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Febbraio 2016

Sito di  Paola Pastacaldi

Molti stati e nazioni per promuovere la cultura dei propri alberi da diversi decenni hanno iniziato ad organizzare un Concorso nazionale nel quale dei singoli cittadini (sulla base di diverse motivazioni, estetiche, passionali, ma anche pratiche come quella di difendere un albero dal taglio come è successo quest’anno con un Pero che ha vinto il Concorso “Tree of the year” inglese) possono nominare degli alberi rappresentativi della loro regione per poter poi giungere ad eleggere l’albero dell’anno. Stati e nazioni che per ciò che riguarda la cultura degli alberi sono senz’altro più evoluti rispetto all’Italia, basti pensare che da noi nessuno ha mai sentito l’esigenza di eleggere o magari fare un referendum per eleggere un albero nazionale, come è successo in molti altri stati del mondo, riporto come esempio alcuni paesi che hanno il loro Albero nazionale : l’Australia con l’Acacia pycnantha, il Venezuela la Tabebuia chrysantha, il Cile Araucaria araucana ). Diversi sono gli stati europei che da anni organizzano questi concorsi (nel blog adeaalberi.blogspot.it che curo ne ho parlato spesso) tra gli altri ricordo l’Inghilterra con “Tree of the year” la Francia con “Elisez l’arbre de l’année” e la Spagna con“Bosques y Árboles del Año”ma c’è anche la Romania con “Arborele anului in Romania . In Italia è la prima volta che si organizza un Concorso del genere, ma siamo già alla terza edizione, la prima c’è stata nel 2013. Per farlo, in maniera totalmente gratuita (e quindi senza sponsor o finanziatori, sarebbe bello però che nei prossimi lo promuovesse il Ministero dell’Ambiente) e con un lavoro quotidiano durato lunghe settimane (un lavoro impegnativo ma allo stesso tempo appassionante e appassionato. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno 2015” è iniziato il 21 Novembre 2015 e si è concluso il 25 Febbraio 2016, è quindi durato 97 giorni più di tre mesi) è stato possibile grazie a Facebook e alla sua facilità di uso e iscrizione. Il Concorso si è infatti svolto nel gruppo Amici degli alberi (che oggi ha più di diciassettemila iscritti) di Facebook che con lo strumento “mi piace” ha dato la possibilità non solo agli iscritti al gruppo ma anche agli altri iscritti a Facebook di votare (con un solo clic) e dare la proprie preferenza per ogni singolo albero in Concorso. Il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” è organizzato (con la mia supervisione tecnica) dall’’Associazione Culturale Adea amici degli alberi un’associazione culturale nata a Roma nel 2007 con il fine di promuovere la cultura dell’albero e di favorire attraverso diverse iniziative : la conoscenza, l’’amore, la cura e il rispetto degli alberi e recuperarne il loro potenziale storico e spirituale. Oltre ad incontri periodici che si svolgono nei Parchi pubblici di Roma, chiamati Incontri con Alberi Straordinari, l’Associazione si è occupata negli anni passati di diverse iniziative per promuovere la cultura degli alberi tra queste l’Omaggio ai botanici napoletani al Real Orto Botanico di Napoli che quest’anno si terrà Domenica 21 Maggio 2016 e verrà dedicato a Giuseppe Catalano. La terza edizione del Concorso ha visto una grande partecipazione (in totale sono stati 84 gli iscritti al gruppo che hanno proposto ben 116 alberi dislocati nelle 18 regioni italiane, due regioni quest’anno, il Molise e la Basilicata, non hanno visto nessun albero iscritto) con appassionate votazioni (29.963 sono stati i voti totali) che hanno portato a delle finali svolte in un clima infuocato quasi da stadio (ognuna delle Regione partecipanti alle finali ha lavorato per far vincere il proprio albero) che ha portato ad eleggere nella finale di Giovedì 25 Febbraio 2016 il Noce (Juglans regia L.) di Cles proposto da Sergio Di Pietro Marinelli e che ha rappresentato la Regione Trentino Alto Adige come “Albero dell’anno 2015”. Ha vinto così un Noce albero autoctono e quindi italiano (unico Noce a partecipare al Concorso) un albero saggio e portatore di frutti ricchi e nutrienti e allo stesso tempo misteriosi, un albero magico che grazie alla forma levigata delle sue foglie che ne disegnano la chioma e l’intreccio dei suoi solidi rami spogli d’inverno riesce a darci con un silenzioso omaggio ogni giorno ossigeno e bellezza. Insieme al premio popolare “ Eleggi l’Albero dell’anno” anche quest’anno è stato assegnato il premio “Albero della Critica” che è stato vinto da due alberi ex aequo il Lentisco (Pistacia lentiscus L.) di Pula (Cagliari) proposto da Gianfranco Loi e che rappresentava la regione Sardegna e la Sughera (Quercus suber L.) siciliana di San Michele di Ganzaria (Catania) proposta da Michele Iannizzotto. La giuria quest’anno è stata composta da 9 membri: Giuseppe Barbera, professore ordinario di Arboricultura dell’Università di Palermo. Scrittore. Autore di diversi libri dedicati agli alberi; Luca Bollea, giornalista, permacultore; Margherita d’Amico, giornalista e scrittrice; Nicolò Giordano, responsabile dell’U.R.P. del Corpo Forestale dello Stato e redattore della rivista “Il Forestale”; Dino Ignani, fotografo; Stefano Mancuso, una tra le massime autorità mondiali nel campo della neurobiologia vegetale. Professore associato presso la facoltà di Agraria dell’Università di Firenze. Autore di diversi libri dedicati agli alberi e alle piante divenuti bestseller; Mimma Pallavicini, giornalista scrittrice esperta di giardini e storia dei giardini; Gabriella Sica, poetessa e critica letteraria ; Cinzia Toto, giornalista e redattrice della rivista Gardenia. Il Concorso “Eleggi l’albero dell’anno 2015” ha reso popolari e ancora più amati dalle persone che gli abitano accanto (sono usciti diversi articoli sui maggiori quotidiani italiani all’interno dei quali numerose sono state le dichiarazioni pubbliche a favore della promozione e conoscenza dell’albero da parte di Sindaci dei Comuni di alcuni alberi che hanno partecipato al Concorso) alberi di eccezionale portamento e bellezza e ha permesso a migliaia di persone di conoscere gratuitamente centinaia di alberi, ora accessibili (senza nessun copyright, si possono consultare e condividere liberamente) in tre album di foto ancora oggi disponibili nel gruppo nel gruppo Amici degli alberi. In ogni foto sono specificati: il nome botanico del genere, quello comune il luogo dove si trova, per poter poi andarlo a trovare, la data e l’autore dello scatto. Le foto degli alberi che hanno partecipato alla prima edizione (96 alberi) si possono vedere a questo link. Quelle che hanno partecipato alla seconda edizione (148 alberi) a questo link. Quelle invece dell’edizione di quest’anno (116 alberi) a questo link . Oltre al libero accesso a questi album ogni partecipante potrà (così come succede per un atleta che partecipa una Maratona che anche se giunge 4026esimo dopo quattro ore di gare è contento non solo perché è arrivato alla fine ma perché ha partecipato a una grande festa dello sport e sa come è arrivato in classifica e quindi nel futuro potrà migliorarsi) leggere la classifica di tutti e 116 alberi partecipanti al Concorso in un apposito file PDF disponibile e accessibile a tutti nel gruppo. In questo file PDF (lungo ben 30 pagine) oltre alle classifiche sono anche specificati gli alberi che hanno partecipato per regione e le specie di albero partecipanti (quest’anno ha vinto la quercia con ben 28 tipi di quercia proposti). Ricordo infine che il Concorso “Eleggi l’Albero dell’anno” non è un concorso fotografico (è l’albero che vince non la foto dell’albero) e non è un Concorso diviso per serie (come il calcio serie A, serie B, serie C) quindi non è riservato esclusivamente agli alberi monumentali (le misure infatti quali altezza circonferenza etc… non vengono menzionate proprio perché non fanno parte degli argomenti del Concorso) ma con il suo spirito educativo, promozionale e festoso è dedicato alla conoscenza e alla promozione di tutti gli alberi presenti nel territorio italiano.
Come considerazioni finali rispetto alle motivazioni che mi hanno spinto a organizzare e promuovere questo Concorso penso che rispetto a qualche anno fa anche se l’atteggiamento generale nei confronti dell’ambiente sembra notevolmente contenuto se non regredito (basti pensare che nonostante l’evidenza dei cambiamenti climatici e delle loro conseguenze in Italia non esiste una significativa forza politica ecologista) penso che negli italiani l’interesse, l’amore e il rispetto per gli alberi siano (e questo grazie anche al nostro lavoro) in continuo aumento. Un aumento che servirà a far sì che si faccia pressione sugli amministratori affinché si trovano fondi e risorse per gli alberi. Significherà pensare all’interesse del nostro Pianeta. Un interesse e un lavoro che passa attraverso gli alberi, esseri viventi dotati di cellule come noi (ricordiamocelo) e maestri di silenziosa saggezza che ci dispensano ogni giorno ossigeno ombra e bellezza e da sempre cultura (e che , insieme a tutte le piante, permettono la vita sul nostro Pianeta). E se il periodo storico nel quale viviamo è senza dubbio antropocentrico bisogna lavorare per riportare in primo piano l’importanza che gli alberi rivestono (e da sempre) nella nostra cultura, una cultura antropocentrica (quella che dà più valore a un mattone del quarto secolo piuttosto che a un essere vivente e intelligente che ha quattrocento anni di vita, un evento che noi non potremo mai vivere o raggiungere) che (nonostante quello che lei – la cultura- e i suoi promotori ne pensano) senza alberi non sarebbe stata possibile. Tutto sta nel ritornare a pensare agli alberi non più come a oggetto di politica amministrativa legato esclusivamente alla sicurezza e ultima risorsa dei bilanci ma come bene culturale primario non solo per la fruizione dei cittadini che ne possono vivere i loro benefici (ombra, ossigeno, riduzione dello smog, etc ma anche come risorsa per l’industria che permetterà all’Italia di andare avanti nei prossimi anni: quella del turismo. E un turismo verde di qualità che preveda la messa a dimora di tanti alberi e si prenda cura di quelli belli e monumentali già esistenti è penso un progetto che l’Italia si debba meritare e ci si aspetta che venga al più presto realizzato.
Antimo Palumbo

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Roma Ottobre 2015

Era il Giugno del 2008 quando per la prima volta ho sentito parlare degli effetti micidiali prodotti sulle palme dalle larve del punteruolo rosso il Rynchophorus ferrugineus Olivier un coleottero che ( come ci informano i sue due nomi generico e specifico) porta una livrea color ruggine e un rostro ricurvo. Le sue larve che svernano sulla parte apicale (ma anche nello stipite) della palma nutrendosi con avidità del suo materiale vegetale, attaccando e distruggendo la gemma apicale (quella che fa crescere in altezza la palma) ne provocano (visto che la palma è una monocotiledone e ha solo crescita primaria senza gemme avventizie che possano rimpiazzare la distruzione della gemma apicale) la sua morte. Il primo attacco documentato a Roma si è svolto , proprio nel 2008, a spese di una Washingtonia filifera nel quartiere residenziale dei Villini al Pigneto. Da allora diversi sono stati gli articoli che ho scritto, le battaglie portate avanti, insieme al movimento dei Palmiers , del quale sono stato il creatore. Battaglie che hanno portato alla manifestazione nazionale (l’unica mai fatta in Italia) che si è svolta a Piazza Venezia Martedì 27 Aprile del 2010. Una manifestazione nella quale, come Palmiers, chiedevamo lo stato di emergenza nazionale per un epidemia “virale” partita dalla Sicilia e salita, lasciandosi alle spalle desolanti immagini di palme morte con foglie adaggiate e secche, un po’ alla volta verso il centro e poi il nord italia e la costa ligure (coste occidentali e lungomari tirrenici e coste orientali e lungomari adriatici compresi). Oltre allo stato di emergenza nazionale chiedevamo un intervento economico da parte dello Stato, un intervento economico per creare luoghi di raccolta per la distruzione (grazie a macchine speciali che triturano le parti della palma tagliata) delle palme infette e per aiutare i proprietari di palme ad affrontare questo loro piccolo dramma. Il proprietario di una palma , infatti, oltre a subire la morte della sua amata palma (spesso avuta in eredità familiare e con un età in certi casi superiore ai cento anni) subisce la beffa di doversi occupare (senza che lui sia responsabile) della rimozione delle sue parti infette , fatta a norma da ditte specializzate, con un costo proibitivo (oggi, visto che ancora la lotta obbligatoria è attiva, ma alcuni stanno chiedendo di toglierla, costa intorno ai 2000 euro a palma). Richieste alle quali da parte della stato italiano non c’è mai stata risposta. Sarà bene quindi ricordare che i governi che si sono succeduti in questi anni in Italia (e la storia ne trarrà domani le conclusioni) sono i veri responsabili della morte delle migliaia, se non milioni, di esemplari di palme (in particolare della specie Phoenix canariensis) in tutta Italia. Una strage senza precedenti che ha cambiato per sempre l’immagine della verde bellezza di alcune tra le più importanti città italiane (Palermo, Napoli, Roma etc…). Qual è la situazione attuale? Finora ancora non è stato trovato un rimedio contro il punteruolo rosso o una antagonista naturale che lo possa combattere (come è successo invece con la vespa galligena che ha attaccato tutti i Castagni italiani e che ha trovato nel Torymus sinensis un valido ed efficace metodo di cura naturale) Attualmente per ciò che riguarda , per esempio, le palme di Roma (chiamata nel passato, ma oggi non lo è più, da Fulco Pratesi, “ una città all’ombra delle palme”) dopo aver subito in questi sette anni un continuo attacco dell’azione nefasta delle larve del punteruolo, che ha portato alla morte di migliaia di palme in tutta la città, (con un cifra stimata intorno al 70 % delle sue palme, basti pensare che nella centralissima Villa Celimontana ce n’erano quasi 20 e oggi non ce n’è neanche una) la situazione odierna ci dice che tutte quelle che vengono curate (con un trattamento periodico fatto con l’aspersione in chioma con un mix di fitofarmaci, che ha un costo di 500 euro annui a palma) hanno buone possibilità di vivere, ma non appena il trattamento si dovesse interrompere quelle palme sono condannate a morte sicura. Quindi sì sono vive, ma in realtà lo sono perché sotto trattamento chimico : “ stanno bene sì, ma perché fanno la chemio”. Alcune buone notizie mi sono giunte nei mesi scorsi a proposito di spedizioni in Vietnam effettuate da un team di entomologi italiani per trovare degli antagonisti naturali che possano attaccare il coleottero nello stadio larvale. Confido nella scienza e nel fatto che presto giungeranno risultati scientifici soddisfacenti per combattere il punteruolo, ancora oggi però e anche nel passato spesso, a una situazione di emergenza (In particolare quando non c’è lo stato che interviene, per esempio dopo un terremoto) l’uomo, o meglio alcuni uomini spinti da bassi istinti, tende a rispondere all’emergenza con delle azioni di sciacallaggio. E così come nel passato ai tempi della peste milanese c’erano i monatti ( che si dividevano con chi li chiamava la metà dei beni dei pazienti colpiti dalla peste ) oggi è sempre attiva la presenza delle ditte (di giardinaggio ma non solo), che si occupano di fare interventi chimici preventivi contro il punteruolo. E se si dovesse trovare una soluzione scientifica a questo grave problema, questa significherebbe un freno d’arresto per la “nuova economia”, che oggi in Italia fattura milioni di euro, dei trattamenti chimici contro il punteruolo, una nuova economia che ha un impatto fortemente negativo sull’ambiente incidendo sulla vita di quelle specie, uccelli, insetti, che sulle palme ci abitano (o meglio ci abitavano). Riuscirà la scienza (e l’amore per la bellezza del patrimonio storico e culturale che la presenza delle palme nelle città italiane ci danno) a vincere l’interesse speculativo (quello che mira ai soli interessi personali) degli uomini? Io penso in positivo e lo spero.
Antimo Palumbo

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Roma 4 Agosto 2015

Signor Presidente,
sono Antimo Palumbo, saggista e storico degli alberi e Presidente dell’Associazione Adea amici degli alberi di Roma. Mi permetto con questa lettera di chiederLe di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato. Il Corpo Forestale dello Stato è un’Istituzione che da 193 anni protegge l’ambiente.”Pro natura opus et vigilantia” questo è il motto che si può leggere nel suo stemma, un motto che migliaia di forestali negli anni hanno onorato giorno dopo giorno a costo di sacrifici. Molti dicono che in realtà questa legge non cambia nulla perché il Corpo Forestale dello Stato verrà assorbito dall’Arma dei Carabinieri. Ma come è possibile storicamente ( e la sua eventuale firma che avallerà la cancellazione del Corpo Forestale dello Stato senz’altro entrerà nella storia dell’Italia) che un Corpo così antico, ricco di storia, cultura e tradizione possa confluire in un’Arma altrettanto ricca di storia e tradizione ma che per statuto e genesi si origina da diversi presupposti?. Come può un forestale improvvisamente e senza che l’abbia scelto cambiare il suo senso di appartenenza a un Corpo e dal motto “Pro natura opus et vigilantia” passare a quello che caratterizza l’Arma dei Carabinieri ovvero “Nei secoli fedele”? A che cosa dovrebbe essere fedele il forestale, a un’Arma nella quale è stato fatta confluire in seguito a una legge di un governo che non conosce la Storia? Fedeltà vuol dire (secondo il dizionario italiano) credere,seguire con dedizione un’idea politica, un partito, una squadra sportiva. Quale fedeltà ci si può aspettare da un forestale che ha passato la sua vita nei boschi (o in città a difesa del verde) che all’improvviso si trova (senza che l’abbia scelto) ad essere Carabiniere? Certo potrà obbedire ai comandi, rispondere signorsì. Ma la storia ci insegna che tutte le grandi battaglie (anche quelle impossibili) sono state compiute da eserciti e schieramenti che in mente e nel cuore avevano un ideale. Per questo che pensare a una riforma del genere significa non solo essere irrispettosi nei confronti di migliaia di uomini che negli anni hanno servito con lealtà. amore e dedizione gli alberi e le foreste in Italia, ma anche essere fuori della Storia, un essere fuori della storia che non potrebbe far bene al futuro di questo nostro Paese.
Pertanto Le chiedo di non firmare il DDL 1577 che prevede all’art. 8 la soppressione del Corpo Forestale dello Stato.

Antimo Palumbo

Concorso nazionale “Alberi dimenticati”

16 Aprile 2011

Menzione della Giuria

Roma è splendida la domenica mattina. E’ una fredda e assolata giornata di febbraio e mi trovo nel Parco degli Acquedotti per condurre un gruppo di quasi quaranta persone. Siamo in tanti e ci vuole un po’ di tempo per oltrepassare, con una scaletta marrone di ferro, le antiche volte di un acquedotto romano. Al di là di questa bassa barriera visiva, so che in uno spazio magico, dove lunghi filari di Pinus pinea corrono paralleli agli alti archi, maestosi e ancora ben conservati, dell’acquedotto Claudio, mi aspetterà la sagoma delineata di una Marruca – un piccolo alberello che con l’architettura dei suoi rami spogli domina, dall’alto di una stretta collina, il verde della campagna romana – con la quale inizierò la mia esposizione. E’ con un albero dimenticato e oramai senza più gloria che sfiderò il tempo della storia, un albero che ha dato il suo nome a quello di un popolo antico: i Marrucini, abitanti dell’antica città di Marouca, l’attuale Rapino (Chieti), così chiamati proprio perché coltivavano la Marruca, inconfondibile per le sue drupe a forma di dischetto, dolci e buone da mangiare e che per via dei suoi rami spinosi era utilizzata per fare inaccessibili recinzioni. Paliurus spina-christi questo è, infatti, il suo nome botanico, Paliurus come quello di un’antica città africana e spina-christi proprio per i suoi rami spinosi che la fantasia di un botanico volle fossero utilizzati per confezionare la corona di Cristo. Ma una sorpresa mi attende al di là dalla scaletta: centinaia di bambini in divisa ordinati per file. E’ in corso un raduno di boy scout. Nell’aria voci amplificate provengono da una magra antenna, posizionata proprio sul tronco  della  mia Marruca. La mia esposizione è rimandata, loro però – non lo sanno – stanno amplificando la storia.

Antimo Palumbo

 
Arbor  Novembre 2010
“La storia nostra è la storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo.”
Benedetto Croce
Gli alberi, ovvero la vita. E’ grazie alla loro esistenza e al miracolo che si compie ogni giorno nelle loro foglie che è possibile , ed è stata possibile fino ad oggi, la vita nel nostro pianeta che abbiamo chiamato Terra, un miracolo chiamato fotosintesi clorofilliana (che avviene in tutti gli esseri  vegetali dotati di cellule specializzate dotate di organuli chiamati cloroplasti) e che attraverso la trasformazione dell’energia solare in zuccheri  e la produzione di uno “scarto” prezioso, l’ossigeno,  ha permesso la formazione dell’atmosfera terrestre e con essa la possibilità di farci vivere al suo interno degli organismi pluricellulari dotati di attività aerobica. Gli alberi, quindi, esseri autotrofi che producono ossigeno (mentre invece noi esseri umani siamo esseri eterotrofi obbligati per nutrirci a mangiare piante od animali che si nutrono di piante), esseri vegetali viventi  come noi costituiti di cellule e dotati  di vita, delle cellule diverse dalle nostre (ma poi neanche tanto) perché al loro esterno sono dotate di una parete cellulare che le rende forti e resistenti e capaci di far “saltare” staticamente (noi per farlo dobbiamo produrre una cinesi muscolare) materiali con una resistenza inimmaginabile (come ad esempio con le radici di un Ficus macrophylla che può stritolare tubature di acciaio) e di raggiungere dimensioni e altezze considerevoli (come l’albero più alto del mondo: una Sequoia sempervirens Endl. alta 116 metri). Cellule vegetali che nella loro parete cellulare sono composte da lignina e cellulosa, prodotti che noi umani abbiamo imparato nei secoli a trasformare in legno e carta. Il legno, un materiale organico quindi, senza il quale la nostra società e il nostro mondo non sarebbe stato possibile: le case, le città, le navi, gli strumenti, gli utensili, tutti fatti con il  legno, la vita trasformata degli alberi che ha permesso la nostra società umana e con essa la nostra cultura. Ed il legno altro non è che il risultato dell’accrescimento secondario dell’albero che avviene grazie ad un sistema chiamato cambio (ricco di cellule specializzate chiamate meristematiche) che al suo interno produce appunto legno, (quello giovane viene chiamato albume, mentre durame quello più vecchio) mentre invece al suo esterno produce il libro, un sistema vascolare nel quale scorre (dall’alto verso il basso) la linfa zuccherina elaborata dalla fotosintesi che serve a nutrire l’albero : il floema. Cellule vive che compongono le forme degli alberi che con i loro tronchi, fiori e foglie, e chiome differenziate e apportatrici di ombra, ci regalano ossigeno, bellezza e cultura. Una cultura che in questo periodo dominato dalla tecnologia e dal capitalismo (nel quale gli esseri sembrano avere importanza ed esistere solo perché producono e consumano) sembra aver dimenticato gli alberi, considerati invece nel passato, secondo alcuni saggi osservatori,  i veri abitanti del nostro pianeta che attraverso il collegamento delle loro radici  e dei sistemi specializzati a loro collegati con la terra ( allelopatia e allelobiosi e micorizze – quest’ultima un’alleanza simbiontica tra funghi e radici)  permettono la  nostra esistenza e la vita su questo pianeta che guarda caso porta lo stesso nome. Una permanenza, quella degli alberi, che dura da milioni di anni, mentre più breve è la nostra, quella dell’ essere animale che alcuni studiosi si sono glorificati di definire Homo sapiens sapiens per la magnificenza delle sue fantastiche abilità intellettive e manuali, che gli hanno permesso di acquisire, attraverso lunghe ere, il ruolo di padrone delle sorti del pianeta con il superamento del conflitto uomo/natura a nostro vantaggio e a scapito di tutti gli altri esseri viventi che ci abitano sopra (e dentro). Un ruolo, quello di dominatori e “marines”dell’universo,  che ha portato nel tempo a far divenire dominante una cultura dominata dall’antropocentrismo, quella  visione del mondo,  per la quale gli alberi, esseri vegetali viventi e superiori all’uomo (basti pensare, per fare qualche esempio, che ci sono alberi che possono vivere più di mille anni  continuando a produrre frutti come succede con l’Ulivo di Canneto in Sabina – in provincia di Rieti – o resistere, “senza cappotto”, a temperature estreme , anche -30° come succede per la Robinia pseudoacacia L. ) debbano essere considerati inferiori e in alcuni casi  neanche considerati esseri viventi  ma solo oggetti da tagliare, compattare e capitozzare a proprio gusto e piacimento. Ma le culture e le visioni cambiano e così scopriamo attraverso il testo “L’Uomo e la natura” , Einaudi Editore dello storico gallese Keith Thomas che se mentre oggi difendere gli alberi “è cosa buona e saggia” non sempre è stato così. Dopo un lungo periodo di armonia tra uomini e alberi e antiche civiltà che avevano per gli alberi rispetto e considerazione per la loro grandezza e saggezza (come insegnano i saggi ammonimenti dei grandi capi indiani d’America o il classico  “Il Ramo d’oro” di James Frazer) venne la cosiddetta civiltà occidentale per la quale il rapporto con gli alberi si è sviluppato attraverso tre passaggi. Il primo è dominato dalla paura e distanza : i boschi facevano paura, erano abitati da esseri pericolosi e pertanto andavano  ridotti ed eliminati; il disboscamento oltre all’utilità (il legname prelevato  in grandi quantità serviva per costruire navi e per il riscaldamento) era legato alla necessità di “sconfiggere gli spiriti della natura. Il secondo è caratterizzato dall’addomesticamento: dopo un lungo periodo di disboscamenti, l’ uomo capisce che gli alberi sono importanti per la sua economia ed  inizia ad addomesticarli, così nascono le riserve per produrre legno, e leggi severe per chi danneggia o taglia gli alberi, come quella del Cansiglio a Venezia. Il terzo invece, è cosa dei giorni nostri:  è quello che torna a considerare gli alberi come esseri viventi che, come gli animali domestici, ci fanno compagnia,  sono  nostri alleati e dispensatori di vita, ossigeno e bellezza, si piantano sui terrazzi, nei giardini, diventano “compagni con i quali parlare” e ci si incatena per difenderli. E se questa evoluzione ha portato  una minoranza degli uomini a quello che sembrerebbe a tutti gli effetti, un ritorno alle epoca aurea del rapporto tra alberi ed uomini, quando vivevano insieme in armonia ed equilibrio, non così è successo per la maggioranza e in particolare per chi si occupa di prendere decisioni amministrative. E questo per il vizio antropocentrico che ancora domina la civiltà moderna  intrisa da una scienza e una cultura specializzata che invece di privilegiare una visione olistica ed umanistica dell’uomo, preferisce chiudersi negli approfondimenti di compartimenti stagni della sua scienza che producono si, avanzata tecnologia ed effetti spettacolari,   ma perdendo la visione complessive dei valori e  delle regole che sono alla base della vita. E se specializzata e tecnologica è la società nella quale oggi viviamo, così sono le figure professionali che attualmente in Italia, si occupano di alberi. Queste sono : il forestale, che si occupa della gestione dei boschi, del suo taglio e del suo rinnovo e dell’ottimizzazione per la produzione del legno; il botanico, che dall’alto della sua scienza (grande è la mia stima, rispetto e amore  per i botanici) in laboratorio o con applicazioni in campo, si occupa di approfondire la scienza degli alberi, senza però avere il tempo e la disponibilità (questo però non rientra nei suoi compiti) di  divulgare alla massa le sue conoscenze e la sua passione; l’agronomo, il dottore degli alberi, quello che dice come piantarli e curarli, che però spesso passa molto del suo tempo ad occuparsi di attività più redditizie quali stime, perizie, iter  burocratici per abbattimenti; il paesaggista, che si occupa di sistemare gli alberi negli spazi naturali umanizzati. Non esiste invece e non è stata finora considerata la figura dello storico degli alberi. Nelle facoltà universitarie  si studiano le storie, la produzione letteraria e artistica degli uomini ma  non si fa altrettanto per quel  che riguarda gli alberi, studiati solo per  sapere come curarli e per quello che se ne può ottenere. Agli alberi ahimè son dedicate solo facoltà di medicina e odontoiatria, non quelle di storia e lettere. Gli alberi quindi considerati ancora una volta come oggetti e non come soggetti dispensatori di storie, bellezze e culture diverse. In un periodo storico nel quale la tecnologia rende più facile l’accanimento dell’uomo verso gli alberi, considerati a lui inferiori, oggetti e non soggetti, è necessario quindi pensare ad un percorso conoscitivo, trasversale tra le varie discipline che si occupano attualmente degli alberi, che veda nella figura dello storico degli alberi il riferimento  per recuperare il rapporto armonico tra uomini e alberi, una volta esistente e oramai dimenticato da tempo. Il compito dello storico degli alberi potrà essere dunque quello di tracciare le storie degli alberi, della loro cultura e dei loro riferimenti mitologici, di riprendere e approfondire le biografie dei botanici che ne hanno permesso la propagazione e la diffusione nel mondo al di fuori dei loro luoghi originali e di divulgarne e farne apprezzare le loro peculiarità svelandone il portamento e la bellezza non solo a gruppi di appassionati specialisti ma a tutti coloro che sembrano abbiano perso la meraviglia nello scoprire la bellezza degli alberi e del conoscerne e apprendere le loro storie e la loro cultura. Una cultura antica e ricca di storia che per sua sfortuna non è legata a nessuna industria che la sostiene. E se mentre adesso state leggendo un libro o guardate un film o ascoltate una canzone sul vostro ipod c’è qualcuno che sicuramente ci starà guadagnando qualcosa, quando magari in questi mesi invernali vi troverete al cospetto di un Taxodium disticum che sta virando il colore delle sue foglie, prima di lasciarle cadere, in un rosso spettacolare, gli unici a guadagnarci sarete voi e la vostra anima.

Antimo Palumbo      

 

Wikio Novembre 2010

Ha ragione probabilmente il mio amico Federico, paziente e analitico ricercatore, quando, parlando della facilità con la quale si riesce a trovare informazioni, conoscenze culturali e scientifiche su internet ( e quindi della sua democraticità) ,  mi metteva in guardia sulla necessita di controllare l’autenticità delle fonti e del loro contenuto. Spesso una notizia, anche se  falsa o sbagliata,  una volta che viene cristallizzata e “autentificata” su qualche sito ufficiale grazie al copia e  incolla inizia a girare sui siti più disparati portando, piuttosto che a informare, a disinformare. Mi ha incuriosito, a questo riguardo, la notizia del Bunga bunga, una pratica sessuale dai contorni ancora indefiniti, che sta girando in queste ore in rete in seguito alle dichiarazioni di una certa Ruby Rubacuori e in particolare l’accostamento fatto in un articolo del Corriere della Sera (giornale sembrerebbe serio ed attento)

http://www.corriere.it/politica/10_ottobre_28/bunga-bunga-berlusconi-ruby_b7c597ce-e267-11df-8440-00144f02aabc.shtml

con  la foto di una quelle meraviglie della natura che noi appassionati di  botanica, andiamo a ricercare, l’Amorphophallus titanum. Intanto non posso non notare che  il nome della specie nell’articolo è errato,  titanium (come il nome di una famosa marca di pentole) invece che titanum. E questo già inizia un po’  a  innervosirmi. Poi scopro che l’accostamento di questa immagine è semplicemente  legato ad un’omonimia  tra il nome (bunga bangkai) con la quale l’Amorphophallus titanum Becc. ,  che a tutt’oggi viene considerato la più grande infiorescenza del mondo e orgoglio della ricerca scientifica italiana visto che a scoprirlo e  nominarlo è stato il grande  botanico Odoardo Beccari, veniva originariamente chiamato a Sumatra   e bunga bunga la pratica sessuale venuta alla ribalta grazie alle dichiarazione di Ruby. A questo punto il nervosismo si trasforma in inquietudine quando scopro,  leggendo subito dopo, il significato della parola  bunga bangkai: cioè “fiore cadavere”. Eros e thanatos, amore e morte,  tutti ingredienti penso che potrebbero essere adatti  per un melodramma o una fiction dall’audience assicurata. Macché, magari. Noi, infatti,  che siamo più interessati ai fenomeni della natura piuttosto che ai fenomeni mediatici, sappiamo che il motivo del nome (fiore cadavere) nasce dal fatto che questa infiorescenza,  che può arrivare anche a tre metri di altezza, per richiamare insetti impollinatori, che altrimenti non se la filerebbero, è costretta a produrre un odore particolarmente sgradevole che ricorda quello della materia organica in putrefazione. Da questo articolo lo possiamo capire? Macché, di questo non se ne parla. Il fiore cadavere, una pratica sessuale sconosciuta, l’Africa nera, rituali di gruppo. brrr… fate attenzione , léggere un articolo del genere  prima di andare a dormire significa   addio sogni d’oro, anzi sogni turbati e perturbati. E se magari prossimamente potremmo essere edotti dai canali di informazione mediatica su quale profumo usi Ruby  e sulla taglia del suo reggiseno, senz’altro non succederà la stessa cosa per ciò che riguarda l’Amorphopallus titanum. Difficile sarà per esempio sapere che un esemplare si trova all’Orto Botanico di Firenze (figliolo di quello portato da Beccari) e  periodicamente (almeno ogni cinque anni) fiorisce con il suo odore nauseabondo per almeno tre giorni. Quando questo succederà ( e penso presto) ve lo farò sapere, per il  bunga bunga invece rivolgetevi altrove.

Antimo Palumbo

Gennaio 2008

E’ vero che per me gli alberi sono dei maestri – di cosa non saprei dirlo- ma dei maestri silenziosi, dei maestri del silenzio. Non sono il solo a pensarlo . Queste parole semplici e sagge introducono il ricordo e l’omaggio a Jacques Brosse, l’insigne di autore di “Mitologia degli alberi” scomparso all’alba del 3 gennaio di quest’anno, a 86 anni, a Sarlat nella verde Dordogne francese. Naturalista, monaco zen, storico del cristianesimo e filosofo, presenza fondamentale per ciò che riguarda la cultura dell’albero, oltre a “Mitologia degli alberi” pubblicato nel 1989 per le edizioni Plon (tradotto e pubblicato in Italia dalla Rizzoli) un testo “pietra miliare” letto, citato, copiato:  “l’abecedario della storia degli alberi”, è stato autore di diversi libri dedicati agli alberi. Ricordiamo : “La magia delle piante “ Edizioni Studio Tesi, 1992 ; “Gli alberi : storia e leggende” Allemandi 1989,  per il quale ha ricevuto il 28 Gennaio del 1989 l’importante Premio internazionale Nonino  riservato ad uno scrittore straniero purché pubblicato in Italia; la “Larousse des arbres et des arbustes” (2000) e “L’Arbre et l’Eveil” Albin Michel 1997  ancora non pubblicati in Italia. Ricchi, affascinanti, pieni di amore per gli alberi e per i boschi, i suoi libri come la sua vita, uno sciame di esperienze diversificate che si sviluppano producendo quello che succede agli autentici saggi : “il loro pensiero e la loro esistenza viaggiano sempre in armonia”. Un’esistenza che inizia il 21 agosto del 1922 a Parigi. Quarto figlio di cinque, di una famiglia di industriali borghesi, viene iniziato dal fratello Pierre, di 18 anni più grande, allo studio della natura e alla conoscenza della storia. Studente curioso e irrequieto studia il cinese e le culture orientali. Fondamentale l’incontro con Simonne Jacquemard  ( a sua  volta scrittrice, autrice, tra l’altro di  “Pitagora e l’armonia delle sfere”.) che sposerà nel 1955 e che resterà al suo fianco fino all’ultima ora. Nel 1945 diventa amico di Albert Camus che  pubblica sulla sua  rivista “L’Arche” il suo primo testo .”Il Segreto”. Un testo che lo fa conoscere ai servizi diplomatici francesi che lo nominano corrispondente della Radio Francese alle Nazioni Unite di New York. Ma lì rimarrà per poco ,solo due anni. Ritorna in Francia e nel 1953 entra alle edizioni Robert Laffont come redattore capo di enciclopedie e collezioni, dove vi rimane fino al 1981. Nel 1956 si trasferisce nella Dordogne dove , insieme a Simonne, crea due riserve naturali : la Devinerie en Sarthe du sud a 30 km da Mans (1965-1988) e le Verdier presso Eyzies nella Dordogne del Sud ( 1988-2003). Prolifico autore di numerose opere e testi, è del 1956 la sua opera più importante “L’ordine delle cose “ .Dopo il breve periodo dell’”espansione di coscienza” legate alle sue varie amicizie, tra gli altri :Alan Watts, Henri Michaux , Lanza del Vasto, Jean Cocteau negli anni settanta si apre alla strada mistica : lo zen e il buddismo. Allievo del maestro zen Taisen Deshimaru nel 1974 viene ordinato monaco e nel 1982 , dopo la morte del suo maestro diventa a sua volta insegnante e maestro e fonda nel 1996 l’Associazione Zen Doshin. Nel 1987 riceve le Grand Prix de Letterature de l’Académie Francaise per l’insieme delle sue opere. L’ultima delle quali, il suo testamento spirituale, scritto nel Settembre 2007 ,  è “ Pourquoi naissons-nous et autres question impertinentes” Albin Michel (Settembre 2007).

Antimo Palumbo

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