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Alberopoli

Roma da leggere Aprile 2013

“ Quanto sei bella Roma, quanto sei bella Roma a primavera, er Tevere te serve,  er Tevere te serve da cintura, San Pietro e er Campidojo da lettiera…” L’avete riconosciuto? E’ l’incipit della canzone romana “ Quanto sei bella Roma”  di  De Torres, Bonagura, Bixio , portata al successo nel 1959 nel film omonimo dal “reuccio de Roma ” Claudio Villa. Una citazione musicale che ci aiuta a sottolineare il tanto atteso arrivo della primavera romana.

Diversi sono i segni che ci permettono di essere sicuri nella nostra affermazione ( segni  che con la loro ciclicità rendono ogni anno in questo periodo bella, come appunto dice la canzone, la nostra città). Tra questi troviamo:  l’arrivo delle prime rondini ( o più precisamente rondoni) con i loro richiami garruli; un’aria tersa e frizzantina con un cielo azzurro macchiato da nuvole bianche screziate e allungate; le macchie di color rosa-purpureo  degli alberi di Giuda in fiore. Ed è proprio a questo albero il Cercis siliquastrum L . (chiamato comunemente albero di Giuda o Siliquastro) in questi giorni  al massimo della sua spettacolare fioritura che dedichiamo questa puntata di Alberopoli. Concentriamo la nostra attenzione in particolare sullo splendido esemplare  che si trova in via San Gregorio al Celio poco prima (venendo dal Circo Massimo) del portale d’ingresso monumentale del Palatino (un portale, smontato e rimontato nel luogo odierno, che si trovava precedentemente accanto alla via sacra nel Foro Romano e dava accesso agli antichi Horti Farnesiani). Per il suo portamento tortuoso e prostrato e la bellezza della sua fioritura carica e ricca, il Cercis siliquastrum L. del Palatino è sicuramente tra gli alberi più belli di Roma. Per toccarlo e vederlo da vicino bisogna entrare nel Palatino, ma si vede e si può fotografare benissimo anche dall’esterno sostando sul marciapiede accanto alla cancellata di ferro che lo divide dalla strada. Non conosciamo la sua età e quando sia stato piantato, ipotizziamo però (vista l’enorme  mole del suo tronco) sia successo molti anni fa (anche più di cento).

Il Cercis siliquastrum L. ha crescita moderatamente lenta, ama il sole e i terreni rocciosi e calcarei ( per questo si comporta come pianta pioniera) due ingredienti quest’ultimi che probabilmente hanno influenzato il portamento dell’esemplare del Palatino che, proprio perché ha trovato al di sotto del suo apparato radicale un materiale roccioso (resti di antiche costruzioni), è cresciuto in larghezza piuttosto che in altezza. Considerato una volta originario dell’Asia minore (oggi invece si pensa invece sia  autoctono) il Cercis siliquastrum L. appartiene alla famiglia delle Caesalpiniaceae, è  presente in tutta l’area mediterranea, dai Balcani all’Asia Minore e non cresce a quote superiori ai trecento metri. La leggenda vuole che quest’albero sia quello dove Giuda l’Iscariota si sarebbe impiccato dopo aver venduto Cristo per trenta denari, in realtà deve il suo nome comune a uno scarto di vocale che riguarda il suo areale di origine : la Giudea. Uno scarto di vocale  (tolta una “e” è così diventato di Giuda) facilitato dalle caratteristiche dei fiori dell’albero che secondo le diverse interpretazioni: sono color sangue, e rappresentano le lacrime di Cristo; da bianchi sono diventati rosa porpora per la vergogna di Giuda; fioriscono all’improvviso e quindi tradiscono come il suo eponimo; sono la ricompensa data all’albero dal Signore per aver dovuto sopportare questo gesto “inevitabile. Dobbiamo il nome del suo genere, Cercis,  a Linneo che lo riprese, dal termine greco kerkis (nave) poi trasferito in latino col significato di  ago, spola, per indicare la forma del suo frutto, un baccello membranoso piatto di 10-15 centimetri,  prima violaceo e poi bruno-rossastro a maturazione  che  persiste a lungo sulla pianta dopo la caduta delle foglie. Un frutto che sembrerebbe una siliqua mentre, come invece ci informa il nome della specie, non lo è (per questo siliquastrum). Una siliqua, infatti, si differenzia rispetto a un baccello per una diversa apertura al momento della deiscenza per il setto persistente membranoso detto replo sul quale  sono inseriti i suoi  semi.

Il Cercis siliquastrum L. veniva spesso usato in passato nelle alberate stradali per la bellezza della sua fioritura primaverile e per la capacità di sopportare molto bene l’inquinamento atmosferico. Ultimamente viene usato di meno per la tendenza del suo tronco (dalla corteccia nerastra, molto rugosa e con screpolature),  ad attorcigliarsi e per il fatto che le radici, profonde e diffuse, spesso reagiscono alla carenza di ossigeno del terreno andando  in superficie ad alterare i marciapiedi. I suoi fiori , bellissimi, dal colore roseo porporino, sbocciano prima delle foglie, sono ermafroditi (portati su glomeruli di 3 o 6 elementi dotati di peduncolo riuniti in corti racemi) e talvolta sbucano  direttamente sui rami (caratteristica che in botanica viene definita caulifloria). Si possono mangiare (magari non quelli di città per l’inquinamento da piombo) aggiungendoli all’insalata o friggendoli in padella o  anche conservare in salamoia o sottoaceto come i capperi. Le foglie  a inserzione alterna, sono a contorno subcircolare con base cuoriforme,verdi e scure nella pagina superiore chiare e glabre in quella inferiore e per questo facili da riconoscere. Proprio per la loro forma  cuoriforme  delle sue foglie il Cercis siliquastrum  in Spagna, è chiamato l’albero dell’Amore “El àrbol de l’amor” e  una leggenda spagnola vuole che baciarsi sotto i suoi rami in fiore porti fortuna in amore, e non è forse Roma il contrario di amor?

Antimo Palumbo

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Roma da leggere Marzo 2013

Venerdì 29 Marzo 2013 gli occhi di tutto il mondo saranno puntati su Roma per assistere alla sacra Via Crucis che papa Francesco celebrerà, per la sua prima volta, nella zona che va dal  Colosseo al Tempio di Venere. Una tradizione storica che risale ai tempi di papa Benedetto XIV Lambertini e alle predicazioni (con la presenza di folle oceaniche) del frate francescano Leonardo da Porto Maurizio. Fu, infatti,  grazie alle predicazioni spettacolari del frate (nella prima edizione  della Via Crucis al Colosseo scese a piedi nudi in processione con i suoi confratelli dal convento di San Bonaventura sul Palatino), poi proclamato santo da papa Pio IX, che Benedetto XIV, nell’Anno Santo del 1750, decise di erigere all’interno del Colosseo (per l’occasione consacrato alla passione di Cristo e al ricordo dei martiri) la sacra Via Crucis “capo e matrice di ogni Via crucis del mondo”, con quattordici cappelle indicanti le stazioni (disposte lungo gli spalti) e una grande croce innalzata al centro dell’arena. Cappelle e  croce che  furono rimosse nel 1874 (ma la croce venne ripristinata nel 1925), mentre la Via Crucis al Colosseo fu ripresa durante il pontificato di Paolo VI.

Partendo da questo evento di dimensioni internazionali ci piace concentrare oggi la nostra attenzione, in questo viaggio tra gli alberi della Capitale, su un arbusto ( può crescere però come piccolo albero anche fino a 7 metri di altezza) che si trova proprio di fronte al Colosseo ( a qualche centinaio di metri dal luogo dove si svolgerà la Via Crucis) e caratterizzato da rami contorti e tortuosi ricoperti di spine, verdi, grandi e pungenti lunghe anche più di cinque centimetri (come quelle utilizzate per realizzare la corona di Cristo , che però fu intrecciata, diverse sono le leggende a proposito, con i rami di altri alberi o arbusti, solitamente quelli con la dizione spina-christi) che in questi  giorni ci sta deliziando con l’apertura  dei suoi fiori bianchi e leggermente profumati: il  Poncirus trifoliata (L.) Raf. (che oggi più correttamente dovrebbe chiamarsi con il primo nome messo da Linneo, ovvero Citrus trifoliata L.)  chiamato nel linguaggio comune Pònciro ( con l’accento sulla prima o) o Arancio trifogliato. Per trovare i cinque esemplari di Arancio trifogliato in fiore dovete recarvi all’ingresso principale del Parco del Colle Oppio. Guardando il Colosseo, seguite il marciapiede della strada leggermente in salita che si chiama  via Nicola Salvi. Costeggiate la cancellata di ferro, fino ad arrivare a delle scalette in mattoncini che portano all’interno del parco, percorretele e sulla vostra destra incontrerete i Pònciri in fiore. Piantati successivamente alla sistemazione del Parco, realizzata nel 1928-32 dall’architetto Raffaele De Vico, (non sappiamo esattamente in che anno) li potrete riconoscere immediatamente dalla macchia di colore bianco fatta da candide corolle in risalto su uno sfondo verde brillante, composto invece dai rami e dalle prime foglie che iniziano a fare la loro comparsa (dopo i fiori), foglie alterne che (come ci indica il nome della specie) sono trifoliate, ovvero composte da tre foglioline. Originario delle province cinesi del nord, vicino all’Himalaya,  e dalla Corea,  il Poncirus trifoliata (L.) Raf., conosciuto in inglese come Chinese Bitter Orange o Hardy Orange, appartiene alla Famiglia delle Rutaceae , la stessa di tutti gli agrumi, e si differenzia da questi ultimi per essere l’unico agrume spogliante (anche se i suoi rami verdi e spinosi d’inverno lo fanno sembrare un sempreverde) e per suoi fiori dai petali bianchi ( e stami rosa) leggermente più grandi degli altri agrumi e dall’odore meno intenso. Per le sue doti di grande resistenza alle basse temperature (anche -20° sotto lo zero) viene utilizzato come portainnesto rustico (ma anche con fini nanizzanti) per diversi agrumi e agrumi ibridi. Incrociato con l’Arancio dolce Citrus sinensis Osbeck ha prodotto il Citrange e con il Pompelmo Citrus paradisi Macfad. il Citrumelo. Particolari  sono i suoi frutti,  piccoli e con la buccia leggermente pelosa, verdi per un lungo periodo dell’anno ma poi gialli a maturazione. Frutti che hanno poca polpa e sono pieni  di semi, per questo non sono edibili, ma vengono utilizzati per la preparazione (prevalentemente con la buccia) di marmellate e liquori e spezie. Il Poncirus trifoliata (L.) Raf. già conosciuto da Linneo (che nella seconda edizione del suo Species Plantarum del 1763 l’aveva chiamato Citrus trifoliata L.) e attraverso una modifica avvenuta nel 1829 nel nome della specie dal botanico francese René Louiche Desfontaines (che invece l’aveva chiamato Citrus triptera Desf.) deve il suo nome attuale al botanico americano Constantine Samuel Rafinesque-Schmaltz che 1838 nel suo “Sylva Telluriana. Mantis Synopt. New genera and species of trees and shrubs of North America” comprendendo che si trattava di un genere diverso ne spostò il nome da Citrus a Poncirus facendolo derivare dal termine francese poncire una contrazione di “ pomme de Syrie”  o  “ pomme de cire”.  Nonostante il suo libro fosse dedicato agli alberi e arbusti americani (e William Prince nel suo Catalogo di Piante americane del 1823 l’avesse già nominato) ci piace pensare che Rafinesque  abbia incontrato per la prima volta il Poncirus trifoliata e avuto la possibilità di studiarlo da vicino  in qualche giardino verde e assolato di Palermo, città nella quale visse, dal 1805 a 1815,  i momenti più caldi della sua gioventù, densi , come il Pònciro, di  fiori e spine.

Antimo Palumbo

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Racconto breve distribuito gratuitamente ai partecipanti  della “Festa dell’albero” organizzata a Roma al Parco del Pineto Domenica 20 Novembre 2016.

1.

Per tutti questi anni i miei occhi hanno contemplato le scene mutevoli dell’autunno. Ho parlato a sufficienza del chiaro di luna. Non mi domandate più niente. Prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“. Poche parole e sagge, tratte dal poema di Ryo Nan, parole che hanno accompagnato la veglia funebre della grande scrittrice Marguerite Yourcenar. Prestate attenzione alle voci dei pini questo è il consiglio che ci viene impartito dalla religiosa buddista del secolo scorso e noi lo facciamo. E chissà com’era la voce di disperazione e addio del pino che ieri è caduto a Roma in Piazza Trento spazzato via dal vento impetuoso di un temporale. Un Pino, un albero fascista, fascista perché preferito nella retorica di propaganda mussoliniana agli altri alberi per le sue origini romane, lui stesso Benito Mussolini  piantò all’E.U.R. il primo pino, pino propiziatore. Pini che nel 1932 furono messi a dimora  nella via dei fasti romani, quella che una volta chiamata via dell’Impero fu poi ribattezzata Via dei Fori imperiali, la via della parata militare del 2 Giugno che ha visto passare sfilate e plotoni di centinaia di migliaia di soldati , mezzi di guerra, missili, obici, crocerossine,  dagli anni trenta ad oggi. Soldati e mezzi bellici che dall’alto delle loro chiome sempreverdi i diversi pini presenti nella via hanno sempre guardato con aria schifiltosa perché il pino come tutti gli alberi va contro la guerra, un albero infatti come ci ricorda il poema di Ryo Nan  è un grande contenitore di energia pacifica, ombra, silenzio. Ma cos’ è un albero ? Un albero è un essere vegetale fatto, come noi,  di cellule viventi e respiranti che si differenziano dalla cellule animali per essere rivestite da parete cellulare composta da lignina e cellulosa che gli conferisce resistenza elasticità e forza nonché durata nel tempo e, per questo motivo, un albero continua, a differenza di noi  umani, a vivere come legno anche una volta morto. L’albero quindi è un essere vegetale, e potremmo definirla una pianta superiore, visto che grazie al suo tronco composto da un corpo che noi da secoli abbiamo sempre chiamato legno riesce ad elevarsi anche a centinaia di metri di altezza, come la Sequoia o l’Eucalipto. E il legno del pino , ma anche le sue foglie modificate degli aghi portati a ciuffi di due, sono ricche di resina,  un liquido denso e incolore che scorre in appositi canali, chiamati canali resiniferi, canali paragonabili a dei cappotti, o meglio a dei piumoni, che permettono a questo albero di sopravvivere alla rigidità dell’inverno. E’ un albero antico il pino, antico per la cultura romana e poi quella italiana. La leggenda vuole che sia stato importato dagli antichi romani dal medio oriente per realizzare con il suo legno le loro  navi e con la sua resina trasformata e cotta in nera pece la calafatura con la quale impermeabilizzavano il  legno in modo che potesse  rimanere in acqua salata senza marcire o subire l’attacco delle teredini per anni. Anche se ricerche effettuate da paleontologi su pollini fossili dicono che in alcune aree del mediterraneo come la Pineta del Tombolo il pino era già presente come specie naturale.  E’ un albero il pino, in particolare nella specie Pinus pinea,  si dice pìnea con l’accento sulla i,  che caratterizza da sempre la storia della città eterna: Roma. Una città eterna  perché si pensa che dopo essere stata fondata da Romolo sulla cima del Palatino nel lontano 21 Aprile del 753 a.C.  continuerà a vivere in eterno sfoggiando giorno dopo giorno scorci ineguagliabili di bellezza e storia, scorci che senza la shilouette dei tronchi a placche , placche verticali rosso marroni ,  e delle chiome globose e sempreverdi dei pini non avrebbe senso e lo stesso effetto. E sono proprio le placche nella quali la sua rude e liscia corteccia si sfalda , le sue placche verticali rosso e marroni  che lo differenziano insieme al portamento dei rami assurgenti, cioè portati a gomito, dall’altro pino con il quale si confonde il Pinus pinaster o pinastro quello che tutti chiamano pino marittimo che invece porta rami orizzontali e con placche quadrate. Pino  marittimo che deve il suo nome comune  al fatto che avendo questo portamento orizzontale delle sue branche di rami, il vento ci passa in mezzo la chioma si fa attraversare e quindi riesce a vivere vicino alle dune sabbiose battute dai venti marini. Il pino romano invece, chiamato anche pino ad ombrella per la forma ad ombrello della sua chioma verde e a globo oppone una maggiore resistenza al vento e piuttosto che farlo passare attraverso i suoi rami lo fa scivolare attorno alla sua chioma che compatta resiste come se fosse un cono gelato. Un cono gelato verde che svetta nell’alto del cielo azzurro provocando emozioni e bellezza. La tecnica di resistenza all’azione dei venti sono legate alle tecniche di sopravvivenza che caratterizzano il destino di un albero, un destino che si basa su due principi essenziali, il primo:  l’albero è un’insieme di corpi di menti di braccia, un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme mentre un uomo è un solo individuo. Per comprendere meglio quello che sto dicendo uso un’immagine storica. Maximilien de Robespierre smise di pensare ed elaborare pensieri ed immagini così come il suo cuore smise di pompare sangue per nutrire il suo corpo quella mattina del 1794 quando la sua testa (già sufficientemente massacrata da un colpo di pistola che gli aveva fracassato la mascella) si trovò a fare i conti con le lame taglienti della ghigliottina che in un attimo gli staccarono la testa. E ad un uomo quando gli si stacca la testa non esiste più nelle sue funzioni vitali : noi diciamo che è morto. Mentre a un albero quando si taglia o gli staccano i rami o gli si taglia di netto il tronco (un operazione chiamata capitozzatura che negli ultimi anni anche dalla autorevole società italiana di arboricultura viene aspramente condannata) lui può continuare a vivere. Non però per il pino  e lo vedremo tra poco che  infatti se tagliato nel tronco come l’odiato Robespierre non ricaccia e muore per sempre. E un albero a differenza di un politico francese, italiano o perché no portoghese non è portatore di ideologia odio, e terrore ma portatore di ombra bellezza e ossigeno.

2.

Eccoci di nuovo. Parlavamo del destino di un albero e della sua capacità di sopravvivere all’azione delle condizioni ambientali e meteorologiche avverse. Se il primo principio essenziale dice che un albero è sempre un insieme di individui che convivono insieme, il secondo ci informa che, ed è cosa apparentemente ovvia, che l’albero affronta il suo destino rimanendo fermo. Un albero non si muove mai. Un albero a differenza di quello che dice  Gesù nel Vangelo di Marco non cammina (si tratta però in questo caso di una parabola metaforica). Gli alberi non camminano, rimangono fermi e nonostante a qualche umano sia venuta in mente l’idea di costruire una specie di macchina-cavatappi che prima solleva gli alberi, poi  li ricarica su un camion e poi li ripianta (un’operazione che viene chiamata trapianto di grandi alberi) quando questo succede le possibilità che un albero possa di nuovo attecchire sono veramente poche. Perché? Semplice, perché gli alberi sono tutti esseri che vivono con la testa all’ingiù, anche il pino nonostante sembrerebbe che il centro del suo essere possa essere la sua grande chioma verde addobbata come un albero di Natale naturale con piccole, splendide e dal disegno  geometrico pigne. Pigna o pina il cui nome botanico corretto è strobilo. Una magica costruzione della natura fatta di scaglie che proteggono nudi semi, dal disegno a spirale al quale si è ispirato Michelangelo per la realizzazione del piazzale del Campidoglio a Roma, nel quale possiamo leggere le semplici legge dell’accrescimento della natura, una legge studiata dal nostro Leonardo Fibonacci e chiamata anche la legge della sezione aurea,  quel 0,618 che si ripete caratterizzando le proporzioni di una conchiglia, di un tempio greco e perché no anche della crescita della chierica dei nostri capelli. Un albero quindi vive con la testa all’ingiù e con un sistema neurosensoriale, presente nel suo apparato radicale che gli permette di sondare il terreno e andarsi a prendere acqua e nutrienti salini necessari per la sua crescita  ma anche di capire che  cosa si trova nel terreno, se ci sono veleni se ci sono attacchi di funghi (in quest’ultimo caso si stabiliscono alleanze produttive che vengono chiamate micorizze) o entrare in contatto con altri alberi e attraverso un doppio processo che scientificamente viene chiamato allelopatia e allelobiosi stabilire alleanze positive o negative con gli esseri  vicini che abitano e vivono nello stesso terreno.

3.

Abbiamo visto i due principi essenziali che riguardano la vita di un albero. Vediamo ora le fasi  quattro che riguardano la sua vita. La prima. Da semplice seme , nel caso nel Pinus pinea un pinolo , un indurimento legnoso avvolge il seme, quel seme molto apprezzato nella cucina italiana, sia nei dolci che nel pesto, non ci sarebbe pesto genovese senza pinoli. Un seme che ha caratterizzato la storia della nostra Italia, in particolare in Toscana, producendo lavoro ed economia nella sua raccolta e poi pulizia e vendita, e che il suo nome comune pinocchio  ha poi  portato al titolo del più grande romanzo per bambini di sempre Pinocchio di Carlo Collodi, un barattino di legno il cui naso diventa lungo proprio come l’endocarpo (così si chiama il rivestimento legnoso) del pinolo. La seconda una volta che il seme passa la fase di dormienza e attecchisce in terra si creano le prime radici che vanno ad esplorare il terreno e scoprono chi saranno nei prossimi anni i suoi alleati e nemici e allo stesso tempo mette le prime foglioline e inizia a creare e a metabolizzare energia attraverso la fotosintesi clorofilliana, il meccanismo magico delle piante che ha permesso la vita sulla Terra, grazie al quale l’energia del sole viene trasformata in zuccheri. L’anidride carbonica presente nell’atmosfera viene catturata e grazie al suo scarto prezioso ovvero l’ossigeno è possibile vivere in questo pianeta (l’unico con una vita nel pianeta solare) che noi abbiamo chiamato Terra. Repetita iuvant : senza piante  e senza alberi la vita sulla Terra sarebbe impossibile. Eccoci quindi a parlare della terza fase. Una volta ben radicato e con le foglioline che iniziano a moltiplicarsi inizia la crescita dell’albero. Il tronco cresce e l’albero inizia ad andare verso l’alto per catturare la luce, (nella competizione tra gli alberi, magari in una jungla, vince che prende la luce del sole) le foglie si distendono, nel caso di pino foglie modificate degli aghi che permettono così all’albero di resistere nella sua crescita ai due principali nemici : il freddo (un pino può resistere anche a meno 30 gradi sotto lo zero) e il caldo che visto che le foglie traspirano acqua e vapore ( è questo un processo che si chiama evapotraspirazione che fa sì che luoghi dove ci siano più alberi ci sia anche più acqua e vapore, un fenomeno  questo spesso invisibile a più che spiega perché d’estate gli alberi siano fondamentali a ridurre le alte temperature e le isole di calore nelle grandi città) e che un clima particolarmente arido potrebbe portare attraverso la disidratazione alla morte dell’albero. Una volta che l’albero diventa stabilità attraverso un tronco che lo porta ad andare verso l’altro ma allo stesso tempo a crescere in larghezza producendo legno e un apparato radicale che scambia informazioni e si nutre con un terreno vivo, iniziamo a parlare della quarta parte che riguarda le fasi della vita di un albero, quella che riguarda la maturità  e nella quale l’albero deve far i conti con la sua riproduzione. Il pino, albero considerato da Plinio il vecchio  albero perfetto perché una volta entrato nella sua fase di produzione non smette più di produrre pigne, ci mette  tre anni per produrre una pigna, un processo nel quale grazie ai semi prodotti dalle pigne l’albero potrà continuare a vivere nelle generazioni future, un processo lo stesso che noi umani compiamo da sempre con i figli e più se ne fanno,  Santa Caterina da Siena era la ventiquattresima figlia,  e maggiori saranno le percentuali di sopravvivere della nostra specie. La quinte e ultima fase è invece quella della  senescenza , una fase che nel caso del pino può durare anche qualche secolo, un Pinus pinea può infatti  vivere anche fino a 200 anni. . E’ nella fase di senescenza che  avvengono gli schianti,  la carie, gli attacchi dei funghi, gli eventi atmosferici  venti, tempeste fulmini , l’uomo con la sua motosega. E questi eventi  possono, da soli o in sinergia innestando delle concause, uccidere l’albero e riconsegnarlo alla terra alla nella quale riporta  la  sua componente chimica principale : l’azoto, senza il quale non ci sarebbe vita sulla terra. L’azoto, la benzina delle piante, il costituente fondamentale delle molecole organiche presente nel 78% dell’atmosfera terrestre. Prima però grazie ai numerosi semi prodotti l’albero sarà già riuscito a riprodursi e a mandare avanti la sua specie.

4.

Vi ricordate : “prestate ascolto alle voci dei pini e dei cedri quando il vento tace“? Le parole della saggia Ryo Nan. Il pino e la sua voce.  Pinus pinea, pino da pinoli, pino italico questi i suoi nomi comuni.  Abbiamo visto come funziona un albero e quali sono le sue fasi, cerchiamo ora di scoprire qualcosa di più sul pino. Il Pino è una gimnosperma (Gimno come ginnastica ovvero derivato dal greco gymnos nudo, i ginnasti si chiamano così perché nel passato gareggiavano nudi, ma anche come non ricordare la mitica Gymnopedie di Erik Satie,  ve lo ricordate vero?) perché i suoi semi non sono avvolti da un frutto ma rimangono nudi avvolti da scaglie. Il pinolo non è infatti un frutto ma un seme nudo rivestito da un rivestimento legnoso. Come tutte le gymnosperme il pino è un albero che nella storia dell’evoluzione delle piante, dalle alghe acquatiche fino alle più sofisticate orchidee,  si trova in una fase abbastanza primitiva. I suoi meccanismi di crescita, resistenza agli adattamenti dell’ambiente e riproduzione sono relativamente più semplici rispetto agli altri alberi.  E quindi anche se un albero è sempre un insieme di esseri, ve lo ricordate?  Un pino non ha  e non produce  nel suo tronco gemme avventizie o latenti. Cos’è una gemma latente? E’ quel nodo importante pieno zeppo di cellule meristematiche, cellule simili alle nostre cellule staminali, che possono produrre in caso di necessità, quando un animale lo mangia o quando un uomo lo taglia per esempio, nuove cellule e nuova crescita. Un Pino quindi quando viene tagliato nel tronco non ha possibilità di rinascere ed è morto per sempre. Una specificità questa che conoscono bene i forestali che differenziano le foreste (la maggior parte delle quali in Italia sono artificiali ovvero create dall’uomo per produrre legno) in due tipi:  le fustaie quelle create appunto con pini, che si tagliano a scadenza di anni ;  e i cedui creati con alberi (faggi, querce, carpini e tanti altri) che sono dotati delle cosiddette proprietà pollonifere ovvero ricacciano con getti prodotti da gemme latenti alla base. Il pino è quindi un albero antico, dal seme nudo che non ricaccia una volta che viene tagliato e tantomeno riparte con nuovi getti, i polloni, una volta caduto.

5.

 Ma perché cade un pino, perché il pino di Piazza Trento è caduto e ancora perché ultimamente c’è una sorta di paura e odio per i pini romani ? Pini romani che hanno ispirato una sinfonia ad Ottorino Respighi in quattro movimenti che si svolge creando atmosfere suggestive, movimenti che si svolgono attraverso i pini di Roma, del Gianicolo di villa Borghese, delle catacombe dell’Appia Antica. Pini romani che ancora hanno ispirato in tempi recenti una ben gettonata  nonché semplice canzone “ Notte prima degli esami”  del cantautore romano Antonello Venditti che nel su testo dice “ come i pini di Roma la vita non li spezza”. Insomma perché cade un pino?  Diversi sono i motivi per il quale un pino può cadere un’eventualità  questa che , spesso però noi umani tendiamo a dimenticare, porta alla morte dell’albero e perché un albero, un essere vivente assetato di vita,  dovrebbe volere la sua morte? Uno dei primi motivi è senz’altro il danneggiamento dell’apparato radicale. Il motivo per il quale il pino, sacro per i Romani ad Attis e Cibele e  portato a grande rispetto e fonte di meraviglia,  si deve principalmente alla sua magica e grandiosa crescita. Il pino cresce rapidamente in pochi anni e svetta in alto verso il cielo. E’ fantastico vedere da sotto le chiome verdi di un pino italico portate da ingegneristiche strutture di rami. E’ fantastico vedere, come nel grandioso pino di via Capodistria a Roma, la sua corsa elegante verso l’equilibrio e la stabilità che punta in alto verso il cielo. E’ questa grandiosità, questo equilibrio questa armonica ricerca della grazia il segreto della sua meraviglia e della sua  bellezza che negli anni ha ispirato poeti, musicisti, pittori :  i pini sono tra gli alberi più belli del creato, lo sanno bene gli americani che vengono a Roma e rimangono conquistati dal loro fascino. Ma è sempre questa sua particolarità quella di crescere e diventare alto e svettare contro il cielo in così poco tempo che in questo nostro periodo caratterizzato dal sopravvento  dell’artificiale sul naturale hanno portato alla paura e all’odio del pino. Se un pino cade,o anche cade un suo ramo dall’alto (basta anche una semplice pigna , i pini periodicamente andrebbero spignati) produce sempre un bel botto, spesso dei danni e tutto questo spaventa . E allora perché cade un pino?  Quando si danneggia l’apparato radicale di un pino e gli si taglia una grande parte  delle sue radici (magari per dei lavori del gas come è successo a  Roma a via delle Medaglie d’oro) l’albero perde la sua stabilità  non riesce a tenere il suo precario equilibrio, e quindi spinto da forze esterne, vento o piogge abbondante che allentano  il terreno o magari la neve che ne appesantisce i suoi tronchi, l’ albero inizia a cedere e cade.

6.

A questo punto  penso sia giunto il momento di concludere :  in questi giorni sui pini di Roma si sta scatenando una battaglia mediatica.  I pini veri e proprie colonne del cielo alberi che con la loro elegante bellezza, alberi timidi (sono tra gli alberi che evitano di toccarsi tra loro, così spesso succede nelle pinete)  gli alberi che hanno ispirato i migliori paesaggi italiani e caratterizzato la cultura italiana ( il Pino di Posillipo a Napoli presente in numerose foto e illustrazioni accanto al Vesuvio, vissuto fino a 129 anni e poi abbattuto nel 1984 perché malato , ma al suo posto è stato piantato un nuovo pino; il Pino di Clelia Garibaldi che Giuseppe Garibaldi piantò nel 1867 a Caprera in occasione della nascita di  sua figlia Clelia  ed è ancora vivente o il pino solitario di Kaos sotto il quale  Luigi Pirandello volle che fossero sparse le sue ceneri  spezzato da una tromba d’aria nel 1997) stanno subendo un grave attacco nella nostra cultura. Molti pensano (in particolare amministratori poco accorti e sensibili alla conoscenza della nostra cultura) che i Pini in città debbano essere eliminati. Io non sono d’accordo e non sono il solo. Non rimane che salutarvi con questo famosa frase, tratta dai ben saggi indiani d’america, che diceva : ” gli alberi sono le colonne del cielo. Quando gli alberi saranno abbattuti, il cielo crollerà“.

E ora di tornare a casa. Pino, Pino ma dove ti sei cacciato?

Antimo Palumbo

 

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Roma da leggere Marzo 2013

In una traversa di via Nomentana, a destra uscendo da Roma e subito dopo Villa Torlonia, c’è Via Antonio Bosio, una piccola strada dedicata al grande archeologo del seicento, primo a scoprire la vasta rete sommersa delle catacombe romane. Qui, in un piccolo giardinetto condominiale, di fronte a un palazzo elegante, costruito nel 1923 per una Cooperativa per impiegati dello Stato, si trova l’albero del quale ci occupiamo oggi: un Cedrus deodara (Roxb. ex D.Don.) G.Don. dal portamento fiero e imponente che, per lo splendido disegno dell’impalcatura dei suoi rami, orizzontali e leggermente cadenti, è uno dei più belli, non solo per ciò che riguarda la specie, ma in assoluto della nostra città. Albero poco toccato dai “ferri umani” (vedi potature con seghe e motoseghe), con tanta terra in cui crescere e amato da tutti gli abitanti della zona (per l’ombra e l’ossigeno che ogni giorno dispensa, grazie ai suoi aghi lunghi e poco pungenti, raccolti a ciuffetti in corti brachiblasti)il Cedro di via Bosio può considerarsi a tutti gli effetti un albero felice. Via Antonio Bosio è entrata nella storia della nostra città per aver ospitato la casa teatro (che oggi ospita l’Istituto di Studi Pirandelliani al numero 13/B) dove visse Luigi Pirandello fino alla sua morte che avvenne il 10 dicembre del 1936. Noi sappiamo che il grande drammaturgo siciliano, insignito del Premio Nobel nel 1934, aveva una grande passione e considerazione per gli alberi. In un breve racconto intitolato “Alberi cittadini” uscito il 4 marzo 1900 sulla raccolta Il Marzocco scriveva : “ Che noia dev’esser la vostra, poveri alberi appajati in fila lungo i viali della città e anche talvolta lungo le vie lastricate, di qua e di là su i marciapiedi, o sorgenti solitari fra piante nane dentro qualche vasto atrio silenzioso d’antico palazzo o in qualche cortile! Ne conosco alcuni, in fondo a una delle vie più larghe e più popolate di Roma, che fan veramente pietà. Son venuti su miseri e squallidi, ed han quasi un’aria smarrita, paurosa, come se chiedessero che stieno a farci lì, fra tanta gente affaccendata, in mezzo al fragoroso tramestio della vita cittadina. Con che mesta meraviglia, i poveretti, si vedon rispecchiati nelle splendide vetrine delle botteghe! E par che loro stessi si commiserino, scotendo lentamente i rami a qualche soffio di vento.” Alberi infelici quindi e “alberi in esilio” perché separati dalla natìa campagna fatta di terra buona e fertile nella quale poter vivere bene. Nonostante Pirandello conducesse una vita ritirata “di mattina usciva solo quando aveva scuola al Magistero, tre volte la settimana. Verso sera arrivava fino all’edicola più vicina, a comprare i giornali. Il resto della giornata egli amava trascorrerlo nella casa silenziosa, affacciata allora su una strada suburbana, con davanti il respiro ampio della campagna” ci piace quindi pensare che il grande scrittore italiano, negli ultimi anni della sua vita, nelle sue passeggiate quotidiane tra la sua casa e via Nomentana abbia potuto vedere il nostro Cedro felice ancora piccolo, crescere anno dopo anno ( il Cedrus deodara dopo una fase giovanile più lenta ha una crescita in altezza molto rapida, anche un metro e mezzo l’anno) con le nuove formazioni di gemme, palchi di rami e aghi balsamici e profumati. Un albero felice che ho avuto la fortuna di toccare ( e abbracciare, si lo ammetto, anch’io sono un Tree-hugger) grazie alla gentile disponibilità di Bruno Bertolini ( biologo e Professore Ordinario anatomia comparata e citologia presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo dell’Università di Roma La Sapienza) che abita da quelle parti e con il quale, insieme, abbiamo misurato il suo tronco: circonferenza ad altezza d’uomo, 225 centimetri. Conifera sempreverde, molto utilizzata nei giardini italiani (anche con diverse cultivar dal portamento “pendulo” o dal colore “glauco” ) il Cedrus deodara è chiamato anche Cedro dell’Himalaya perché originario del versante meridionale dell’Himalaya occidentale, dove cresce tra i 1200 metri e 3500 metri di altezza. Importato per la prima volta in Italia nel 1828 all’Orto botanico di Padova, deriva il nome del genere dal greco kedros, da keo, colare,per la particolarità di essere ricco di resina (presente in cellule resinifere). I greci comunque non lo conoscevano, mentre con il termine chèdrus designavano gli alberi resinosi quali il ginepro o la Thuja ( dalla stessa radice deriva il nome dell’ agrume Cedro, Citrus medica L. piccolo albero che produce i tipici frutti “allungati e bitorzoluti” che si usano per fare la cedrata). Il nome della specie deriva invece dai termini sanscriti deva (deità) e dara (legno), quindi “legno sacro” per l’uso che se ne faceva nel passato per l’edificazione di tempi sacri. E’ il più alto di tutti i cedri e può arrivare anche fino a 50 metri di altezza. Per il suo portamento elegante e piramidale è considerato dal punto di vista ornamentale uno degli alberi da giardino più pregiati. A questo punto non ci rimane altro che invitarvi a visitare il Cedro felice di via Bosio in modo che possiate scoprirne da vicino la sua straordinaria bellezza.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Marzo 2013

Questa puntata di Alberopoli sarà al fulmicotone. E’, quest’ultima, un’ espressione che avete sentito tante volte; però proprio adesso non sapete, o vi ricordate, il suo significato? Ebbene, vi aiutiamo subito, svelandone il suo significato: il fulmicotone o nitrato di cellulosa è un esplosivo scoperto, attraverso diversi esperimenti, a partire dal 1845, dal chimico tedesco Christian Friedrich Schönbein che, come internet ci informa, “ mescolò acido nitrico con acido solforico, creando un prodotto, chiamato miscela nitrante, lo fece reagire con la carta che risultò esplosiva. Dato che la carta in quel periodo era prodotta con fibre derivanti da stracci, Schönbein decise di partire dalle singole materie prime, fece reagire la sua miscela di acidi sul cotone e scoprì che colpendolo con un martello esplodeva ed a contatto con un filo rovente poteva essere incendiato. Schönbein aveva così scoperto Il cotone fulminante o fulmicotone, un esplosivo che derivando dalla nitrazione della cellulosa oggi viene comunemente chiamato nitrocellulosa.” Un articolo esplosivo, quindi, penserete? Tutt’altro, perché oggi parleremo di carta, cellulosa (come abbiamo visto, ingrediente principale del fulmicotone) e di una splendida e antica sughera centenaria che ha la particolarità di ospitare una piccola statua, illuminata anche di notte, della Vergine della Rivelazione. Ma andiamo con ordine. Come avete letto nel testo in corsivo sopra riportato, molti non sanno (o immaginano) che l’uso di utilizzare gli alberi e le loro fibre presenti nel legno (la lignina e la cellulosa) per fare la carta (i tre principali sono i Pioppi, gli Eucalipti e i Pinus radiata) è un’invenzione che risale al 1846, grazie all’apparecchio per la sfibratura messo a punto dal tedesco Heinrich Voelter. Fino ad allora per fare la carta si utilizzavano vari materiali: in Europa erano gli stracci (di lino, canapa e cotone) procacciati dagli “stracciaroli” (un lavoro onesto e ben remunerato allora) che mandavano avanti la crescente industria manifatturiera della carta ( costretta però a subire lunghi periodi di crisi durante le numerose epidemie, in particolare di peste, nelle quali si era costretti a bruciare i panni degli infettati). Prima ancora si erano utilizzati il papiro (dagli egiziani e poi dai romani che oltre al papiro utilizzavano anche la pergamena, fatta con pelle animale opportunamente trattata) e la corteccia del Gelso da carta, la Broussonetia papyrifera (L.) Vent. (in Cina) dalle fibre lunghe e resistenti opportunamente macerate e poi trattate. Agli inizi del ‘900 in Italia avere una riserva continua di materia prima per produrre la carta, ovvero la cellulosa (un polisaccaride, quindi un carboidrato – come quelli dei quali non bisogna esagerare se no il dietologo ci bacchetta – presente nella parete cellulare delle cellule vegetali) era risorsa fondamentale per mantenere stabili i prezzi dell’industria italiana dei giornali. Ed è proprio con questo scopo che il 13 giugno 1935 nasce l’Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta, un Ente che durerà anche dopo la guerra, fino al 1994, anno della sua liquidazione. La sua sede romana istituita nel 1953, il Centro di sperimentazione Agricola e Forestale di Roma (CSAF), dedicata allo studio, la divulgazione culturale e alla sperimentazione degli alberi da coltivare si trovava in località Casalotti, sulla via Boccea. Una parte di quest’area attraverso diversi passaggi (ma anche importanti battaglie ecologiche) è diventata nel 2006 “ Monumento Naturale Parco della Cellulosa”. All’interno di questo splendido monumento naturale è presente un Eucalipteto spettacolare, con Eucalipti, di diverse specie, alcuni dal tronco completamente bianco ed alti anche trenta metri (per questo sembra di essere in Australia)uno spazio che necessita di immediata valorizzazione, cura e salvaguardia. Ed è proprio nei pressi del parco che si trova l’albero al quale, come accennato in precedenza, oggi dedichiamo la nostra attenzione: una sughera, una Quercus suber L. che non ha mai subito la demaschiatura (la decortazione della corteccia con la quale si produce il sughero) dal tronco quindi molto grande e ricco di fellogeno suberoso. Un albero dalle dimensione notevoli (non le ho però misurate) più che centenario e probabilmente relitto di un’antica foresta o boschetto di sughere presenti nella zona nel passato che ha due strane particolarità. La prima è quella di trovarsi proprio in via della Cellulosa (quale nome migliore potrebbe esserci per una via che ospita un albero importante?). La trovate poco prima dell’incrocio (con semaforo) di via Boccea, in mezzo alla strada, subito dopo una rotonda con aiuola risistemata da poco. La seconda è quella di portare sul suo tronco, su un basamento fatto in legno, la piccola statua della Vergine della Rivelazione, la Madonna che apparve miracolosamente nel 1947 a Bruno Cornacchiola alle Tre Fontane (dove oggi è sorto un santuario, luogo suggestivo di spiritualità e preghiera). Una piccola statua, illuminata con una luce blu anche di notte, che è stata sistemata qualche anno fa sull’albero da Alfonso Marchi, meccanico ma anche giardiniere appassionato (è lui che ha risistemato con fiori colorati l’aiuola della rotonda di fronte all’albero). Una visita alla “ Sughera solenne” di via della Cellulosa (perché santificata da un gesto nobile di devozione e amore) può aiutare a prendersi il tempo per una preghiera miracolosa e anche per incontrare (se poi si visita anche l’Eucalipteto del Parco) degli alberi veramente straordinari.

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Nel giorno di  S. Valentino, la festa degli innamorati e più in generale quella dell’amore (una festa rivolta,  oltre alle coppie che si amano, anche a quei “singles” che sono  innamorati dell’amore stesso e cosa più importante della vita) pensiamo sia cosa gradita  occuparci, in questa puntata di Alberopoli  ( una rubrica dedicata agli alberi della nostra città)   di una coppia di alberi che da diversi anni (chissà quanti, questo non lo sappiamo)  vivono insieme abbracciati in una delle ville più belle di Roma:  il giardino pensile di villa Aldobrandini che si  affaccia con una balconata balaustrata proprio nella centrale via Nazionale. Di alberi innamorati, cioè di alberi che appartengono a generi diversi, piantati (o cresciuti da seme) vicini  che si ritrovano ad abbracciarsi (sia legandosi insieme nel loro apparato radicale o come nel nostro caso con un sapiente gioco di rami) a Roma ce ne sono diversi. I due di Villa Aldobrandini,  un Cocculus laurifolius DC. e una Casuarina sp. sono però tra i più singolari (li potete trovare subito dopo la scalinata sulla destra vicino alla fontanella)  perché nella  disposizione del loro abbraccio ( uno, alto robusto e slanciato, che fermo e immobile punta tutta la sua energia verso l’alto – la Casuarina – mentre l’altro- il Cocculus – dal tronco scultoreo e sinuoso che con fare amoroso  avvolge i suoi rami intorno al “corpo legnoso” del suo compagno) sembrano simulare le due azioni del maschile e femminile in atto nell’azione dell’amore. Oggi ci occuperemo di quello che (a nostro parere) sembra il partner femminile :  il Cocculus laurifolius DC.  che porta nel nome del genere,  il tipo di effusione che tutti, si spera, vorrebbero riservarsi in questa giornata dedicata all’amore, ovvero le coccole . Coccolare equivale a prendersi qualcosa di gradito, a crogiolarsi beatamente,  e deriva, pensate un po’, proprio dagli alberi. Per coccola si intende, infatti,  la bacca più o meno grossa di alcuni alberi (in particolare gli strobili del Ginepro Juniperus sp. portano questo nome. Il Juniperus oxycedrus L. per questo motivo si chiama Ginepro coccolone) ma anche forma allungata di còcco, “uovo”, quale cosa gradita a riceversi. Le coccole che troviamo nel nome del genere del Cocculus laurifolius DC.,   le dobbiamo  invece al grande botanico francese Augustin Pyramus de Candolle, che nel  1817 a Parigi nel suo “Regni Vegetabilis Systema Naturale, sive Ordines, Genera et Species Plantarum Secundum Methodi Naturalis Normas Digestarum et Descriptarum”  lo nominò in tal modo derivandolo dal termine greco kokkos che (come abbiamo visto) significa bacca. In realtà il frutto del Cocculus laurifolius  è una drupa sferoidale allungata che da verde diventa poi marrone a maturazione, il  de Candolle infatti nel nome generico dell’albero si riferì ad altre specie dello stesso genere che portano piccole e rotonde coccole (anche queste però  drupe) di colore blu nel Cocculus orbiculatis (L.) DC. e rosso nel  Cocculus carolinus (L.) DC. . Il suo nome specifico, laurifolius,  ci informa invece delle somiglianza delle sue foglie a quelle dell’Alloro, Laurus nobilis L., solo nella forma però, perché (a differenza dell’Alloro) sono lucide, dal colore verde medio brillante con riflessi di giallo e  percorse  longitudinalmente da tre evidenti nervature, una particolarità quest’ultima che ha portato i giardinieri romani, negli anni passati, a chiamare quest’albero erroneamente  Laurus trinervia o Lauro trinervino . Molto diffuso in Italia e nelle ville romane,  il Cocculus laurifolius DC.   viene nominato per la prima volta in Italia nel 1842 in “L’Orto botanico di Padova nell’anno MDCCXLII”  di  Roberto De Visiani. Nativo dell’Himalaya e del  Giappone è un albero sempreverde con crescita rapida, dalla forma della chioma arrotondata molto resistente a qualsiasi tipo di condizione edafica e alle potature, sorprendente è il suo recupero da polloni. E’ pianta dioica e porta i suoi fiori unisessuali,  piccoli di colore  bianco crema con puntini gialli che spuntano in primavera, su due alberi differenti (non sappiamo se quello di Villa Aldobrandini sia botanicamente maschio o femmina). Come tutti i Cocculus appartiene alla famiglia delle Menispermaceae che comprende 70 generi e 420 specie diverse tra le quali le piante ( a forma di liana) con le quali gli indigeni del sud America  preparavano il curaro : un veleno da freccia utilizzato per la caccia e la guerra, mortale quando penetra direttamente nel sangue, mentre innocuo per ingestione  perché degradato facilmente dai succhi gastrici. Anche nel tronco del Cocculus laurifolius DC. è presente un  alcaloide, la coclaurina che ha azione simile al curaro (quindi bisogna fare attenzione quando si intacca il tronco o se ne asportano parti). Un’ultima curiosità riguarda il nome della famiglia botanica delle Menispermacee che prende il nome da  una pianta, il Menispermum sp.,  che Linneo derivò da “mene” luna e  sperma “seme   per la particolarità dei suoi semi, fatti a forma di luna crescente (in inglese è chiamata  Moonseed). Allora: coccole, abbracci e semi a forma di luna crescente ( come la piccola luna falcata che stanotte vedrete bassa e sdraiata all’orizzonte)  non vi sembrano degli ottimi ingredienti per passare uno splendido San Valentino?

Antimo Palumbo 

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Alberopoli

Roma da leggere  Gennaio 2013

Son passati quasi otto anni dalla primavera del 2005,  quando,  nel depliant illustrativo dei primi Incontri con Alberi Straordinari che iniziavo a svolgere nelle ville del verde storico di Roma,  scrivevo queste  parole : “ Non esiste poi a Roma un Centro che si occupi di diffondere la cultura degli alberi : una libreria specializzata, un luogo fisico da contattare (via telefono o e-mail) nel caso remoto che a qualcuno venisse la curiosità di conoscere come si chiama l’albero, dai bellissimi fiori bianchi che vede ogni giorno sotto casa mentre parcheggia la macchina. Non sarebbe forse ora che anche a Roma nascesse un Ufficio Albero? Un luogo d’incontro per lo sviluppo non solo tecnico ma anche letterario, storico, conoscitivo, che si sviluppi con incontri con tecnici, scrittori, giornalisti legati alla “ cultura dell’albero “? Bisognerebbe pensare ad inserire nel contenitore di ciò che definiamo Cultura anche la parola albero…perché a Roma c’è la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, ma nessuna Casa dell’Albero? “ Da allora , e per fortuna, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura dell’albero a Roma (e questo, spero in piccola parte, grazie anche al mio lavoro) però di Casa dell’Albero non ce n’è ancora oggi nessuna  traccia. Esiste però una Casa del Parco che si trova in via della Pineta Sacchetti, in un antico edificio, sviluppato  su tre piani, già di proprietà dei Torlonia e chiamato Casale del Giannotto. La Casa del Parco è una delle Biblioteche dell’ Istituzione delle Biblioteche di Roma che, grazie al lavoro di ricerca e acquisizione durato diversi anni e curato da Ennio De Risio, si è specializzata in libri che riguardano piante, alberi, giardini e giardinaggio. Un bellissimo spazio, gratuito e facilmente accessibile, da scoprire e frequentare (se già non lo state facendo). Proprio lì di fronte,  attraversando la strada, in via della Pineta Sacchetti 53, ci sta aspettando l’albero al quale dedichiamo questa puntata della nostra rubrica: un albero raro, dalla forma snella e flessuosa, che proviene dalla lontana e esotica Australia e risponde al nome di  Eucalyptus citriodora.  L’albero, che svetta in alto per quasi venti metri (ed è per questo facile da riconoscere) si trova nel giardino ricco di piante esotiche di Danilo Bitetti, botanico e paesaggista, del quale torneremo a parlare presto su queste pagine, ed è cresciuto da una piccola piantina messa a dimora nel 1995. L ‘Eucalyptus citriodora Hook. ( o Corymbia citriodora [Hook.] K.D. Hill & L.A.S.Johnson  come dovrebbe ora  chiamarsi secondo la nuova classificazione in vigore dal 1995 ) è un albero che , come la maggior parte degli Eucalipti,  proviene dall’Australia,  in particolare dalla regione dal clima temperato e tropicale del nord-est. Può crescere fino a 35 metri di altezza e si caratterizza per la corteccia liscia, che compone il suo tronco per tutta l’altezza dell’albero, dal colore bianco pallido che, in maturità, produce leggere screziature marezzate, che aumentano anno dopo anno, e la sua  chioma composta da foglie strette intrise di un forte odore di limone, dalle quali si estrae un olio essenziale (usato nell’industria alimentare e oggi prodotto principalmente  in Brasile e in Cina) il cui componente principale (ben l’ 80%) è essenza di citronella. Il nome della specie, citriodora, che deriva, dal termine latino “ citriodorus  “dal sapore di limone” ci informa proprio di questa sua curiosa particolarità. Di Eucalipti che sanno di limone a Roma ce ne sono solo due (l’altro , piantato anch’esso da Danilo Bitetti, si trova nei pressi della Cassia in una strada di fronte al cinema Ciak) perché non andare a trovarli?

Antimo Palumbo

Viavai Novembre 2010.

E’ una finale di Coppa dei Campioni, due squadre che si sfidano, ritmi e nervi serrati, diverse ammonizioni e qualche espulsione , novanta minuti di gioco effettivo e il risultato e ancora in parità , zero a zero le reti son rimaste inviolate. Il terzo uomo alza il cartello che indica il recupero,   tre minuti possono bastare per portare a casa una coppa e il risultato. E al novantaduesimo minuto, quando gli allenatori già stanno pensando a preparare la lista dei rigoristi, avviene l’impensabile, un colpo di testa in tuffo e il centravanti della squadra azzurra fa gol. Salva è la squadra, salvo l’allenatore e il presidente. Tutti in delirio felici e contenti. Ecco così sembra sia successo a Roma in questi giorni per ciò che riguarda la situazione degli alberi e del suo verde. Un colpo di testa in tuffo infatti mi è sembrata la dichiarazione dell’ Assessore all’Ambiente Fabio De Lillo  per ciò che riguarda il nuovo piano di piantumazione che partirà dal 25 Ottobre prossimo  e che vedrà investiti la bellezza di 1 milione e 650 mila euro,  fondi trovati grazie a Roma Capitale, per piantumare 7000 nuovi alberi in città. Questi alberi saranno, sempre secondo il comunicato dell’assessorato,  dei  lecci, tigli,platani, frassini, cipressi , roverelle  ed andranno ad aggiungersi agli altri 1650 piantati da marzo a maggio scorso. Bene, si piantano degli alberi a Roma, non possiamo che essere contenti. Peccato che però dall’insediamento della nuova giunta Alemanno e  partendo dalla priorità sicurezza ci sia stato, a livello pubblico e privato,  per ciò che riguarda gli alberi un massacro senza precedenti nella storia degli ultimi cinquant’anni della capitale( i privati “dicono se tagliano loro noi che stiamo a guardare?” E zac anche loro via alla motosega). Un massacro chiamato dall’Assessorato “restyling”  che si è svolto ad ampio raggio e ha visto coinvolti un numero incalcolabile di alberi (l’elenco  è veramente senza fine ) che sono stati tagliati, abbattuti, potati radicalmente (spesso nel periodo sbagliato) in alberate, parchi, ville. Quest’azione continuata ed evidente di accanimento nei confronti degli alberi “rei di essere poco sicuri” ha suscitato le proteste e  lo sbigottimento da parte di  migliaia di cittadini, che sono state riprese periodicamente dagli articoli dei giornali (e di questi giorni la notizia della formale diffida inviata dal Codacons al Comune e al 19esimo Municipio per opporsi all’abbattimento e alla potatura degli alberi di viale Tito Livio).Ed ecco però quando il malumore potrebbe diventare crisi politica che tutt’a un tratto sbuca la notizia che fa scalpore, il colpo di testa all’ultimo minuto, settemila nuovi alberi: gol. E noi siamo contenti quando si fa gol ed esultiamo quando si piantano alberi. Ma analizziamo meglio questa notizia raffrontandola anche a quello che sta succedendo nel VI Municipio dove grazie ad uno stanziamento di 130.000 euro   della precedente Giunta regionale di centrosinistra, sotto la supervisione del Servizio Giardini del Comune di Roma, sono stati piantati 500 nuovi alberi (Fraxinus excelsior L. Pyrus calleryana Decne.Chanticleer – su questo ho già scritto un articolo ad Aprile) mentre altri 200 verranno piantati ,subito dopo la conclusione dell’iter burocratico appena avviato dal Municipio per l’utilizzo dei ribassi d’asta, in diverse vie del Vi municipio come via Rovino d’Istria, viale della Serenissima, via dei Quintili,.Senz’altro “è’ davvero un’operazione ambientale di altissimo livello” come ha dichiarato il Presidente del Municipio Gianmarco Palmieri, un’operazione  che considera gli alberi come beni comuni fondamentali per la qualità della vita in città, apportatori di ombra, ossigeno e bellezza.  Facendo un po’ di conti, però,  scopriamo che ogni albero costa dai 235 ai 260 euro, un bel costo davvero,  e che su ognuno di questi ci sarà una garanzia di due anni nel caso non attecchisca. Ecco, la domanda che ci facciamo è :  chi si occuperà di controllare questa garanzia? E chi si occuperà di curarli per vederli diventare grandi? Il 12 Marzo di quest’anno il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sembra aver dato una risposta chiara in tal senso. Nel Disegno di legge  approvato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (attualmente ancora non convertito in legge) si impone, infatti,  ai comuni di effettuare un censimento degli alberi piantati nelle aree pubbliche con un “bilancio arboricolo”che due mesi prima del termine del mandato il sindaco dovrà rendere pubblico evidenziando il rapporto fra gli alberi piantati all’inizio ed alla fine del ciclo amministrativo. Un “bilancio arboricolo”, ma che gran bella cosa. Avremo quindi  la possibilità (e la fortuna, visto che questo finora non è mai successo) tra due anni, (e due mesi prima del suo mandato) di sapere dal nostro Sindaco quanti di questi settemila alberi che verranno piantati sono morti e quanti sono ancora vivi? Se questo succederà, per ciò che riguarda gli alberi di Roma, la Coppa dei Campioni è assicurata, senza colpi di testa all’ultimo minuto.

Antimo Palumbo  

Il Respiro.eu Marzo 2010

Nel lontano 1995 Fulco Pratesi in un articolo uscito sul Corriere della Sera il 1 Marzo dal  titolo “La città all’ombra delle palme” si chiedeva: “Quale potrebbe essere l’ albero simbolo di Roma? A qualcuno piacerebbe sostenere il leccio, la quercia sempreverde che copriva il colle scelto da Romolo per fondare l’ Urbe, in contrasto con il fratello Remo che avrebbe preferito il corbezzolo. E di lecci infatti a Roma c’ e’ n’e’ vera dovizia. Un’ altra ipotesi potrebbe essere il pino domestico che incorona viali e colli, parchi e giardini con la sua chioma a ombrello. O il cipresso. Ma, se vogliamo, l’ essenza che piu’ colpisce i turisti stranieri, testimoniando del clima ottimo che in citta’ si gode, e’ la palma.”
Rileggiamo e sottolineamo quest’ultimo passaggio : l’essenza che più colpisce i turisti stranieri. Ma vi rendete conto di quanto sia importante questo passaggio? La palma, l’albero simbolo di Roma secondo Fulco Pratesi , un patrimonio culturale (mai considerato tale però dai Beni culturali, sic) devastato da un’epidemia in continua espansione (che ha fatto dire al Servizio Giardini “non vi preoccupate è tutto sotto controllo solo l’1 % delle nostre palme è stato colpito” mentre invece solo a Villa Celimontana ne sono state tagliate 19) che sta scomparendo a vista d’occhio con un grave danno sul patrimonio non solo culturale ma anche turistico della nostra città (pensate che il danno provocato dal punteruolo rosso che ha ucciso 11.700 palme e infettato 30.000 unità secondo un’interrogazione parlamentare delle due Senatrici del PD Anna Maria Serafini e Colomba Mongiello è stato stimato a circa un miliardo di Euro). Ma la città che vide l’espansione dei due gemelli cresciuti da Rea Silvia non ha come solo male e deterrente per i turisti ( che anno dopo anno preferiscono passare le loro vacanze in città più fresche e vivibili) l’epidemia che le sta distruggendo l’albero che finora l’ha rappresentata nel mondo (almeno secondo quello che scrive uno dei suoi più illustri abitanti) ma anche la qualità del suo ambiente e del suo clima. Vi sarete resi forse conto che quest’anno a Luglio e Agosto Roma è diventata una città invivibile nei suoi esterni nelle ore diurne e per che per le strutture ricettive turistiche della capitale il periodo estivo è passato da alta stagione a bassa stagione? I responsabili della nostra città e del nostro clima non si rendono conto di quello che stanno combinando alla citta eterna, meta privilegiata dei turisti di tutto il mondo? Ci vuole poco a pensare che ,come succede nella maggior parte delle metropoli di tutto il mondo, per migliorare la qualità dell’aria e del clima bisogna riforestare le città e non battere record di potature (record poi avallati da manifesti pubblicitari). E la riforestazione avviene sappiamo non attraverso gli alberelli stantii e abbandonati a se stessi.( Passate per esempio in via Santa Croce in Gerusalemme dove qualche anno fa sono stati piantati dei bellissimi e costosissimi esemplari di Morus alba fruitless e guardate in quali condizioni si trovano. Da allora non hanno mai subito cure, vivono abbandonati a se stessi con rami pendenti e dondolanti. C’è n’è uno nei pressi dell’incrocio con via Statilia che si è piegato completamente con la chioma appesantita che gravita sulle macchine vicine e mostra i segni della sua marchiatura numerata (incomprensibile e barbara) del chiodo con cartellino numerato che si sta facendo su tutti gli alberi di Roma, dove dal chiodo arrugginito in un albero che non ne può più di esistere in quelle condizioni fuoriesce come una ferita aperta della linfa vitale liquida e gommosa.) La riforestazione lo dice il nome stesso è fatta di foglie, chiome, rami. Gli amministratori della nostra città stanno facendo dei danni (dei quali pochi sono consapevoli) di immensa portata. Forse dovremmo anche noi aspettare un nuovo Abbado per far comprendere a questa amministrazione che la sua politica degli alberi va contro i cittadini, il commercio e la ricchezza della nostra città?
Intanto leggetevi il bellissimo articolo di Fulco Pratesi
http://archiviostorico.corriere.it/1995/marzo/01/citta_all_ombra_delle_palme_co_10_9503014386.shtml
un articolo scritto quindici anni fa ma che sembra appartenga alla preistoria. Una pre historia quindi di una città dove anche il Verde Storico (vedi Villa Celimontana, Villa Sciarra e Villa Pamphilj ) si sta sbiadendo giorno dopo giorno, e perdendo la sua historia , probabilmente perchè i suoi amministratori sono più concentrati a disegnare circuiti di formula 1 che leggere libri di storia. E leggere noi lo sappiamo serve a conoscere e conoscere serve a migliorare la qualità della nostra vita e di quella delle generazioni future.

Antimo Palumbo

Il Respiro.eu Marzo 2010

A Roma si iniziano a fare i conti delle palme colpite dall’epidemia del punteruolo rosso e se i dati della Sicilia sono drammatici : 11.700 palme morte e infettate 30.000 unità, quelli della capitale non sono da meno con una  progressione  che registra giorno dopo giorno un drammatico aumento. Scomparse tutte le palme ai Villini al Pigneto , senza che (così sembra) nessuno se ne sia accorto, 39 sono morte e state tagliate in via della Musica all’Eur, una via di Roma circondata ai due lati di palme che per la sua bellezza era l’unica che ricordava Beverly Hills , 19 addirittura quelle morte e tagliate a Villa Celimontana. Centinaia colpite sono state già  rimosse mentre altre fanno ancora sfoggio della loro macabra chioma secca e adaggiata. Quartieri storici, Testaccio, Centocelle, Montesacro colpiti e affondati usando una terminologia da battaglia navale. Allo  spirito di rassegnazione avallato anche dai giornali e dai media sono però arrivate nuove risposte. Intanto  la nascita dei Palmiers (al quale sto collaborando attivamente ) un movimento al quale stanno partecipando coloro che pensano che salvare palme secolari che caratterizzano il paesaggio italiano sia esigenza primaria sulla quale investire risorse ed interventi a livello nazionale e governativo (sul quale potete saperne di più al blog http://salviamolepalme.blogspot.com)  e che porterà ad una manifestazione per Sabato 10 Aprile  per richiedere al Governo italiano lo stato di emergenza nazionale. Un governo che per preservare un bene paesaggistico culturale e ambientale (paradossale è il fatto che da parte del Ministero dei beni culturali su questo argomento da sempre non ci sia mai stato un intervento e la voce palma non rientri in un bene culturale) dovrà assolutamente andare verso i proprietari (la maggior parte delle palme non sono quelle pubbliche ma quelle private ) per modificare l’articolo 11 del  Decreto del 9 Novembre 2007  promulgato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali che regola in Italia la legislazione dell’attacco del punteruolo rosso alle palme e che dice : 1 le misure obbligatorie derivanti dal decreto sono a cura e spese dei proprietari o conduttori., a qualsiasi titolo, dei luoghi ove sono presenti piante sensibili 2. Le regioni al fine di prevenire gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio possono stabilire interventi di sostegno connessi all’attuazione del presente provvedimento. Un articolo che sembra stato scritto secondo l’iniquo  principio “cornuti e mazziati ” Per quale motivo infatti il proprietario deve essere responsabile di un epidemia che non nasce da una sua (usando un gioco di parole) benché minima responsabilità? Solo perché è proprietario? Se io ad un incrocio passo con il rosso o parcheggio in seconda fila o divieto di sosta sono responsabile e quindi giustamente posso ( e devo) essere multato, ma che colpa ha un proprietario di una palma piantata dai suoi genitori e in vita da più di cinquant’anni che una mattina si sveglia  e scopre (perché magari glielo ha detto il vicino più informato) che la sua cara e amata palma è spacciata e per rimuoverla deve spendere 1300 euro? Non sarebbe assurdo e beffardo per dei cittadini che subiscono i danni di una calamità (della quale non sono responsabili) come quella di un terremoto obbligarli a cura e spese dei proprietari e conduttori a rimuovere da soli le macerie ( o con personale specializzato) e poi ricostruirsi la casa? Ah ma qualcuno direbbe quelle sono piante, “che ce ne frega se muoiono ne ripiantiamo delle altre” gli uomini sono altra cosa. Però sempre nello stesso articolo si legge che tale epidemia potrebbe causare gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio e si delega questa prevenzione alle Regioni. Ecco la prevenzione non è più necessaria perché l’epidemia è sfuggita al controllo e la devastante azione del punteruolo rosso sta trasformando per sempre il nostro paesaggio con gravi ripercussione sull’immagine della nostra nazione del mondo. Non basterebbero forse questi elementi per decretare lo stato di emergenza naturale e far si che il Governo Italiano (non le Regioni sempre più bisognose di risorse economiche) intervenga con stanziamenti di fondi, un responsabile che si occupi di coordinare tutte le forse attualmente in campo a livello locale e con delle azioni che servano a contenere l’attuale irrefrenabile aumento della popolazione dei coleottori nella zone cosiddette sensibili quali : prezzi calmierati degli interventi (di smaltimento e prevenzione) o agevolazioni fiscali per i proprietari per questi interventi? Tutto dipende da che posto nelle priorità degli italiani si trova (e si troverà nei prossimi mesi) l’argomento palme. Se la maggioranza delle persone si farà convincere dall’opinione diffusa dalla maggior parte dei media che tutto quello che poteva essere fatto è stato fatto e il coleottero e talmente potente che non possiamo fare più niente (e noi, ma anche la maggior parte dei tecnici italiani che hanno avuto a che fare con il punteruolo sanno che non è così) l’epidemia nei prossimi anni diventerà strage, visto che dopo che il coleottero avrà attaccato le Phoenix canariensis si organizzerà per attaccare le altre palme in particolare le Washingtonie e le Chamaerops.

Antimo Palumbo

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