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Viavai Novembre 2010.

E’ una finale di Coppa dei Campioni, due squadre che si sfidano, ritmi e nervi serrati, diverse ammonizioni e qualche espulsione , novanta minuti di gioco effettivo e il risultato e ancora in parità , zero a zero le reti son rimaste inviolate. Il terzo uomo alza il cartello che indica il recupero,   tre minuti possono bastare per portare a casa una coppa e il risultato. E al novantaduesimo minuto, quando gli allenatori già stanno pensando a preparare la lista dei rigoristi, avviene l’impensabile, un colpo di testa in tuffo e il centravanti della squadra azzurra fa gol. Salva è la squadra, salvo l’allenatore e il presidente. Tutti in delirio felici e contenti. Ecco così sembra sia successo a Roma in questi giorni per ciò che riguarda la situazione degli alberi e del suo verde. Un colpo di testa in tuffo infatti mi è sembrata la dichiarazione dell’ Assessore all’Ambiente Fabio De Lillo  per ciò che riguarda il nuovo piano di piantumazione che partirà dal 25 Ottobre prossimo  e che vedrà investiti la bellezza di 1 milione e 650 mila euro,  fondi trovati grazie a Roma Capitale, per piantumare 7000 nuovi alberi in città. Questi alberi saranno, sempre secondo il comunicato dell’assessorato,  dei  lecci, tigli,platani, frassini, cipressi , roverelle  ed andranno ad aggiungersi agli altri 1650 piantati da marzo a maggio scorso. Bene, si piantano degli alberi a Roma, non possiamo che essere contenti. Peccato che però dall’insediamento della nuova giunta Alemanno e  partendo dalla priorità sicurezza ci sia stato, a livello pubblico e privato,  per ciò che riguarda gli alberi un massacro senza precedenti nella storia degli ultimi cinquant’anni della capitale( i privati “dicono se tagliano loro noi che stiamo a guardare?” E zac anche loro via alla motosega). Un massacro chiamato dall’Assessorato “restyling”  che si è svolto ad ampio raggio e ha visto coinvolti un numero incalcolabile di alberi (l’elenco  è veramente senza fine ) che sono stati tagliati, abbattuti, potati radicalmente (spesso nel periodo sbagliato) in alberate, parchi, ville. Quest’azione continuata ed evidente di accanimento nei confronti degli alberi “rei di essere poco sicuri” ha suscitato le proteste e  lo sbigottimento da parte di  migliaia di cittadini, che sono state riprese periodicamente dagli articoli dei giornali (e di questi giorni la notizia della formale diffida inviata dal Codacons al Comune e al 19esimo Municipio per opporsi all’abbattimento e alla potatura degli alberi di viale Tito Livio).Ed ecco però quando il malumore potrebbe diventare crisi politica che tutt’a un tratto sbuca la notizia che fa scalpore, il colpo di testa all’ultimo minuto, settemila nuovi alberi: gol. E noi siamo contenti quando si fa gol ed esultiamo quando si piantano alberi. Ma analizziamo meglio questa notizia raffrontandola anche a quello che sta succedendo nel VI Municipio dove grazie ad uno stanziamento di 130.000 euro   della precedente Giunta regionale di centrosinistra, sotto la supervisione del Servizio Giardini del Comune di Roma, sono stati piantati 500 nuovi alberi (Fraxinus excelsior L. Pyrus calleryana Decne.Chanticleer – su questo ho già scritto un articolo ad Aprile) mentre altri 200 verranno piantati ,subito dopo la conclusione dell’iter burocratico appena avviato dal Municipio per l’utilizzo dei ribassi d’asta, in diverse vie del Vi municipio come via Rovino d’Istria, viale della Serenissima, via dei Quintili,.Senz’altro “è’ davvero un’operazione ambientale di altissimo livello” come ha dichiarato il Presidente del Municipio Gianmarco Palmieri, un’operazione  che considera gli alberi come beni comuni fondamentali per la qualità della vita in città, apportatori di ombra, ossigeno e bellezza.  Facendo un po’ di conti, però,  scopriamo che ogni albero costa dai 235 ai 260 euro, un bel costo davvero,  e che su ognuno di questi ci sarà una garanzia di due anni nel caso non attecchisca. Ecco, la domanda che ci facciamo è :  chi si occuperà di controllare questa garanzia? E chi si occuperà di curarli per vederli diventare grandi? Il 12 Marzo di quest’anno il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sembra aver dato una risposta chiara in tal senso. Nel Disegno di legge  approvato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (attualmente ancora non convertito in legge) si impone, infatti,  ai comuni di effettuare un censimento degli alberi piantati nelle aree pubbliche con un “bilancio arboricolo”che due mesi prima del termine del mandato il sindaco dovrà rendere pubblico evidenziando il rapporto fra gli alberi piantati all’inizio ed alla fine del ciclo amministrativo. Un “bilancio arboricolo”, ma che gran bella cosa. Avremo quindi  la possibilità (e la fortuna, visto che questo finora non è mai successo) tra due anni, (e due mesi prima del suo mandato) di sapere dal nostro Sindaco quanti di questi settemila alberi che verranno piantati sono morti e quanti sono ancora vivi? Se questo succederà, per ciò che riguarda gli alberi di Roma, la Coppa dei Campioni è assicurata, senza colpi di testa all’ultimo minuto.

Antimo Palumbo  

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Viavai Giugno 2010

E’ giugno, estate, il caldo e i temporali, la fine della scuola e le pagelle e il primo esodo verso i luoghi di vacanza. Ed è con questo spirito vacanziero che rimando la consueta rubrica dedicata agli alberi che ci vivono accanto in città (che tornerà a Luglio con i Noci di Villa De Santis) per presentare un breve testo (scoperto nelle mie ricerche nelle biblioteche romane) tratto da un raro libro del 1924 di Ercole Metalli intitolato “Usi e costumi della Campagna Romana” e che tratta di un mestiere antico, apprezzato e rispettato nella cultura romana quello del cicoriaro. E se famosi erano i cicoriari di Campoli Appenino che avevano il privilegio di portare a spalla la statua della Madonna Fiumarola per le vie di Trastevere durante la Festa de Noantri, l’attività di cogliere la cicoria  in altrui terreni per poi rivenderla al mercato comportava numerosi rischi e avventure. Un’attività che sembra a rischio estinzione nei prossimi anni,  una volta che saranno scomparse le ultime cicoriare “donne sagge e dalla vista acuta”,  un po’ per la riduzione degli spazi dell’agro romano (sempre più sopraffatti dal cemento e dai centri commerciali) e un po’ per il cambio delle abitudini domenicali (fino a qualche tempo fa  il pomeriggio di certe domeniche era riservato alla “cicoriata”, fatta con un coltellino speciale e sdentato, per non rovinare la pianta). Una di queste antiche cicoriare però ancora vive al Quadraro, e l’ho incontrata il 21 Novembre dello scorso anno  in occasione della festa per la Quercia di via dei Lentuli (che sta bene e in questi mesi bagnati primaverili ha messo tante nuove foglie verdi). Infatti, mentre nello spazio antistante la quercia stavo armeggiando con i microfoni e si preparavano i barbecue, attraverso il cancello aperto,  vedo entrare  una piccola signora ,anziana e claudicante, ma dall’energia forte e determinata  che  senza dir niente a nessuno, punta spedita al prezioso orticello spontaneo di cicoria e, piegata con busta e coltellino,  inizia a cogliere quel fresco nutriente e saporito vegetale che mai e poi mai avrei mai immaginato potesse essere quell’erba che inconsapevolmente stavo calpestando. Una sorpresa quindi, fatta di simpatica meraviglia ma anche di seria riflessione che mi ha spinto a pubblicare questo testo con la speranza che l’antica tradizione del cicoriaro e delle cicoriare continui a sopravvivere nel tempo.

I Cicoriari

“ Verso il 1830 questa classe già esisteva perché il sommo Belli, nel sonetto intitolato ar bervedè tte vojo, dice : Sor chirico Mazzola, a la Grazietta : che! Nun annamo a Ppiazza Montanara pè ssentì ddì quella facciaccia amara tenerell’è cchi vvò la scicurietta?  I cicoriari non sono veri e propri campagnoli, perché non risiedono in campagna, ma a Roma. Essi però in campagna esercitano la loro industria o, per meglio dire le loro gesta ladresche, in quantochè il commercio della cicoria non è che il prodotto di furti campestri, più o meno tollerati, ma pur sempre furti. Alla raccolta della cicoria si dedicano in genere gli uomini; le donne raramente li accompagnano in campagna : per lo più esse s’incaricano della lavatura e della rivendita della…refurtiva. Il quartiere generale di questa gente è nel rione Regola, e non di rado capita di vedere per quelle strade le donne sulla soglia delle loro case intente a capare la cicoria, che poi la mattina portano coi canestri nei vari luoghi di rivendita. Tra coloro che si recano a far la cicoria vi sono uomini di tutte le età, dal vecchio bianco per antico pelo al ragazzo decenne; sono provvisti di un coltello lungo e sottile ovvero di un zappello per svellere le pianticelle, e di un sacco che portano legato, a mo’ di zaino, con due cordicelle che passano sotto le ascelle. Alcuni più fortunati, hanno un piccolo carretto, trinato da un magro asinello; essi si spingono nelle tenute più lontane e vi pernottano anche, qualche volta, ricoverandosi nelle capanne o nelle grotte, I cicoriari come ben s’immagina , gente praticissima dell’Agro romano, conoscono i nomi di tutte le riserve delle tenute che frequentano e sanno anche- e questo è ciò che loro più importa- dove vi è un guardiano micco e dove invece ve n’è uno energico, capace di metterli a dovere. Poiché i cicoriani, per i danni che recano colle loro ruberie, sono lo spavento dei mercanti che quando li vedono, dicono “Ecco il fuoco!” “Ecco li padroni!”.I guardiani hanno perciò ordini severissimi di non tollerare le loro invasioni e procurano di far rispettare questi ordini meglio che possono, per evitare rimbrotti ed anche il licenziamento, ma non sempre la cosa è semplice. I cicoriari, cui preme di buscarsi qualche po’ di soldi, dinanzi alle minacce dei guardiani fingono di non sentire, ovvero fanno, come si suol dire le pecore cioè si raccomandano e fanno le viste d’andarsene: se questi espedienti non giovano qualche volta si ribellano e minacciano alla loro volta. Il guardiano trovandosi di fronte ad un gruppo di sei, otto o dieci persone e vedendosi in pericolo di essere attorniato, per lo più si ritira : talora però se è una pellaccia cioè un’anima persa, imbraccia il fucile e spara; così la lite finisce tragicamente. Fino a pochi anni fa sulla via di Boccea, presso il ponte della valle di Montespaccato, esisteva una rozza croce che ricordava l’uccisione d’un cicoriaro, certo Falleroni. Tra i guardiani più temuti erano Carbone, Belardinaccio, Toto, Angelino il farese ed altri; i cicoriari li conoscevano per fama se non per esperienze passavano lontano dalle tenute da loro guardate. Il mestiere del cicoriaro è molto faticoso, ma frutta discretamente, perché a Roma di cicoria se ne consuma molta ed è anche ben pagata, tanto è vero che parecchie persone venute nell’Agro Romano, specialmente dalla Cioceria, per lavorare la terra, dopo un certo tempo abbandonano questo lavoro per mettersi a fare i cicoriari.”

Antimo Palumbo

Viavai Giugno 2010

Due alberi e la casualità di un incontro ovvero la conduzione della cerimonia per la messa a dimora di un albero di olivo in sua memoria in Piazza Almagià avvenuta Sabato 21 Maggio alle ore 17.00 in occasione della manifestazione “Insieme per il Parco” mi hanno portato a conoscere la vita e la personalità di Ruggero Carra,  scomparso quattro anni fa all’età di 94 anni,  figura emblematica e carismatica, del Quartiere di Torpignattara e ricordato ancora oggi da molti.Gli alberi sono l’olivo: un albero che in condizioni avverse si può seccare e morire nella parte aerea, apicale ma poi rinasce con i suoi polloni nella parte basale ed è per questo che viene considerato un  albero eterno; e l’Acer negundo un albero americano dalla bellissima fioritura colorata a grappoli (uno dei primi alberi a fiorire in inverno). L’olivo quindi,  albero eterno così come lo è la memoria delle persone che si dedicano agli altri, prive di egoismo ed ambizioni personali animate dalla pratica amorevole dell’Agapé, l’amore puro, incondizionato, ovvero dare senza aspettarsi nulla in cambio. L’Acer negundo invece  era l’albero che viveva sulla Casilina accanto alla finestra di Ruggero Carra (un albero che si ammalò e mori qualche mese dopo la scomparso del suo mentore) che spoglio di foglie nel periodo invernale gli stimolò questi versi : “ Io non so quale sia la ragione, ma il ramo non giunge più al mio balcone, quanta tristezza, quanta delusione, per me che avevo una gran voglia d’accarezzare una tenera foglia.”   Versi con il quale  si conclude il capitolo che Francesco Sirleto gli ha dedicato nel suo libro . “La Storia e le Memorie” Edizioni Viavai del 2002 .Ed è all’ immagine di Ruggero Carra contenuta nello stesso volume , quella in bianco e nero di un uomo con la camicia bianca e dalla sguardo calmo e pacato con in lontananza le foglie sfocate di un albero (forse una delle Catalpa bignonioides che ornano con le loro grandi foglie quel tratto della Casilina) che mi rifaccio  (non avendo conosciuto Ruggero Carra personalmente) per ricordare alcuni tratti della sua biografia. Nato il 17 Luglio del 1911 a Torpignattara e figlio del Commendatore Giuseppe Carra, chiamato in famiglia Beppe, un “valligiano” proveniente dalla Valtellina , Ruggero Carra ha abitato al numero 453 della Via Casilina (dove ancora c’è un portone con la scritta G.Carra) fino ad alcuni giorni prima della sua scomparsa avvenuta nel giorno del Natale di Roma : il 21 Aprile del 2006. Dalla personalità estroversa e indipendente, “attento agli altri”,  è sempre stato animato da una fiducia nella vita e nel pensiero positivo. “Tutto arriva per chi sa attendere” questa era la sua frase preferita, una chiave per entrare ed interpretare un mondo che secondo la sua visione era fatto di amicizia, relazioni e rispetto per i valori della famiglia. Un mondo fatto anche di sincerità e lealtà dove una stretta di mano valeva più di uno scritto o di un atto legale. Ed è in questo contesto e questa sua visione laica e liberale ( tra le sue numerose e qualificate amicizie  c’era quella con l’ex Ministro delle Finanze Ezio Vanoni, anche lui valligiano, Medaglia d’Oro al Valore civile e morto d’infarto sul divano dello statista Cesare Merzagora) che si associavano le sue due passioni : la musica  e la poesia. Diplomato al Conservatorio in flauto traverso, (così come suo fratello minore Giacomo diplomato invece in violino e scomparso negli anni ottanta) amico di Arturo Benedetto Michelangeli  per le vicende della guerra deve interrompere la sua carriera musicale per occuparsi della gestione del bar di famiglia (quello ora ad angolo con via della Maranella). Grande lettore di Dante, Petrarca, Parini e Foscolo del quale conosce intere quartine a memoria che (e questo lo rendono famoso nel quartiere) talvolta (ed in occasioni speciali) usa declamare ad alta voce in particolare quelle della Divina Commedia. Ad accompagnarlo nella sua vita energica e ricca di ricompense morali sono stati sua moglie Assunta Piovesan coetanea e sposata nel 1940 nella Chiesa di San Marcellino, casalinga, donna pia e devota,  scomparsa nel 2004 e i suoi tre figli Giuseppe (stesso nome del nonno) Elena e Fiorella. Molti ancora lo ricordano alla guida della sua Alfasud colore giallo  con il quale usava spostarsi e che condusse fino agli ultimi mesi della sua vita. Una vita esemplare quindi quella di Ruggero Carra : un musicista e un poeta sensibile, sempre pronto per aiutare gli altri, che tornerà a vivere nella memoria storica degli abitanti del VI Municipio grazie all’energia sempreverde dell’olivo di Piazza Almagià.

Antimo Palumbo

 

Viavai Febbraio 2010

Attualmente l’epidemia del punteruolo rosso in Italia è fuori controllo. Partita dalla Sicilia è lentamente risalita lungo l’Italia ha lasciato dietro di se una devastante distruzione di palme (in particolar modo Phoenix canariensis, però può colpire anche le Washingtonia e ci sono stati casi riportati su Chamaerops humilis) . Diverse sono (e su più fronti) le forze in campo che si stanno confrontando sui diversi possibili rimedi per arrestare questo flagello che giunge al massimo della sua azione  nei periodi caldi (dalla primavera all’estate) però mai finora c’è stato un coordinamento nazionale e tantomeno una richiesta di emergenza nazionale accettata da parte dello Stato Italiano. C’è stata una richiesta in tal senso in Sicilia all’inizio di quest’anno da parte dell’ Assessore regionale alla Presidenza e alla Protezione civile, Giovanni Ilarda, e dall’Assessore Regionale all’Agricoltura, Giovanni La Via ma che non ha avuto risposta. Penso che per debellare l’epidemia del Rhynchophorus ferrugineus i danni dei quali sempre secondo le parole di Ilarda e La Viasono di natura paesaggistica e ambientale, ma non si possono trascurare i rischi per la collettività collegati alla cadute delle chiome, né i rilevanti danni economici per le imprese del settore e per l’intera collettività”. sia necessaria un’immediata chiave di svolta all’approccio avvenuto finora. Dopo essere sfuggita di mano ai legislatori che avrebbero dovuto tenerla sotto controllo  (una disattenzione che si è avuta a tutti i livelli dai più alti , quelli della Comunità Europea, a quelli intermedi del Ministero delle Politiche Agricole e  a quelli più bassi dei Servizi Fitosanitari Regionali) e che non hanno fatto nient’altro che delegare tutta la responsabilità del problema ai  privati (i quali nella maggior parte dei casi  piuttosto che attenersi alle norme prescritte di rimozione effettuate da personale specializzato – che prevedono dei costi elevati – hanno preferito risparmiare affidando queste operazioni a giardinieri o personale improvvisato, ma senz’altro meno costoso e che così hanno permesso che il curculionide killer volasse al momento del taglio,   o dopo l’abbandono dei residui della palma tagliata abbandonati in discariche abusive, per andare a colonizzare le palme adiacenti e permettendo l’attuale devastante diffusione dell’epidemia) oggi ci dobbiamo confrontare sui  tre aspetti nei quali gli sviluppi alla soluzione dell’epidemia sembra si siano arenati : 1- l’incertezza su quali mezzi di prevenzione attuare( non c’è ancora oggi infatti un metodo sicuro da attuare ed autorizzato, l’uso che si sta facendo di prodotti chimici attraverso l’endoterapia, una pratica, che consiste nell’iniettare alla base dello stipite della palma un insetticida,  un intervento con durata parziale (quattro mesi) e che quindi va ripetuto senza dare garanzie sicure sull’effettiva efficacia del trattamento); 2 – lo spirito di rassegnazione avallato anche dai giornali e dai media (per la serie,  ormai abbiamo perso: “ le palme scompariranno che importa? Ci sono problemi più importanti” ); 3 – la nuova e fiorente possibilità di guadagno (si è aperto un vero e proprio nuovo mercato)  per le ditte che se ne stanno occupando, (una intervento di endoterapia  va dai 200 euro a palma mentre la rimozione delle palme colpite, si aggira dai 1000 ai 1200 euro a palma). Se non ci sarà un intervento centrale a livello nazionale, con un intervento deciso ed immediato da parte del Governo assisteremo a breve, con rabbia e sdegno di tutti,   alla scomparsa delle grandi palme con oltre cinquant’anni di vita, parti fondanti del paesaggio italiano, dalle nostre città . Per questo è necessario trasferire la soluzione del problema da una visione locale ad una visione nazionale. L’intervento del  Governo Italiano dovrà concretizzarsi con la realizzazione della : dichiarazione dello stato di emergenza nazionale; l’ attuazione di  un Commissario Straordinario che si occupi di coordinare tutte le forze scientifiche in campo (nuove tecnologie, sperimentazioni, uso e pratica delle trappole massali, etc…) e un intervento economico da parte dello stesso Stato , con un portafoglio e una sede da assegnare al Commissario (magari anche con la possibilità di coinvolgere nell’azione di censimento delle palme anche forme di volontariato o la Protezione Civile)  e di iniziative pratiche, economiche e fiscali atte a: 1-  Favorire i proprietari di palme nella rimozione delle palme colpite; 2 – Stabilire un albo delle ditte che si occupano della rimozione con un listino calmierato delle prestazioni 3 – Aumento dei  centri di raccolta (con un’informazione capillare sul loro numero, oggi inconsistente , a Roma non ce n’è neanche uno,  e la loro esatta ubicazione)  per la distruzione (a norma) dei materiali infestati deve avvenire con un idoneo trattamento termico o con triturazione meccanica.  Su questo argomento torneremo senz’altro a parlare nei prossimi numeri di Viavai.

Antimo Palumbo

Viavai Gennaio 2010

“Prossima svolta  a destra, Via Manfredonia, angolo via Prenestina”. Se  uno straniero, o abitante di un’altra città italiana,  che  si trovasse in macchina dalle parti del quartiere Quarticciolo, dovesse fidarsi delle istruzioni che compaiono sul video del suo navigatore satellitare  ragionevoli dubbi avrebbe  sul fatto di essere a Roma. Una città dove la qualità del verde e la cura degli alberi sembra essere al primo posto nelle attenzioni degli amministratori. Roma: la città che ha ospitato l’11 Dicembre di quest’anno un importante convegno sulla stabilità degli alberi organizzato dalla S.I.A. (Società Italiana di Arboricoltura) con Chris Mattheck l’inventore del VTA (Visual Tree Assesment) il sistema per valutare la sicurezza degli alberi in città , un convegno della durata di due giorni :il primo riservato agli addetti ai lavori (alla modica cifra di 150 euro, 80 per i soci S.I.A. sul perché di questa cifra mi è stato fatto notare che nel prezzo era compreso anche un buffet) e il secondo agli operatori del Servizio Giardini per il quale Mattheck secondo quello scritto da un comunicato stampa ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente: dopo aver tenuto un importante Corso di Formazione e aggiornamento ha speso parole di apprezzamento per l’elevata qualità dei tecnici del Servizio Giardini che in questi mesi hanno svolto un enorme lavoro prima con dati record nelle potature e poi con le operazioni di ripiantumazione. Lavori eseguiti sempre seguendo precisi e rigorosi criteri scientifici”. Ma noi sappiamo che difficilmente i navigatori satellitari si sbagliano e passando per via Manfredonia  l’osservatore straniero commenterebbe stupito “Non ci posso credere , è possibile che si possa vedere questo? Si siamo a Roma,  non in una città troglodita dei continenti sperduti. Ma chi scrive questi comunicati di che città sta parlando?” E  così una città sulla carta apparentemente perfetta ordinata e sicura dove tutto avviene secondo “precisi e rigorosi criteri scientifici” si scontra con una realtà dai contorni devastanti e tristi per ciò che riguarda la cura degli alberi che non può provocare in chi la guarda rabbia e necessità e volontà di cambiare. Appena si gira dalla Prenestina e si entra in via Manfredonia si assiste infatti al raccapricciante spettacolo di un intervento di capitozzatura effettuato su dei platani (quattro in una piazza) ma anche altri nei palazzi adiacenti e di una potatura radicale su un cedro, diventato una chimera botanica dopo che gli sono stati tolti tutti i rami e lasciati con una punta appiattita  e che un botanico distratto potrebbe confondere con un albero di un genere diverso. Andando più avanti lo spettacolo diventa ancora più sconvolgente quando sulla sinistra ci si presenta alla vista  (in un giardino di uno dei lotti del Quarticciolo) una palma (Phoenix canariensis) colpita dal punteruolo rosso con molti rami caduti a terra, abbandonati a loro stessi ormai da più di un mese con centinaia di bozzoli del pericoloso insetto che sta distruggendo le palme di Roma (che andrebbero immediatamente rimossi secondo norme stabilite dal servizio fitosanitario della Regione Lazio) , a portata dei bambini che li usano giocandoci a calcio. Altro comunicato stampa , un  comunicato ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma uscito sul Corriere della Sera “Punteruolo rosso, epidemia? Non ci riguarda. Delle 4000 palme del Comune di Roma è stato colpito solo l’1% . Una gaffe incredibile un non voler vedere il problema, al quale dopo l’iniziale “ma io che c’entro? Mica è colpa mia?” l’Assessorato sta correndo ai ripari con l’organizzazione di un prossimo convegno scientifico, visto che l’epidemia avanza a ritmi impressionanti. (Sul punteruolo rosso – del quale abbiamo già parlato seguendo anche la  devastazione avvenuta nella zona dei Villini dove ne sono rimaste solo due – parleremo nei prossimi numeri, come anticipo ricordo l’organizzazione di una  manifestazione che sto organizzando per la seconda metà di Febbraio per coinvolgere attivamente il Governo ad intervenire per “salvare il salvabile” Per seguire gli sviluppi c’è un gruppo su Facebook  Le palme di Roma stanno morendo, facciamo qualcosa per fermare l’epidemia” ). Due città quindi quella reale e quella dei comunicati? Punti di vista differenti, propaganda politica? Probabilmente per ciò che riguarda gli “orrori verdi” visti al Quarticciolo le responsabilità non riguardano il Servizio Giardini (lo spero vivamente) ma riguardano una ditta privata che ha eseguito le capitozzature   autorizzata da chi, come e con quali criteri per svolgere una simile azione deturpante, questo non lo sappiamo, (non si capisce perché un pergolato in un balcone del centro danneggia l’ambiente e il paesaggio storico e quindi è sanzionabile con rimozione e multe salate, mentre invece la distruzione dell’estetica e della salute – oramai quegli alberi sono spacciati- non viene considerata un  distruzione di un bene ambientale che appartiene alla fruizione estetica degli abitanti che ci vivono accanto. Ancora quanto dovrà aspettare Roma per poter avere il suo “Regolamento sulla tutela del Patrimonio arboreo pubblico e privato” nel quale comprendere e sanzionare anche simili interventi di distruzione del nostro patrimonio arboreo cittadino? ) mentre per la palma abbandonata a se stessa (con tutti i coleotteri che  hanno avuto tutto il tempo a disposizione per colonizzare tutte le palme adiacenti nel giro di diversi chilometri) le responsabilità sono del condominio della case popolari che non si è occupato di rimuovere la palma  secondo le norme predisposte dalla Regione Lazio.  Lavorare affinché lo scarto sulle due città,  quella del centro e quella della periferia, quella dei comunicati e quella reale,  nel tempo non diventi cesura sarà nostro compito per salvaguardare nel futuro l’immagine della nostra città.

Antimo Palumbo

Viavai Dicembre 2009

E’ successo finalmente. A distanza di più di sette mesi,  da quella domenica pomeriggio del 29 Marzo (quando spinta dal vento e caduta , dopo che l’incuria e l’abbandono dei proprietari,  insieme al danneggiamento del suo apparato radicale per dei lavori eseguiti alla sua base l’avevano profondamente minata alle radici) la Quercia del Quadraro è tornata a riacquistare la sua posizione verticale. Verrebbe da dire è tornata in piedi. Ma noi sappiamo che gli alberi non hanno piedi ma radici, però lo diciamo lo stesso per comprenderci meglio.. Mercoledì 11 Novembre in una splendida giornata assolata, nel giorno di San Martino e della sua estate, la Farnia (Quercus peduncolata) di Via Jovenci al Quadraro, una quercia con una età stimata intorno ai 400 anni di età e con una circonferenza del tronco di 410 centimetri a petto d’uomo che l’attesta come la Farnia più grande del Lazio è stata risollevata con un intervento complesso avvenuto in due tempi (tutta l’operazione è stata eseguita  dalla Ditta Eurogarden di Roma  e sotto la supervisione dei suoi proprietari Stefano e Giancarlo Ceccarelli e del direttore dei lavori Pietro). Visto l’enorme peso del patriarca vegetale che è arrivato ad un massimo di 360 quintali si è dovuti ricorrere dopo i tentativi falliti in mattinata ad una gru più potente e nel pomeriggio dopo un lavoro effettuato intorno alla zolla con una escavatrice si è riusciti a risollevarla e a riposizionarla nella sua posizione iniziale. All’indescrivibile emozione provata nel vederla di nuovo puntare il suo tronco verso il cielo blu  è seguita la parte successiva delle operazione dei lavori : intanto  una grande aggiunta di terra buona ( terriccio e stallatico) intorno alla zolla alla quale sono stati aggiunti degli  ormoni radicanti nei  giorni successivi ed immediatamente l’inizio dei lavori di messa in sicurezza dell’albero con dei tutori di ferro realizzati apposta messi a piramide intorno al tronco, con un quadrato saldato,  che così impedisce , nel caso di forti venti o tempesta, alla Quercia di spostarsi. Un’operazione che ha coinvolto diversi operai e che  avvenuta in più giorni (soltanto la gru è rimasta sul posto tenendo la Quercia per due giorni). Sabato 21 Novembre invece ancora una volta in una giornata bagnata dal sole si è svolta la festa ,proprio sotto la Quercia, aperta a tutti i cittadini e agli abitanti del Quadraro  per ringraziare tutte le persone, un vero e proprio team della Quercia,  che con il loro contributo hanno permesso il risollevamento di un albero storico e simbolo  non solo di un quartiere ma dell’intera città, alla quale hanno partecipato l’Assessore all’Ambiente della Regione Lazio Filiberto Zaratti, il presidente del VI Municipio Gianmarco Palmieri, il delegato all’Ambiente del VI Municipio Fabio Piattoni. Intervallati da letture di poesie dedicate agli alberi ci sono stati poi gli interventi di  Angelo Panetta responsabile del Servizio Giardini del VI Municipio, Luciana Marinangeli dell’Associazione l’Alberata, di Carlo Consiglio, dei ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia che sulla Quercia del Quadraro e il comitato per la sua difesa hanno realizzato un documentario. Ad allietare la festa c’è stato poi il  contribuito di un  rustico ristoro con barbecue (bruschetta e salsiccia) e dolcetti (realizzato grazie all’opera volontaria sia in termini di lavoro organizzativo  che economico)   dai partecipanti al Comitato per la difesa per la quercia del Quadraro (un ringraziamento speciale va a Sergione del Quadraro sempre attivo e presente in tutti questi mesi). Adesso , come per un paziente in convalescenza dopo un’operazione importante,  bisognerà aspettare per la prossima primavera i segnali di ripresa della Quercia (le percentuali di attecchimento variano a secondo di chi emette la diagnosi, in questi mesi si son sentiti tanti numeri,  e spesso nella realtà succedono cose e fenomeni imprevedibili). Il lavoro del Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro non è comunque ancora concluso. Sarà necessario vigilare nei prossimi mesi affinché la Quercia venga controllata periodicamente (l’impianto di irrigazione messo in estate continuerà a funzionare) e mai come in questo momento la Quercia, che ricordo è un essere vegetale fatto come noi di cellule (cellule vegetali però che a differenza delle nostre cellule contengono una parete cellulare fatta di lignina e cellulosa) e che può vivere per centinaia di anni (acquisendo così saggezza e maestà),  ha bisogno del nostro supporto. Un supporto non solo pratico e scientifico ma anche energetico e spirituale. Come succede con le persone,  se la quercia riuscirà a sentire che per noi è importante, che noi confidiamo nella sua presenza e che ci piacerebbe tornarla a vivere (come non è stato in tutti questi ultimi anni) e a vederla vivere ci sarà una maggiore possibilità affinché la quercia del Quadraro oltre che a continuare ad  essere un simbolo fatto di legno e grandezza possa continuare ad esserlo nel rigoglio vegetativo di rami, foglie e  ghiande.

Antimo Palumbo     

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Viavai Ottobre 2009

La stretta complicità che unisce uomini ed alberi è spesso qualcosa di più di una semplice metafora. E questo almeno per due motivi : intanto per essere entrambi degli esseri viventi, che vivono respirando.Quando cessiamo di respirare cessiamo anche di vivere ( e viceversa). La vita sulla Terra poi non sarebbe possibile senza gli alberi,  esseri vegetali superiori che insieme alle piante ,delle quali fanno parte, ci regalano attraverso la fotosintesi clorofilliana l’ossigeno: elemento essenziale per la vita su questo pianeta. La loro superiorità sulle piante deriva dalla loro peculiarità di avere un accrescimento secondario che produce legno e un tronco e di avere un sistema cellulare elaborato. Un concetto di superiorità simile a quello degli uomini sugli altri animali (concetto sempre relativo e da prendere con le relative accortezze per evitare possibili  risultati deleteri antropocentrici) ed è per questo che preferisco quando parlo di un albero sempre chiamarlo albero e non pianta. Anche noi uomini siamo degli animali ( e questo penso che nessuno può negarlo) ma siamo degli animali diversi che vengono chiamati uomini. E se sui giornali non vi capiterà mai di leggere : “ nell’incidente di ieri sono morti tre animali in tarda notte mentre tornavano dalla discoteca” così  penso sia giusto quando si nominano gli alberi si debba parlare di alberi e non di piante. Chiusa questa breve parentesi sui termini (una parentesi importante però visto che viviamo oggi in una società dove i contenenti sono più importanti dei contenuti) scopriamo  che l’altro motivo che ci accomuna ai nostri amici alberi è la terra. Non è forse strano (sempre facendo una riflessione sulle parole) che il pianeta sul quale viviamo porta lo stesso nome dell’elemento nel quale sono radicati con il loro apparato neurofisiologico le radici , appunto,  gli alberi? Potevamo chiamarlo pianeta acqua, o pianeta aria, invece noi viviamo ( e questo lo sanno anche i bambini) sul pianeta Terra. La terra,  un elemento, polveroso e vario  nei suoi componenti, che giorno dopo giorno e lentamente nelle grandi città  sta scomparendo. Nel processo di trasformazione delle città in grandi centri commerciali all’aperto (dove tutto è governato : dalla linea dritta e ordinata dei bianchi blocchi di travertino che segnano i marciapiedi  adornati di asfalto; dalle nuove piastrellazioni cementate; dall’idea che tutto deve essere sicuro e a norma) la terra , elemento demonizzato perché riconducente allo sporco e alla morte (una volta dopo morti ci si finiva sotto, ora neanche c’è più spazio per questo)  , sembra e per sempre aver perso la sua battaglia finora dimostratasi vincente (vola come polvere e si deposita ovunque e mescolata con l’acqua diventa fango) contro l’Uomo. Una città pulita, sicura, splendente e riflettente questo è il risultato della vittoria dell’Uomo sulla terra, degna ammiraglia della Natura, matrigna,crudele e imprevedibile che imperversa con i suoi capricci l’ordinaria quotidianità degli uomini. Però sappiamo (e  anche questo è un sapere da bambini) che gli alberi non possono vivere senza terra. E’ nella terra che con le loro radici afferrano l’acqua e gli elementi minerali di cui hanno bisogno per vivere, ed è grazie all’opera dei loro apparati radicali che si tiene insieme la terra di colline e montagne. E quando gli alberi si tagliano per far posto al cemento (anche quello cosiddetto armato) dopo un po’ succedono ( vedi i casi di cronaca della Campania)  crolli e smottamenti. “Siamo una società in declino ed in particolare quella italiana” così affermano sui giornali molte firme autorevoli. Un pensiero al quale possiamo anche  ricollegare le “trasformazioni vincenti” delle città moderne che togliendo terra come succede quando lo si fa con gli alberi, stanno togliendo forza al corredo genetico cellulare delle nuove generazioni ( i nostri alberi futuri) più deboli per resistere alle trasformazioni e ai cambiamenti che madre Natura ama spesso creare (lo “zero tituli” che l’Italia ha conquistato  agli ultimi mondiali di Atletica Leggera di Berlino per la prima volta nella sua storia dovrebbe farci riflettere. Non ci si allenava forse un tempo per fare record sulle piste di terra battuta?) E così la creatività , lo sviluppo di un progresso fatto a cannocchiale  (secondo cui un modello – oggetti, progetti, esperienze, tecnologie, etc…- realizzato oggi nel 2009 deve essere sempre superiore a quello di dieci anni prima)  e l’artificio che fa dell’uomo un artefice  (ovvero con la capacità di realizzare un prodotto extra-corporeo che ci differenzia dagli altri animali. Capacità iniziata milioni di anni fa quando dopo aver acquisito la posizione eretta l’uomo ha avuto a disposizione due arti per realizzare uno strumento appunto extra-corporeo) ha portato a  far vincere il naturale artificiale. Ossimoro questo che possiamo andare a vedere, non senza rabbia e indignazione, nel complesso sportivo (bello, pulito e a norma: un vero centro commerciale dello sport) che si trova in Via dei Gordiani. Una via e una zona questa funestata negli ultimi tempi da una spaventosa cementificazione : il cantiere mostro della Metro C che si muove, spostandosi e inglobando terreno ed alberi giorno dopo giorno; gli alberi tagliati (dei Cercis siliquastrum o alberi di Giuda dai fiori rosso scarlatti stupendi)  in Viale Partenope  ed ancora rimasti lì con i loro monconi e non si capisce perché; la tempesta del 2 Luglio scorso che ha sradicato in pochi minuti decine di cedri con trent’anni di vita; la riqualificazione di Villa De Sanctis con un bellissimo parcheggio che ancora una volta ha tolto alberi e terra per mettere asfalto e bianchi blocchi di travertino; numerosi alberi scomparsi con tagli ingiustificati per la serie :” se tutti tagliano e fanno “bello” e “pulito” (perché si sa gli alberi sporcano) perché non dovrei farlo anch’io? Avevamo già parlato su Viavai di questo Centro Sportivo proprio per come avevano trattato gli Eucalipti  che circondano i campi sportivi capitozzandoli . E se quello era solo stato l’inizio, da qualche tempo intorno agli impianti sportivi si sta svolgendo una vera e propria tabula rasa di alberi. Dopo aver assistito qualche mese fa alla scomparsa di un intero viale di Cupressus arizonica (anche se fossero stati malati, ma a chi davano fastidio?). Nei pressi di uno dei campi di calcetto, un campo rigorosamente attrezzato con erba artificiale (e proprio in direzione della strada) si è consumato in questi giorni il taglio radicale di tre Eucalipti. Fa pena vedere (guardate la foto) tre alberi uccisi dalla mano dell’uomo (o meglio una motosega) in due tempi (prima si capitozzano e si fanno cariare e dopo qualche anno si tagliano perché malati) e ancora con i segni dei loro monconi rossicci (che ricordano il sangue) proprio accanto ad un perfetto campo di calcio con erba artificiale. Il naturale artificiale nella sua applicazione più perfetta. Un ossimoro, una prova che ci condanna e che  difficilmente potrà far assolvere nel futuro i figli dei nostri figli. Qualcuno allora potrebbe chiedersi possiamo fare qualcosa affinché questo non succeda di nuovo? Certo, diversi sono i modi, le azioni e le lotte da intraprendere. Perché non iniziare? Qualcuno ne ha voglia? Per ora,  mi sembra di ascoltare in lontananza le parole accennate dalla Natura mentre pigramente si gira nel suo letto di terra : “ erba artificiale? Puah! Questi uomini non sanno più che inventare. Domani quando mi sveglio me ne occuperò…ma ora ho sonno”.

Antimo Palumbo

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Viavai Settembre 2009

E’ ancora viva, reclinata e sofferente ma viva, con le sue foglie ancora verdi e turgide, grandi e profondamente lobate. La Quercia del Quadraro, l’esemplare più antico e grande di  Farnia (Quercus peduncolata) di una città di quasi quattro milioni di abitanti che si chiama Roma, è sempre lì che lotta per continuare a vivere, con la seria intenzione di ritornare in piedi, a distanza di quasi otto mesi da quella tragica Domenica del 29 Marzo, quando è stata buttata a terra da un pomeriggio particolarmente ventoso, complice anche un azzardato ed incosciente lavoro di danneggiamento effettuato nel tempo al suo apparato radicale. Tanto tempo è passato da quei giorni primaverili di pioggia e da quel 1 Aprile quando il direttore di Viavai  Ettore Ranalletta mi mandò a fare un sopralluogo per accertarmi di quello che era successo in via dei Lentuli : ovvero la caduta di un patriarca vivente (con un’età stimata di 400 anni)  orribilmente mutilato dall’intervento rapido e definitivo dei Vigili del Fuoco che come tutti pensavano ( le parole dei titoli dei giornali erano “Addio” “Lutto” ) che il prossimo stadio per la Quercia più grande di Roma fosse oramai il  deposito di legna per il camino di qualche casa di montagna. E da allora, invece, grazie alla forza e alla volontà di un intero quartiere, vivo, attivo e particolarmente attaccato alla sua storia e ai tesori del suo territorio che un po’ alla volta, miracolo dopo miracolo, affrontando attacchi ed ostacoli, pareri negativi e discordanti,  e supportando invece sopralluoghi, attese, risposte, iter burocratici con certosina pazienza che si è concretizzata sempre di più la speranza (che giorno dopo giorno diventava più reale) di poter far tornare e vivere la Quercia. E dalle parole, siamo passati ai fatti e all’inizio dei lavori per ripristinarla e farla tornare in piedi. Non è questa l’occasione ( e non in questo articolo)  per elencare e ringraziare tutte le persone che hanno creduto e dato il loro contributo affinché la Quercia (anche se con basse percentuali di attecchimento) potesse ritornare a vivere e a rappresentare come simbolo ( anche se ridotta e amputata nell’impalcatura dei suoi rami) il quartiere del Quadraro. Lo farò a conclusione dei lavori quando in un giorno delle ultime settimane di Ottobre la gru e gli uomini del Vivaio Euro Garden capitanati dal solerte Paolo Ceccarelli diranno alla Quercia che è tempo di ritornare a stare in piedi, dopo una brutta caduta ma fortunosa. E’ grazie infatti alle grandi e resistenti putrelle di ferro del ripostiglio (antico edificio abitato da storici personaggi del quartiere) sul quale è caduta che è riuscita a sopravvivere e a non sradicarsi completamente. Una parte dell’apparato radicale è così rimasta salda e sana e ha fatto si che, dopo aver compartimentato una parte delle ferite subite,  mettesse in moto tutti i suoi strumenti di autodifesa. Ricordo che, come per gli umani,  anche gli alberi hanno un forte senso di autoconservazione e di controllo. Se un albero ha terra, sole ed acqua difficilmente cade, e se lo fa (perché gli uomini lo hanno danneggiato tagliandogli le radici, capitozzandolo ed infettandolo con patogeni, funghi e carie) è l’ultima cosa che vorrebbe fare su questo pianeta,  perché per lui significa la morte. Ma vediamo quello che è successo in questi ultimi mesi. Grazie ad un appassionato gioco di squadra che ha visto lavorare insieme:   il Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro, i giornalisti con i loro articoli di supporto sui giornali, l’intervento dell’Amministrazione e di validi amministratori, si è passati dai sopralluoghi tecnici all’intervento e alla messa a disposizione della copertura economica (senza questo non sarebbe successo nulla) da parte dell’Assessore all’Ambiente e Cooperazione dei Popoli della Regione Lazio Filiberto Zaratti ,  per rialzare la Quercia. A questo punto sono scattati i tempi tecnici e burocratici che hanno visto impegnati per l’espletazione della realizzazione delle pratiche, Claudio Turella del Servizio Giardini in costante collegamento con il suo direttore Mario Vallorosi e l’Assessore all’Ambiente del Comune di Roma Fabio De Lillo,  coordinati dal delegato per l’Ambiente del VI Municipio Fabio Piattoni. Annunciati da un comunicato stampa e da articoli sui giornali finalmente Lunedì 27 Luglio i lavori per il recupero della Quercia e dell’area nella quale si trova per predisporre il suo prossimo riinalzamento iniziano. Vincitore della gara d’appalto è il Vivaio Euro Garden di Via Cristoforo Colombo che nell’arco di due settimane si occupa di : rifinire il taglio della Quercia e alleggerirla nella chioma per accelerare e migliorare poi una volta alzata il recupero vegetativo e chiudere con una miscela antifunginea le ferite aperte con i nuovi tagli ; mettere terra buona e concimata sulla zolla dell’apparato radicale scoperta; piantumare 15 nuovi esemplari di lecci in Via dei Lentuli; pulire la scarpata adiacente alla Quercia in Via dei Lentuli (sotto la Tuscolana) che versava in uno stato di totale degrado, Sergione sempre presente e attivo (così come altri componenti del Comitato durante l’esecuzione dei lavori, me compreso)  in questa occasione ha tolto 5 bustoni di plastica pieni di bottiglie. Grazie poi ad un consulto tecnico che ha visto anche il parere del nostro agronomo  Raffaele Fabozzi si è deciso, visto l’imminente aumento della temperatura e della siccità (per non farla soffrire ulteriormente,visto che una parte dell’apparato radicale potrà danneggiarsi nel sollevamento) di rimandare  l’alzata della Quercia in tardo autunno, molto probabilmente nelle ultime settimane di ottobre. Infine  dopo i turni di annaffiamento che hanno impegnato i membri del Comitato  in questi mesi passando dai secchi svuotati a mano ad un lungo tubo collegato ad un rubinetto ( ancora grazie ai “giardinieri sul campo” Sergione e Sebastiano Vinci) Lunedì  17 Agosto è stato sistemato un impianto automatico di irrigamento per nutrire d’acqua la Quercia nei prossimi giorni caldi di Settembre. Vi terrò aggiornati sul prossimo numero di Ottobre sull’evoluzione dei lavori e per ricordarvi la data nella quale ci sarà l’intervento di risollevamento della Quercia. Una data che entrerà nella memoria storica : della città – come segnale ed insegnamento per tutti i cittadini  affinché gli alberi monumentali siano valorizzati e protetti come monumenti naturali e patrimonio comune –  e del quartiere – un albero simbolo che oltre a rammentarci la sua storia vitale e popolare sia da raccordo  tra la saggezza e la concretezza della  terra marrone  e la gioia e spiritualità azzurra del cielo.

Antimo Palumbo

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Viavai Luglio/Agosto 2009

Ecco l’Estate, tempo di mare, sole e riposo. Tempo anche di riflessioni e trasformazioni che notevoli saranno nei mesi autunnali quelle che riguardano gli alberi e il verde di Roma. Il Servizio Giardini infatti secondo le parole dell’Assessore Fabio De Lillo è in procinto di una radicale trasformazione : investimento e rinnovo del parco macchine( cestelli elevatori, camion,attrezzi); censimento delle alberate romane; nuova sistemazione degli appalti alle ditte che si occupazione di fare manutenzione (ci sarà un nuovo bando di concorso  con una ditta per ogni municipio) .E se torneremo a parlare di questi argomenti in autunno vi regaliamo per le vostre letture estive un raccontino delizioso del Premio Nobel Grazia Deledda uscito postumo nel 1939 che parla di un albero, maestoso e solenne, della sua crescita e della sua fioritura tardiva. Un messaggio a non dubitare mai  (soprattutto in età avanzata) delle nostre risorse e a non smettere mai di fiorire. Buona lettura e buona estate.

Antimo Palumbo

 Il Cedro del  Libano di Grazia Deledda

In quel tempo la campagna, l’antica campagna romana, arrivava fino al nostro recinto. Pini e grandi platani si allineavano sul ciglione rotto per gli scavi del nuovo quartiere, e le pecore si affacciavano fra le alte erbe e le canne che gemevano al vento come un organo naturale. La casa, ancora odorosa di vernice e di calce, sorgeva nuda in mezzo al prato scavato e pieno di pietre e di cocci: le voci risonavano nelle sue stanze come nei luoghi disabitati. Durante tutta la giornata permaneva uno stupore, una frescura di alba; e il rumore della città arrivava come quello del mare in lontananza. E quando si andava in questa città, i vetturini non volevano riaccompagnarci a casa, specialmente di notte, come si trattasse di arrivare in un luogo impervio e remoto. E in verità si sentivano cantare le civette e l’assiolo. Così si prese l’abitudine di stare in casa: si rividero sopra il nostro esilio le stelle dimenticate, la luna, il corso delle nuvole. Ci si ripiegò a guardare il colore della terra, delle erbe, delle pietre.
Un giorno, scavando nel nostro ancora desolato recinto, fu rinvenuto, fra altri avanzi appartenenti certo a un’antica necropoli, un teschio umano. Intatto e perfetto, era, come levigato da un artista; con tutti i denti, il cranio lucente come d’avorio. Nella terra che c’era dentro formicolava la vita della natura: dalle occhiaie, come piccoli raggi, scappavano alcuni fili argentei di radici. Lo feci riseppellire, osservando poi quello che poteva nascervi sopra: ma passarono le stagioni, e solo qualche filo d’erba spuntò sul posto che nascondeva il teschio. In autunno, però, al ritorno dalla vera campagna, una lieta sorpresa ci attendeva. Un piccolo cedro del Libano sorgeva come un verde candelabro sul posto delle mie cure: (prima di partire avevo piantato una specie di croce sul terreno che mi sembrava sacro). Si era la croce trasformata per miracolo in un cedro, o l’albero sorgeva, per miracolo ancor più grande, dalle radici del teschio? Ma dopo essere stata presa un bel po’ in giro dai familiari, per queste elegiache supposizioni, venni a sapere che una signora nostra amica, padrona di un ben fornito giardino, presa a compassione per la povertà del nostro, aveva fatto trasportare e trapiantare un suo piccolo cedro, senza rispettare né la croce né il teschio.
E sulle prime, anzi, per un certo periodo di tempo, guardai con cattivo occhio l’intruso: preferivo la famiglia di margherite che vi nacque sotto, la primavera seguente, sull’erba già diventata un po’ più spessa e tenace. All’albero non importava nulla delle nostre attenzioni. «Basta, – aveva detto il giardiniere della signora donatrice, venuto a visitare la giovine pianta, – basta che non gli si stronchi l’estrema cima. Per il resto fa da sé. È una pianta che dura migliaia di anni. Anzi è precisamente al suo centesimo anno di età che fiorisce per la prima volta. Io non conosco questo fiore: non ne ho mai visti: ma deve essere bello e grande come una bandiera azzurra. Dicono che sulle colline di Gerusalemme, ancora esiste un cedro sotto il quale andava Gesù coi suoi discepoli, nelle notti lunari di estate: speriamo che anche questo campi altrettanto: e che i nipoti dei suoi nipoti, signora, lo conoscano in buona salute».In buona salute, intanto, lo conoscevano per primi i nostri bambini, che vi giocavano attorno, e crescevano con lui. E come il tempo passa! Ecco, l’albero pare non abbia veramente molta voglia di crescere: s’indugia, quasi ad aspettare che i ragazzi lo raggiungano almeno fino all’altezza del tronco, e abbiano modo di giocare con lui attaccandosi ai suoi rami per fare l’altalena. Ma lavora di nascosto: se si scrosta un po’ la terra, ai suoi piedi, si vedono le radici già grosse più degli stessi rami; e vanno in profondità, queste radici, prendendo possesso di tutto il terreno intorno. E si diverte a lavorare anche quando non è quotidianamente sorvegliato; poiché ogni anno, al ritorno dalla villeggiatura, i ragazzi osservano che il loro amico è cresciuto al doppio di loro; è diventato il loro fratello maggiore, e adesso bisogna fare un grande salto per arrivare ai suoi rami; e poi non ci si arriva più, e se si vuole abbracciarlo o averne dimestichezza bisogna arrampicarsi sul suo tronco e gareggiare in robustezza con lui. Ma l’amicizia non cessa, per questo, anzi si fa più intima, quasi più maschia. Seduti sul suo ramo più ospitale, i ragazzi, – che tali per la madre sempre rimangono, – accompagnano il canto del fringuello, nei bei meriggi della tarda primavera, coi versi di Orazio e di Catullo; e, sollevando gli occhi alla cima intatta dell’albero, vedono il fiore «meraviglioso come una bandiera azzurra» del loro avvenire. E arriva il giorno in cui essi non danno più confidenza all’albero: bisogna rispettare la piega dei pantaloni e non farsi vedere dalle signorine che passano nella strada. Ohimè, la strada è mutata, adesso; è un’arteria cittadina, e l’odore dell’asfalto ha ucciso il profumo della campagna. Case e palazzi sorgono intorno alla piccola dimora un giorno solitaria; ma il cedro, e altri compagni vegetali che adesso vivono nel giardino, si prendono cura di nascondere la nostra modesta esistenza quotidiana ai curiosi vicini. Il cedro, specialmente, preso l’aire, si è slanciato in alto con impeto di difesa e di protezione: ha in sé solo la potenza, la freschezza, l’armonia di una intera foresta: il suo verde riempie il vano delle finestre della casa; la sua cresta si dondola, al di sopra di tutte le cose intorno, su un orizzonte che ha l’illusione di un grande spazio, e gioca con le nuvole, e arde col tramonto, e ride con la luna: è già per sé stesso una bandiera sempre soffusa di azzurro, che sfida il tempo, sventola, d’estate e d’inverno, la promessa di una vita millenaria. Il nostro cedro ha adesso venticinque anni. Secondo i calcoli del vecchio giardiniere che lo ha piantato, se il primo fiore di una creatura umana varia dai quindici ai venti anni, l’albero, che darà il suo primo fiore al compiersi del suo secolo, adesso è, sempre in relazione all’uomo, ancora un bambino. E del bambino, nonostante il suo tronco dritto e potente come una colonna, e la robustezza dei rami che come la scala di Giacobbe pare raggiungano il cielo, ha tuttavia la freschezza, la bellezza intatta e pura, la gioia costante. Sempre vibrante della vita degli uccelli, ha, con essi, una voce in coro. Il fruscio dei suoi rami, e un mormorio che freme anche quando non c’è vento, annunziano la sua presenza, come il respiro di un essere vivente. La pioggia dei suoi aghi secchi, nella stagione propizia, è diversa dalla caduta delle altre foglie: non ha nulla di triste, e riveste la terra, intorno, con un’ombra violacea vellutata. E il suo lottare col vento, nelle giornate di tramontana, ha l’agilità e la sana letizia dei fanciulli che giocano con la neve o dei giovinetti sportivi che s’ubbriacano di moto sulle cime alpine. E se romba il libeccio, anche l’albero intona una sinfonia tragica; racconta le leggende della foresta, i terrori delle bufere, l’ira degli spiriti demoniaci scatenati contro le deboli forze umane e naturali: ma in fondo al suo brontolio c’è sempre, come nella voce dei potenti, la promessa, la certezza della vittoria finale. Si placheranno gli elementi, tornerà la luce, tornerà la primavera. La primavera, ecco, anche quest’anno è tornata: l’albero compie il suo venticinquesimo anno di età: la scorza del suo tronco brilla al sole, come una corazza di bronzo cesellato: i rami vibrano, come quelli degli alberi sacri ai quali gli antichi sacerdoti appendevano gli strumenti musicali che accompagnavano i loro riti. Le famiglie delle margheritine, sempre più numerose, crescono sul praticello, e c’è chi si piega a guardarle, come una loro sorellina, sorpresa e felice più della loro minuscola bellezza, che della gigantesca maestà dell’albero alto sopra di lei come un tempio. I bambini vedono meglio dei grandi le meraviglie della terra vicina a loro: un sassolino, uno stelo di avena, una coccinella rossa sono miracoli, per loro: e non lo sono forse davvero? La piccola Piti, la più piccola della famiglia – diciotto mesi di età – è intenta a studiare questi misteri: la coccinella rossa, immobile su una foglia, è quella che più l’attira: non osa toccarla, mentre maltratta le mansuete margheritine; e balza, con un fremito e un grido, quando d’improvviso l’insetto si apre come un fiore e vola: in alto, sull’albero. Solo allora Piti pare si accorga dell’esistenza del gigante: guarda, per un attimo, il barbaglio dei suoi rami attraversati dal sole, appoggiando con diffidenza una manina al tronco; s’imbroncia; poi con una strana protesta, ch’è forse la prima della sua vita, afferma a sé stessa e alle cose intorno: – Tutto Piti, oh!Sì, tutto è di Piti; chi glielo può levare? Anche il grande albero è suo: suo più che le altre umili e passeggere cose intorno: è suo fratello, come lo è stato dei fanciulli che l’hanno preceduta, come lo sarà di quelli che la seguiranno: finché il suo primo fiore, il fiore alto e sventolante sul cielo come una bandiera fatta dell’azzurro stesso del cielo, benedirà le generazioni che hanno creduto con fede e con gioia alla sua leggenda.

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Viavai Giugno 2009

Ridono e sono contenti i produttori, rappresentanti e venditori di motoseghe a Roma. Se infatti la crisi ha colpito a ventaglio diversi settori dell’economia romana probabilmente questo non è successo per il mercato della motosega. Uno strumento potente e pericoloso che permette di far fuori un albero centenario in 120 secondi (che necessiterebbe una regolamentazione sull’uso mentre invece tra un po’ sarà possibile acquistarla anche dal tabaccaio sotto casa). Mai la motosega è stata utilizzata in maniera così ampia e massiccia nella Storia di Roma come in questi ultimi mesi. Tagli, abbattimenti, potature radicali effettuate a tappeto (da alcuni è stata definita “la mattanza degli alberi”) in maniera spesso approssimativa e sconsiderata. Centinaia, forse migliaia,  sono stati gli alberi abbattuti in questo primo anno della Giunta Alemanno che attaccandosi alla parola sicurezza ha stabilito record, dato certezze, , ridotto chiome, portato ordine, pulizia, nuovi panorami della città. Tutti aspetti  più negativi che positivi visto che gravi e permanenti sono i danni che sono stati creati da questo “giocare al record e alla sicurezza” alle alberate romane. Per tutti gli alberi è stato applicato lo stesso trattamento. Tutti per lo più sono stati capitozzati (e per questo saranno poi attaccati da  funghi e carie che nei prossimi anni ci regaleranno alberi ancora più instabili e insicuri) e se questo non è avvenuto si è utilizzato uno stampino uguale per tutti (guardate i Lecci delle Terme di Caracalla per intenderci) non ricordando che l’architettura di un albero (il suo carattere) è diversa per genere e specie e così ora ci troviamo con degli alberi che sono tutti uguali, (che sembrano usciti da dei disegni di bambini)  ovvero un ammasso di foglie senza forma, molto ma molto pericolosi,  visto che non essendoci più i rami a rompere le forze dei venti, nel caso di un possibile temporale producono un effetto vela sradicandosi molto facilmente. E così se diverse sono e sono state le battaglie intraprese per difendere gli alberi di Roma, le segnalazioni, le denuncie, gli articoli sui giornali (in particolar modo La Repubblica e il Corriere della Sera) molti sono stati gli alberi che invece in “maniera invisibile” sono scomparsi e questo grazie anche a dei privati che sulla scia del taglio generalizzato e del “rappel al’ordre” dei nuovi gestori del verde della città si sono associati a :pulire, tagliare, ordinare, sistemare, ovvero rendere il verde naturale sempre più artificiale. E visto che i nostri occhi sono sempre puntati su quello che ho definito il Far East degli alberi, ovvero il quartiere di Casalbertone, non poteva sfuggirci la fine ignobile fatta fare ai 5 ligustri adiacenti al cantiere del nuovo edificio che si sta costruendo in Via De Dominicis dove i lavori vanno avanti spediti. Cinque ligustri dal bel tronco e dalle foglie verdi, tutti in ottima salute che continuavano l’alberata di Via Galliano sono stati prima inglobati all’interno dell’alta recinzione (ovvero da fuori, con un gioco di spostamento di recinzione,  sono andati a finire dentro insieme al marciapiede e al semaforo) poi dopo qualche giorno di assestamento (e  magari attendere qualche protesta di qualche possibile comitato che chiaramente non c’è stata)  il 21 Maggio sono stati selvaggiamente capitozzati e  ridotti completamente di tutte le foglie. Una volta trasformati in moncherini il prossimo passo sarà inevitabilmente  il taglio. Inutile fare denunce, chiedere informazioni pretendere spiegazioni per 5 alberi (dei beni pubblici che appartengono a tutti) che hanno avuto la sfortuna di finire nel bel mezzo di una riqualificazione di un quartiere. Probabilmente tutto è in regola, le carte sono state firmate e le autorizzazioni ottenute. Quando si ha carta bianca ci si può allargare di 5/10/50 centimetri e distinguere tra interessi privati e  interessi pubblici sono solo delle sottigliezze. In fondo, gli autori dell’epurazione avranno pensato : “che ci importa che i 5 alberelli sono un bene pubblico? Volete degli alberi , ve li ripiantiamo”. E così è successo in Piazza De Cristoforis dove secondo un piano di compensazione gli alberi sono stati piantati ma sono anche morti (guarda caso due ligustri) e mai cambiati. E sperando che la tecnica della goccia cinese possa avere qualche effetto non smetterò di ritornare sull’argomento fino a quando qualche “anima buona” si occupi di togliere i due alberi morti. Così come quel vaso di Chamaerops humilis (la palma di San Pietro) che si trova in Via Cucchiari di fronte alla Farmacia che senza vergogna alcuna continua a far mostra di se e delle sue foglie morte , gialle e secche  per rammentarci che forse sempre più per i nostri amministratori si è stabilizzata la convinzione che il nostro sia un quartiere di serie C. Ci piace infine, concludere con una bella notizia e rimanere nel positivo segnalando la nuova piantumazione  di Ibischi avvenuta un mese fa in via Carlo Mezzacapo. Ebbene si, sono ancora loro gli Hibiscus syriacus  come quelli di Via Domenico Cucchiari , attualmente in ottime condizioni (tranne uno che è morto da diverso tempo di fronte al Centro Estetico Indaco, che aspettiamo a cambiarlo?) , grazie alla cura dei negozianti che “gli vogliono bene”. Gli Ibischi di Via Mezzacapo sono giovani e bisognosi di cure e attenzione , se gliele darete (e magari un po’ d’acqua, ma non troppa, nei mesi più torridi)  loro vi ricambieranno con fiori colorati e profumati per tutta l’estate.

Antimo Palumbo

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