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Il Respiro.eu Aprile 2010
 
Sporcava. I suoi frutti rossi e talvolta qualche spata seccata cadevano nel giardino sottostante di lei, fotografa abituata a riprendere la vita dall’esterno, senza viverci dentro. Una donna sola, amareggiata probabilmente, con l’eccesivo zelo per la pulizia e l’ordine. Tutto sterile, sterilizzato forse come la sua anima ed il suo centro profondo. E la palma, essere magnifico e vegetale con più di cento anni di vita, una piattaforma per gli uccelli e le altre numerose specie di animali che da anni ci vivevano sopra ha subito il suo martirio ed è stata tagliata. Il suo tormento interiore, la sua rabbia verso il mondo ha vinto. Si è scagliata, avallata da certificazioni basate su argomentazioni fatiscenti (la palma tende a storcersi ed è diventata pericolosa) ed organizzate, su un essere secolare, che per anni ha dato vita, ossigeno e bellezza a tutti gli abitanti che gli vivevano accanto stimandola, sentendola, amandola e l’ha uccisa. Pulito, ora sarà tutto pulito e vuoto. Son bastati due uomini , uno dei quali sulla sessantina, con una motosega ed un’impalcatura metallica a far fuori in una calda mattinata di aprile la Phoenix canariensis di Via Sant’Agata dei Goti. Pulito, tra qualche giorno sarà tutto pulito , ora però la palma è ancora in piedi con il suo stipite forte e scolpito ma con la testa tagliata, la sua gemma apicale troncata e questo noi lo sappiamo significa : morte definitiva. Tutto pulito e vuoto come la sua anima fredda e tormentata. Toccherà a noi riempirla con il nostro sdegno e la nostra rabbia. In un periodo nelle quali le palme vengono decimate giorno dopo giorno da un’epidemia devastante, pretendere di tagliare ( e riuscirci) una palma sana, femmina sana e rigogliosa solo per via dei suoi piccoli datteri marroncini che una colpa hanno certo quella di sporcare il suo giardino ordinato, è un esempio da combattere : vera e propria malattia che si manifesta in’azione. Nevermore,” mai più” così ripeteva in maniera quasi ossessiva una poesia di Edgar Allan Poe, che sembra potere essere il nostro messaggio sul quale lavorare affinchè azioni del genere non siano più permesse. E bisognerà nel caso della palma tagliata in via Sant’Agata dei Goti, scartabellare le cartelle delle autorizzazioni, per capire come questo sia stato possibile.
Antimo Palumbo
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Il Respiro.eu Marzo 2010

Nel lontano 1995 Fulco Pratesi in un articolo uscito sul Corriere della Sera il 1 Marzo dal  titolo “La città all’ombra delle palme” si chiedeva: “Quale potrebbe essere l’ albero simbolo di Roma? A qualcuno piacerebbe sostenere il leccio, la quercia sempreverde che copriva il colle scelto da Romolo per fondare l’ Urbe, in contrasto con il fratello Remo che avrebbe preferito il corbezzolo. E di lecci infatti a Roma c’ e’ n’e’ vera dovizia. Un’ altra ipotesi potrebbe essere il pino domestico che incorona viali e colli, parchi e giardini con la sua chioma a ombrello. O il cipresso. Ma, se vogliamo, l’ essenza che piu’ colpisce i turisti stranieri, testimoniando del clima ottimo che in citta’ si gode, e’ la palma.”
Rileggiamo e sottolineamo quest’ultimo passaggio : l’essenza che più colpisce i turisti stranieri. Ma vi rendete conto di quanto sia importante questo passaggio? La palma, l’albero simbolo di Roma secondo Fulco Pratesi , un patrimonio culturale (mai considerato tale però dai Beni culturali, sic) devastato da un’epidemia in continua espansione (che ha fatto dire al Servizio Giardini “non vi preoccupate è tutto sotto controllo solo l’1 % delle nostre palme è stato colpito” mentre invece solo a Villa Celimontana ne sono state tagliate 19) che sta scomparendo a vista d’occhio con un grave danno sul patrimonio non solo culturale ma anche turistico della nostra città (pensate che il danno provocato dal punteruolo rosso che ha ucciso 11.700 palme e infettato 30.000 unità secondo un’interrogazione parlamentare delle due Senatrici del PD Anna Maria Serafini e Colomba Mongiello è stato stimato a circa un miliardo di Euro). Ma la città che vide l’espansione dei due gemelli cresciuti da Rea Silvia non ha come solo male e deterrente per i turisti ( che anno dopo anno preferiscono passare le loro vacanze in città più fresche e vivibili) l’epidemia che le sta distruggendo l’albero che finora l’ha rappresentata nel mondo (almeno secondo quello che scrive uno dei suoi più illustri abitanti) ma anche la qualità del suo ambiente e del suo clima. Vi sarete resi forse conto che quest’anno a Luglio e Agosto Roma è diventata una città invivibile nei suoi esterni nelle ore diurne e per che per le strutture ricettive turistiche della capitale il periodo estivo è passato da alta stagione a bassa stagione? I responsabili della nostra città e del nostro clima non si rendono conto di quello che stanno combinando alla citta eterna, meta privilegiata dei turisti di tutto il mondo? Ci vuole poco a pensare che ,come succede nella maggior parte delle metropoli di tutto il mondo, per migliorare la qualità dell’aria e del clima bisogna riforestare le città e non battere record di potature (record poi avallati da manifesti pubblicitari). E la riforestazione avviene sappiamo non attraverso gli alberelli stantii e abbandonati a se stessi.( Passate per esempio in via Santa Croce in Gerusalemme dove qualche anno fa sono stati piantati dei bellissimi e costosissimi esemplari di Morus alba fruitless e guardate in quali condizioni si trovano. Da allora non hanno mai subito cure, vivono abbandonati a se stessi con rami pendenti e dondolanti. C’è n’è uno nei pressi dell’incrocio con via Statilia che si è piegato completamente con la chioma appesantita che gravita sulle macchine vicine e mostra i segni della sua marchiatura numerata (incomprensibile e barbara) del chiodo con cartellino numerato che si sta facendo su tutti gli alberi di Roma, dove dal chiodo arrugginito in un albero che non ne può più di esistere in quelle condizioni fuoriesce come una ferita aperta della linfa vitale liquida e gommosa.) La riforestazione lo dice il nome stesso è fatta di foglie, chiome, rami. Gli amministratori della nostra città stanno facendo dei danni (dei quali pochi sono consapevoli) di immensa portata. Forse dovremmo anche noi aspettare un nuovo Abbado per far comprendere a questa amministrazione che la sua politica degli alberi va contro i cittadini, il commercio e la ricchezza della nostra città?
Intanto leggetevi il bellissimo articolo di Fulco Pratesi
http://archiviostorico.corriere.it/1995/marzo/01/citta_all_ombra_delle_palme_co_10_9503014386.shtml
un articolo scritto quindici anni fa ma che sembra appartenga alla preistoria. Una pre historia quindi di una città dove anche il Verde Storico (vedi Villa Celimontana, Villa Sciarra e Villa Pamphilj ) si sta sbiadendo giorno dopo giorno, e perdendo la sua historia , probabilmente perchè i suoi amministratori sono più concentrati a disegnare circuiti di formula 1 che leggere libri di storia. E leggere noi lo sappiamo serve a conoscere e conoscere serve a migliorare la qualità della nostra vita e di quella delle generazioni future.

Antimo Palumbo

Il Respiro.eu Marzo 2010

A Roma si iniziano a fare i conti delle palme colpite dall’epidemia del punteruolo rosso e se i dati della Sicilia sono drammatici : 11.700 palme morte e infettate 30.000 unità, quelli della capitale non sono da meno con una  progressione  che registra giorno dopo giorno un drammatico aumento. Scomparse tutte le palme ai Villini al Pigneto , senza che (così sembra) nessuno se ne sia accorto, 39 sono morte e state tagliate in via della Musica all’Eur, una via di Roma circondata ai due lati di palme che per la sua bellezza era l’unica che ricordava Beverly Hills , 19 addirittura quelle morte e tagliate a Villa Celimontana. Centinaia colpite sono state già  rimosse mentre altre fanno ancora sfoggio della loro macabra chioma secca e adaggiata. Quartieri storici, Testaccio, Centocelle, Montesacro colpiti e affondati usando una terminologia da battaglia navale. Allo  spirito di rassegnazione avallato anche dai giornali e dai media sono però arrivate nuove risposte. Intanto  la nascita dei Palmiers (al quale sto collaborando attivamente ) un movimento al quale stanno partecipando coloro che pensano che salvare palme secolari che caratterizzano il paesaggio italiano sia esigenza primaria sulla quale investire risorse ed interventi a livello nazionale e governativo (sul quale potete saperne di più al blog http://salviamolepalme.blogspot.com)  e che porterà ad una manifestazione per Sabato 10 Aprile  per richiedere al Governo italiano lo stato di emergenza nazionale. Un governo che per preservare un bene paesaggistico culturale e ambientale (paradossale è il fatto che da parte del Ministero dei beni culturali su questo argomento da sempre non ci sia mai stato un intervento e la voce palma non rientri in un bene culturale) dovrà assolutamente andare verso i proprietari (la maggior parte delle palme non sono quelle pubbliche ma quelle private ) per modificare l’articolo 11 del  Decreto del 9 Novembre 2007  promulgato dal Ministero delle Politiche Agricole e Forestali che regola in Italia la legislazione dell’attacco del punteruolo rosso alle palme e che dice : 1 le misure obbligatorie derivanti dal decreto sono a cura e spese dei proprietari o conduttori., a qualsiasi titolo, dei luoghi ove sono presenti piante sensibili 2. Le regioni al fine di prevenire gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio possono stabilire interventi di sostegno connessi all’attuazione del presente provvedimento. Un articolo che sembra stato scritto secondo l’iniquo  principio “cornuti e mazziati ” Per quale motivo infatti il proprietario deve essere responsabile di un epidemia che non nasce da una sua (usando un gioco di parole) benché minima responsabilità? Solo perché è proprietario? Se io ad un incrocio passo con il rosso o parcheggio in seconda fila o divieto di sosta sono responsabile e quindi giustamente posso ( e devo) essere multato, ma che colpa ha un proprietario di una palma piantata dai suoi genitori e in vita da più di cinquant’anni che una mattina si sveglia  e scopre (perché magari glielo ha detto il vicino più informato) che la sua cara e amata palma è spacciata e per rimuoverla deve spendere 1300 euro? Non sarebbe assurdo e beffardo per dei cittadini che subiscono i danni di una calamità (della quale non sono responsabili) come quella di un terremoto obbligarli a cura e spese dei proprietari e conduttori a rimuovere da soli le macerie ( o con personale specializzato) e poi ricostruirsi la casa? Ah ma qualcuno direbbe quelle sono piante, “che ce ne frega se muoiono ne ripiantiamo delle altre” gli uomini sono altra cosa. Però sempre nello stesso articolo si legge che tale epidemia potrebbe causare gravi danni per l’economia per l’ambiente e per il paesaggio e si delega questa prevenzione alle Regioni. Ecco la prevenzione non è più necessaria perché l’epidemia è sfuggita al controllo e la devastante azione del punteruolo rosso sta trasformando per sempre il nostro paesaggio con gravi ripercussione sull’immagine della nostra nazione del mondo. Non basterebbero forse questi elementi per decretare lo stato di emergenza naturale e far si che il Governo Italiano (non le Regioni sempre più bisognose di risorse economiche) intervenga con stanziamenti di fondi, un responsabile che si occupi di coordinare tutte le forse attualmente in campo a livello locale e con delle azioni che servano a contenere l’attuale irrefrenabile aumento della popolazione dei coleottori nella zone cosiddette sensibili quali : prezzi calmierati degli interventi (di smaltimento e prevenzione) o agevolazioni fiscali per i proprietari per questi interventi? Tutto dipende da che posto nelle priorità degli italiani si trova (e si troverà nei prossimi mesi) l’argomento palme. Se la maggioranza delle persone si farà convincere dall’opinione diffusa dalla maggior parte dei media che tutto quello che poteva essere fatto è stato fatto e il coleottero e talmente potente che non possiamo fare più niente (e noi, ma anche la maggior parte dei tecnici italiani che hanno avuto a che fare con il punteruolo sanno che non è così) l’epidemia nei prossimi anni diventerà strage, visto che dopo che il coleottero avrà attaccato le Phoenix canariensis si organizzerà per attaccare le altre palme in particolare le Washingtonie e le Chamaerops.

Antimo Palumbo

La Vita degli Altri Settembre 2009 

Sfogliare i libri di  Storia è sempre  una buona abitudine per comprendere ciò che è successo in passato ed aver così più strumenti per capire il presente. E la Storia si sa non è fatta solo di date di battaglie ed armistizi ma anche di nomi, più o meno importanti, che riportandoci ad esperienze passate ci possano educare con i loro insegnamenti, a fare o non fare qualche cosa di giusto o di sbagliato. Ed oggi per coloro che ci amministrano: i sindaci, gli assessori, gli onorevoli politici,  in questa vita sempre più confusamente rapida c’è sempre meno spazio per occuparsi di questione storiche. Peccato. Perché per ciò che riguarda la situazione di Roma e dei suoi alberi, ci farebbe comprendere che siamo a un punto zero della sua evoluzione per essere ottimisti e sotto zero più realisti. Come ho già scritto in “Per una critica estetica degli alberi di Roma” uscito sul numero 6 della Rivista Silvae  Rivista tecnico Scientifica del Corpo Forestale dello Stato, ancora oggi a Roma : è più semplice trovare informazioni su quale bagno schiuma usi Demi Moore che sugli alberi che si trovano in Via Leone XIII, degli Acer negundo”. La città anche se grande e ricca di argomenti e spunti culturali di ogni genere sembra completamente abbandonata a se stessa per ciò che riguarda la cultura dei suoi abitanti verdi: gli alberi,  300 mila di cui 150 mila su strade pubbliche fino a qualche anno fa. Cerchiamo di analizzarne qualche argomento insieme attraverso nomi, e con ordine. Giacomo Boni per esempio, chi era costui? Grande storico ed archeologo e amico degli alberi, fusione di passione e conoscenza tra storia e natura ( lo potete vedere nella foto all’inizio dell’articolo) . Autore del Viridarium Palatinum , un giardino orto botanico organizzato secondo due ordini distinti : il vivaio della flora classica che accoglieva tutte le piante menzionate da Virgilio nelle Georgiche e nelle Bucoliche, da Plinio nella Naturalis Historia e che erano raffigurate nei dipinti di Pompei, del Palatino e della Villa di Livia; il giardino sperimentale che invece accoglieva nuove essenze. Un giardino delizia realizzato sul Palatino, il colle più antico ed importante della città, quello sul quale fu fondata Roma, e sul quale Boni abitava accogliendo Re, imperatori e Regine nelle visite ufficiali e sul quale ora è e sepolto sotto una palma (Phoenix canariensis) dove una semplice lapide e ce ne ricorda il suo nome. Un gesto voluto addirittura dal grande vate Gabriele D’Annunzio che il 14 Luglio del 1925 sul Popolo d’Italia perorava la sua casa a Benito Mussolini : “Tu forse non sai quanto io abbi amato il grande Giacomo Boni e quanto egli mi amasse nella religione di Roma e della sempiterna d’Italia. Oggi io ti domando per lui l’onora della sepoltura sul Palatino…”  “Chissà quale grande uomo o importante politico è stato sepolto sotto questa lapide”, si chiederanno gli ignari turisti stranieri che magari sbadatamente si trovano oggi a passare attraverso quelle aiuole recintate di basse siepi di bosso sul piano del Palatino con la sua vista mozzafiato sui Fori, “Chissà chi è stato quest’uomo”  che ancora oggi sembra guidare spiritualmente dall’alto la sua città che amava e conosceva perfettamente e che oggi è  governata da amministratori (e questo da diversi anni ormai) ormai dimentichi di ciò che vuol dire cultura degli alberi. Per comprendere questo vuoto abissale basti ricordare che sul Palatino , il colle che ospitava gli antichi e splendidi Orti Farnesiani dove fiorì per la prima volta, nel 1611 con semi portati da santo Domingo, un albero, dai fiori ricercati e profumatissimi, che da questo evento storico trasse il suo nome ovvero l’Acacia farnesiana di quest’albero non c’è traccia o storia. O meglio qualche anno fa ne è stato piantato un piccolo esemplare, che da qualche tempo è sempre più stantio e sembra vicino a fine immediata. Non dovrebbe forse un’amministrazione essere attenta ad occuparsi di promuovere i suoi tesori culturali ad ampio spettro? Pretendere un esemplare sano e robusto con un piccolo cartello che ne ricostruisce tutta la storia e vederla tornare a fiorire è un sogno ancora troppo lontano? E che dire invece degli altri innumerevoli Alberi monumentali che da secoli vivono nella città come i 12 Platani orientali  e il cerro magico e saggio di Villa Borghese, i Cipressi piantati da Michelangelo nella certosa delle Terme di Diocleziano, le Sequoie di Villa Ada, il Ginkgo biloba di Villa Sciarra o l’Araucaria bidwilli di Palazzo Brancaccio solo per citarne alcuni che vivono da diverso tempo senza essere censiti e protetti e che rischiano ogni giorno fini ingloriose come è successo per la storica e secolare Quercia del Quadraro, per la quale ci stiamo ancora battendo per poterla tornare a fare vivere? Non è forse assurdo che in una città come Roma dove tutto (monumenti, pietre, arredi architettonici antichi ) è censito, numerato e controllato non ci sia un censimento degli alberi monumentali? Come ho scritto in un articolo pubblicato qualche mese fa dalla rivista Viavai non è forse giunta l’ora di pensare ad una sopraintendenza degli alberi monumentali che non si occupi soltanto di censire e controllare ma anche di investire risorse economiche per mantenere e curare?.” Forse una quercia di 400 anni ha meno valore di un muro antico del secondo secolo dopo cristo?. E ancora,  tirando fuori altri nomi:  Guido Baccelli. Che ne è stato della sua memoria e presenza storica? Senatore, medico e umanista amico ed amante degli alberi e di Roma. I romani gli dovrebbero essergli grati due volte : intanto  per il fatto di essere stato tra i fondatori del Policlinico Umberto I (io sono uno di quelli che è nato lì) e poi perché è stato il creatore della Passeggiata archeologica. La città lo ricorda (o meglio non lo ricorda) con un monumento in pessime condizione in Piazza Salerno, ( che molti vorrebbero volentieri che si volatilizzasse visto che “impiccia” per la corsia preferenziale degli autobus) e un anonima via dietro le Terme di Caracalla. E’ stato il fondatore della festa dell’Albero una festa che negli anni ha perso sempre più spessore e importanza. Perché non pensare (come succede in tutte le nazioni civili e culturalmente attente, vedi l’Arbor Day in America) a riproporre una Festa dell’Albero che coinvolga non solo i bambini ma i grandi con non solo piantumazioni ma feste, incontri, conferenze, proiezioni di film e musica a tema ? Parafrasando un titolo alla Prokovief :  “Chi ha paura del Respighi cattivo?” . In quale cartella della memoria di questa città, sclerotizzata ormai dai suoi milioni di abitanti,  si trova il ricordo del poema sinfonico “I Pini di Roma” che il musicista emiliano, entrato a diritto nella Storia della Musica, dedicò agli alberi di Roma? Una città che a distanza di quasi 85 anni dalla sua composizione  sembra avere rinnegato queste presenze vegetali ed arboree e spettacolari che caratterizzano l’immagine  di Roma  e dove, sempre più, anche tra i tecnici che si occupano della gestione degli alberi si sta sviluppando la convinzione che i pini siano alberi che debbano essere cancellati dalla città perché poco sicuri?.  E ancora che dire invece di Alfred Kelbing direttore del Servizio Giardini nel lontano 1887 , esperto orticultore acquisito e scelto tra i migliori in Europa  attraverso una Concorso pubblico e internazionale  per  sistemare le bellezze floreali e arboree della città eterna  che dedicò la sua vita (pagandone le conseguenze con una morte prematura) per realizzare i giardini di Piazza Vittorio? E forse eccessivo ricordare che il verde di Roma si trova in questi giorni in mano a un Direttore del Servizio Giardini  persona “etica, buona e capace” ma che come tiene lui stesso a sottolineare “di alberi non ci capisce niente” e quindi costretto ad elemosinare consulenze dai suoi tecnici , che in quanto tecnici non hanno l’obbligo di occuparsi di cultura? Concludo quindi ricollegandomi a quello scritto all’inizio per ricordare  quali sono i compiti di  uno storico: ovvero , quelli di  produrre e fermarsi a riflettere su nomi, tornare nel passato, acquisire esperienze, riportarle nel presente e valutare e proporre possibili cambiamenti e nuove rotte. Oltre questo ( e non mi sembra poco) e seguendo la linea del potere magico delle parole e della ricerca dei segni che le compongono ( uno storico degli alberi è affascinato dai nomi botanici latini con i quali gli alberi vengono chiamati, parole spesso difficili come  quelle dell’albero della Tasmania Lagarostrobus franklinii  che prima o poi riuscirò a portare a Roma, adesso ancora non c’è)  che lancio un creativo quesito finale. Giacomo Boni, Guido Baccelli, trait d’union la sigla delle loro iniziali G.B. Che succederebbe per la cultura degli alberi di una città grande ed importante nel mondo come Roma se il governo dei suoi abitanti verdi che ci donano ogni giorno ossigeno e bellezza fosse in mano ad un  altro G.B. ovvero Giuseppe Barbera, professore di Dipartimento di Culture arboree  dell ‘Università di Palermo autore dei libri “Tutti frutti” e dell’ultimo “Abbracciare gli alberi”? Uno studioso e scrittore e allo stesso tempo specialista e storico degli alberi, amante ed amico degli alberi  e estremo conoscitore della loro cultura. Cambierebbero le sorti della cultura degli alberi e della loro cura in  una città le cui risorse economiche impegnate  per il verde cittadino sono sempre agli ultimi posti del bilancio ? “Non abbiamo i soldi” questo il ritornello che si è abituati a ripetere ed ascoltare. Ed è’ forse troppo chiedere il meglio? Perché una volta per diventare direttore del Servizio Giardini si facevano concorsi pubblici internazionali ed oggi è solo una carica da direttore amministrativo? Non è giunta forse l’ora di tornare a meritarci il meglio? Come fare? Semplice, intanto iniziare a pensarlo possibile e poi a richiederlo, certo Giuseppe Barbera probabilmente se ne starà beato e tranquillo nella sua calda Palermo, penso però  che per la città  di Roma  una nuova politica e cultura degli alberi  sia ineluttabile. 

Antimo Palumbo

 

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