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Concorso nazionale “Alberi dimenticati”

16 Aprile 2011

Menzione della Giuria

Roma è splendida la domenica mattina. E’ una fredda e assolata giornata di febbraio e mi trovo nel Parco degli Acquedotti per condurre un gruppo di quasi quaranta persone. Siamo in tanti e ci vuole un po’ di tempo per oltrepassare, con una scaletta marrone di ferro, le antiche volte di un acquedotto romano. Al di là di questa bassa barriera visiva, so che in uno spazio magico, dove lunghi filari di Pinus pinea corrono paralleli agli alti archi, maestosi e ancora ben conservati, dell’acquedotto Claudio, mi aspetterà la sagoma delineata di una Marruca – un piccolo alberello che con l’architettura dei suoi rami spogli domina, dall’alto di una stretta collina, il verde della campagna romana – con la quale inizierò la mia esposizione. E’ con un albero dimenticato e oramai senza più gloria che sfiderò il tempo della storia, un albero che ha dato il suo nome a quello di un popolo antico: i Marrucini, abitanti dell’antica città di Marouca, l’attuale Rapino (Chieti), così chiamati proprio perché coltivavano la Marruca, inconfondibile per le sue drupe a forma di dischetto, dolci e buone da mangiare e che per via dei suoi rami spinosi era utilizzata per fare inaccessibili recinzioni. Paliurus spina-christi questo è, infatti, il suo nome botanico, Paliurus come quello di un’antica città africana e spina-christi proprio per i suoi rami spinosi che la fantasia di un botanico volle fossero utilizzati per confezionare la corona di Cristo. Ma una sorpresa mi attende al di là dalla scaletta: centinaia di bambini in divisa ordinati per file. E’ in corso un raduno di boy scout. Nell’aria voci amplificate provengono da una magra antenna, posizionata proprio sul tronco  della  mia Marruca. La mia esposizione è rimandata, loro però – non lo sanno – stanno amplificando la storia.

Antimo Palumbo

 

 
Arbor  Novembre 2010
“La storia nostra è la storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo.”
Benedetto Croce
Gli alberi, ovvero la vita. E’ grazie alla loro esistenza e al miracolo che si compie ogni giorno nelle loro foglie che è possibile , ed è stata possibile fino ad oggi, la vita nel nostro pianeta che abbiamo chiamato Terra, un miracolo chiamato fotosintesi clorofilliana (che avviene in tutti gli esseri  vegetali dotati di cellule specializzate dotate di organuli chiamati cloroplasti) e che attraverso la trasformazione dell’energia solare in zuccheri  e la produzione di uno “scarto” prezioso, l’ossigeno,  ha permesso la formazione dell’atmosfera terrestre e con essa la possibilità di farci vivere al suo interno degli organismi pluricellulari dotati di attività aerobica. Gli alberi, quindi, esseri autotrofi che producono ossigeno (mentre invece noi esseri umani siamo esseri eterotrofi obbligati per nutrirci a mangiare piante od animali che si nutrono di piante), esseri vegetali viventi  come noi costituiti di cellule e dotati  di vita, delle cellule diverse dalle nostre (ma poi neanche tanto) perché al loro esterno sono dotate di una parete cellulare che le rende forti e resistenti e capaci di far “saltare” staticamente (noi per farlo dobbiamo produrre una cinesi muscolare) materiali con una resistenza inimmaginabile (come ad esempio con le radici di un Ficus macrophylla che può stritolare tubature di acciaio) e di raggiungere dimensioni e altezze considerevoli (come l’albero più alto del mondo: una Sequoia sempervirens Endl. alta 116 metri). Cellule vegetali che nella loro parete cellulare sono composte da lignina e cellulosa, prodotti che noi umani abbiamo imparato nei secoli a trasformare in legno e carta. Il legno, un materiale organico quindi, senza il quale la nostra società e il nostro mondo non sarebbe stato possibile: le case, le città, le navi, gli strumenti, gli utensili, tutti fatti con il  legno, la vita trasformata degli alberi che ha permesso la nostra società umana e con essa la nostra cultura. Ed il legno altro non è che il risultato dell’accrescimento secondario dell’albero che avviene grazie ad un sistema chiamato cambio (ricco di cellule specializzate chiamate meristematiche) che al suo interno produce appunto legno, (quello giovane viene chiamato albume, mentre durame quello più vecchio) mentre invece al suo esterno produce il libro, un sistema vascolare nel quale scorre (dall’alto verso il basso) la linfa zuccherina elaborata dalla fotosintesi che serve a nutrire l’albero : il floema. Cellule vive che compongono le forme degli alberi che con i loro tronchi, fiori e foglie, e chiome differenziate e apportatrici di ombra, ci regalano ossigeno, bellezza e cultura. Una cultura che in questo periodo dominato dalla tecnologia e dal capitalismo (nel quale gli esseri sembrano avere importanza ed esistere solo perché producono e consumano) sembra aver dimenticato gli alberi, considerati invece nel passato, secondo alcuni saggi osservatori,  i veri abitanti del nostro pianeta che attraverso il collegamento delle loro radici  e dei sistemi specializzati a loro collegati con la terra ( allelopatia e allelobiosi e micorizze – quest’ultima un’alleanza simbiontica tra funghi e radici)  permettono la  nostra esistenza e la vita su questo pianeta che guarda caso porta lo stesso nome. Una permanenza, quella degli alberi, che dura da milioni di anni, mentre più breve è la nostra, quella dell’ essere animale che alcuni studiosi si sono glorificati di definire Homo sapiens sapiens per la magnificenza delle sue fantastiche abilità intellettive e manuali, che gli hanno permesso di acquisire, attraverso lunghe ere, il ruolo di padrone delle sorti del pianeta con il superamento del conflitto uomo/natura a nostro vantaggio e a scapito di tutti gli altri esseri viventi che ci abitano sopra (e dentro). Un ruolo, quello di dominatori e “marines”dell’universo,  che ha portato nel tempo a far divenire dominante una cultura dominata dall’antropocentrismo, quella  visione del mondo,  per la quale gli alberi, esseri vegetali viventi e superiori all’uomo (basti pensare, per fare qualche esempio, che ci sono alberi che possono vivere più di mille anni  continuando a produrre frutti come succede con l’Ulivo di Canneto in Sabina – in provincia di Rieti – o resistere, “senza cappotto”, a temperature estreme , anche -30° come succede per la Robinia pseudoacacia L. ) debbano essere considerati inferiori e in alcuni casi  neanche considerati esseri viventi  ma solo oggetti da tagliare, compattare e capitozzare a proprio gusto e piacimento. Ma le culture e le visioni cambiano e così scopriamo attraverso il testo “L’Uomo e la natura” , Einaudi Editore dello storico gallese Keith Thomas che se mentre oggi difendere gli alberi “è cosa buona e saggia” non sempre è stato così. Dopo un lungo periodo di armonia tra uomini e alberi e antiche civiltà che avevano per gli alberi rispetto e considerazione per la loro grandezza e saggezza (come insegnano i saggi ammonimenti dei grandi capi indiani d’America o il classico  “Il Ramo d’oro” di James Frazer) venne la cosiddetta civiltà occidentale per la quale il rapporto con gli alberi si è sviluppato attraverso tre passaggi. Il primo è dominato dalla paura e distanza : i boschi facevano paura, erano abitati da esseri pericolosi e pertanto andavano  ridotti ed eliminati; il disboscamento oltre all’utilità (il legname prelevato  in grandi quantità serviva per costruire navi e per il riscaldamento) era legato alla necessità di “sconfiggere gli spiriti della natura. Il secondo è caratterizzato dall’addomesticamento: dopo un lungo periodo di disboscamenti, l’ uomo capisce che gli alberi sono importanti per la sua economia ed  inizia ad addomesticarli, così nascono le riserve per produrre legno, e leggi severe per chi danneggia o taglia gli alberi, come quella del Cansiglio a Venezia. Il terzo invece, è cosa dei giorni nostri:  è quello che torna a considerare gli alberi come esseri viventi che, come gli animali domestici, ci fanno compagnia,  sono  nostri alleati e dispensatori di vita, ossigeno e bellezza, si piantano sui terrazzi, nei giardini, diventano “compagni con i quali parlare” e ci si incatena per difenderli. E se questa evoluzione ha portato  una minoranza degli uomini a quello che sembrerebbe a tutti gli effetti, un ritorno alle epoca aurea del rapporto tra alberi ed uomini, quando vivevano insieme in armonia ed equilibrio, non così è successo per la maggioranza e in particolare per chi si occupa di prendere decisioni amministrative. E questo per il vizio antropocentrico che ancora domina la civiltà moderna  intrisa da una scienza e una cultura specializzata che invece di privilegiare una visione olistica ed umanistica dell’uomo, preferisce chiudersi negli approfondimenti di compartimenti stagni della sua scienza che producono si, avanzata tecnologia ed effetti spettacolari,   ma perdendo la visione complessive dei valori e  delle regole che sono alla base della vita. E se specializzata e tecnologica è la società nella quale oggi viviamo, così sono le figure professionali che attualmente in Italia, si occupano di alberi. Queste sono : il forestale, che si occupa della gestione dei boschi, del suo taglio e del suo rinnovo e dell’ottimizzazione per la produzione del legno; il botanico, che dall’alto della sua scienza (grande è la mia stima, rispetto e amore  per i botanici) in laboratorio o con applicazioni in campo, si occupa di approfondire la scienza degli alberi, senza però avere il tempo e la disponibilità (questo però non rientra nei suoi compiti) di  divulgare alla massa le sue conoscenze e la sua passione; l’agronomo, il dottore degli alberi, quello che dice come piantarli e curarli, che però spesso passa molto del suo tempo ad occuparsi di attività più redditizie quali stime, perizie, iter  burocratici per abbattimenti; il paesaggista, che si occupa di sistemare gli alberi negli spazi naturali umanizzati. Non esiste invece e non è stata finora considerata la figura dello storico degli alberi. Nelle facoltà universitarie  si studiano le storie, la produzione letteraria e artistica degli uomini ma  non si fa altrettanto per quel  che riguarda gli alberi, studiati solo per  sapere come curarli e per quello che se ne può ottenere. Agli alberi ahimè son dedicate solo facoltà di medicina e odontoiatria, non quelle di storia e lettere. Gli alberi quindi considerati ancora una volta come oggetti e non come soggetti dispensatori di storie, bellezze e culture diverse. In un periodo storico nel quale la tecnologia rende più facile l’accanimento dell’uomo verso gli alberi, considerati a lui inferiori, oggetti e non soggetti, è necessario quindi pensare ad un percorso conoscitivo, trasversale tra le varie discipline che si occupano attualmente degli alberi, che veda nella figura dello storico degli alberi il riferimento  per recuperare il rapporto armonico tra uomini e alberi, una volta esistente e oramai dimenticato da tempo. Il compito dello storico degli alberi potrà essere dunque quello di tracciare le storie degli alberi, della loro cultura e dei loro riferimenti mitologici, di riprendere e approfondire le biografie dei botanici che ne hanno permesso la propagazione e la diffusione nel mondo al di fuori dei loro luoghi originali e di divulgarne e farne apprezzare le loro peculiarità svelandone il portamento e la bellezza non solo a gruppi di appassionati specialisti ma a tutti coloro che sembrano abbiano perso la meraviglia nello scoprire la bellezza degli alberi e del conoscerne e apprendere le loro storie e la loro cultura. Una cultura antica e ricca di storia che per sua sfortuna non è legata a nessuna industria che la sostiene. E se mentre adesso state leggendo un libro o guardate un film o ascoltate una canzone sul vostro ipod c’è qualcuno che sicuramente ci starà guadagnando qualcosa, quando magari in questi mesi invernali vi troverete al cospetto di un Taxodium disticum che sta virando il colore delle sue foglie, prima di lasciarle cadere, in un rosso spettacolare, gli unici a guadagnarci sarete voi e la vostra anima.

Antimo Palumbo      

 

Viavai Novembre 2010.

E’ una finale di Coppa dei Campioni, due squadre che si sfidano, ritmi e nervi serrati, diverse ammonizioni e qualche espulsione , novanta minuti di gioco effettivo e il risultato e ancora in parità , zero a zero le reti son rimaste inviolate. Il terzo uomo alza il cartello che indica il recupero,   tre minuti possono bastare per portare a casa una coppa e il risultato. E al novantaduesimo minuto, quando gli allenatori già stanno pensando a preparare la lista dei rigoristi, avviene l’impensabile, un colpo di testa in tuffo e il centravanti della squadra azzurra fa gol. Salva è la squadra, salvo l’allenatore e il presidente. Tutti in delirio felici e contenti. Ecco così sembra sia successo a Roma in questi giorni per ciò che riguarda la situazione degli alberi e del suo verde. Un colpo di testa in tuffo infatti mi è sembrata la dichiarazione dell’ Assessore all’Ambiente Fabio De Lillo  per ciò che riguarda il nuovo piano di piantumazione che partirà dal 25 Ottobre prossimo  e che vedrà investiti la bellezza di 1 milione e 650 mila euro,  fondi trovati grazie a Roma Capitale, per piantumare 7000 nuovi alberi in città. Questi alberi saranno, sempre secondo il comunicato dell’assessorato,  dei  lecci, tigli,platani, frassini, cipressi , roverelle  ed andranno ad aggiungersi agli altri 1650 piantati da marzo a maggio scorso. Bene, si piantano degli alberi a Roma, non possiamo che essere contenti. Peccato che però dall’insediamento della nuova giunta Alemanno e  partendo dalla priorità sicurezza ci sia stato, a livello pubblico e privato,  per ciò che riguarda gli alberi un massacro senza precedenti nella storia degli ultimi cinquant’anni della capitale( i privati “dicono se tagliano loro noi che stiamo a guardare?” E zac anche loro via alla motosega). Un massacro chiamato dall’Assessorato “restyling”  che si è svolto ad ampio raggio e ha visto coinvolti un numero incalcolabile di alberi (l’elenco  è veramente senza fine ) che sono stati tagliati, abbattuti, potati radicalmente (spesso nel periodo sbagliato) in alberate, parchi, ville. Quest’azione continuata ed evidente di accanimento nei confronti degli alberi “rei di essere poco sicuri” ha suscitato le proteste e  lo sbigottimento da parte di  migliaia di cittadini, che sono state riprese periodicamente dagli articoli dei giornali (e di questi giorni la notizia della formale diffida inviata dal Codacons al Comune e al 19esimo Municipio per opporsi all’abbattimento e alla potatura degli alberi di viale Tito Livio).Ed ecco però quando il malumore potrebbe diventare crisi politica che tutt’a un tratto sbuca la notizia che fa scalpore, il colpo di testa all’ultimo minuto, settemila nuovi alberi: gol. E noi siamo contenti quando si fa gol ed esultiamo quando si piantano alberi. Ma analizziamo meglio questa notizia raffrontandola anche a quello che sta succedendo nel VI Municipio dove grazie ad uno stanziamento di 130.000 euro   della precedente Giunta regionale di centrosinistra, sotto la supervisione del Servizio Giardini del Comune di Roma, sono stati piantati 500 nuovi alberi (Fraxinus excelsior L. Pyrus calleryana Decne.Chanticleer – su questo ho già scritto un articolo ad Aprile) mentre altri 200 verranno piantati ,subito dopo la conclusione dell’iter burocratico appena avviato dal Municipio per l’utilizzo dei ribassi d’asta, in diverse vie del Vi municipio come via Rovino d’Istria, viale della Serenissima, via dei Quintili,.Senz’altro “è’ davvero un’operazione ambientale di altissimo livello” come ha dichiarato il Presidente del Municipio Gianmarco Palmieri, un’operazione  che considera gli alberi come beni comuni fondamentali per la qualità della vita in città, apportatori di ombra, ossigeno e bellezza.  Facendo un po’ di conti, però,  scopriamo che ogni albero costa dai 235 ai 260 euro, un bel costo davvero,  e che su ognuno di questi ci sarà una garanzia di due anni nel caso non attecchisca. Ecco, la domanda che ci facciamo è :  chi si occuperà di controllare questa garanzia? E chi si occuperà di curarli per vederli diventare grandi? Il 12 Marzo di quest’anno il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo sembra aver dato una risposta chiara in tal senso. Nel Disegno di legge  approvato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (attualmente ancora non convertito in legge) si impone, infatti,  ai comuni di effettuare un censimento degli alberi piantati nelle aree pubbliche con un “bilancio arboricolo”che due mesi prima del termine del mandato il sindaco dovrà rendere pubblico evidenziando il rapporto fra gli alberi piantati all’inizio ed alla fine del ciclo amministrativo. Un “bilancio arboricolo”, ma che gran bella cosa. Avremo quindi  la possibilità (e la fortuna, visto che questo finora non è mai successo) tra due anni, (e due mesi prima del suo mandato) di sapere dal nostro Sindaco quanti di questi settemila alberi che verranno piantati sono morti e quanti sono ancora vivi? Se questo succederà, per ciò che riguarda gli alberi di Roma, la Coppa dei Campioni è assicurata, senza colpi di testa all’ultimo minuto.

Antimo Palumbo  

 
Il Respiro.eu Aprile 2010
 
Sporcava. I suoi frutti rossi e talvolta qualche spata seccata cadevano nel giardino sottostante di lei, fotografa abituata a riprendere la vita dall’esterno, senza viverci dentro. Una donna sola, amareggiata probabilmente, con l’eccesivo zelo per la pulizia e l’ordine. Tutto sterile, sterilizzato forse come la sua anima ed il suo centro profondo. E la palma, essere magnifico e vegetale con più di cento anni di vita, una piattaforma per gli uccelli e le altre numerose specie di animali che da anni ci vivevano sopra ha subito il suo martirio ed è stata tagliata. Il suo tormento interiore, la sua rabbia verso il mondo ha vinto. Si è scagliata, avallata da certificazioni basate su argomentazioni fatiscenti (la palma tende a storcersi ed è diventata pericolosa) ed organizzate, su un essere secolare, che per anni ha dato vita, ossigeno e bellezza a tutti gli abitanti che gli vivevano accanto stimandola, sentendola, amandola e l’ha uccisa. Pulito, ora sarà tutto pulito e vuoto. Son bastati due uomini , uno dei quali sulla sessantina, con una motosega ed un’impalcatura metallica a far fuori in una calda mattinata di aprile la Phoenix canariensis di Via Sant’Agata dei Goti. Pulito, tra qualche giorno sarà tutto pulito , ora però la palma è ancora in piedi con il suo stipite forte e scolpito ma con la testa tagliata, la sua gemma apicale troncata e questo noi lo sappiamo significa : morte definitiva. Tutto pulito e vuoto come la sua anima fredda e tormentata. Toccherà a noi riempirla con il nostro sdegno e la nostra rabbia. In un periodo nelle quali le palme vengono decimate giorno dopo giorno da un’epidemia devastante, pretendere di tagliare ( e riuscirci) una palma sana, femmina sana e rigogliosa solo per via dei suoi piccoli datteri marroncini che una colpa hanno certo quella di sporcare il suo giardino ordinato, è un esempio da combattere : vera e propria malattia che si manifesta in’azione. Nevermore,” mai più” così ripeteva in maniera quasi ossessiva una poesia di Edgar Allan Poe, che sembra potere essere il nostro messaggio sul quale lavorare affinchè azioni del genere non siano più permesse. E bisognerà nel caso della palma tagliata in via Sant’Agata dei Goti, scartabellare le cartelle delle autorizzazioni, per capire come questo sia stato possibile.
Antimo Palumbo

Il Respiro.eu Marzo 2010

Nel lontano 1995 Fulco Pratesi in un articolo uscito sul Corriere della Sera il 1 Marzo dal  titolo “La città all’ombra delle palme” si chiedeva: “Quale potrebbe essere l’ albero simbolo di Roma? A qualcuno piacerebbe sostenere il leccio, la quercia sempreverde che copriva il colle scelto da Romolo per fondare l’ Urbe, in contrasto con il fratello Remo che avrebbe preferito il corbezzolo. E di lecci infatti a Roma c’ e’ n’e’ vera dovizia. Un’ altra ipotesi potrebbe essere il pino domestico che incorona viali e colli, parchi e giardini con la sua chioma a ombrello. O il cipresso. Ma, se vogliamo, l’ essenza che piu’ colpisce i turisti stranieri, testimoniando del clima ottimo che in citta’ si gode, e’ la palma.”
Rileggiamo e sottolineamo quest’ultimo passaggio : l’essenza che più colpisce i turisti stranieri. Ma vi rendete conto di quanto sia importante questo passaggio? La palma, l’albero simbolo di Roma secondo Fulco Pratesi , un patrimonio culturale (mai considerato tale però dai Beni culturali, sic) devastato da un’epidemia in continua espansione (che ha fatto dire al Servizio Giardini “non vi preoccupate è tutto sotto controllo solo l’1 % delle nostre palme è stato colpito” mentre invece solo a Villa Celimontana ne sono state tagliate 19) che sta scomparendo a vista d’occhio con un grave danno sul patrimonio non solo culturale ma anche turistico della nostra città (pensate che il danno provocato dal punteruolo rosso che ha ucciso 11.700 palme e infettato 30.000 unità secondo un’interrogazione parlamentare delle due Senatrici del PD Anna Maria Serafini e Colomba Mongiello è stato stimato a circa un miliardo di Euro). Ma la città che vide l’espansione dei due gemelli cresciuti da Rea Silvia non ha come solo male e deterrente per i turisti ( che anno dopo anno preferiscono passare le loro vacanze in città più fresche e vivibili) l’epidemia che le sta distruggendo l’albero che finora l’ha rappresentata nel mondo (almeno secondo quello che scrive uno dei suoi più illustri abitanti) ma anche la qualità del suo ambiente e del suo clima. Vi sarete resi forse conto che quest’anno a Luglio e Agosto Roma è diventata una città invivibile nei suoi esterni nelle ore diurne e per che per le strutture ricettive turistiche della capitale il periodo estivo è passato da alta stagione a bassa stagione? I responsabili della nostra città e del nostro clima non si rendono conto di quello che stanno combinando alla citta eterna, meta privilegiata dei turisti di tutto il mondo? Ci vuole poco a pensare che ,come succede nella maggior parte delle metropoli di tutto il mondo, per migliorare la qualità dell’aria e del clima bisogna riforestare le città e non battere record di potature (record poi avallati da manifesti pubblicitari). E la riforestazione avviene sappiamo non attraverso gli alberelli stantii e abbandonati a se stessi.( Passate per esempio in via Santa Croce in Gerusalemme dove qualche anno fa sono stati piantati dei bellissimi e costosissimi esemplari di Morus alba fruitless e guardate in quali condizioni si trovano. Da allora non hanno mai subito cure, vivono abbandonati a se stessi con rami pendenti e dondolanti. C’è n’è uno nei pressi dell’incrocio con via Statilia che si è piegato completamente con la chioma appesantita che gravita sulle macchine vicine e mostra i segni della sua marchiatura numerata (incomprensibile e barbara) del chiodo con cartellino numerato che si sta facendo su tutti gli alberi di Roma, dove dal chiodo arrugginito in un albero che non ne può più di esistere in quelle condizioni fuoriesce come una ferita aperta della linfa vitale liquida e gommosa.) La riforestazione lo dice il nome stesso è fatta di foglie, chiome, rami. Gli amministratori della nostra città stanno facendo dei danni (dei quali pochi sono consapevoli) di immensa portata. Forse dovremmo anche noi aspettare un nuovo Abbado per far comprendere a questa amministrazione che la sua politica degli alberi va contro i cittadini, il commercio e la ricchezza della nostra città?
Intanto leggetevi il bellissimo articolo di Fulco Pratesi
http://archiviostorico.corriere.it/1995/marzo/01/citta_all_ombra_delle_palme_co_10_9503014386.shtml
un articolo scritto quindici anni fa ma che sembra appartenga alla preistoria. Una pre historia quindi di una città dove anche il Verde Storico (vedi Villa Celimontana, Villa Sciarra e Villa Pamphilj ) si sta sbiadendo giorno dopo giorno, e perdendo la sua historia , probabilmente perchè i suoi amministratori sono più concentrati a disegnare circuiti di formula 1 che leggere libri di storia. E leggere noi lo sappiamo serve a conoscere e conoscere serve a migliorare la qualità della nostra vita e di quella delle generazioni future.

Antimo Palumbo

Penelope va alla guerra Febbraio 2010

“Un pezzo con i fiori di zucca…si si,va bene… aperta lasciala aperta”  Le frasi introduttive al rito della pizza dal pizzettiere di Piazza Santa Maria Ausiliatrice a Testaccio . Il centro vitale e storico della Roma popolare, la tradizione familiare fatta di gioia e dolori :  la grande magica Roma e  i ricordi dei fratelli cresciuti che ora dietro il banco sono intenti a tagliare e pesare pizza e  vendere vita e passione. A pochi passi, ai confini della piazza,  e proprio vicino alla Chiesa vivevano da più di cinquant’anni due palme delle Canarie. Phoenix questo il loro nome botanico, un nome  dedicato all’araba fenice, un uccello magico e misterioso la cui proprietà principale era quella di risorgere dalle proprie  ceneri dopo aver vissuto per 500 anni. Sulla sua storia ci viene in aiuto wikipedia : “La fenice o araba fenice ,  phoenix in latino, una volta che  sentiva sopraggiungere la  morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo. Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l’incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme  che,  per via della cannella e della mirra che bruciano, era  spesso accompagnata da un gradevole profumo mentre cantava una canzone di rara bellezza. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova fenice nell’arco di tre giorni  dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l’albero sacro”. Due palme che tra qualche tempo verranno tagliate e rimosse, scomparendo così dalla nostra memoria e dalla storia di Roma, perché colpite dal flagello del punteruolo rosso. Un insetto distruttivo e vorace, un coleottero, della famiglia dei Curculionidi , che  nel gergo tecnico internazionale viene definito dalla sigla RPW ( Red Pal Weevil ovvero Curcolionide Rosso delle palme)  la cui terribile e devastante diffusione è stata permessa dalla disgraziata voracità degli uomini per il guadagno e per i soldi ( e se gli insetti attaccano il cuore tenero e vitale della palma divorandolo e distruggendolo probabilmente così sarebbe già successo alla Terra per la voracità umana  se nel tempo non ci fossero stati leggi e controlli). Uomini da sempre detentori dell’antropocentrismo, una qualità o forse meglio un’idea,   che stabilisce  da sempre la sua superiorità sulla natura, una natura d sottomettere e addomesticare ai suoi bisogni e alle sue necessità. Buona la pizza, calda con la mozzarella che si scioglie e mentre assaporo il gusto di una delizia romana provo, lì davanti al bancone di vetro, a lanciare  l’argomento sulla salute delle due palme attaccate. Intervisto, chiedo notizie per recuperare pezzi della loro storia. Erano bambini e giocavano nella piazza i due fratelli pizzettieri e le palme già esistevano e spandevano ombra e bellezza nelle calde giornate d’estate. Giornate calde,  ma ventilate,  pomeriggi pigri passati in luoghi riparati e chioschi di grattachecche  dolci e dissetanti,  vissuti in una città nella quale la parola “condizionatore” sembrava non dovesse mai comparire. Dalle due palme cadevano poi datteri, immaturi e difficili da mangiare che lo spirito giocoso dei bambini trasformava in cibi esotici e succulenti. Si succhiavano, si assaporavano  così come le piccole piantine cresciute anch’esse dai datteri, sulla terra quando ancora i bambini usavano giocare sulla terra , leccornie prelibate da imparare a gustare. Ma dura poco l’argomento, la morte di palme con più di cinquant’anni di vita, un pezzo di storia vissuta, di immaginario del nostro paesaggio  oggi non fa più notizia. Ci siamo abituati a tutto. Si va sempre di corsa, ci sono le scadenze delle cose da pagare, i saldi le promozioni. Poi ci sono i politici da demonizzare i Berlusconi, i Brunetta sui quali sparlare, le primarie, le Regionali le Polverini che indossano Rolex da 3000 euro che in una notte scompaiono. Tutto questo manovrato ed elaborato dagli strumenti mediatici: le televisioni, i giornali. Un’epidemia, una peste che sta flagellando le palme, un evento partito da lontano ma che nella sua drammaticità  interessa soltanto il nostro Paese, (a Miami il punteruolo rosso non c’è , come mai?) e che nel giro di qualche anno farà fuori tutte le palme antiche presenti nel nostro territorio. Cosa sarà Piazza di Spagna senza le sue palme o Bordighera scelta dalla Regina Margherita che amava le palme perché “vivono in un’aria salubre”? Con che faccia e con sentimento potremmo partecipare e festeggiare la domenica delle palme (che da qualche tempo forse con fare premonitorio si è già occupata di trasformare nella distribuzione domenicale le palme con ramoscelli di olivo,  una trasformazione che anche se serviva a salvare le palme è senz’altro paradossale). E cosa risponderemo quando i nostri nipoti diranno “Nonno ma quando le palme di Roma stavano scomparendo, tu dove stavi. Cosa facevi? Perché nessuno ha fatto niente affinché questo non succedesse? La sinistra che ha fatto? Non dovrebbe forse uno di sinistra occuparsi del benessere del verde cittadino? Erano forse presi da problemi più gravi? Sai sono stato la settimana scorsa alla Biblioteca Nazionale  ed ho visto un bellissimo libro di foto di Roma. Doveva essere molto bella allora la città con tutte quelle palme. Peccato non poterla rivedere e vivere oggi” Ecco quando succederà tutto questo forse saremo in una città diversa, una città nella quale non ci sarà più memoria, se non per le loro responsabilità,  per nomi come Alemanno, De Lillo, , Vallorosi, Burini. (nell’ordine il sindaco, l’assessore all’Ambiente, il direttore del Servizio Giardini, il responsabile delle alberate), una città con un paesaggio modificato e diverso e senza palme. Le Phoenix canariensis saranno un ricordo degli anziani legate forse al sentimento di un’umanità  e cultura nella quale i bambini giocavano con la terra, gli alberi davano ombra e frutti e la parola sicurezza (c’è forse società più insicura di quella che vende sicurezza?) non era il punto di riferimento per occuparsi della bellezza e della salute della propria città. Esco dalla pizzeria, vado verso le due palme colpite. Mi avvicino le tocco, vedo la loro chioma adaggiata e appiattita, nella piazza scorre acqua da una doppia fontana, la vita scorre e fa festa. Mi appoggio allo stipite di una palma, chiudo gli occhi per un attimo, sento i suoi lamenti, il suo chiedere aiuto, e visualizzo, pondero, entro in contatto.. No, non può essere. Non può essere che tutti siano indifferenti. Non può essere che gli uomini abbiano deciso di far scomparire per sempre le palme dalle nostre città. Qualcuno può sentire oltre me questa necessità che si fa sempre più profonda. Qualcuno può sentire e capire che noi umani possiamo fare qualcosa. Dobbiamo farlo. E se lo faremo in tanti, i tanti  diventeranno massa e la massa diventerà forza, una forza per salvare le palme. Oggi, adesso, qui. Sono  opachi e offuscati i vetri del supermercato Pam , mentre le vetrine del Teatro Vittoria pubblicizzano l’ultimo fantasmagorico  spettacolo , la posta all’angolo ci informa  invece che la vitalità di un quartiere è sempre più in fermento, i pensieri si assommano e così la speranza, c’è anche il tempo e la voglia per un altro pezzo di pizza, forse la gradirebbe anche l’araba fenice.

Antimo Palumbo

Convegno “La città Sostenibile”  organizzato dall’INBAR (Istituto Nazionale di Biarchitettura)Venerdì 18 Gennaio 2010 Livorno Museo di Storia Naturale del Mediterraneo.

“Se vogliamo contribuire all’equilibrio fra architettura e ambiente, progettiamo la natura; avremo anche un equilibrio ecologico! Che senso ha mettere sui nostri disegni degli alberi generici? Un albero deve essere altrettanto importante che il movimento di una facciata, la distribuzione di un interno, la contrapposizione di volumi. Gli alberi hanno un nome, un’età, delle esigenze. Aprono o chiudono visuali, fioriscono in certe epoche e sono scultura nella stagione morta. Se sono sempreverdi danno al paesaggio gioia o tristezza. Segnano le stagioni. Un ciuffo di alberi completa o alleggerisce una massa edilizia, interrompe il ritmo di una facciata, getta ombre che vivono e rendono vivo l’ambiente.”

 Con questa breve citazione dal libro “Ecologia e Urbanistica” di Raffaele Contigiani introduco il mio  intervento, nel Convegno organizzato dall’INBAR “La città sostenibile”, volto a sottolineare l’importanza di avere alberi nel contesto urbano. Alberi necessari (l’esperienza di Milano ed Abbado ci ha già dato una grande lezione) per la nostra vivibilità e sui quali si spendano quotidianamente attraverso azioni pubbliche o private (volontariato, tree-caring, pruning,  come avviene in altre città del mondo come Londra e San Francisco) energie, risorse e progetti per accudirli, prendersene cura e poi vederli crescere nel tempo così che dall’attuale situazione che li vede semplici elementi d’arredo legati alla logica consumistica dell’usa e getta (alberi piantati che rimangono sempre piccoli per morire di stenti e privazioni dopo solo qualche anno, soprattutto per la mancanza di terra, che un po’ alla volta sta scomparendo dalle nostre città ) divengano invece nel tempo presenze ed elementi prioritari per i nuovi paesaggi cittadini sempre più bisognosi di ossigeno e bellezza, due doni  che gli alberi ci regalano da sempre con grande generosità. Fondamentale sarà poi nella progettazione la conoscenza della fisiologia di un albero e dei suoi meccanismi interni, delle sue esigenze. Viverne insieme la sua bellezza attraverso lo studio  delle diverse specie (e questo è lo scopo della mia azione divulgatrice della “cultura dell’albero” , far capire quando un albero è bello) comprenderne le diverse architetture e caratteristiche (fiori, foglie, colori, profumi: un viale di tigli a giugno porta in città ondate di gioia e vitalità)  per scegliere poi quelle più adatte. Per questa scelta consiglio il testo  “L’architettura degli alberi” a cura di Cesare Leonardi e Franca Stagi. Mazzotta Editore. Concludo questa introduzione ai sette punti sui quali concentrerò il mio intervento al Convegno citando ancora Raffaele Contigiani che dice sempre nello stesso testo : “un albero è come un cavallo: serve qualcuno che abbia cura di lui”.

Gli alberi sono fondamentali nella vita delle città per almeno sette punti

1  - Ci danno ossigeno e eliminano l’anidride carbonica. Rendono il clima cittadino più fresco attraverso la termoevapotraspirazione che avviene nelle foglie e riducono le isole di calore cittadine che nel tempo (come sta succedendo da diversi anni per Roma) rendono d’estate gli esterni delle grandi città invivibili. Gli alberi riducono il consumo di energia per il raffreddamento (attualmente realizzato con condizionatori che condizionano gli interni per “decondizionare” gli esterni). In un parco pubblico d’estate la temperatura è più bassa di qualche grado rispetto ad una zona senza alberi.

2 – Rimuovono lo smog e le polveri sottili responsabili di problemi di salute (soprattutto per gli abitanti dei centri storici senza alberi e con molto inquinamento) quali asma, malattie dell’apparato respiratorio cancro della pelle e malattie legate allo stress.

3 – Riducono l’inquinamento acustico, del traffico e delle macchine, gli alberi fungono da vere e proprie barriere per il suono. 

4 – Riducono il ruscellamento delle acque meteoritiche. La terra e le radici assorbono, assestano e rallentano l’azione dei danni dei temporali , che negli ultimi anni (proprio perché si tolgono alberi o si potano sconsideratamente , vedi l’esempio degli ultimi tragici eventi a Messina) aumentano di intensità.

5 – Incremento del valore immobiliare. La proprietà immobiliare in una strada in cui ci sono degli alberi ha un valore per il 18% superiore a quello della medesima strada senza alberi.

6 – Gli alberi contribuiscono alla biodiversità e alla  salvaguardia degli ecosistemi in città, donando riparo a una numerosa varietà di specie viventi che grazie a questo abitare permettono a questo ambiente di essere vitale. In un centro commerciale (e le città un po’ alla volta tendono sempre più ad assomigliargli) ci sarà tanto movimento, luci abbaglianti, effervescenza, ordine, pulizia,  tutto tranne che la vita. Gli alberi invece sono elementi fondamentali per la nostra vita ( un concetto spesso rimosso dalla nostra pretesa di superiorità  “antropocentrica”) e quella di altri esseri viventi (animali, uccelli, insetti, funghi, licheni, etc…) che ci abitano sopra o dentro.

7 - Aumento del benessere fisico e mentale- Miglioramento della qualità estetiche e spirituali. Gli alberi ben curati una volta cresciuti e diventati grandi obbligano l’occhio ad andare verso il cielo e quindi elevano verso l’altro la quotidianeità terrena fatta di pensieri e preoccupazioni. Gli alberi inoltre fanno diventare una città più bella.

Antimo Palumbo

Breve bibliografia:

AA.VV. – 1991 –  L’albero urbano Roma, Roma, Tomo Edizioni.
AA.VV. – 1982 – L’architettura degli alberi a cura di Cesare Leonardi , Franca Stagi , Milano, Mazzotta.

BARBERA G.- 2009 – Abbracciare gli alberi , Milano, Strade blu, Mondadori.

CONTIGIANI R. – 1981- Ecologia e Urbanistica, Roma, Edizioni Mediterranee.
KLUG P.- 2007 – La cura dell’albero ornamentale in città, Torino, Blu Edizioni.
PALUMBO A.- 2006- “Per una critica estetica degli alberi di Roma”  articolo su  Silvae Rivista tecnico- scientifica del Corpo Forestale dello Stato” , Roma, I.P.I.

Viavai Gennaio 2010

“Prossima svolta  a destra, Via Manfredonia, angolo via Prenestina”. Se  uno straniero, o abitante di un’altra città italiana,  che  si trovasse in macchina dalle parti del quartiere Quarticciolo, dovesse fidarsi delle istruzioni che compaiono sul video del suo navigatore satellitare  ragionevoli dubbi avrebbe  sul fatto di essere a Roma. Una città dove la qualità del verde e la cura degli alberi sembra essere al primo posto nelle attenzioni degli amministratori. Roma: la città che ha ospitato l’11 Dicembre di quest’anno un importante convegno sulla stabilità degli alberi organizzato dalla S.I.A. (Società Italiana di Arboricoltura) con Chris Mattheck l’inventore del VTA (Visual Tree Assesment) il sistema per valutare la sicurezza degli alberi in città , un convegno della durata di due giorni :il primo riservato agli addetti ai lavori (alla modica cifra di 150 euro, 80 per i soci S.I.A. sul perché di questa cifra mi è stato fatto notare che nel prezzo era compreso anche un buffet) e il secondo agli operatori del Servizio Giardini per il quale Mattheck secondo quello scritto da un comunicato stampa ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente: dopo aver tenuto un importante Corso di Formazione e aggiornamento ha speso parole di apprezzamento per l’elevata qualità dei tecnici del Servizio Giardini che in questi mesi hanno svolto un enorme lavoro prima con dati record nelle potature e poi con le operazioni di ripiantumazione. Lavori eseguiti sempre seguendo precisi e rigorosi criteri scientifici”. Ma noi sappiamo che difficilmente i navigatori satellitari si sbagliano e passando per via Manfredonia  l’osservatore straniero commenterebbe stupito “Non ci posso credere , è possibile che si possa vedere questo? Si siamo a Roma,  non in una città troglodita dei continenti sperduti. Ma chi scrive questi comunicati di che città sta parlando?” E  così una città sulla carta apparentemente perfetta ordinata e sicura dove tutto avviene secondo “precisi e rigorosi criteri scientifici” si scontra con una realtà dai contorni devastanti e tristi per ciò che riguarda la cura degli alberi che non può provocare in chi la guarda rabbia e necessità e volontà di cambiare. Appena si gira dalla Prenestina e si entra in via Manfredonia si assiste infatti al raccapricciante spettacolo di un intervento di capitozzatura effettuato su dei platani (quattro in una piazza) ma anche altri nei palazzi adiacenti e di una potatura radicale su un cedro, diventato una chimera botanica dopo che gli sono stati tolti tutti i rami e lasciati con una punta appiattita  e che un botanico distratto potrebbe confondere con un albero di un genere diverso. Andando più avanti lo spettacolo diventa ancora più sconvolgente quando sulla sinistra ci si presenta alla vista  (in un giardino di uno dei lotti del Quarticciolo) una palma (Phoenix canariensis) colpita dal punteruolo rosso con molti rami caduti a terra, abbandonati a loro stessi ormai da più di un mese con centinaia di bozzoli del pericoloso insetto che sta distruggendo le palme di Roma (che andrebbero immediatamente rimossi secondo norme stabilite dal servizio fitosanitario della Regione Lazio) , a portata dei bambini che li usano giocandoci a calcio. Altro comunicato stampa , un  comunicato ufficiale dell’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma uscito sul Corriere della Sera “Punteruolo rosso, epidemia? Non ci riguarda. Delle 4000 palme del Comune di Roma è stato colpito solo l’1% . Una gaffe incredibile un non voler vedere il problema, al quale dopo l’iniziale “ma io che c’entro? Mica è colpa mia?” l’Assessorato sta correndo ai ripari con l’organizzazione di un prossimo convegno scientifico, visto che l’epidemia avanza a ritmi impressionanti. (Sul punteruolo rosso – del quale abbiamo già parlato seguendo anche la  devastazione avvenuta nella zona dei Villini dove ne sono rimaste solo due – parleremo nei prossimi numeri, come anticipo ricordo l’organizzazione di una  manifestazione che sto organizzando per la seconda metà di Febbraio per coinvolgere attivamente il Governo ad intervenire per “salvare il salvabile” Per seguire gli sviluppi c’è un gruppo su Facebook  Le palme di Roma stanno morendo, facciamo qualcosa per fermare l’epidemia” ). Due città quindi quella reale e quella dei comunicati? Punti di vista differenti, propaganda politica? Probabilmente per ciò che riguarda gli “orrori verdi” visti al Quarticciolo le responsabilità non riguardano il Servizio Giardini (lo spero vivamente) ma riguardano una ditta privata che ha eseguito le capitozzature   autorizzata da chi, come e con quali criteri per svolgere una simile azione deturpante, questo non lo sappiamo, (non si capisce perché un pergolato in un balcone del centro danneggia l’ambiente e il paesaggio storico e quindi è sanzionabile con rimozione e multe salate, mentre invece la distruzione dell’estetica e della salute – oramai quegli alberi sono spacciati- non viene considerata un  distruzione di un bene ambientale che appartiene alla fruizione estetica degli abitanti che ci vivono accanto. Ancora quanto dovrà aspettare Roma per poter avere il suo “Regolamento sulla tutela del Patrimonio arboreo pubblico e privato” nel quale comprendere e sanzionare anche simili interventi di distruzione del nostro patrimonio arboreo cittadino? ) mentre per la palma abbandonata a se stessa (con tutti i coleotteri che  hanno avuto tutto il tempo a disposizione per colonizzare tutte le palme adiacenti nel giro di diversi chilometri) le responsabilità sono del condominio della case popolari che non si è occupato di rimuovere la palma  secondo le norme predisposte dalla Regione Lazio.  Lavorare affinché lo scarto sulle due città,  quella del centro e quella della periferia, quella dei comunicati e quella reale,  nel tempo non diventi cesura sarà nostro compito per salvaguardare nel futuro l’immagine della nostra città.

Antimo Palumbo

Viavai Dicembre 2009

E’ successo finalmente. A distanza di più di sette mesi,  da quella domenica pomeriggio del 29 Marzo (quando spinta dal vento e caduta , dopo che l’incuria e l’abbandono dei proprietari,  insieme al danneggiamento del suo apparato radicale per dei lavori eseguiti alla sua base l’avevano profondamente minata alle radici) la Quercia del Quadraro è tornata a riacquistare la sua posizione verticale. Verrebbe da dire è tornata in piedi. Ma noi sappiamo che gli alberi non hanno piedi ma radici, però lo diciamo lo stesso per comprenderci meglio.. Mercoledì 11 Novembre in una splendida giornata assolata, nel giorno di San Martino e della sua estate, la Farnia (Quercus peduncolata) di Via Jovenci al Quadraro, una quercia con una età stimata intorno ai 400 anni di età e con una circonferenza del tronco di 410 centimetri a petto d’uomo che l’attesta come la Farnia più grande del Lazio è stata risollevata con un intervento complesso avvenuto in due tempi (tutta l’operazione è stata eseguita  dalla Ditta Eurogarden di Roma  e sotto la supervisione dei suoi proprietari Stefano e Giancarlo Ceccarelli e del direttore dei lavori Pietro). Visto l’enorme peso del patriarca vegetale che è arrivato ad un massimo di 360 quintali si è dovuti ricorrere dopo i tentativi falliti in mattinata ad una gru più potente e nel pomeriggio dopo un lavoro effettuato intorno alla zolla con una escavatrice si è riusciti a risollevarla e a riposizionarla nella sua posizione iniziale. All’indescrivibile emozione provata nel vederla di nuovo puntare il suo tronco verso il cielo blu  è seguita la parte successiva delle operazione dei lavori : intanto  una grande aggiunta di terra buona ( terriccio e stallatico) intorno alla zolla alla quale sono stati aggiunti degli  ormoni radicanti nei  giorni successivi ed immediatamente l’inizio dei lavori di messa in sicurezza dell’albero con dei tutori di ferro realizzati apposta messi a piramide intorno al tronco, con un quadrato saldato,  che così impedisce , nel caso di forti venti o tempesta, alla Quercia di spostarsi. Un’operazione che ha coinvolto diversi operai e che  avvenuta in più giorni (soltanto la gru è rimasta sul posto tenendo la Quercia per due giorni). Sabato 21 Novembre invece ancora una volta in una giornata bagnata dal sole si è svolta la festa ,proprio sotto la Quercia, aperta a tutti i cittadini e agli abitanti del Quadraro  per ringraziare tutte le persone, un vero e proprio team della Quercia,  che con il loro contributo hanno permesso il risollevamento di un albero storico e simbolo  non solo di un quartiere ma dell’intera città, alla quale hanno partecipato l’Assessore all’Ambiente della Regione Lazio Filiberto Zaratti, il presidente del VI Municipio Gianmarco Palmieri, il delegato all’Ambiente del VI Municipio Fabio Piattoni. Intervallati da letture di poesie dedicate agli alberi ci sono stati poi gli interventi di  Angelo Panetta responsabile del Servizio Giardini del VI Municipio, Luciana Marinangeli dell’Associazione l’Alberata, di Carlo Consiglio, dei ragazzi del Centro Sperimentale di Cinematografia che sulla Quercia del Quadraro e il comitato per la sua difesa hanno realizzato un documentario. Ad allietare la festa c’è stato poi il  contribuito di un  rustico ristoro con barbecue (bruschetta e salsiccia) e dolcetti (realizzato grazie all’opera volontaria sia in termini di lavoro organizzativo  che economico)   dai partecipanti al Comitato per la difesa per la quercia del Quadraro (un ringraziamento speciale va a Sergione del Quadraro sempre attivo e presente in tutti questi mesi). Adesso , come per un paziente in convalescenza dopo un’operazione importante,  bisognerà aspettare per la prossima primavera i segnali di ripresa della Quercia (le percentuali di attecchimento variano a secondo di chi emette la diagnosi, in questi mesi si son sentiti tanti numeri,  e spesso nella realtà succedono cose e fenomeni imprevedibili). Il lavoro del Comitato per la difesa della Quercia del Quadraro non è comunque ancora concluso. Sarà necessario vigilare nei prossimi mesi affinché la Quercia venga controllata periodicamente (l’impianto di irrigazione messo in estate continuerà a funzionare) e mai come in questo momento la Quercia, che ricordo è un essere vegetale fatto come noi di cellule (cellule vegetali però che a differenza delle nostre cellule contengono una parete cellulare fatta di lignina e cellulosa) e che può vivere per centinaia di anni (acquisendo così saggezza e maestà),  ha bisogno del nostro supporto. Un supporto non solo pratico e scientifico ma anche energetico e spirituale. Come succede con le persone,  se la quercia riuscirà a sentire che per noi è importante, che noi confidiamo nella sua presenza e che ci piacerebbe tornarla a vivere (come non è stato in tutti questi ultimi anni) e a vederla vivere ci sarà una maggiore possibilità affinché la quercia del Quadraro oltre che a continuare ad  essere un simbolo fatto di legno e grandezza possa continuare ad esserlo nel rigoglio vegetativo di rami, foglie e  ghiande.

Antimo Palumbo     

La Vita degli Altri Settembre 2009 

Sfogliare i libri di  Storia è sempre  una buona abitudine per comprendere ciò che è successo in passato ed aver così più strumenti per capire il presente. E la Storia si sa non è fatta solo di date di battaglie ed armistizi ma anche di nomi, più o meno importanti, che riportandoci ad esperienze passate ci possano educare con i loro insegnamenti, a fare o non fare qualche cosa di giusto o di sbagliato. Ed oggi per coloro che ci amministrano: i sindaci, gli assessori, gli onorevoli politici,  in questa vita sempre più confusamente rapida c’è sempre meno spazio per occuparsi di questione storiche. Peccato. Perché per ciò che riguarda la situazione di Roma e dei suoi alberi, ci farebbe comprendere che siamo a un punto zero della sua evoluzione per essere ottimisti e sotto zero più realisti. Come ho già scritto in “Per una critica estetica degli alberi di Roma” uscito sul numero 6 della Rivista Silvae  Rivista tecnico Scientifica del Corpo Forestale dello Stato, ancora oggi a Roma : è più semplice trovare informazioni su quale bagno schiuma usi Demi Moore che sugli alberi che si trovano in Via Leone XIII, degli Acer negundo”. La città anche se grande e ricca di argomenti e spunti culturali di ogni genere sembra completamente abbandonata a se stessa per ciò che riguarda la cultura dei suoi abitanti verdi: gli alberi,  300 mila di cui 150 mila su strade pubbliche fino a qualche anno fa. Cerchiamo di analizzarne qualche argomento insieme attraverso nomi, e con ordine. Giacomo Boni per esempio, chi era costui? Grande storico ed archeologo e amico degli alberi, fusione di passione e conoscenza tra storia e natura ( lo potete vedere nella foto all’inizio dell’articolo) . Autore del Viridarium Palatinum , un giardino orto botanico organizzato secondo due ordini distinti : il vivaio della flora classica che accoglieva tutte le piante menzionate da Virgilio nelle Georgiche e nelle Bucoliche, da Plinio nella Naturalis Historia e che erano raffigurate nei dipinti di Pompei, del Palatino e della Villa di Livia; il giardino sperimentale che invece accoglieva nuove essenze. Un giardino delizia realizzato sul Palatino, il colle più antico ed importante della città, quello sul quale fu fondata Roma, e sul quale Boni abitava accogliendo Re, imperatori e Regine nelle visite ufficiali e sul quale ora è e sepolto sotto una palma (Phoenix canariensis) dove una semplice lapide e ce ne ricorda il suo nome. Un gesto voluto addirittura dal grande vate Gabriele D’Annunzio che il 14 Luglio del 1925 sul Popolo d’Italia perorava la sua casa a Benito Mussolini : “Tu forse non sai quanto io abbi amato il grande Giacomo Boni e quanto egli mi amasse nella religione di Roma e della sempiterna d’Italia. Oggi io ti domando per lui l’onora della sepoltura sul Palatino…”  “Chissà quale grande uomo o importante politico è stato sepolto sotto questa lapide”, si chiederanno gli ignari turisti stranieri che magari sbadatamente si trovano oggi a passare attraverso quelle aiuole recintate di basse siepi di bosso sul piano del Palatino con la sua vista mozzafiato sui Fori, “Chissà chi è stato quest’uomo”  che ancora oggi sembra guidare spiritualmente dall’alto la sua città che amava e conosceva perfettamente e che oggi è  governata da amministratori (e questo da diversi anni ormai) ormai dimentichi di ciò che vuol dire cultura degli alberi. Per comprendere questo vuoto abissale basti ricordare che sul Palatino , il colle che ospitava gli antichi e splendidi Orti Farnesiani dove fiorì per la prima volta, nel 1611 con semi portati da santo Domingo, un albero, dai fiori ricercati e profumatissimi, che da questo evento storico trasse il suo nome ovvero l’Acacia farnesiana di quest’albero non c’è traccia o storia. O meglio qualche anno fa ne è stato piantato un piccolo esemplare, che da qualche tempo è sempre più stantio e sembra vicino a fine immediata. Non dovrebbe forse un’amministrazione essere attenta ad occuparsi di promuovere i suoi tesori culturali ad ampio spettro? Pretendere un esemplare sano e robusto con un piccolo cartello che ne ricostruisce tutta la storia e vederla tornare a fiorire è un sogno ancora troppo lontano? E che dire invece degli altri innumerevoli Alberi monumentali che da secoli vivono nella città come i 12 Platani orientali  e il cerro magico e saggio di Villa Borghese, i Cipressi piantati da Michelangelo nella certosa delle Terme di Diocleziano, le Sequoie di Villa Ada, il Ginkgo biloba di Villa Sciarra o l’Araucaria bidwilli di Palazzo Brancaccio solo per citarne alcuni che vivono da diverso tempo senza essere censiti e protetti e che rischiano ogni giorno fini ingloriose come è successo per la storica e secolare Quercia del Quadraro, per la quale ci stiamo ancora battendo per poterla tornare a fare vivere? Non è forse assurdo che in una città come Roma dove tutto (monumenti, pietre, arredi architettonici antichi ) è censito, numerato e controllato non ci sia un censimento degli alberi monumentali? Come ho scritto in un articolo pubblicato qualche mese fa dalla rivista Viavai non è forse giunta l’ora di pensare ad una sopraintendenza degli alberi monumentali che non si occupi soltanto di censire e controllare ma anche di investire risorse economiche per mantenere e curare?.” Forse una quercia di 400 anni ha meno valore di un muro antico del secondo secolo dopo cristo?. E ancora,  tirando fuori altri nomi:  Guido Baccelli. Che ne è stato della sua memoria e presenza storica? Senatore, medico e umanista amico ed amante degli alberi e di Roma. I romani gli dovrebbero essergli grati due volte : intanto  per il fatto di essere stato tra i fondatori del Policlinico Umberto I (io sono uno di quelli che è nato lì) e poi perché è stato il creatore della Passeggiata archeologica. La città lo ricorda (o meglio non lo ricorda) con un monumento in pessime condizione in Piazza Salerno, ( che molti vorrebbero volentieri che si volatilizzasse visto che “impiccia” per la corsia preferenziale degli autobus) e un anonima via dietro le Terme di Caracalla. E’ stato il fondatore della festa dell’Albero una festa che negli anni ha perso sempre più spessore e importanza. Perché non pensare (come succede in tutte le nazioni civili e culturalmente attente, vedi l’Arbor Day in America) a riproporre una Festa dell’Albero che coinvolga non solo i bambini ma i grandi con non solo piantumazioni ma feste, incontri, conferenze, proiezioni di film e musica a tema ? Parafrasando un titolo alla Prokovief :  “Chi ha paura del Respighi cattivo?” . In quale cartella della memoria di questa città, sclerotizzata ormai dai suoi milioni di abitanti,  si trova il ricordo del poema sinfonico “I Pini di Roma” che il musicista emiliano, entrato a diritto nella Storia della Musica, dedicò agli alberi di Roma? Una città che a distanza di quasi 85 anni dalla sua composizione  sembra avere rinnegato queste presenze vegetali ed arboree e spettacolari che caratterizzano l’immagine  di Roma  e dove, sempre più, anche tra i tecnici che si occupano della gestione degli alberi si sta sviluppando la convinzione che i pini siano alberi che debbano essere cancellati dalla città perché poco sicuri?.  E ancora che dire invece di Alfred Kelbing direttore del Servizio Giardini nel lontano 1887 , esperto orticultore acquisito e scelto tra i migliori in Europa  attraverso una Concorso pubblico e internazionale  per  sistemare le bellezze floreali e arboree della città eterna  che dedicò la sua vita (pagandone le conseguenze con una morte prematura) per realizzare i giardini di Piazza Vittorio? E forse eccessivo ricordare che il verde di Roma si trova in questi giorni in mano a un Direttore del Servizio Giardini  persona “etica, buona e capace” ma che come tiene lui stesso a sottolineare “di alberi non ci capisce niente” e quindi costretto ad elemosinare consulenze dai suoi tecnici , che in quanto tecnici non hanno l’obbligo di occuparsi di cultura? Concludo quindi ricollegandomi a quello scritto all’inizio per ricordare  quali sono i compiti di  uno storico: ovvero , quelli di  produrre e fermarsi a riflettere su nomi, tornare nel passato, acquisire esperienze, riportarle nel presente e valutare e proporre possibili cambiamenti e nuove rotte. Oltre questo ( e non mi sembra poco) e seguendo la linea del potere magico delle parole e della ricerca dei segni che le compongono ( uno storico degli alberi è affascinato dai nomi botanici latini con i quali gli alberi vengono chiamati, parole spesso difficili come  quelle dell’albero della Tasmania Lagarostrobus franklinii  che prima o poi riuscirò a portare a Roma, adesso ancora non c’è)  che lancio un creativo quesito finale. Giacomo Boni, Guido Baccelli, trait d’union la sigla delle loro iniziali G.B. Che succederebbe per la cultura degli alberi di una città grande ed importante nel mondo come Roma se il governo dei suoi abitanti verdi che ci donano ogni giorno ossigeno e bellezza fosse in mano ad un  altro G.B. ovvero Giuseppe Barbera, professore di Dipartimento di Culture arboree  dell ‘Università di Palermo autore dei libri “Tutti frutti” e dell’ultimo “Abbracciare gli alberi”? Uno studioso e scrittore e allo stesso tempo specialista e storico degli alberi, amante ed amico degli alberi  e estremo conoscitore della loro cultura. Cambierebbero le sorti della cultura degli alberi e della loro cura in  una città le cui risorse economiche impegnate  per il verde cittadino sono sempre agli ultimi posti del bilancio ? “Non abbiamo i soldi” questo il ritornello che si è abituati a ripetere ed ascoltare. Ed è’ forse troppo chiedere il meglio? Perché una volta per diventare direttore del Servizio Giardini si facevano concorsi pubblici internazionali ed oggi è solo una carica da direttore amministrativo? Non è giunta forse l’ora di tornare a meritarci il meglio? Come fare? Semplice, intanto iniziare a pensarlo possibile e poi a richiederlo, certo Giuseppe Barbera probabilmente se ne starà beato e tranquillo nella sua calda Palermo, penso però  che per la città  di Roma  una nuova politica e cultura degli alberi  sia ineluttabile. 

Antimo Palumbo

 

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