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Alberopoli

Roma da leggere Febbraio 2013

Tie a yellow ribbon round the old oak tree ” ( metti una nastro giallo intorno alla vecchia quercia) è il titolo di una canzone scritta da Irwin Levine e L.Russell Brown e portata per la prima volta al successo dal gruppo di Tony Orlando i Dawn nel 1973. La canzone vede protagonista principale un albero e racconta la storia di un ex detenuto, che noi per meglio identificarci nella storia, chiameremo Ray. Dopo tre anni di carcere, e pronto all’imminente scarcerazione, Ray scrive una lettera alla sua fidanzata (che chiameremo Anna ) per chiederle una conferma del suo amore. Ray però non potrà attendere la risposta scritta di Anna ma affiderà l’arduo responso della sua amata alla presenza o meno di un nastro giallo. Se al suo ritorno al paese lo vedrà legato intorno alla grande quercia (dove, secondo le nostre intuizioni, s’era svolta la loro storia d’amore prima del suo arresto) vorrà dire che lei lo ama ancora. Una volta libero, il ritorno nel suo paese in pullman è carico di tensione. Ray, sapendo di non potere sopportare l’eventuale rifiuto di Anna ( a quei tempi i telefonini ancora non esistevano) chiede all’autista un grande favore : giunti a destinazione, dovrà guardare al suo posto (Ray invece chiuderà gli occhi) per controllare la presenza sulla grande quercia di un nastro giallo, nel caso positivo di fermarsi e farlo scendere, in quello negativo continuare nella corsa del pullman. Sarà un lieto fine ad attenderà Ray all’apertura degli occhi che, con il brusio di tutti gli altri passeggeri oramai coinvolti nella storia, non troverà sull’albero un solo nastro ma ben cento nastri gialli. Ecco, con lo spirito di questa canzone nel cuore, dedichiamo questa puntata di Alberopoli alla scoperta di quello che potremmo chiamare l’albero dei desideri di Villa Doria Pamphilj, una mimosa dalle dimensioni modeste e dal portamento curvo che però presenta una rara particolarità : quella di avere il tronco (ma anche gran parte dei rami) ricoperto da numerosi nastri colorati. Ci chiediamo ma chi sarà stato (per quale motivo e in quanto tempo) a compiere questa operazione unica, artistica e estremamente gradevole da vedere? Non lo sappiamo , ipotizziamo però che numerose siano state le persone, e nell’arco di diversi anni, a riporre la speranza di voler vedere realizzato un loro desiderio (presumiamo d’amore) legando dei piccoli nastrini colorati a quest’ albero dalla fioritura spettacolare. Un albero dai fiori gialli e profumati, simili a piumini (delle infiorescenze a capolino riunite in piccole pannocchie e ricche di stami polliniferi) che oggi tutti conosciamo ( anche i bambini lo sanno) col nome comune di Mimosa. Importata in Europa agli inizi dell’800 dalla Tasmania, una piccola isola dal clima mite che si trova al Sud dell’Australia, l’ Acacia dealbata Link (questo è il suo nome botanico corretto) viene citata in Italia in un catalogo per la prima volta nel 1835 ma diventa popolare dopo il 1950 grazie ai suoi fiori che diventano il simbolo dell’8 Marzo e della Festa della donna. Presto partirà in tutta Roma la sua fantastica fioritura e prima che questo succeda (se come il Ray e l’Anna della canzone) vorrete veder realizzare un vostro desiderio ( e a rigor di logica dovrebbe essere la fioritura a permetterlo) avete solo pochi giorni per andare a legare il vostro nastrino colorato. Trovare la mimosa dei desideri è facile. Si trova poco prima dei terrazzamenti di piante e fiori realizzati con mattoncini di tufo e percorsi da scale sotto al casale di Giovio, sulla sinistra del sentiero in terra battuta a qualche centinaio di metri dell’ingresso di Villa Doria Pamphilj in Via Aurelia Antica 327. Anche se sarà tardi, (non lo vorrete o non ci sarà più posto) per mettere il vostro nastrino colorato, una passeggiata nella regina delle ville romane merita sempre.
Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere  Gennaio 2013

Son passati quasi otto anni dalla primavera del 2005,  quando,  nel depliant illustrativo dei primi Incontri con Alberi Straordinari che iniziavo a svolgere nelle ville del verde storico di Roma,  scrivevo queste  parole : “ Non esiste poi a Roma un Centro che si occupi di diffondere la cultura degli alberi : una libreria specializzata, un luogo fisico da contattare (via telefono o e-mail) nel caso remoto che a qualcuno venisse la curiosità di conoscere come si chiama l’albero, dai bellissimi fiori bianchi che vede ogni giorno sotto casa mentre parcheggia la macchina. Non sarebbe forse ora che anche a Roma nascesse un Ufficio Albero? Un luogo d’incontro per lo sviluppo non solo tecnico ma anche letterario, storico, conoscitivo, che si sviluppi con incontri con tecnici, scrittori, giornalisti legati alla “ cultura dell’albero “? Bisognerebbe pensare ad inserire nel contenitore di ciò che definiamo Cultura anche la parola albero…perché a Roma c’è la Casa del Cinema, la Casa del Jazz, ma nessuna Casa dell’Albero? “ Da allora , e per fortuna, molto è cambiato per ciò che riguarda la cultura dell’albero a Roma (e questo, spero in piccola parte, grazie anche al mio lavoro) però di Casa dell’Albero non ce n’è ancora oggi nessuna  traccia. Esiste però una Casa del Parco che si trova in via della Pineta Sacchetti, in un antico edificio, sviluppato  su tre piani, già di proprietà dei Torlonia e chiamato Casale del Giannotto. La Casa del Parco è una delle Biblioteche dell’ Istituzione delle Biblioteche di Roma che, grazie al lavoro di ricerca e acquisizione durato diversi anni e curato da Ennio De Risio, si è specializzata in libri che riguardano piante, alberi, giardini e giardinaggio. Un bellissimo spazio, gratuito e facilmente accessibile, da scoprire e frequentare (se già non lo state facendo). Proprio lì di fronte,  attraversando la strada, in via della Pineta Sacchetti 53, ci sta aspettando l’albero al quale dedichiamo questa puntata della nostra rubrica: un albero raro, dalla forma snella e flessuosa, che proviene dalla lontana e esotica Australia e risponde al nome di  Eucalyptus citriodora.  L’albero, che svetta in alto per quasi venti metri (ed è per questo facile da riconoscere) si trova nel giardino ricco di piante esotiche di Danilo Bitetti, botanico e paesaggista, del quale torneremo a parlare presto su queste pagine, ed è cresciuto da una piccola piantina messa a dimora nel 1995. L ‘Eucalyptus citriodora Hook. ( o Corymbia citriodora [Hook.] K.D. Hill & L.A.S.Johnson  come dovrebbe ora  chiamarsi secondo la nuova classificazione in vigore dal 1995 ) è un albero che , come la maggior parte degli Eucalipti,  proviene dall’Australia,  in particolare dalla regione dal clima temperato e tropicale del nord-est. Può crescere fino a 35 metri di altezza e si caratterizza per la corteccia liscia, che compone il suo tronco per tutta l’altezza dell’albero, dal colore bianco pallido che, in maturità, produce leggere screziature marezzate, che aumentano anno dopo anno, e la sua  chioma composta da foglie strette intrise di un forte odore di limone, dalle quali si estrae un olio essenziale (usato nell’industria alimentare e oggi prodotto principalmente  in Brasile e in Cina) il cui componente principale (ben l’ 80%) è essenza di citronella. Il nome della specie, citriodora, che deriva, dal termine latino “ citriodorus  “dal sapore di limone” ci informa proprio di questa sua curiosa particolarità. Di Eucalipti che sanno di limone a Roma ce ne sono solo due (l’altro , piantato anch’esso da Danilo Bitetti, si trova nei pressi della Cassia in una strada di fronte al cinema Ciak) perché non andare a trovarli?

Antimo Palumbo

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Alberopoli

Roma da leggere Gennaio 2013

Qual è l’albero perfetto? Esiste un albero perfetto? A queste domande si potrebbe tentare di dare una risposta facendo un paragone tra albero e uomo. L’albero perfetto così come l’uomo perfetto  (uomo inteso come umano e quindi maschio/femmina) è quello capace di esprimere al meglio il suo carattere. Un uomo libero di esprimere il suo carattere ( un timido che vive la sua timidezza con grazia e dolcezza per esempio o un estroverso ricco di carica positiva che esplode in  grandi risate) è uomo perfetto, e nell’espressione della sua perfezione armonica porta bellezza e gioia alle persone con le quali entra in relazione. Ecco, la stessa cosa si potrebbe dire degli alberi perfetti e  quindi belli.  Così come ogni uomo, anche ogni albero ha un suo carattere e il carattere degli alberi è dato dal portamento con il quale sono strutturate le ramificazioni (o palchi) che compongono la sua chioma, che è diverso da genere a genere. Di questo ne sono consapevoli in molti (vedi i due splendidi libri  “ L’Architettura egli alberi ” di Cesare Leonardi,  Mazzotta   e “ L’ arte di conoscere gli alberi ” di Simon Jacques, Mursia ) tranne però alcuni amministratori di società che si occupano di verde urbano (e che prendono gli appalti dai Comuni) che, ancora oggi,  utilizzano “potatori ignoranti” (nel senso che ignorano come funziona un albero ) che  si improvvisano “eroi della capitozzatura” pelando senza nessun criterio intere alberate stradali. Una pratica questa, la capitozzatura, che oltre ad essere dannosa e anti-economica (l’albero si ammala e dopo qualche anno va cambiato) è profondamente contraria a qualsiasi grado o minimo criterio di estetica. Un albero capitozzato è un albero che ha perso la sua forma e il suo carattere e contribuirà, in quanto albero brutto, a trasmettere negatività nei confronti di chi lo vivrà (noi umani passanti) negli anni a venire. Nello splendido Parco degli Acquedotti a Roma , un luogo magico e importante per la nostra città,  uno dei pochi luoghi di Roma rimasti integri rispetto al passato, nel quale si possono ancora vivere le atmosfere romantiche ricercate dai viaggiatori europei del Grand Tour a metà dell’Ottocento ( vedi i paesaggi immortalati nei quadri di Ippolito Caffi e Johan Jacob Frey rimasti a tutt’oggi immutati) vive un leccio, Quercus ilex L., una quercia sempreverde, espressione tipica della macchia mediterranea, che,  per la forma della sua chioma,  verde, simmetrica e globosa, possiamo considerare un albero perfetto. Un albero facile da incontrare e da  visitare. Per farlo si parte dall’ingresso di via Lemonia – dove c’è il parco giochi – all’altezza del casotto di legno del Parco si segue un viale di terra battuta, poi  si superano gli archi bassi dell’acquedotto dell’Acqua Marcia e l’albero perfetto vi comparirà alla vostra sinistra. Una volta vicini alla piccola Quercia sempreverde passate un po’ di tempo a osservarla, toccarla e viverla e probabilmente sarete avvolti dal sentimento della sua bellezza e perfezione simmetrica. Un’immagine simmetrica simile a quella al quale  si deve esser ispirato,  nel lontano 1991, anche Achille Occhetto quando si trovò a scegliere il nuovo simbolo del  Partito Democratico della Sinistra, di cui era  segretario. Una scelta che cadde sulla Quercia per le sue caratteristiche, espresse sinteticamente in forza,  bellezza e  resistenza,  ( un Leccio può vivere anche fino a cinquecento anni) che dovevano rappresentare l’immagine del nuovo corso di un grande partito italiano. Anche se la Quercia immaginata da Occhetto probabilmente non era un Leccio ma una Farnia (Quercus robur L.) quella del Parco degli Acquedotti gli assomiglia molto. La bellezza non esiste solo nella cultura degli uomini ma è sparsa tra le meraviglie della natura, nostro compito è di andare a cercarla.

Antimo Palumbo

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Viaggi e mondo Marzo 2013

Proviene dalle Ande peruviane l’albero sempreverde di cui ci occupiamo oggi: lo  Schinus molle L.  conosciuto in Italia con il nome comune di Falso pepe.  Albero elegante e ornamentale, dal portamento cadente simile al salice,  è facile da riconoscere per le sue foglioline strette e lanceolate (imparipennate e pendenti con una curvatura a falce, ad inserzione alterna) e per i suoi frutti aromatici  (delle piccole drupe rosse ) che sanno appunto di pepe e che vengono utilizzati (in basse proporzioni, perché in grandi quantità  possono essere tossici) per miscelare tipi di pepe diversi.  Il Falso pepe può crescere fino a 15 metri di altezza,  ama il sole e resiste a basse temperature (anche -7° C). Per la facile germinabilità dei suoi semi (portati in giro dagli uccelli) è considerato invasivo (in particolare in Australia e in Sudafrica). Nonostante questo in Italia è albero di moda da diversi secoli (viene nominato per la prima volta nel 1605) e lo si può trovare ancora oggi nei nostri giardini. Deve il suo nome a Carlo Linneo che nel nome del genere volle specificare  la sua somiglianza  con il lentisco (appartiene infatti alla sua stessa famiglia, quella delle Anacardiaceae)  chiamato in greco  “schinos” e  in quello della specie facendolo derivare da “molli”  il  nome con il quale era chiamato nella lingua Quechua degli  Inca che  ne usavano  la parte esterna del frutto (non quella interna più amara) per farne una bevanda. Pirul è il suo nome spagnolo e messicano, Peruvian peppertree e Californian pepper tree quelli inglesi . E’ anche chiamato Mastice peruviano per l’uso che si faceva in passato, in America,  della sua resina (estratta dal tronco e ricca di olii essenziali,) che veniva masticata come chewing gum . Pianta dioica , porta i suoi fiori bianco-giallastri, riuniti in pannocchie pendenti che fioriscono d’estate (in giugno-luglio),  su alberi separati. Fate attenzione agli alberi maschili e al suo polline perché respirarlo , in alcune persone sensibili, può provocare delle reazioni allergiche (potete invece stare tranquilli con gli alberi femminili, ovvero quelli che portano i frutti). Due sono gli esemplari storici di Schinus molle L. sui quali fermiamo la nostra attenzione. Il primo è quello che si trova in California nella  Mission San Luis Rey de Francia, un’antica missione spagnola nei pressi della città di Oceanside (vedi nella foto), famoso perché, oltre ad  il primo ad essere stato piantato in America (nel  1830, con semi provenienti dal Messico, un esemplare maschile, il vero patriarca di tutti i Californian tree pepper) ha visto ambientare sotto le sue fronde nel 1957 (ma anche in tutta l’ex missione spagnola)  la prime serie di Zorro, della Walt Disney, quella con Don Diego De La Vega interpretato da Guy Williams. Il secondo invece è quello che si trovava a Sanremo nella Villa Meridiana ( sede  della Stazione Sperimentale per la Floricoltura “Orazio Raimondo” , diretta dall’agronomo  Mario Calvino e dalla botanica Eva Mameli) entrato nella storia della Letteratura Italiana per essere stato l’ispiratore del “Barone Rampante” di Italo Calvino. Uno Schinus molle L. dal portamento basso e policormico,  che permetteva al bambino Italo Calvino, di arrampicarsi facilmente sui suoi rami contorti ma resistenti e di passare lunghe ore a  giocare e  meditare. Così come succede al barone rampante Cosimo Piovasco di Rondò che :   salì fino alla forcella d’un grosso ramo dove poteva stare comodo, e si sedette lì, a gambe penzoloni, a braccia incrociate con le mani sotto le ascelle, la testa insaccata nelle spalle, il tricorno calcato sulla fronte. Nostro padre si sporse dal davanzale : “ Quando sarai stanco di star lì cambierai idea!” gli gridò “Non cambierò mai idea”  fece mio fratello, dal ramo. “Ti farò vedere io, appena scendi!” “E io non scenderò più!” E mantenne la parola.” Un Falso pepe solo ispiratore però, perché nel racconto l’autore parla di  un Elce, ovvero un Leccio, Quercus ilex L. albero più comune e facile da immaginare. Allora, se vi capiterà di passeggiare per le strade di Lima, fermatevi ed osservare nei negozi le stoffe tessili realizzate secondo la Cultura Wari (vedi foto)nel passato venivano tinte con un colorante dai toni gialli estratto proprio dal tronco opportunamente trattato dello Schinus molle L. il Molle huiñan  considerato dai peruviani. “albero virtuoso”.

Antimo Palumbo

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Viaggi e mondo Febbraio 2013

Tra qualche giorno in  tutta Italia sarà il momento giusto per assistere ad  uno  degli spettacoli più belli che gli alberi ci possano regalare :  l’apertura delle gemme dell’Ippocastano ( grandi e marroni, ancora avvolte da una perula resinosa che le fa sembrare come spalmate di miele) dalle quali, con grande meraviglia, inizieranno a fuoriuscire per poi distendersi, piccole foglie accartocciate dal color verde chiaro. Albero inconfondibile da riconoscere proprio per le sue grandi foglie digitate, palmato-settate, e per la sua fioritura superba (bianche pannocchie profumate, macchiate di rosa, con lunghi stami che si protendono verso l’alto, alte fino a venti centimetri ) l’Ippocastano  è il simbolo della città di Kiev, capitale dell’Ucraina,  dove viene piantato, sin dai primi anni dell’ottocento, nelle principali vie della città, ma anche in numerosi parchi, per procurare ombra in estate e deliziare in primavera avanzata i passanti con il profumo dei suoi fiori, e segnare di giallo la città con il colore delle sue foglie in autunno. Ancora oggi  nel territorio del  Monastero di Kytayivsky (vedi la foto) si trova l’ Ippocastano più antico di Kiev che si stima abbia trecento anni di età ed è alto quindici metri con una circonferenza di circa quattro metri. Per capire quanto sia importante la presenza di questo albero nella cultura ucraina, basti ricordare che uno dei dolci più famosi del paese la Torta Kyivskiy  (vedi la foto) porta sulla confezione proprio un immagine delle foglie dell’Ippocastano con i suoi frutti. L’Aesculus hippocastanum L. anche se è un albero oggi molto comune nelle nostre città,  sembra sia stato importato in Europa dai Balcani nel 1557 dal botanico senese  Pier Andrea Mattioli. Il nome del genere gli fu dato da Linneo nel 1753 nel suo Species plantarum riprendendo il nome con il quale gli antichi romani chiamavano una ghianda edibile, Aesculus, (quindi una quercia) simile ai frutti dell’Ippocastano.  Frutti (più propriamente delle capsule ovali verdi, con aculei poco pungenti) che contengono al loro interno uno o più semi, marroni a maturazione e  simili a castagne  (che in Italia vengono anche chiamati castagne matte, mentre in inglese conkers) ricchi di tannino e quindi amari e non commestibili per gli umani (e tossici in grandi quantità per alcuni animali). Questi semi, contengono al loro interno una miscela di saponine (escina e l’esculina, quest’ultima tossica poiché causa emolisi, distruzione dei globuli rossi) dalle spiccate proprietà terapeutiche ( vasocostrittrice, antinfiammatoria ed antiedemigena) che immersi in acqua tiepida un tempo venivano utilizzati (potete provarci anche oggi) per sbiancare i tessuti. Sull’etimologia del nome della specie, diverse sono invece le possibili spiegazioni, molte delle quali originate dalla fantasia popolare, tra queste la più accreditata è quella che fa derivare il suo nome comune (dal greco “hippos” cavallo e  “kastanon” castagna) dalla credenza che i suoi semi (mangiati crudi dai cavalli) servissero a  togliere la tosse ai cavalli bolsi. Un’altra invece  deriva il nome dall’ orma simile allo zoccolo del cavallo che i piccioli delle foglie lasciano sul ramo quando cadono in autunno. Ed infine un’ulteriore versione (stavolta anglosassone, Horse Chestnut è il suo nome inglese) associa il termine “horse” (che originariamente nel linguaggio arcaico non significava cavallo ma forte e potente) alla “forte amarezza” dei suoi semi per questo non commestibili. Buckeye (occhio di cervo maschio) è invece il nome con il quale vengono chiamate le specie provenienti dall’America che hanno fiori rossi e questo per la somiglianza del seme con l’occhio marrone dell’animale (avete mai visto un cervo negli occhi?). Ippocastani americani che sono : l’ Aesculus pavia L. , dai fiori rossi, e l’ Aesculus carnea Zeyher  dai fiori rosa, un ibrido artificiale quest’ultimo tra Aesculus hippocastanum e Aesculus pavia L. del quale (A. carnea)  esistono molte cultivar con colori diversi. Un’ultima curiosità, conoscete  i fiori di Bach? Tre di questi provengono dall’Ippocastano: se avete ripetuto sempre gli stessi sbagli (Chestnut Bud) ; se non avete mai spesso di pensare (White Chestnut) o  se siete stati in continua apprensione per gli altri (Red Chestnut). Sono i rimedi per voi? Chissà. Nel frattempo, se vi capiterà di fare un viaggio nella splendida città di Kiev vi consigliamo una sosta obbligatoria al suo Orto botanico, il  M.M. Gryshko National Botanical Garden che ospita una grande collezione di Lillà  Syringa vulgaris L., Magnolie e nelle sue splendide serre più di 350 specie di orchidee.

Antimo Palumbo

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Viaggi e mondo Febbraio 2013

Il sole caldo che annuncia l’imminente primavera, ci spinge a parlare di un albero tipico dei paesi caldi e assolati, dai fiori rosa campanulati spettacolari che porta un doppio nome botanico (entrambi sinonimi): Tabebuia impetiginosa (Mart. ex DC.) Toledo e Tabebuia avellanedae Lorentz ex Griseb. Scoperto nel 1820 durante una spedizione in Brasile da Carl Friedrich Philipp von Martius, fu poi chiamato da Augustin Pyramus de Candolle, nel 1845, Tecoma impetiginosa, un nome che deriva da tecomaxochitl (che in Nahautl -Azteco- vuol dire “albero dei fiori a forma di vaso”). Il nome Tabebuia fu invece coniato da Paul Carpenter Standley che riprese il termine con il quale veniva chiamato dagli aborigeni e il cui significato è ” legno della mosca“, chissà perché, forse perché il suo legno resiste ai danni delle mosche. E’ l’albero nazionale del Paraguay ed è chiamato nei paesi dell’America Centrale, dove cresce spontaneo con diversi nomi: Pau d’arco (per l’uso che se ne faceva dei suoi rami per costruire archi); Lapacho rosato e Ipè rosa per i suoi fiori. Negli Stati Uniti è invece conosciuto come Taheebo (dal termine boliviano tajibo usato per chiamare l’albero dai guaritori andini). Dalla sua corteccia (che ricresce rapidamente sull’albero) sin dai tempi degli antichi indigeni, si estrae, infatti, un preparato fitoterapico che contiene innumerevoli proprietà terapeutiche. Su quest’argomento consiglio la lettura del libro di Kenneth Jones ” Pau d’arco (Tabebuia) la Pianta farmacia dell’amazzonia” uscito per Amrita Edizioni. Volete, invece, vedere e odorare da vicino i fiori rosa della Tabebuia, in una giornata solare (e qui parte l’inevitabile rima) tutt’altro che buia? Un viaggio in America Centrale potrebbe essere adatto allo scopo. Se invece volete spendere di meno e la desiderate vedere nel vostro giardino, lo vendono anche nei vivai italiani (98 euro con circonferenza di cinquanta centimetri) e cresce bene vicino al mare, solo che bisogna aspettare un po’ di più.

Antimo Palumbo

Concorso nazionale “Alberi dimenticati”

16 Aprile 2011

Menzione della Giuria

Roma è splendida la domenica mattina. E’ una fredda e assolata giornata di febbraio e mi trovo nel Parco degli Acquedotti per condurre un gruppo di quasi quaranta persone. Siamo in tanti e ci vuole un po’ di tempo per oltrepassare, con una scaletta marrone di ferro, le antiche volte di un acquedotto romano. Al di là di questa bassa barriera visiva, so che in uno spazio magico, dove lunghi filari di Pinus pinea corrono paralleli agli alti archi, maestosi e ancora ben conservati, dell’acquedotto Claudio, mi aspetterà la sagoma delineata di una Marruca – un piccolo alberello che con l’architettura dei suoi rami spogli domina, dall’alto di una stretta collina, il verde della campagna romana – con la quale inizierò la mia esposizione. E’ con un albero dimenticato e oramai senza più gloria che sfiderò il tempo della storia, un albero che ha dato il suo nome a quello di un popolo antico: i Marrucini, abitanti dell’antica città di Marouca, l’attuale Rapino (Chieti), così chiamati proprio perché coltivavano la Marruca, inconfondibile per le sue drupe a forma di dischetto, dolci e buone da mangiare e che per via dei suoi rami spinosi era utilizzata per fare inaccessibili recinzioni. Paliurus spina-christi questo è, infatti, il suo nome botanico, Paliurus come quello di un’antica città africana e spina-christi proprio per i suoi rami spinosi che la fantasia di un botanico volle fossero utilizzati per confezionare la corona di Cristo. Ma una sorpresa mi attende al di là dalla scaletta: centinaia di bambini in divisa ordinati per file. E’ in corso un raduno di boy scout. Nell’aria voci amplificate provengono da una magra antenna, posizionata proprio sul tronco  della  mia Marruca. La mia esposizione è rimandata, loro però – non lo sanno – stanno amplificando la storia.

Antimo Palumbo

 
Arbor  Novembre 2010
“La storia nostra è la storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo.”
Benedetto Croce
Gli alberi, ovvero la vita. E’ grazie alla loro esistenza e al miracolo che si compie ogni giorno nelle loro foglie che è possibile , ed è stata possibile fino ad oggi, la vita nel nostro pianeta che abbiamo chiamato Terra, un miracolo chiamato fotosintesi clorofilliana (che avviene in tutti gli esseri  vegetali dotati di cellule specializzate dotate di organuli chiamati cloroplasti) e che attraverso la trasformazione dell’energia solare in zuccheri  e la produzione di uno “scarto” prezioso, l’ossigeno,  ha permesso la formazione dell’atmosfera terrestre e con essa la possibilità di farci vivere al suo interno degli organismi pluricellulari dotati di attività aerobica. Gli alberi, quindi, esseri autotrofi che producono ossigeno (mentre invece noi esseri umani siamo esseri eterotrofi obbligati per nutrirci a mangiare piante od animali che si nutrono di piante), esseri vegetali viventi  come noi costituiti di cellule e dotati  di vita, delle cellule diverse dalle nostre (ma poi neanche tanto) perché al loro esterno sono dotate di una parete cellulare che le rende forti e resistenti e capaci di far “saltare” staticamente (noi per farlo dobbiamo produrre una cinesi muscolare) materiali con una resistenza inimmaginabile (come ad esempio con le radici di un Ficus macrophylla che può stritolare tubature di acciaio) e di raggiungere dimensioni e altezze considerevoli (come l’albero più alto del mondo: una Sequoia sempervirens Endl. alta 116 metri). Cellule vegetali che nella loro parete cellulare sono composte da lignina e cellulosa, prodotti che noi umani abbiamo imparato nei secoli a trasformare in legno e carta. Il legno, un materiale organico quindi, senza il quale la nostra società e il nostro mondo non sarebbe stato possibile: le case, le città, le navi, gli strumenti, gli utensili, tutti fatti con il  legno, la vita trasformata degli alberi che ha permesso la nostra società umana e con essa la nostra cultura. Ed il legno altro non è che il risultato dell’accrescimento secondario dell’albero che avviene grazie ad un sistema chiamato cambio (ricco di cellule specializzate chiamate meristematiche) che al suo interno produce appunto legno, (quello giovane viene chiamato albume, mentre durame quello più vecchio) mentre invece al suo esterno produce il libro, un sistema vascolare nel quale scorre (dall’alto verso il basso) la linfa zuccherina elaborata dalla fotosintesi che serve a nutrire l’albero : il floema. Cellule vive che compongono le forme degli alberi che con i loro tronchi, fiori e foglie, e chiome differenziate e apportatrici di ombra, ci regalano ossigeno, bellezza e cultura. Una cultura che in questo periodo dominato dalla tecnologia e dal capitalismo (nel quale gli esseri sembrano avere importanza ed esistere solo perché producono e consumano) sembra aver dimenticato gli alberi, considerati invece nel passato, secondo alcuni saggi osservatori,  i veri abitanti del nostro pianeta che attraverso il collegamento delle loro radici  e dei sistemi specializzati a loro collegati con la terra ( allelopatia e allelobiosi e micorizze – quest’ultima un’alleanza simbiontica tra funghi e radici)  permettono la  nostra esistenza e la vita su questo pianeta che guarda caso porta lo stesso nome. Una permanenza, quella degli alberi, che dura da milioni di anni, mentre più breve è la nostra, quella dell’ essere animale che alcuni studiosi si sono glorificati di definire Homo sapiens sapiens per la magnificenza delle sue fantastiche abilità intellettive e manuali, che gli hanno permesso di acquisire, attraverso lunghe ere, il ruolo di padrone delle sorti del pianeta con il superamento del conflitto uomo/natura a nostro vantaggio e a scapito di tutti gli altri esseri viventi che ci abitano sopra (e dentro). Un ruolo, quello di dominatori e “marines”dell’universo,  che ha portato nel tempo a far divenire dominante una cultura dominata dall’antropocentrismo, quella  visione del mondo,  per la quale gli alberi, esseri vegetali viventi e superiori all’uomo (basti pensare, per fare qualche esempio, che ci sono alberi che possono vivere più di mille anni  continuando a produrre frutti come succede con l’Ulivo di Canneto in Sabina – in provincia di Rieti – o resistere, “senza cappotto”, a temperature estreme , anche -30° come succede per la Robinia pseudoacacia L. ) debbano essere considerati inferiori e in alcuni casi  neanche considerati esseri viventi  ma solo oggetti da tagliare, compattare e capitozzare a proprio gusto e piacimento. Ma le culture e le visioni cambiano e così scopriamo attraverso il testo “L’Uomo e la natura” , Einaudi Editore dello storico gallese Keith Thomas che se mentre oggi difendere gli alberi “è cosa buona e saggia” non sempre è stato così. Dopo un lungo periodo di armonia tra uomini e alberi e antiche civiltà che avevano per gli alberi rispetto e considerazione per la loro grandezza e saggezza (come insegnano i saggi ammonimenti dei grandi capi indiani d’America o il classico  “Il Ramo d’oro” di James Frazer) venne la cosiddetta civiltà occidentale per la quale il rapporto con gli alberi si è sviluppato attraverso tre passaggi. Il primo è dominato dalla paura e distanza : i boschi facevano paura, erano abitati da esseri pericolosi e pertanto andavano  ridotti ed eliminati; il disboscamento oltre all’utilità (il legname prelevato  in grandi quantità serviva per costruire navi e per il riscaldamento) era legato alla necessità di “sconfiggere gli spiriti della natura. Il secondo è caratterizzato dall’addomesticamento: dopo un lungo periodo di disboscamenti, l’ uomo capisce che gli alberi sono importanti per la sua economia ed  inizia ad addomesticarli, così nascono le riserve per produrre legno, e leggi severe per chi danneggia o taglia gli alberi, come quella del Cansiglio a Venezia. Il terzo invece, è cosa dei giorni nostri:  è quello che torna a considerare gli alberi come esseri viventi che, come gli animali domestici, ci fanno compagnia,  sono  nostri alleati e dispensatori di vita, ossigeno e bellezza, si piantano sui terrazzi, nei giardini, diventano “compagni con i quali parlare” e ci si incatena per difenderli. E se questa evoluzione ha portato  una minoranza degli uomini a quello che sembrerebbe a tutti gli effetti, un ritorno alle epoca aurea del rapporto tra alberi ed uomini, quando vivevano insieme in armonia ed equilibrio, non così è successo per la maggioranza e in particolare per chi si occupa di prendere decisioni amministrative. E questo per il vizio antropocentrico che ancora domina la civiltà moderna  intrisa da una scienza e una cultura specializzata che invece di privilegiare una visione olistica ed umanistica dell’uomo, preferisce chiudersi negli approfondimenti di compartimenti stagni della sua scienza che producono si, avanzata tecnologia ed effetti spettacolari,   ma perdendo la visione complessive dei valori e  delle regole che sono alla base della vita. E se specializzata e tecnologica è la società nella quale oggi viviamo, così sono le figure professionali che attualmente in Italia, si occupano di alberi. Queste sono : il forestale, che si occupa della gestione dei boschi, del suo taglio e del suo rinnovo e dell’ottimizzazione per la produzione del legno; il botanico, che dall’alto della sua scienza (grande è la mia stima, rispetto e amore  per i botanici) in laboratorio o con applicazioni in campo, si occupa di approfondire la scienza degli alberi, senza però avere il tempo e la disponibilità (questo però non rientra nei suoi compiti) di  divulgare alla massa le sue conoscenze e la sua passione; l’agronomo, il dottore degli alberi, quello che dice come piantarli e curarli, che però spesso passa molto del suo tempo ad occuparsi di attività più redditizie quali stime, perizie, iter  burocratici per abbattimenti; il paesaggista, che si occupa di sistemare gli alberi negli spazi naturali umanizzati. Non esiste invece e non è stata finora considerata la figura dello storico degli alberi. Nelle facoltà universitarie  si studiano le storie, la produzione letteraria e artistica degli uomini ma  non si fa altrettanto per quel  che riguarda gli alberi, studiati solo per  sapere come curarli e per quello che se ne può ottenere. Agli alberi ahimè son dedicate solo facoltà di medicina e odontoiatria, non quelle di storia e lettere. Gli alberi quindi considerati ancora una volta come oggetti e non come soggetti dispensatori di storie, bellezze e culture diverse. In un periodo storico nel quale la tecnologia rende più facile l’accanimento dell’uomo verso gli alberi, considerati a lui inferiori, oggetti e non soggetti, è necessario quindi pensare ad un percorso conoscitivo, trasversale tra le varie discipline che si occupano attualmente degli alberi, che veda nella figura dello storico degli alberi il riferimento  per recuperare il rapporto armonico tra uomini e alberi, una volta esistente e oramai dimenticato da tempo. Il compito dello storico degli alberi potrà essere dunque quello di tracciare le storie degli alberi, della loro cultura e dei loro riferimenti mitologici, di riprendere e approfondire le biografie dei botanici che ne hanno permesso la propagazione e la diffusione nel mondo al di fuori dei loro luoghi originali e di divulgarne e farne apprezzare le loro peculiarità svelandone il portamento e la bellezza non solo a gruppi di appassionati specialisti ma a tutti coloro che sembrano abbiano perso la meraviglia nello scoprire la bellezza degli alberi e del conoscerne e apprendere le loro storie e la loro cultura. Una cultura antica e ricca di storia che per sua sfortuna non è legata a nessuna industria che la sostiene. E se mentre adesso state leggendo un libro o guardate un film o ascoltate una canzone sul vostro ipod c’è qualcuno che sicuramente ci starà guadagnando qualcosa, quando magari in questi mesi invernali vi troverete al cospetto di un Taxodium disticum che sta virando il colore delle sue foglie, prima di lasciarle cadere, in un rosso spettacolare, gli unici a guadagnarci sarete voi e la vostra anima.

Antimo Palumbo      

 

Viavai Novembre 2010.

E’ una finale di Coppa dei Campioni, due squadre che si sfidano, ritmi e nervi serrati, diverse ammonizioni e qualche espulsione , novanta minuti di gioco effettivo e il risultato e ancora in parità , zero a zero le reti son rimaste inviolate. Il terzo uomo alza il cartello che indica il recupero,   tre minuti possono bastare per portare a casa una coppa e il risultato. E al novantaduesimo minuto, quando gli allenatori già stanno pensando a preparare la lista dei rigoristi, avviene l’impensabile, un colpo di testa in tuffo e il centravanti della squadra azzurra fa gol. Salva è la squadra, salvo l’allenatore e il presidente. Tutti in delirio felici e contenti. Ecco così sembra sia successo a Roma in questi giorni per ciò che riguarda la situazione degli alberi e del suo verde. Un colpo di testa in tuffo infatti mi è sembrata la dichiarazione dell’ Assessore all’Ambiente Fabio De Lillo  per ciò che riguarda il nuovo piano di piantumazione che partirà dal 25 Ottobre prossimo  e che vedrà investiti la bellezza di 1 milione e 650 mila euro,  fondi trovati grazie a Roma Capitale, per piantumare 7000 nuovi alberi in città. Questi alberi saranno, sempre secondo il comunicato dell’assessorato,  dei  lecci, tigli,platani, frassini, cipressi , roverelle  ed andranno ad aggiungersi agli altri 1650 piantati da marzo a maggio scorso. Bene, si piantano degli alberi a Roma, non possiamo che essere contenti. Peccato che però dall’insediamento della nuova giunta Alemanno e  partendo dalla priorità sicurezza ci sia stato, a livello pubblico e privato,  per ciò che riguarda gli alberi un massacro senza precedenti nella storia degli ultimi cinquant’anni della capitale( i privati “dicono se tagliano loro noi che stiamo a guardare?” E zac anche loro via alla motosega). Un massacro chiamato dall’Assessorato “restyling”  che si è svolto ad ampio raggio e ha visto coinvolti un numero incalcolabile di alberi (l’elenco  è veramente senza fine ) che sono stati tagliati, abbattuti, potati radicalmente (spesso nel periodo sbagliato) in alberate, parchi, ville. Quest’azione continuata ed evidente di accanimento nei confronti degli alberi “rei di essere poco sicuri” ha suscitato le proteste e  lo sbigottimento da parte di  migliaia di cittadini, che sono state riprese periodicamente dagli articoli dei giornali (e di questi giorni la notizia della formale diffida inviata dal Codacons al Comune e al 19esimo Municipio per opporsi all’abbattimento e alla potatura degli alberi di viale Tito Livio).Ed ecco però quando il malumore potrebbe diventare crisi politica che tutt’a un tratto sbuca la notizia che fa scalpore, il colpo di testa all’ultimo minuto, settemila nuovi alberi: gol. E noi siamo contenti quando si fa gol ed esultiamo quando si piantano alberi. Ma analizziamo meglio questa notizia raffrontandola anche a quello che sta succedendo nel VI Municipio dove grazie ad uno stanziamento di 130.000 euro   della precedente Giunta regionale di centrosinistra, sotto la supervisione del Servizio Giardini del Comune di Roma, sono stati piantati 500 nuovi alberi (Fraxinus excelsior L. Pyrus calleryana Decne.Chanticleer – su questo ho già scritto un articolo ad Aprile) mentre altri 200 verranno piantati ,subito dopo la conclusione dell’iter burocratico appena avviato dal Municipio per l’utilizzo dei ribassi d’asta, in diverse vie del Vi municipio come via Rovino d’Istria, viale della Serenissima, via dei Quintili,.Senz’altro “è’ davvero un’operazione ambientale di altissimo livello” come ha dichiarato il Presidente del Municipio Gianmarco Palmieri, un’operazione  che considera gli alberi come beni comuni fondamentali per la qualità della vita in città, apportatori di ombra, ossigeno e bellezza.  Facendo un po’ di conti, però,  scopriamo che ogni albero costa dai 235 ai 260 euro, un bel costo davvero,  e che su ognuno di questi ci sarà una garanzia di due anni nel caso non attecchisca. Ecco, la domanda che ci facciamo è :  chi si occuperà di controllare questa garanzia? E chi si occuperà di curarli per vederli diventare grandi? Il 12 Marzo di quest’anno il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sembra aver dato una risposta chiara in tal senso. Nel Disegno di legge  approvato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (attualmente ancora non convertito in legge) si impone, infatti,  ai comuni di effettuare un censimento degli alberi piantati nelle aree pubbliche con un “bilancio arboricolo”che due mesi prima del termine del mandato il sindaco dovrà rendere pubblico evidenziando il rapporto fra gli alberi piantati all’inizio ed alla fine del ciclo amministrativo. Un “bilancio arboricolo”, ma che gran bella cosa. Avremo quindi  la possibilità (e la fortuna, visto che questo finora non è mai successo) tra due anni, (e due mesi prima del suo mandato) di sapere dal nostro Sindaco quanti di questi settemila alberi che verranno piantati sono morti e quanti sono ancora vivi? Se questo succederà, per ciò che riguarda gli alberi di Roma, la Coppa dei Campioni è assicurata, senza colpi di testa all’ultimo minuto.

Antimo Palumbo  

 
Il Respiro.eu Aprile 2010
 
Sporcava. I suoi frutti rossi e talvolta qualche spata seccata cadevano nel giardino sottostante di lei, fotografa abituata a riprendere la vita dall’esterno, senza viverci dentro. Una donna sola, amareggiata probabilmente, con l’eccesivo zelo per la pulizia e l’ordine. Tutto sterile, sterilizzato forse come la sua anima ed il suo centro profondo. E la palma, essere magnifico e vegetale con più di cento anni di vita, una piattaforma per gli uccelli e le altre numerose specie di animali che da anni ci vivevano sopra ha subito il suo martirio ed è stata tagliata. Il suo tormento interiore, la sua rabbia verso il mondo ha vinto. Si è scagliata, avallata da certificazioni basate su argomentazioni fatiscenti (la palma tende a storcersi ed è diventata pericolosa) ed organizzate, su un essere secolare, che per anni ha dato vita, ossigeno e bellezza a tutti gli abitanti che gli vivevano accanto stimandola, sentendola, amandola e l’ha uccisa. Pulito, ora sarà tutto pulito e vuoto. Son bastati due uomini , uno dei quali sulla sessantina, con una motosega ed un’impalcatura metallica a far fuori in una calda mattinata di aprile la Phoenix canariensis di Via Sant’Agata dei Goti. Pulito, tra qualche giorno sarà tutto pulito , ora però la palma è ancora in piedi con il suo stipite forte e scolpito ma con la testa tagliata, la sua gemma apicale troncata e questo noi lo sappiamo significa : morte definitiva. Tutto pulito e vuoto come la sua anima fredda e tormentata. Toccherà a noi riempirla con il nostro sdegno e la nostra rabbia. In un periodo nelle quali le palme vengono decimate giorno dopo giorno da un’epidemia devastante, pretendere di tagliare ( e riuscirci) una palma sana, femmina sana e rigogliosa solo per via dei suoi piccoli datteri marroncini che una colpa hanno certo quella di sporcare il suo giardino ordinato, è un esempio da combattere : vera e propria malattia che si manifesta in’azione. Nevermore,” mai più” così ripeteva in maniera quasi ossessiva una poesia di Edgar Allan Poe, che sembra potere essere il nostro messaggio sul quale lavorare affinchè azioni del genere non siano più permesse. E bisognerà nel caso della palma tagliata in via Sant’Agata dei Goti, scartabellare le cartelle delle autorizzazioni, per capire come questo sia stato possibile.
Antimo Palumbo

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Contatti : antimopalumbo@hotmail.com
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