel rigoglio vegetativo di rami, foglie e  ghiande.

Antimo Palumbo     

img_2591Viavai Gennaio 2008

Fa piacere quando si vedono realizzate , in tutto o in parte, (spesso casualmente o profeticamente…)  le attenzioni e le richieste proposte su Viavai  in questi articoli dedicati alla cura, al rispetto degli alberi e alla promozione della loro cultura. Abbiamo notato nei mesi scorsi l’intervento di potatura sul  pioppo bianco di Via De Dominicis  (articolo di Ottobre 2007 “ Il pioppo bianco del cavolo ucciso due volte”) un intervento un tantino radicale ( per la serie : poco personale, ovvero pochi soldi per andare dal barbiere e quindi capelli lunghi e incolti e quando intervengo lo faccio con un taglio “a zero” così il prossimo lo posso rifare tra due anni) ma pur sempre un intervento rispetto al degrado e all’abbandono totale di qualche tempo fa. Una bella notizia e positiva (annunciata due giorni dopo che avevo scritto l’articolo del numero scorso “Vedrete l’ontano lontano) invece quella che proviene dall’Eur dove per far posto alla “Nuvola di Fuksas”  era necessario rimuovere 140 alberi (Tilia cordata e Platanus orientalis) dall’età di cinquant’anni e tutti in ottima salute. E piuttosto che tagliarli e ripiantumarne piccoli come succede secondo la “pratica standard” dei lavori in città  ( è quello che è successo per esempio per i lavori della Linea C della Metro) la Società Eur Spa ha deciso di spendere dei soldi, tanti,   per trapiantare i 140 alberi da Viale Europa  nei due parchi nelle immediate vicinanze : il Parco Campanile sito in Via Achille Campanile (zona Cecchignola); e il  Parco dei Cedri Via Maestrini (zona Spinaceto). Questo intervento non improvvisato è frutto  della  tecnologia e alla professionalità della società Grandi Trapianti di Milano ( per questo un intervento costoso , ma come scrivevo nell’articolo di Dicembre perché il Comune non investe in questo senso acquistando macchine e tecnologie?)  che ha realizzato il complicato trapianto  con l’intervento con due macchine Opitz, uniche in Europa in grado di poter spostare in modo autonomo piante di queste importanti dimensioni, inoltre garantendo per tre anni la manutenzione e la cura affinché l’attecchimento e la crescita siano tenute costantemente sotto controllo. Le macchine da trapianto di alberi  dall’azienda Opitz- Optimal sono prodotte in Germania. e  consentono in unica “soluzione” (cioè con una sola macchina e nello stesso tempo) di effettuare la zollattura (preservazione del pane di terra che contiene l’apparato radicale) della pianta ed in sequenza l’espianto, il trasporto ed il reimpianto nel nuovo sito, evitando così i tempi lunghi fuori terra dell’apparto radicale e magari la rottura dello stesso limitando quindi danni e stress biologici ai soggetti arborei interessati dallo spostamento aumentandone il potenziale di riuscita dell’attecchimento della pianta.
Molti hanno criticato ( o criticheranno) questo intervento affermando che sia uno  “sperpero di soldi ” visto che “probabilmente “ una percentuale di questi alberi  non attecchirà,  ma provarci, lavorarci, creare dei precedenti per salvare grandi alberi (dal valore ecologico inestimabile, sappiamo che ciò che riguarda la quantità di ossigeno per rimpiazzare un albero dal tronco di 77 centimetri ce ne vorrebbero 70 piccoli dal tronco di 10 centimetri)  con una manutenzione e una tecnologia sperimentata, ed esistente in tutto il mondo,  significa iniziare a tracciare un nuovo corso per la  storia degli alberi di Roma. Tornando  invece agli “ strani argomenti”  ( straniare per sorridere e riflettere) che riguardano gli  alberi che ci vivono accanto in città . Segnaliamo la scoperta (avvenuta con stupore e meraviglia)  dell’ albero delle bottiglie che si trova  in via del Pergolato 69 presso il Circolo Bocciofilo Sales e sede del  Comitato di Quartiere Alessandrino. Un piccolo Prunus, innestato,  dai bianchi fiori e  deliziose prugne a maturazione,  che porta all’estremità dei suoi  lunghi rami penduli (di un brillante marrone e già ricchi di gemme) tanti piccole bottiglie di plastica riempite a metà di un liquido colorato. Una pratica abbastanza diffusa nelle campagne ( per far mantenere all’albero un aspetto pendulo) ma arricchita dalla creatività geniale   ( gli aranci servono per fare le aranciate, in questo caso l’aranciata “è gia pronta”sull’albero)  e dalla brillantezza dei colori del liquido, una decorazione che non danneggia l’albero  e rallegra la vista  e l’anima. Diversi sono gli alberi che normalmente vengono chiamati albero bottiglia. Ricordiamo il Baobab (Adansonia digitata), la Chorisia speciosa ( l’esemplare che si trova al Semenzaio si S.Sisto è uno degli alberi più belli di Roma) il Brachychiton populneus e questo per la particolarità dei loro tronchi di riempirsi d’acqua e assumere un atteggiamento a bottiglia . In questo periodo è quasi impossibile scoprire nuovi generi di alberi ( anche se ultimamente è successo con  la Wollemia nobilis) ma passando per via del Pergolato potrete credere di averne scoperto uno nuovo , unico e originale in tutta la città (un albero  che non si riproduce per seme…) l’albero delle bottiglie.

Antimo Palumbo

albero-con-radici

Viavai Dicembre 2007

 

Mi piace giocare con la parole, in modo semplice per straniare. Straniare vuol dire uscire per un attimo dalla “normalità” che così sembra per tutti ( il tiro al piccione o il fatto di correre i 400 metri nudi in uno stadio sono state cose “normali” in periodi storici differenti) per pensare a nuove  soluzioni creative  per il periodo nel quale si vive . Il titolo di questo articolo è un gioco di parole : la stessa parola ripetuta separata da un apostrofo. Cerchiamo di capirne di più.  All’interno del complesso dei campi sportivi del Savio in via Teano vive da diversi anni (40-50? Chissà?) un albero di ontano, più esattamente Alnus cordata   l’ontano napoletano. ( così sembrerebbe dal mio riconoscimento …da profano)   Un albero storico e antico, Al-nus deriva da “vicino all’acqua”  per la caratteristica che lo contraddistingue : quella di crescere vicino ai corsi d’acqua e su terreni poveri. Con il suo legno (rosso sangue quando viene tagliato) sono state fatte le fondamenta del ponte di  Rialto a Venezia. Come ha fatto un ontano napoletano a finire in Via Teano ( ci sono tutti gli elementi per una bella poesia)  è  argomento al quale non possiamo rispondere. Quello su cui ci preme invece stimolare la riflessione e l’attenzione è che tra pochi giorni ( molto probabilmente, quando il numero di Dicembre  sarà già uscito) non avremo più occasione di vedere da vicino una “pianta ‘si rara” ( finora è l’unico ontano censito nel VI Municipio, ma se ce ne sono altri fatecelo sapere) perché per i lavori della Metro C si  sta spostando l’impianto di calcio più avanti e questo albero insieme ad altri ( tra i quali dei Cupressus arizonica) saranno abbattuti. . Bellissima la nuova piantumazione di pioppi con due platani storici a fare da maestri e guardiani: sicuramente  un nuovo piccolo spazio verde in città.  Però a  questo punto sorge una domanda “normale”. Perché  il Comune ( o chi lavora per lui, in questo caso la Società della Metro C) non ha pensato a trovare il modo per salvare l’ontano? Come? Semplice : spiantarlo e ripiantarlo.  Ma la risposta che sembra essere arrivata è : “ ma che ci frega a noi di salvare l’ontano?” La memoria e la storia sono due ingredienti fondamentali per quel ciambellone chiamato civiltà, spesso però ho l’impressione che ci si riferisca ( nella polticia che riguarda la città) solo ad una memoria storica breve ( dal 1940 in poi). Quindi torniamo un pochettino indietro nel tempo : è il direttore del Servizio Giardini di Roma Alessandro Formilli che ( in una lettera del 10 Febbraio 1876) scrive rivolgendosi all’assessore Giovanni Angelici : “… mi prendo la libertà di proporgli l’acquisto di un carro da costruirsi espressamente per il trasporto di dette piante ed altri alberi che in seguito potranno servire per ornamento delle pubbliche passeggiate… e così dopo piantato un giardino se ne vedrebbe subito l’effetto senza dover attendere molti anni come si è fatto finora..” L’acquisto di questo mezzo , un carro rudimentale per (leggete bene) spostare gli alberi fu acquistato direttamente dalla Francia in data 21 Agosto 1876. E’ forse questa una memoria troppo antica? Ora i tempi sono cambiati e con la tecnologia si sono fatti passi da giganti. Esiste una società tedesca che produce macchine per trapiantare alberi ( sito www.granditrapianti.com) . Macchine costose certo, Anche fare una metropolitana costa però è un bene utile comune. E non sono forse anche gli alberi dei beni utili comuni? Domanda da “giocatore di parole” : perché il Comune di Roma piuttosto che propagandare la piantumazione di nuovi e piccoli alberelli  dal costo di 9 milioni di Euro non pensa (anche) ad investire ( come era gia successo alla fine dell’800) per salvare alberi grandi e belli che in occasione di lavori, calamità, e eventi particolari  rischiano di essere abbattutti e scomparire per sempre dalla nostra memoria ? Ai tempi di Alessandro Formilli avremmo ancora avuto la possibilità di usufruire di un bene verde comune ( adulto e in piena salute)  e non costretti per farlo a vedere l’ontano lontano.

Antimo Palumbo 

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